Il lusso è un diritto?

gennaio 29, 2012 by

Molti di noi conoscono il “carosello” solo per fama, per sentito dire, in quanto l’ultima puntata andò in onda il primo gennaio del 1977.

Ebbene, il carosello , nato nel 1957 era una trasmissione televisiva della Rai che consisteva in una serie di filmati ai quali faceva seguito un messaggio pubblicitario , chiaro e breve. Era una società, quella italiana degli anni sessanta e settanta, profondamente diversa da quella di oggi. La Rai era veramente una “madre” che entrava in punta di piedi nelle case degli italiani e , pur dovendo pubblicizzare e vendere un prodotto commerciale, lo faceva portando avanti allo stesso tempo un messaggio intrinseco di valori educativi ( educativo nell’accezione più pura in quanto insegnava l’italiano alle centinaia di migliaia di analfabeti degli anni ’50).

Il messaggio pubblicitario ha avuto un ruolo dominante nel panorama televisivo italiano dalla nascita della tv pubblica, a quello della tv privata a scopo commerciale sino al satellite e ad oggi al digitale terrestre. E’ stato , lo spot tv, un mediatico dal potenziale enorme nell’influenzare la società e spostare i suoi valori di riferimento. Ad un certo punto sembra però che i creativi siano andati oltre. Negli ultimi anni si assiste alla diffusione di spot non solo il cui messaggio risulta incomprensibile ma traligni il normale senso etico dell’ “uomo comune” , dell’ “uomo della strada” per usare un’espressione cara a Fabris. Questo travisamento si riscontra soprattutto in spot che reclamizzino prodotti dall’utilità discutibile o comunque non di prima necessità come profumi (soprattutto nel periodo natalizio) e automobili.


Feste gioielli ville vivere negli eccessi ancora di più. Cos’è il successo? E’ ciò che possiedi? L’ostentazione è morta! Allora che cos’è il lusso? E’ il piacere che ti dà una cosa o il fatto di possederla? E’ puntare al massimo, volere sempre di più non essere soddisfatti mai. E’ avidità. tu non sai di cosa parli? A volte il vero lusso sta nelle cose più semplici. Sei solo un sognatore. A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo? Il lusso è un diritto!”

Questo spot sembra esemplare per poter analizzare la sua valenza comunicativa a più livelli. Può piacere o non piacere ma di certo non lascia indifferenti. Ciò perché il messaggio è studiato perché ad una lettura o meglio una visione disattenta e frettolosa non sia possibile comprenderne al meglio il significato ( ammesso che ce ne sia uno). Vincent Cassel soffre nello spot di uno sdoppiamento della personalità, sembra una specie di “gollum” certo più affascinante esteticamente ma anche più superficiale. Il dialogo ( che dovrebbe essere interiore ma sembra più tra Cassel e il cameraman che lo riprende) gioca su una serie di domande a cui fanno seguito risposte che cercano di far emergere due visioni diverse di intendere il lusso : una più grandiosa, fatta di sfarzo e di eccessi e una più contenuta. Il popolo del web su questo spot ha dibattuto parecchio e si trovano commenti utili a chiarire alcuni leciti dubbi: innanzitutto a molti (compreso il sottoscritto) questo spot ha fatto rabbia. Ha fatto rabbia perché innanzitutto la nostra generazione ha o dovrebbe aver acquisito una consapevolezza tale da aver intuito che l’automobile , da un punto di vista storico sarà stato un esperimento infelice durato un secolo e mezzo; poi se uno ha in odio l’inquinamento e lo sfruttamento del pianeta non può che vedere di mal’ occhio uno spot di un prodotto di un’industria di una famiglia, anzi la più importante famiglia che scelse l’automobile al posto del treno come scelta capitalista al solo scopo economico e non sociale e ambientale; e, in ultima analisi, continuare a parlare di “lusso” in un Italia che non è mai stata così povera dal dopoguerra ad oggi pare una scelta quantomeno infelice. D’altro canto i pareri favorevoli , espressi da quei giovani che ancora, (grazie a “mammà”?) possono permettersi dei commenti favorevoli hanno detto, anzi scritto, che il messaggio che traspare è invece fortemente etico e “pulito” perché insegna che il lusso può stare anche nelle piccole cose, come una piccola utilitaria italiana (Ricordo che l’automobile in questione parte da un listino di 12.510 € e che la disoccupazione giovanile è superiore al 30%, e se uno non ha neanche il lusso del lavoro, dell’Alcantara se ne fa poco o niente).

Continuando a parlare di spot di auto…


Ecco, forse l’unico commento possibile a questo spot lo propone proprio lo spot stesso: “sfacciatamente unico” . Magari rimanesse unico quest’esempio di arroganza pubblicitaria il cui scopo dovrebbe essere quello di convincere chi ambisce al Suv a spendere poco. Sarebbe interessante capire se dietro a fenomeni del genere esistano approfonditi studi di psicologia o di analisi transazionale miranti a convincere il pubblico all’acquisto o se invece siano solo il frutto di qualche creativo intellettualoide che , magari perché pagato poco e male, segua la prima idea che gli passi in mente.

E ancora..

Questo, forse, è ancora più grave. E ci consente di fare una riflessione sulla dicotomia dei significati dei messaggi che ci “bombardano” continuamente. Questo spot utilizza un primo messaggio che ha una portata oggigiorno seria ed eticamente correttissima: si tratta del “downshifting” o (tradotto) “semplicità volontaria”, è il “tornare alle origini” proposto dallo spot stesso, ovvero persone che stufe degli eccessi, dell’ipocrisia che viviamo in questa rivisitazione del terzo secolo dopo Cristo (quello per intenderci dove tutti bevevano, mangiavano e giravano su quadrighe di lusso e poi sono arrivati i barbari e l’impero ha fatto flop, o crack se vogliamo) ebbene, queste persone rifuggono la vita stressante e si lasciano alla natura (non come gli hippies agli eccessi della natura) ma come contadini, pastori, taglialegna e quant’altro di semplice e genuino ci sia . Persone che prendono decisioni di tale drammatica portata (abbandonare tutto “sul più bello” e ricominciare da capo) siamo sicuri che si lascerebbero riportare alla “non-vita” da una mercedes tra l’altro dal dubbio valore estetico? Ecco quindi che un messaggio pubblicitario, pur partendo da un messaggio di grande valore etico riesce a ribaltarne completamente i contenuti e gli effetti.

