Molti di noi conoscono il “carosello” solo per fama, per sentito dire, in quanto l’ultima puntata andò in onda il primo gennaio del 1977.
Ebbene, il carosello , nato nel 1957 era una trasmissione televisiva della Rai che consisteva in una serie di filmati ai quali faceva seguito un messaggio pubblicitario , chiaro e breve. Era una società, quella italiana degli anni sessanta e settanta, profondamente diversa da quella di oggi. La Rai era veramente una “madre” che entrava in punta di piedi nelle case degli italiani e , pur dovendo pubblicizzare e vendere un prodotto commerciale, lo faceva portando avanti allo stesso tempo un messaggio intrinseco di valori educativi ( educativo nell’accezione più pura in quanto insegnava l’italiano alle centinaia di migliaia di analfabeti degli anni ’50).
Il messaggio pubblicitario ha avuto un ruolo dominante nel panorama televisivo italiano dalla nascita della tv pubblica, a quello della tv privata a scopo commerciale sino al satellite e ad oggi al digitale terrestre. E’ stato , lo spot tv, un mediatico dal potenziale enorme nell’influenzare la società e spostare i suoi valori di riferimento. Ad un certo punto sembra però che i creativi siano andati oltre. Negli ultimi anni si assiste alla diffusione di spot non solo il cui messaggio risulta incomprensibile ma traligni il normale senso etico dell’ “uomo comune” , dell’ “uomo della strada” per usare un’espressione cara a Fabris. Questo travisamento si riscontra soprattutto in spot che reclamizzino prodotti dall’utilità discutibile o comunque non di prima necessità come profumi (soprattutto nel periodo natalizio) e automobili.
“Feste gioielli ville vivere negli eccessi ancora di più. Cos’è il successo? E’ ciò che possiedi? L’ostentazione è morta! Allora che cos’è il lusso? E’ il piacere che ti dà una cosa o il fatto di possederla? E’ puntare al massimo, volere sempre di più non essere soddisfatti mai. E’ avidità. tu non sai di cosa parli? A volte il vero lusso sta nelle cose più semplici. Sei solo un sognatore. A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo? Il lusso è un diritto!”
Questo spot sembra esemplare per poter analizzare la sua valenza comunicativa a più livelli. Può piacere o non piacere ma di certo non lascia indifferenti. Ciò perché il messaggio è studiato perché ad una lettura o meglio una visione disattenta e frettolosa non sia possibile comprenderne al meglio il significato ( ammesso che ce ne sia uno). Vincent Cassel soffre nello spot di uno sdoppiamento della personalità, sembra una specie di “gollum” certo più affascinante esteticamente ma anche più superficiale. Il dialogo ( che dovrebbe essere interiore ma sembra più tra Cassel e il cameraman che lo riprende) gioca su una serie di domande a cui fanno seguito risposte che cercano di far emergere due visioni diverse di intendere il lusso : una più grandiosa, fatta di sfarzo e di eccessi e una più contenuta. Il popolo del web su questo spot ha dibattuto parecchio e si trovano commenti utili a chiarire alcuni leciti dubbi: innanzitutto a molti (compreso il sottoscritto) questo spot ha fatto rabbia. Ha fatto rabbia perché innanzitutto la nostra generazione ha o dovrebbe aver acquisito una consapevolezza tale da aver intuito che l’automobile , da un punto di vista storico sarà stato un esperimento infelice durato un secolo e mezzo; poi se uno ha in odio l’inquinamento e lo sfruttamento del pianeta non può che vedere di mal’ occhio uno spot di un prodotto di un’industria di una famiglia, anzi la più importante famiglia che scelse l’automobile al posto del treno come scelta capitalista al solo scopo economico e non sociale e ambientale; e, in ultima analisi, continuare a parlare di “lusso” in un Italia che non è mai stata così povera dal dopoguerra ad oggi pare una scelta quantomeno infelice. D’altro canto i pareri favorevoli , espressi da quei giovani che ancora, (grazie a “mammà”?) possono permettersi dei commenti favorevoli hanno detto, anzi scritto, che il messaggio che traspare è invece fortemente etico e “pulito” perché insegna che il lusso può stare anche nelle piccole cose, come una piccola utilitaria italiana (Ricordo che l’automobile in questione parte da un listino di 12.510 € e che la disoccupazione giovanile è superiore al 30%, e se uno non ha neanche il lusso del lavoro, dell’Alcantara se ne fa poco o niente).
