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Chi è Luther Blisset?
Aprile 4, 2008Web semantico e web 2.0
Settembre 20, 2007Per chi, come me, prepari gli argomenti d’esame anche sul testo “La giostra multimediale” di Cultrera e Protetti, segnalo una discrepanza tra quanto riporta il testo sul “Web 2.0″ e la definizione che normalmente se ne dà.
Gli autori lo identificano con il “web semantico”, ossia un modello programmazione web nel quale ogni oggetto pubblicato (pagina html, immagine, video, file…) sia associato ad una “scheda” con informazioni e dati che ne specifichino le caratteristiche e lo scopo, in modo da permetterne l’interpretazione automatica. Questo modello ha bisogno di andare oltre l’html e si sta lavorando per la sua adottabilità. Se il web classico è fatto solo per l’uomo, con i motori di ricerca che si limitano alla corrispondenza di parole, quello semantico deve permettere ai programmi di capire cosa contenga ogni pagina. Se i tag dell’html servono principalmente per la formattazione (anche se non era così all’origine, quando dovevano indicare la sostanza di ogni dato), quelli semantici qualificano le caratteristiche di ogni dato o oggetto.
Normalmente, invece, per “web 2.0″ si intende un modello di rete partecipata, nella quale gli utenti interagiscono e creano i contenuti. Così dal sito web personale si passa al blog, dalla documentazione classica alla wiki, dallo store classico ad Amazon.
Non sono sicuro che non si tratti semplicemente di due concetti diversi chiamati con lo stesso nome, piuttosto che di un errore. Tuttavia, in rete non ho trovato associazioni tra web semantico e 2.0, che viceversa ho visto sempre associato al secondo concetto.
Sullo stesso testo, si parla della stickiness dei siti, la loro “appiccicosità”, la capacità di tenere gli utenti sul sito, oltre che di fidelizzarli. Segnalo solo che su Wikipedia si ritiene che, nel web 2.0, l’enfasi si stia spostando dalla stickiness alla syndication (a cui non mi sembra si faccia riferimento nel libro), con tecnologie come Rss, Atom e tagging che rendono accessibili i contenuti anche in programmi esterni (come gli aggregatori di feed), che colleghino anche al sito.
Appunti (M.B.)
Maggio 26, 2007Per facilitarvi riporto un indice degli appunti caricati:
Evoluzione dei media I Dalle origini all’invenzione della stampa
Evoluzione dei media II Dall’invenzione della stampa ai giorni nostri
Cenni sull’iperletteratura (su questo tema segnalo anche i lavori realizzati da alcuni studenti)
Il Phishing (idem)
Ricordo che si tratta di appunti sintetici e indicativi relativi alle lezioni svolte e al programma pubblicato.
II – Dall’invenzione della stampa ai giorni nostri
Maggio 26, 2007Concludo gli appunti schematici sull’evoluzione dei media con una serie di nozioni che possono diventare spunto per approfondimenti in tesine.
L’invenzione di Gutemberg determina il passaggio definitivo dalla cultura orale alla cultura di media.
Con l’invenzione della stampa, come si è detto, nasce il boom dell’editoria. Nel XV secolo si pubblicano 30-35 mila edizioni per 20 milioni di esemplari (la popolazione europea allora 100 milioni abitanti); nel XVI secolo: 150-200 mila edizioni per 200 milioni di esemplari. L’editoria diventa un’industria che supera il limitato obiettivo iniziale della “ripoduzione dei manoscritti” e cerca proprie forme anche di tipo economico (aumento del numero delle righe nelle pagine per usare meno carta, diminuire il formato, abbassare i costi). I primi passi sono l’eliminazione lettere capitali a colori (in rosso) e l’eliminazione delle lettere legate tra di loro (per imitare la scrittura)
I giornali (su questo tema indico solo alcuni spunti, facendo riferimento al corso di “Storia del giornalismo” della professoressa Milan)
Inizialmente: notiziari e bollettini a carattere economico o politico (chiamati “libri di notizie”; il più antico è “The Treve encountre”, 1513, Londra, 12 pagine).
Nascono gli “Avvisi” e le “Gazzette” (Italia e Francia), le “Nouvelles” e i “Canards” (Francia), i “News papers” (Inghilterra) gli “Zeytungen” (Germania).
1611: “Mercure Francais” con periodicità annuale. Va notato che il potere si accorge subito dell’importanza della stampa, tanto che Richelieu assume il controllo del “MF”.
30 maggio 1631 nasce la “Gazete” (fondata da Théophraste Renaudot): 4 pagine, formato 23×15, articoli su una colonna; periodicità settimanale. Quattro mesi dopo appare il primo annuncio di pubblicità a pagamento della storia (riguarda le acque minerali di Forges: il medico del re le faceva bere a sua maestà). Nel 1778 la “Gazette” diventa quotidiano col nome di “Journal generale de France”, ma un anno prima è uscito il primo quotidiano francese, “Le Journal de Paris”.