Questi pochi esempi di comunicazione pubblicitaria vanno poi messi in relazione considerando che il fruitore del mezzo tv viene sottoposto, 30 secondi dopo 30 secondi, di spot in spot a una serie di messaggi più diversi e dai contenuti più distanti tra loro. Per fortuna non esistono solo esempi negativi di pubblicità, sebbene ad una sensibilità umanistica e romantica possano sembrare i maggioritari, ma talvolta, ci si imbatte anche in spot dall’ampio valore etico e morale, come per esempio tutta la sfera della pubblicità progresso o di quegli enti no profit che operano in situazioni del globo a rischio umanitario, come questo :


Questo genere di messaggio , perfettamente incastonato negli altri, di cui sopra, come può sopravvivere nel pensiero dello spettatore senza essere sopraffatto dalla mole dell’altro genere? Come può un tale sovrapporsi di messaggi così diversi, così antitetici lasciare lo spettatore indifferente nelle proprie considerazioni da consumatore, sia di tv che di prodotti da essa reclamizzata. Come può non accendersi un moto di disgusto nel vedere per 30 secondi la gaia famiglia della “mulino bianco” consumare l’ultima novità al cioccolato e dopo 30 secondi assistere a un bambino dell’Angola gonfio d’aria accasciato per terra morente di fame.

Sono questi i paradossi del messaggio pubblicitario. Sono queste le distorsioni gravi, ben più che non le campagne Benetton (ne abbiamo discusso in classe), che tuttavia si limitano a un “Patè de bourgeois” , sconvolgere il ben pensante tanto perchè si ricordi di essere stato sconvolto al momento dell’acquisto. Il cattivo messaggio pubblicitario è più subdolo, ha una carica “non-etica” distruttiva, si inculca spot dopo spot nella mente dell’utente e appiattisce ogni livello critico, disarma i sensori di attenzione e crea nichilismo per cui un auto di lusso o un bambino che muoiono valgono entrambi 30 secondi.   

d.o.

27 Gennaio di ogni anno

gennaio 27, 2012 by

E’ il giorno della memoria che torna ogni anno, con il freddo dell’inverno a farci fermare per un attimo a riflettere sul passato e a gelarci il sangue, come doveva essere ghiacciato quello di quei pochi superstiti che quel giorno di sessantasette anni fa furono portati via in extremis da Auschwitz.

Ogni anno cerimoniali, articoli di giornali, film sulla Shoah riempiono questa giornata significativa di argomentazioni che di retorico hanno solo la forma.

E’ infatti essenziale essere informati ed è giusto che le nuove generazioni sin da piccoli, nelle prime classi di scuola imparino la tragedia e conoscano a memoria date e avvenimenti storici di quel periodo perché solo una cultura attenta può far maturare uno spirito critico con cognizione di causa.

Troppe volte invece questa giornata viene vissuta invece come una sorta di obbligo morale, come far visita agli anziani sotto Natale. Non è questo lo spirito. Il ricordo sottintende comprensione e per comprendere bisogna studiare. Chi ne ha la possibilità, dovrebbe almeno una volta nella vita visitare quei luoghi, Auschwitz, Mauthausen , Maly Trostenet , mettere il dito nella piaga, non temere di andare sino in fondo nel conoscere le pratiche aberranti che vi si svolgevano perché solo così, lasciandosi scioccare dalla brutalità si può cercare di provare empatia per quei disgraziati e provare a capire cosa abbia significato per loro e per la storia.

La storia a volte prende pieghe oscure , terribili ma non per questo bisogna lasciarsi intimidire e girarsi altrove, anzi, è necessario proprio in queste circostanze addentrarsi nei meandri e sviscerarne i fatti, perché sebbene nella sofferenza, siano chiari e servano da monito a tulle le generazioni future, affinché lo spirito critico sia sempre attento e vagli ogni mossa di ogni attore che potrebbe portare in scena un’altra tragedia.

d.o.

La Costa Concordia e la tragedia mediatica

gennaio 26, 2012 by

Sono passati tredici giorni dalla sciagura che ha portato al naufragio la nave da crociera della Costa e dal punto di vista mediatico , ancora una volta, gli “addetti ai lavori” hanno perso l’occasione di dimostrare professionalità e decenza. Non sono certo criticabili i giovani giornalisti che hanno passato giorni e nottate intere all’agghiaccio sui moli del porto dell’isola del Giglio, affannati a cercare quale giovane guardiamarina, quale sommozzatore, quale allievo sottufficiale potesse con la sola presenza compiacere in studio Barbara D’urso o Mara Venier o qualsiasi altra o altro conduttore del pomeriggio televisivo italiano; non loro, giovani precari hanno la responsabilità di discernere la notizia dall’intrattenimento morboso del’”uomo della strada” (o della casalinga pomeridiana). Ma dov’è allora il giornalismo? Sui giornali non è passato un giorno dal disastro in cui non sia stato detto tutto ciò che poteva essere detto, anche di falso. Falsità come il lancio di un agenzia , due giorni dopo la sciagura, presa per buona in cui si leggeva che gli accertamenti per l’assunzione di sostanze psicotrope su Schettino risultavano negativi. La notizia viene smentita pochi giorni dopo, infatti per avere i risultati  occorrono almeno dieci giorni e quindi era improbabile dare un risultato a quella data. I protagonisti , i militari, i vigili del fuoco e tutte quelle figure che ruotano in questi giorni intorno al relitto al Giglio, fanno più buon giornalismo che non tanti professionisti , loro attendono che la magistratura proceda, che l’indagine o le indagini seguano i propri percorsi senza essere inquinate da un vociare inutile e fastidioso. E’ il giornalista da salotto che prevale nel nostro paese ogni qual volta accada qualcosa di insolito e su cui servirebbe invece sterzare la professionalità sull’inchiesta e trasformarsi in giornalisti da guardia. Chi infatti ha preteso un’intervista ai piani alti di Costa? Chi ha assediato l’azienda cercando di rubare un sospiro, una reticenza, un errore capace di incuriosire e di fare da sola notizia? Tante storie umane di superstiti invece, parenti e amici di vittime che diventano vittime un’altra volta, del sistema mediatico paranoico che vuole la sofferenza in bella mostra ad ogni costo. La vicenda si presta perfettamente al modus operandi del giornalismo italiano: il mostro, l’eroe negativo da sbattere in prima pagina, l’eroe buono e diligente, il comandante al telefono che prende le redini nella situazione difficile, la bionda che ha la tresca col cattivo e gli oggetti misteriosi che spariscono, come il portatile e la cassa forte di Schettino. Il giornalismo sembra da questo punto di vista nella stessa posizione della nave: per metà fuori e metà in acque torbide. Se potrà tornare a galla e seguire rotte meno accomodanti a molti, farà notizia.

d.o.