Continuando a parlare di spot di auto…
Ecco, forse l’unico commento possibile a questo spot lo propone proprio lo spot stesso: “sfacciatamente unico” . Magari rimanesse unico quest’esempio di arroganza pubblicitaria il cui scopo dovrebbe essere quello di convincere chi ambisce al Suv a spendere poco. Sarebbe interessante capire se dietro a fenomeni del genere esistano approfonditi studi di psicologia o di analisi transazionale miranti a convincere il pubblico all’acquisto o se invece siano solo il frutto di qualche creativo intellettualoide che , magari perché pagato poco e male, segua la prima idea che gli passi in mente.
E ancora..
Questo, forse, è ancora più grave. E ci consente di fare una riflessione sulla dicotomia dei significati dei messaggi che ci “bombardano” continuamente. Questo spot utilizza un primo messaggio che ha una portata oggigiorno seria ed eticamente correttissima: si tratta del “downshifting” o (tradotto) “semplicità volontaria”, è il “tornare alle origini” proposto dallo spot stesso, ovvero persone che stufe degli eccessi, dell’ipocrisia che viviamo in questa rivisitazione del terzo secolo dopo Cristo (quello per intenderci dove tutti bevevano, mangiavano e giravano su quadrighe di lusso e poi sono arrivati i barbari e l’impero ha fatto flop, o crack se vogliamo) ebbene, queste persone rifuggono la vita stressante e si lasciano alla natura (non come gli hippies agli eccessi della natura) ma come contadini, pastori, taglialegna e quant’altro di semplice e genuino ci sia . Persone che prendono decisioni di tale drammatica portata (abbandonare tutto “sul più bello” e ricominciare da capo) siamo sicuri che si lascerebbero riportare alla “non-vita” da una mercedes tra l’altro dal dubbio valore estetico? Ecco quindi che un messaggio pubblicitario, pur partendo da un messaggio di grande valore etico riesce a ribaltarne completamente i contenuti e gli effetti.
Questi pochi esempi di comunicazione pubblicitaria vanno poi messi in relazione considerando che il fruitore del mezzo tv viene sottoposto, 30 secondi dopo 30 secondi, di spot in spot a una serie di messaggi più diversi e dai contenuti più distanti tra loro. Per fortuna non esistono solo esempi negativi di pubblicità, sebbene ad una sensibilità umanistica e romantica possano sembrare i maggioritari, ma talvolta, ci si imbatte anche in spot dall’ampio valore etico e morale, come per esempio tutta la sfera della pubblicità progresso o di quegli enti no profit che operano in situazioni del globo a rischio umanitario, come questo :
Questo genere di messaggio , perfettamente incastonato negli altri, di cui sopra, come può sopravvivere nel pensiero dello spettatore senza essere sopraffatto dalla mole dell’altro genere? Come può un tale sovrapporsi di messaggi così diversi, così antitetici lasciare lo spettatore indifferente nelle proprie considerazioni da consumatore, sia di tv che di prodotti da essa reclamizzata. Come può non accendersi un moto di disgusto nel vedere per 30 secondi la gaia famiglia della “mulino bianco” consumare l’ultima novità al cioccolato e dopo 30 secondi assistere a un bambino dell’Angola gonfio d’aria accasciato per terra morente di fame.
Sono questi i paradossi del messaggio pubblicitario. Sono queste le distorsioni gravi, ben più che non le campagne Benetton (ne abbiamo discusso in classe), che tuttavia si limitano a un “Patè de bourgeois” , sconvolgere il ben pensante tanto perchè si ricordi di essere stato sconvolto al momento dell’acquisto. Il cattivo messaggio pubblicitario è più subdolo, ha una carica “non-etica” distruttiva, si inculca spot dopo spot nella mente dell’utente e appiattisce ogni livello critico, disarma i sensori di attenzione e crea nichilismo per cui un auto di lusso o un bambino che muoiono valgono entrambi 30 secondi.
d.o.