Alluvione a Genova

novembre 13, 2011 by

I miei colleghi di Milano mi hanno chiesto di scrivere due cartelle per il  nostro giornalino interno. Le copio qua nel nostro Blog: tanti “non genovesi” lo visitano e così possono capire la situazione drammatica che abbiamo vissuto.   Nel documento che ho preparato ho inserito delle foto per fare capire a chi non è di Genova la situazione. Qua non riesco a inserirle.

Genova, 10 novembre 2011.

Il cielo è blu. Di un blu intenso. Alla fermata dell’autobus poche persone. Sono le 8, i ragazzi sono già in classe e chi va a lavorare, forse, esce ora di casa.  Il 36[1] arriva. Salgo. È quasi vuoto. Mi tengo e penso  agli impegni di oggi. È un attimo, guardo per terra, qualcosa mi colpisce. Qualcosa di strano, qualcosa che di solito non c’è sull’autobus.  Fango, fango per terra, e più in alto.  Fango  che sembra tirare una riga all’altezza dei  posti a sedere, quelli più in alto, quelli contromano in cui la gente si siede mal volentieri.   Fango, acqua, tanta, troppa. Acqua che mette in ginocchio Genova.  Acqua che uccide, acqua che sconvolge tutto, che travolge tutto. Acqua che di solito disseta,  pulisce,  ristora. Acqua che invece uccide. Ecco, ritorna in mente. L’inquietudine, la desolazione, sale come è salito il livello dei torrenti, del Fereggiano, del Bisagno. Per un attimo era andata via. Forse il sole, la bella giornata. Invece, è lì ancora più viva nel ricordo, consapevole che non andrà più via. Erano giorni, prima del 4 novembre,  che sui display in più punti della città   c’era  scritto “Venerdì 4 novembre ALLERTA2”. Due, se andiamo in ordine, viene dopo uno, dicevo tra me e me in quei giorni, prima del 4 novembre.  Quindi non sarà così  grave pensavo. Su questo non c’era stata informazione precisa. Eppure Tg, alla radio e alla tv, ne avevo sentiti parecchi. Per noi qua a Genova l’alluvione è un ricordo sempre vivo. Qui conosciamo  troppo bene la furia del maltempo: disastri e morti. Ottobre 1970. Ricordi ancora profondi nella memoria di Genova. La paura è tanta.

Due è qualcosa di inimmaginabile. Almeno lo era fino a venerdì all’una.   Venerdì, venerdì  4 novembre Genova,la mia Genova, va  sott’acqua. In poche ore sono caduti530 millimetri di pioggia. I torrenti Bisagno e Fereggiano in piena  rompono  gli argini. Una valanga di fango copre la città. Genova cambia  faccia. E deve contare i suoi morti. Sei. Sei vite, quattro donne e due bambine, con storie ed esistenze diverse.  Con una  fine comune, tragica.

Sei persone sepolte da una valanga d´acqua e di fango. Erano mamme e sorelle maggiori di ritorno da scuola con i loro bimbi. Quattro donne e due bambine, la più piccola aveva undici mesi. Era l´una e un quarto, pioveva forte da ore, rami e detriti hanno tappato l´imboccatura del torrente che corre sotto la strada, trecento metri più a monte. È stata come un´esplosione, e all´improvviso tonnellate d´acqua si sono riversate nella via, travolgendo tutto. Macchine, moto, cassonetti dell´immondizia, il chiosco di un´edicola, due autobus pieni di gente. Un inferno. Una marea alta quasi due metri che ha accumulato pressione durante la corsa e si è sfogata con una violenza spaventosa poco prima di uno slargo, all´altezza di corso Sardegna […]

Loro erano lì, ognuna con la sua storia. Hanno sentito quel suono sordo della valanga, ed hanno guardato indietro terrorizzate. Troppo tardi. Cinque corpi sono stati ripescati nell´androne di un palazzo, il civico numero 2b. Il sesto era poco lontano, schiacciato sotto un´auto.[2]

Erano passati solo dieci giorni dall´alluvione nelle Cinque Terre e in Lunigiana, solo cento chilometria levantelungo la costa ligure. Dieci morti e tre dispersi.

Francesco Plateroti, 45 anni, benzinaio, aveva concluso il turno di notte. Dalla sua stanza, proprio sopra l´androne della morte, sente gridare aiuto. Scende in basso, vede Domenico, il figlio di Angela Chiaromonte: lei non ce la farà, invece il ragazzo lo salva passandogli un pezzo di legno, il ramo di un albero, perché si aggrappi e non s´arrenda. «Mi urlava “salvami, ti prego, salvami!”, e poi “prendete mia madre, è la sotto!”, abbiamo fatto il possibile. Serena Costa, 19 anni, che aveva preso il fratellino Danilo a scuola: «È annegata per riportarmi a casa, avevo la sua mano stretta tra le mie, poi l´ho sentita andare», e così Serena è morta schiacciata tra due auto.[3]

Genova in ginocchio. Genova che subito si rialza, anche se continua a piovere fino a martedì 8 novembre. Grazie ai suoi angeli, gli angeli del fango che 40 anni dopo  tornano in strada a spalare fango. A ridare speranza. A chi ha perso tutto. Quarant’anni fa era stato il passaparola a mobilitare giovani- e meno giovani-, figli del Sessantotto. Oggi, ci si affida a Internet. Il tam tam che parte da Facebook arriva ovunque nella città. La parola d’ordine è questa, scendere per strada,  non compiangersi,  non rimpiangere. Piangere sì, ma tra una palata e l’altra, mentre ci si rimbocca le maniche. Giovani, tanti, giovani. Giovani disoccupati, giovani in cassa integrazione. Quei giovani a cui non sappiamo dare un lavoro sono lì, scavano, puliscono, lavano. Si commuovono. Ma continuano a spalare, a pulire. Poi vedi due occhi più scuri, che ti guardano e sai che nel suo paese acqua ce n’è poca. Ma lui è lì, vicino a quei giovani, perché si sente genovese, spezzino, italiano. Insomma, un´Italia orgogliosa, fino a  ieri invisibile, che tenta di rialzarsi.

Genova  è stata messa in ginocchio da un’eccezionale ondata di maltempo e da scelte urbanistiche di lontana origine. Il primo pensiero va alle sei vittime innocenti e ai loro cari.

La perdita anche di una sola vita  non ha prezzo. Ogni danno materiale che un disastro del genere può causare non è nulla in confronto. Acqua e fango che sradicano  una persona dal suo mondo, feriscono per sempre nell’animo, i parenti, gli amici, i figli. Per tutti niente sarà più come prima.

C’è poi il dramma di chi, con sacrifici, ha avviato un’attività, ha trovato lavoro, ha acquistato casa o macchina e in un attimo ha visto scomparire tutto. Chi risarcirà, e quando, queste persone? In questi giorni sono state indirizzate accuse agli amministratori. Si sono sprecate analisi su come si è costruito, su quanto cemento è stato “autorizzato”, sulla pericolosità dei torrenti, sull’anomalia di Genova. Possibile che queste discussioni si fanno solo quando siamo di fronte a drammi? Mai prima?

Gli amministratori locali sono andati tra la gente, non si sono tirati indietro rispetto alle responsabilità. Certo è che  hanno ereditato una situazione già compromessa per colpa di scelte sbagliate, politiche dissennate e di un Governo che, incapace e colpevole, ha portato avanti negli anni. Tagli agli enti locali,  continua riduzione di risorse, impegni presi e mai rispettati, ripetuti condoni immorali, che, oltre a fare passare il concetto che è tutto lecito, basta pagare, hanno contribuito a destrutturare il territorio, in mancanza di una sana politica ambientale. La CGILda anni denuncia tutto ciò. Abbiamo chiamato lavoratori e pensionati a manifestare anche per questo. Non ci interessa iscriverci ora nella lista di coloro che “l’avevano detto”. È tardi. Vogliamo soffermarci su due avvenimenti che in questo dramma, ci hanno  colpito.  Due facce di un’unica medaglia.

La prima. Nessun esponente del Governo si  è presentatoa Genova inquesti giorni. Forse preoccupato dell’accoglienza  in Lunigiana, alcuni giorni fa, al Ministro Matteoli cacciato dalla popolazione. O, forse,   consapevoli  che il Governo è finito. Che il Paese  non ne può più di sentirsi raccontare bugie. Un Paese che soffre, che è in ginocchio. E lo era già prima delle alluvioni. O forse perché in altre faccende affaccendati.  E il dramma di una città, di una Regione non gli interessa.   Fatto è,  che nessuno si è presentato.

L’altra: c’erano invece i giovani. Quelli per la maggior parte precari, disoccupati, scoraggiati, indignati, gli studenti. Quelli che hanno perso anche lo stimolo e la speranza di cercare un lavoro in questa Italia disastrata. Senza chiedere nulla, senza essere stati chiamati, da una  società che li ignora quotidianamente e li penalizza con le scelte che fa. Si sono presentati  in tantissimi, equipaggiati magari in modo non  adeguato, precario, come le loro vite, a spalare fango, svuotare cantine, appartamenti, biblioteche, scuole, pieni di voglia di  fare, di esserci. Unico obiettivo,  far rivivere una città, simbolo di un paese, l’Italia,  finora poco attento al loro futuro. Giovani che non si sentono rappresentati da una politica e  da un sindacato che non riescono ad entrare con loro in sintonia perché non in grado di dare risposte concrete alle  loro esigenze.

Eppure,  per strada, in questi giorni li incontravi ovunque, erano lì, nel fango.

Ecco le due facce di quest’Italia.

Messi alla prova, questi giovani e  gli italiani, hanno dato  prova di straordinaria vitalità, voglia di fare per emergere dal precipizio, e sono  diventati  eroi.

Il 36 in un attimo è  a De Ferrari e gira verso  Via XX Settembre che oggi, fortunatamente, non è più come nelle foto 2 e 3. Scendo alla fermata,  vicino al negozio Fnac (foto 3: il negozio Fnac è a destra nel primo palazzo nella foto). L’acqua arrivava  lì venerdì, venerdì 4 novembre. Giro l’angolo e cosa vedo? Giovani, ancora giovani, in tuta,  in jeans, con gli stivali di gomma, con la pala in mano. E anche lì, due giovani emigrati con loro. L’acqua non c’è più. C’è polvere, fango, macerie. Ma la forza di quei giovani c’è.

 

 Questa è Genova, come non avrei mai voluto vedere,  4 Novembre 2011.

Foto 1: anziano trascinato dalla corrente: si salverà aiutato da passanti.

Foto 2: tratto iniziale di Via XX Settembre vicino alla stazione Brignole.

Foto 3: via XX Settembre, un po’ più  verso De Ferrari.

Foto 4:  stazione Brignole.

Foto 5: il Bisagno in piena e il Rio Fereggiano (in fondo al ponte a destra)  che entra nel Bisagno:


[1] Il percorso del bus 36 è  Piazza Merani- Brignole- Piazza Manin- Principe.

[2] Fonte: La Repubblica 5 novembre 2011.

[3] Fonte: La Repubblica 5 novembre 2011.

Tg3 Note a margine

novembre 6, 2011 by

Dal sito del Tg3, sull’ alluvione di Genova, “La colonna sonora della giornata, ispirata da fatti, persone, pensieri”, 5 novembre 2011.
Ecco il link:

http://www.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-a420b149-838d-4ee4-884a-ed118b3f7c7e.html

“Ombre di facce, facce di marinai,
da dove venite dov’è che andate
Da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l’asino c’è rimasto Dio.
Il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido
usciamo dal mare per asciugare le ossa dell’Andrea
alla fontana dei colombi nella casa di pietra
E nella casa di pietra chi ci sarà,
nella casa dell’Andrea che non è marinaio
gente di Lugano, facce da tagliaborse,
quelli che della spigola preferiscono l’ala
ragazze di famiglia, odore di buono,
che puoi guardarle senza preservativo
E a queste pance vuote cosa gli darà,
cose da bere, cose da mangiare
frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervelli di agnello nello stesso vino
lasagne da tagliare ai quattro sughi,
pasticcio in agrodolce di lepre di tegole
E nella barca del vino ci navigheremo, sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi negli occhi,
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere,
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d’acqua e di sale,
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare”

Fabrizio De Andrè “Creuza de ma”

Forse l’Italia stavolta s’è desta

novembre 6, 2011 by

Vorrei condividere con voi l’editoriale di Eugenio Scalfari su La Repubblica di oggi. Credo debba essere l’auspicio di tutti. La nostra Italia, il nostro paese, merita uno scatto in avanti, un risveglio dal torpore in cui, per  troppi anni siamo stati. Che ci ha portati giù, sempre più giù, nel baratro. A non essere  più credibili  in Europa e nel mondo. Ad avere perso la dignità come  Paese. Ho ascoltato  il discorso fatto da Papandreou al Parlamento greco.  Offrendo le dimissioni per aprire a un governo nuovo e di larghe intese ha dato  una lezione di democrazia e responsabilità.

Un punto affrontato da Scalfari mi sta particolarmente a cuore   “…ricostruire l´etica pubblica devastata dal ventennio berlusconiano”. I giorni drammatici che  la nostra città e  la nostra regione ha vissuto e sta vivendo, la solidarietà   da tutta l’Italia,  da ogni persona,  la capacità di rialzarci un attimo dopo l’essere stati messi in ginocchio, sono il segnale dello splendido paese che siamo. “Messi alla prova, noi italiani diamo prova di straordinaria vitalità, emergiamo dal precipizio, diventiamo eroi…. E alla stessa reazione abbiamo assistito in tante altre città della penisola, dal Nord al Mezzogiorno. La reazione alle tragedie è sempre eroica. Segno di vitalità: ci si chiede di che cosa sarebbe capace questo nostro paese, se fosse sollecitato nel modo giusto. Ma è triste che siano le tragedie a trarre il meglio della nazione. E dobbiamo chiederci: fino a che punto sono ineluttabili?“.  Lo scriveva ieri Piero Ottone sempre su Repubblica.

Eugenio Scalfari, Forse l’Italia stavolta s’è desta La Repubblica, 6 novembre 2011.

Che il tempo di Berlusconi fosse scaduto era chiaro a tutti da un pezzo, ma la cosa singolare è che ormai è finalmente diventato chiaro anche allo stato maggiore del suo partito e, a quanto sembra, anche a lui.
Altrettanto chiaro è che la via delle elezioni anticipate non è praticabile; la sconfitta del Pdl e della Lega sembra inevitabile e catastrofica. Ma c´è anche un´altra e più stringente ragione: l´Italia non si può permettere due mesi di campagna elettorale con i mercati che porterebbero lo “spread” a 600 punti base e il rendimento dei titoli pluriennali all´8 per cento.
Non resta che un governo del Presidente guidato da una personalità al di fuori dei partiti, che abbia grande autorevolezza internazionale e l´appoggio di tutte le forze responsabili rappresentate in Parlamento. Tra queste ci deve essere anche il Pdl affinché la fiducia parlamentare sia solida e non esposta a trabocchetti che avrebbero un effetto devastante sulla crisi economica.
Questi sono i dati ormai certi della situazione. Incerte sono ancora – ma non lo saranno per molto poiché il tempo stringe – le modalità del “passo indietro” berlusconiano: farsi battere in Parlamento o dare le dimissioni prima che la sconfitta sia certificata da un voto?
Gianni Letta, che insieme ad Alfano e a Verdini ha informato il presidente del Consiglio che la sua maggioranza numerica non c´è più, propende per le dimissioni prima d´un voto di sfiducia. L´occasione potrebbe esser quella dell´8 novembre, giorno in cui si voterà alla Camera il Rendiconto economico dello Stato. Questo documento è essenziale perché, in mancanza della sua approvazione, non è possibile approvare la legge di Bilancio e quella di stabilizzazione economica.
Le opposizioni potrebbero astenersi e l´ex maggioranza approvare il Rendiconto, in tal modo apparirebbe chiaro che la maggioranza ha appunto cessato di esistere perché è scesa al di sotto dei numeri che la rendono tale.
A quel punto il presidente del Consiglio si presenterebbe dimissionario al Quirinale e la partita passerebbe nelle mani di Napolitano. Il resto riguarda il capo dello Stato verso il quale si concentra da tempo la fiducia del Paese e di tutti i governi dell´Europa e dell´Occidente.
Questo è uno dei possibili passaggi, ma altri ce ne sono che conducono allo stesso risultato: un nuovo governo presieduto da un “Papa straniero” con l´appoggio di tutti e in particolare dell´Europa, della Bce e del Fondo monetario internazionale. Con quale programma?
* * *
Alcuni dicono che il programma è quello contenuto nella lettera d´intenti che Berlusconi presentò pochi giorni fa alle Autorità europee e che queste avevano corretto e integrato prima ancora di riceverla. Ma quel documento era comunque assai vago e non conteneva alcuni elementi fondamentali.
Altri dicono che il programma sia quello contenuto nella lettera della Bce firmata da Trichet e da Draghi inviata al nostro governo lo scorso agosto e parzialmente recepita nelle successive e raffazzonate manovre berlusconiane (con Tremonti alla finestra).
Conclusione: il futuro governo dovrebbe assumersi un durissimo compito di macelleria sociale che aumenterebbe la disistima della pubblica opinione verso la “casta”, cioè verso tutti i partiti aumentando pericolosamente il solco tra il Paese reale e le istituzioni.
Ebbene, a mio avviso questa diagnosi è completamente sbagliata.
* * *
Il nuovo governo dovrà fare una scelta di fondo prima ancora di metter mano ai concreti provvedimenti che la realizzino e dovrà farla in pochissimi giorni.
Ma io credo che questa scelta sia già stata fatta e coincida con quanto sostengono da tempo sia Draghi (ormai insediato alla guida della Bce) sia il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama: crescita e rigore, ma probabilmente prima crescita e poi rigore.
Francamente non so quanto questa scelta coincida con le ondivaghe indicazioni delle Autorità europee e soprattutto della Germania. Finora l´Europa e la Germania in particolare hanno privilegiato il rigore, ma gli effetti sono stati assai poco soddisfacenti.
Il rigore è certamente necessario per arrestare, anzi per far diminuire il peso dei debiti sovrani e il rischio d´un blocco del sistema bancario internazionale. I governi interessati – in particolare quello italiano – hanno cercato di eludere quella precettistica senza tuttavia imboccare la strada della crescita. Le conseguenze – già in parte verificatesi e ancor più incombenti – aggravano il rischio di una deflazione e insieme di un´emergente inflazione per mancata offerta di beni e servizi, cioè l´anticamera d´una devastante recessione.
La lettera della Bce dello scorso agosto e le numerose esternazioni successive di Mario Draghi segnalavano la necessità di abbinare rigore e crescita, ma per il primo indicavano anche misure e tempi, per la seconda formulavano solo esortazioni.
Successivamente, il 2 novembre, Draghi ormai nel pieno delle sue nuove funzioni, ha deciso con l´appoggio unanime del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, la diminuzione significativa del tasso di sconto dell´euro.
La sua prima mossa da Francoforte ha dunque indicato la via della crescita.
Obama dal canto suo è stato ancora più netto: ha esortato l´Europa a puntare sullo sviluppo produttivo, sulla creazione di nuovi posti di lavoro e su una rete di protezione dei disoccupati e dei lavoratori precari prima ancora di passare a nuove strette rigoriste.
Queste diagnosi e le conseguenti terapie dovrebbero – dovranno – costituire la base d´azione del futuro governo del Presidente. Lo definiamo così perché il nostro Presidente è il solo depositario della fiducia interna e internazionale ed è dunque il solo garante effettivo dell´azione di governo.
Uscito di scena Berlusconi non avremo più bisogno d´esser commissariati dalla Commissione di Bruxelles e dall´Fmi se non per il rispetto delle regole che abbiamo a suo tempo approvate con tutti i Paesi membri dell´Unione. Il controllo sulla situazione italiana sarà il Quirinale ad effettuarlo per quanto riguarda l´aderenza della sua politica alle scelte di fondo per uscire dal drammatico stallo in cui ci troviamo.
L´obiettivo è dunque chiarissimo: bisogna che il prodotto interno lordo cresca a ritmi più adeguati perché solo la sua crescita contribuisce a far diminuire il deficit e a far aumentare il saldo delle partite correnti.
Per ottenere questo risultato è necessario un aumento della domanda per consumi e investimenti e quindi uno sgravio fiscale consistente sul lavoro e sulle imprese. E poiché queste agevolazioni non possono esser fatte accrescendo il fabbisogno e quindi il debito, occorre spostare l´onere tributario dalle spalle dei più deboli a quelle dei più abbienti e degli evasori, dalle aziende alle persone, dai redditi ai patrimoni. Un´altra terapia riguarda i redditi dei disoccupati e dei precari affinché essi possano contribuire all´aumento della domanda. E qui si apre anche il capitolo delle pensioni.
Il nuovo governo dovrebbe impegnarsi alla costruzione di un patto generazionale tra padri e figli, facendo passare tutti gli attuali pensionati – con l´esclusione dei lavori usuranti – al sistema contributivo e ad un prolungamento dell´età pensionabile, a condizione che i risparmi derivanti da quest´operazione siano interamente destinati ad una nuova rete di “welfare” che preveda salari minimi di disoccupazione e copertura previdenziale sul lavoro precario discontinuo.
Infine, per quanto riguarda la riforma del lavoro, occorre adottare le proposte di Ichino e di Boeri che consentono maggior libertà di entrata e di uscita dal posto di lavoro, impedendo licenziamenti discriminatori e incentivando l´assunzione di giovani. Va da sé che l´evasione fiscale e il taglio delle spese superflue debbono essere tenacemente perseguiti. Per evitare che il miglioramento strutturale si accompagni ad ulteriori aumenti di spesa e di evasione come purtroppo finora è avvenuto.
Un governo di questa natura non ha certo davanti a sé una strada fiorita di rose, ma neppure di macelleria sociale.
È un programma di ricostruzione economica che manca da dieci anni, culminati nel disastro in cui ora ci troviamo.
* * *
Ma un governo di ricostruzione non si può limitare al capitolo, pur di estrema importanza, dell´economia e della finanza.
Deve – dovrà – ricostruire l´etica pubblica devastata dal ventennio berlusconiano. Deve – dovrà – riformare la legge elettorale restituendo agli elettori la possibilità di scegliere i loro rappresentanti attraverso le preferenze o, meglio ancora, i collegi uninominali almeno per una parte notevole dei seggi in palio. E dovrà dimezzare il numero dei parlamentari, abolire i vitalizi degli ex membri del Parlamento, tagliare le spese politiche al centro e negli enti territoriali.
Ma deve soprattutto unire le forze della sinistra e quelle del centro nell´opera ricostruttiva che ha giganteschi appuntamenti: i giovani, le donne, i vecchi, il Sud, l´immigrazione, la lotta alla violenza e al crimine organizzato. Un anno non basta a realizzare questi obiettivi. Ci vorrà una legislatura costituente nel senso sostanziale del termine, come auspicò Aldo Moro quando promosse l´apertura al Pci di Berlinguer pochi giorni prima del suo rapimento.
Le sue parole – che ho ricordato su queste pagine due settimane fa – ancora risuonano per la loro attualità e sono oggi tanto più facili da tradurre in concrete decisioni in quanto non si tratta di un accordo tra forze antagoniste ma tra forze che torneranno ad essere alternative non appena la ricostruzione sarà stata avviata verso il suo compimento e nuove regole saranno entrate nella politica e soprattutto nel costume.
Mentre scrivo queste mie riflessioni una folla di aderenti e sostenitori del Pd si è riunita in piazza San Giovanni per dar forza al nuovo corso e arriva la notizia che sono più di venti i deputati che hanno abbandonato il Pdl. È un numero sufficiente per costituire subito un gruppo autonomo, ma è sensazione generale che lo smottamento continuerà in Parlamento e ancora di più tra i cittadini elettori. La svolta che questo giornale invoca da anni è dunque ormai un fatto compiuto.
Concludo con le parole del nostro Inno nazionale: Fratelli d´Italia, l´Italia s´è desta.

Gli angeli del fango 40 anni dopo “Torniamo in strada a spalare” Repubblica li rievoca. E loro si mobilitano su Facebook

novembre 5, 2011 by

Leggendo Repubblica di oggi, mi sono  soffermata un pò di più  sull’ articolo di Stefano Bigazzi “Gli angeli del fango 40 anni dopo “Torniamo in strada a spalare”.  Repubblica li rievoca. E loro si mobilitano su Facebook”. Il “potere” di Facebook che non avremmo mai voluto mettere alla prova su questo tema. Per fortuna, però, c’è.  Come scrive oggi Piero Ottone, sempre sulle pagine di Repubblica, “Gli eventi di quel lontano mese di ottobre sono emblematici: sono una tipica tragedia italiana. Con palingenesi: messi alla prova, noi italiani diamo prova di straordinaria vitalità, emergiamo dal precipizio, diventiamo eroi. Genova ha vissuto dopo quel tragico 8 ottobre giornate memorabili, si è rimessa in piedi. E alla stessa reazione abbiamo assistito in tante altre città della penisola, dal Nord al Mezzogiorno. La reazione alle tragedie è sempre eroica. Segno di vitalità: ci si chiede di che cosa sarebbe capace questo nostro paese, se fosse sollecitato nel modo giusto. Ma è triste che siano le tragedie a trarre il meglio della nazione. E dobbiamo chiederci: fino a che punto sono ineluttabili?

Stefano Bigazzi, Gli angeli del fango 40 anni dopo “Torniamo in strada a spalare”.  Repubblica li rievoca. E loro si mobilitano su Facebook. La Repubblica (cronaca  di Genova), 5 novembre 2011.

Un susseguirsi di messaggi on line per ritrovarsi nel segno della solidarietà Non ci sono paragoni, né scarti temporali, sia chiaro, quando il Bisagno (e gli altri torrenti) si scatenarono bastò il passaparola a mobilitare una minoranza chiassosa e disordinata, figlia discola del Sessantotto, così viva da intenerire la città. Si viaggiava sul cassone di un Ape, chi si muoveva in auto offriva un passaggio a quella gente in stivali di gomma, qualcuno con i capelli lunghi, e la pala sulla spalla. I genovesi sapevano cosa era accaduto quattro anni prima a Firenze, avevano visto e rivisto le immagini degli studenti, dei giovani operai, dei turisti con l´acqua alla cintola a mettere in salvo almeno un po´ di memoria storica, di arte e di cultura.
Più di otto lustri dopo ci si affida a Internet, ma è come se da un caseggiato all´altro il tam tam di quartiere, delle scuole e dell´università avesse ripreso il suo invito a scendere per strada, a non compiangersi e non rimpiangere. Piangere sì, ma un poco, poi ci si rimbocca le maniche.
Così, dopo quelle poche parole di un “angelo” adulto, il passaparola ha trasformato i primi bisbigli in un appello corale.
C´è un posto, anche se virtuale, http://facebook. com/fango sulle magliette, sul quale potersi mettersi d´accordo: «incontrarci domenica finito l´allerta»; «meglio unirsi tutti quanti i “cani sciolti” in modo da non creare più intralcio» e via progettando, brevi commenti e parole d´ordine, portare secchi, guanti, stivali vestiti comodi, già un appuntamento «domenica mattina 8.30 presso la sede degli Alpini via Mura delle Cappuccine». E ancora, passi concreti: «contattare aziende», «chiedere materiali», evitare gli ingorghi, esserci senza disturbare, senza pretendere in cambio riflettori, visibilità. Gente che passa la giornata a mugugnare (spesso non c´è di meglio da fare per sentirsi vivi) e che se viene chiamata, non si tira indietro.
Quei ragazzi, che oggi hanno passato abbondantemente i cinquanta (e qualcuno si avvicina ai settanta, molti già in pensione) alla nostalgia hanno anteposto la prassi.
Prima fare poi parlare: centinaia di commenti e adesioni sono così giunti, da persone che restano come nel ‘70 per lo più anonime. Ma al momento opportuno si riconosceranno. Non avranno adesso quelle energie, oggi hanno un po´ di pancia, il colesterolo alto, gli acciacchi non sono cosa da poco, hanno figli e nipoti, ma sempre – è bene chiamare le cose, anche i sentimenti, i moti dell´animo, con il loro nome – cuore e coraggio. Sono angeli che non hanno smesso di volare.

Mi chiamo Virgola

novembre 4, 2011 by

Con il termine video virale, (definizione di Wikipedia), ci si riferisce ai filmati che hanno acquisito popolarità attraverso lo scambio su internet, principalmente attraverso siti di video sharing, social media ed e-mail. I video virali spesso sono di contenuto umoristico ed includono sketch televisivi comici, come The Lonely Island’s, un gruppo di giovani che ha realizzato video come Jack Sparrow,

http://www.youtube.com/watch?NR=1&v=GI6CfKcMhjY

parodia realizzata con la collaborazione di Michael Bolton che veste i panni di protagonisti di cult movie di Hollywood.

Sempre alla loro inventiva appartengono video come Lazy Sunday o Dick in a box,

http://www.youtube.com/watch?v=WhwbxEfy7fg, realizzato con il supporto canoro di Justin Timberlake.

Alla categoria viral videos appartengono video amatoriali come Star Wars Kid  http://www.youtube.com/watch?v=HPPj6viIBmU ,

“Numa Numa”, (che detiene tutt’ora il primate assoluto di video più cliccato di sempre), The Evolution of Dance http://www.youtube.com/watch?v=dMH0bHeiRNg

e Chocolate Rain  http://www.youtube.com/watch?v=EwTZ2xpQwpA, presenti su You Tube; produzioni destinate direttamente al web come I Got a Crush… on Obama. Occasionalmente anche video realizzati durante alcuni eventi si sono diffusi a macchia d’olio e sono diventati dei video virali, ad esempio il video che riporta l’incidente mortale di Marco Simoncelli, pilota motociclistico tragicamente scomparso il 23 settembre scorso durante una gara

http://www.youtube.com/watch?v=p3NwCFiba2E.

Per definizione, il connotato di “virulenza” del video è inaspettato e spesso accidentale, e non può essere previsto al momento della sua registrazione.

Dopo essermi schiarita le idee sulla definizione di video virale, me n’è venuto in mente uno, molto divertente. Vi ricordate Virgola, il gattino che qualche anno fa era il protagonista di uno spot tv che reclamizzava suonerie per cellulari? Vi rinfresco la memoria

http://www.youtube.com/watch?v=UuT8Sw0n75w

questo video di virale ha ben poco, perché , già il vedere lo spot in tv causava dissenterie diffuse a macchia d’olio, oltre al fatto che quella fastidiosa canzoncina ti rimaneva in testa fino a che, preso dalla disperazione non la si sbatteva per almeno 3 volte contro a un muro qualsiasi. Fenomeno tormentone, che, secondo me ha un che di virale anche quello.

Questo spot e la sua spiacevolissima canzoncina, oltre a numerosissime parodie e auguri poco velati di morte caricati su You Tube, ha contagiato anche il re dei doppiaggi in livornese, l’attuale conduttore del programma comico Colorado, Paolo Ruffini che l’ha utilizzata per un suo lavoro. Da toscanaccia quale sono, considero virali i video del canale “ IO doppio-Il Nido del Cuculo”, (consistenti in doppiaggi irriverenti e parodistici tutti rigorosamente in dialetto livornese, di numerosissime scene di film e cartoni animati), anche perché, nelle mie amicizie su Facebook ho quasi tutti toscani, e nel momento in cui viene condiviso da qualcuno un doppiaggio, si diffonde a una velocità strepitosa.

Eccovi la clip che coinvolge il gattino Virgola:

http://www.youtube.com/watch?v=tDQ2EUoZtOQ&feature=results_video&playnext=1&list=PL2AB7180C208D6392

Secondo me 115.817 visualizzazioni non sono poche, anche se non reggono il confronto con i colossi internazionali di cui abbiamo parlato sopra.

Sara Lemmetti

Ballarò del 1 novembre. A proposito delle donne e delle femmine

novembre 4, 2011 by

Vorrei condividere con voi la lettera di Francesca Rigotti, filosofa e docente all’ Università della Svizzera italiana, pubblicata su L’Unità di oggi. Si riferisce all’ ultima puntata di Ballarò. Tra gli ospiti Susanna Camusso, segretario generale della Cgil e Annamaria Bernini Bovicelli, ministro per le Politiche Europee. Fa un’analisi che condivido in tutte le sue parti. Due modelli differenti, la femmina e la donna. Uno che sposa il format della Tv urlata, testa vuota, anzi piena di litanie imparate a memoria. L’altro pacato, ricco di contenuti. Cosa ne pensate?

Francesca Rigotti, A proposito delle donne e delle femmine, L’Unità, 4 novembre 2011.
Nel suo bel libro intitolato L’interiorità maschile, Duccio Demetrio introduce una sagace distinzione tra gli uomini e i maschi. I maschi si vantano delle loro imprese dissolute e immorali e non si chiedono mai chi sono; i maschi a un cambiar di vento (sc..sc…sc…) abbandonano chi un istante prima idolatravano; i maschi non sanno che cosa sia il senso di colpa; i maschi hanno sempre bisogno di una corte di paggi e giullari, squadre e comitive per allontanare da sé l’angoscia della solitudine; i maschi prediligono il «fare squadra», le scorribande in équipe e la compagnia conviviale, ecc. Lasciamo ora questo elenco di caratteri maschili, che tra l’altro si modella perfettamente sul presidente del consiglio e i suoi accoliti, e vediamo gli uomini, sempre secondo Demetrio. Gli uomini sono dotati di sensibilità e talenti; gli uomini preferiscono l’agire poetico al fare; gli uomini sono miti e antepongono la mansuetudine alla concitazione, il raccoglimento al clamore ecc.
E il femminile della specie umana? E’ anche esso divisibile in femmine e donne? Secondo Demetrio, che è un animo nobile e un vero signore, no. Le donne non le chiameremo mai femmine, dice lui, «perché sempre dotate di qualcosa di più dei maschi» (p.112). Troppo buono. Io invece che sono più passionale di Duccio e sono anche molto indignata, non posso non pensare a un’equivalente ripartizione tra donne e femmine, soprattutto non potevo non pensarlo martedì sera osservando con attenzione, durante l’ultima puntata di Ballarò, le due (un record!) donne presenti. C’erano Susanna Camusso, segretario generale della CGIL e Annamaria Bernini Bovicelli, ministro per le Politiche Europee, a rispecchiare in maniera esemplare la nostra (non di Demetrio) ripartizione. Da una parte la femmina (indovinate quale delle due): fisico palestrato, taccazzi a spillo da vertigine, pettinatura elaborata e probabilmente studiata per far scomparire la fronte bassa, ma soprattutto eloquio aggressivo dal quale non trapelava alcun contenuto nuovo, se non la solita parte assegnata dall’alto, imparata a memoria (o letta sull’IPad) e declamata urlando; dall’altra la donna (anche qui, indovinare quale): normale, con la faccia non truccata e il fisico non palestrato, le scarpe basse e l’abbigliamento comodo ma soprattutto con la parlata pacata e intensa, piena di contenuti espressi con passione vera, di chi ha vissuto stagioni di lotta, di chi ha scelto di stare dalla parte dei lavoratori, degli oppressi, della parte debole, delle donne e quindi anche delle femmine, anche se queste non l’hanno ancora capito.

Internet ombra

giugno 13, 2011 by

Come tutti abbiamo visto in questi mesi, le nuove tecnologie sono state fondamentali per l’inizio della “Primavera araba”. Non solo, in tutti i paesi dove la democrazia è un’utopia, è solo grazie ad internet, ai social network e alla comunicazione che si tiene in vita la speranza di un futuro migliore. In questo articolo, apparso oggi su Repubblica, si spiega come e perchè la più grande democrazia del mondo si stia impegnando attivamente per creare una sorta di “internet ombra” che non possa essere censurato o chiuso, per aiutare tutti i paesi dove la libertà non esiste.

Questo il link: http://www.repubblica.it/esteri/2011/06/13/news/internet_invisibile-17608484/?ref=HREC1-2


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