Anche i miglioramenti dei servizi postali favoriscono la diffusione dell’informazione. In Gran Bretagna. Dopo il 1691, con l’avvio del recapito giornaliero di posta tra Dover e Londra, i giornali diventano quotidiani: “Daily Courant” (1702), “The daily Post” (1719), “The daily Journal” (1720), “The Daily Advertiser” (1730). “The Daily Advertiser” è il primo quotidiano che ospita regolarmente avvisi pubblicitari a pagamento.
Nel 1785 nasce il “Daily Universal Register” (diventerà “Times”) fondato dallo scozzese John Walter stampatore e libraio a Londra. Diventerà un grande giornale autorevole soprattutto durante le guerre napoleoniche (corrispondenti in tutta Europa)
Nello stesso secolo nasce il giornalismo politico (giornali con inclinazioni “tory” e “Whig” e gli editoriali a firma di noti scrittori)..
In Francia la censura ritarda la stampa. Prima della rivoluzione sono presenti 14 quotidiani, dopo i giornali parigini diventano 350, i giornali francesi 1400.
Agli inizi dell’Ottocento a Oarigi si prova a lanciare un giornale a grande tiratura e a basso costo. La prima idea è di Emile de Girardin che fonda “Le voleur” (1829) realizzato rubando articoli agli altri giornali per risparmiare le spese di redazione.
Il successo popolare viene ottenuto anche affidando a celebri scrittori rubriche o romanzi a puntate (feuilleton, in Italia “romanzi d’appendice”) e cominciando a pubblicare le prime illustrazioni (incisioni).
In America si sottolinea il ruolo di Benjamin Franklin (famoso per molte cose, ma anche stampatore a Filadelfia) che dal 1732 pubblica il “Poor Richard’s Almanac”: Franklin usa un linguaggio molto chiaro, comprensibile a tutti condfizionando il giornalismo moderno americano.
Nel 1833 Benjamin Day fonda “The Sun”: è la nascita del giornalsimo popolare (basso prezzo di vendita, sensazionalismo, indiscrezioni, cronaca che si ispira alle tre “S” del giornalismo: sangue, soldi, sesso).
Nello stesso periodo nascono centinaia di giornali che puntano sull’informazione locale ottenendo grandi successi di vendita.
Per quanto riguarda l’Italia rinvio al corso segnalato.
Come si evolvono gli strumenti
La tipografia resta praticamente inalterata per oltre 300 anni, nel torchio vengono inseriti solo ingranaggi metallici; alla fine del Settecento, il torchio Stanhope (dall’inventore) è completamente in ferro. I giornali vengono stampati con “batterie” di torchi.
Siamo nella prima rivoluzione industriale, quella del ferro e del vapore. Nel 1810 il tedesco Koenig realizza per l’editore Bensley (Londra) la prima macchina di stampa a vapore: l’energia termica sostituisce le braccia dei torcolieri.
Così come il torchio, anche questa macchina stampa ancora su una sola facciata (bianca), il retro (volta) veniva stampato successivamente e riservato, perciò, alle notizie più fresche. Nel 1825 l’inglese Napier introduce delle pinze che “girano” il foglio consentendo le due passate e, perciò, la stampa in bianca e volta
Nel periodo tra il 1845 e il 1861 nasce e si perfeziona la rotativa (la prima è realizzata nel 1846 da Richard Hoe a Filadelfia), favorita dall’energia termica (poi elettrica) dalla scoperta dei cilindri rotanti inchiostrati, dalle “pinze” che consentono la stampa bianca e volta, dalla sostituzione dei fogli di carta con le bobine (grandi rotoli di carta).
Il principio della rotativa è l’incontro di due bobine: una porta la carta, sull’altra è fissata la matrice. Per la matrice si applica l’invenzione del tedesco Kronheim (1848), il flano (un cartone a base di amianto sul quale viene impressa la pagina: il flano passa in stereotipia dove, nella fonditrice si realizza il semicilindro cavo da installare sul cilindro della rotativa).
Nonostante il progresso nei sistemi di stampa, per la composizione si utilizzano ancora i caratteri mobili come ai tempi di Gutemberg. Il passaggio è la Linotype (“One line of type”) messa a punto e commercializzata tra il 1868 e il 1890: il procedimento consiste in una tastiera sulla quale il tipografo-compositore ridigita il pezzo. La macchina produce le linee di piombo che verranno inserite nella forma sul bancone del tipografo-impaginatore. Per realizzare i titoli si utilizzerà la monotype, inventata poco dopo.
Un’ulteriore evoluzione è data dalla Teletypesetter (1930): il testo viene battuto su una tastiera, la macchina produce una banda perforata che, inserita in una linotype adatta, produce la composizione senza un nuovo passaggio da parte del compositore (l’utilità è enorme per giornali che stampano le proprie edizioni in diverse città). La banda perforata viene utilizzata anche per teletrasmissione a distanza.
Nel secondo dopoguerra si introducono le nuove tecnologie per sostenere la concorrenza con i nuovi media, la concorrenza tra giornali, aumentare la velocità di realizzazione, aumentare il numero delle pagine (per “portare” più pubblicità) e soprattutto per ridurre i costi eliminando i passaggi operativi (alla fine del secolo la categoria dei tipografi è ridotta al minimo). Le nuove tecnologie sono un portato della nuova rivoluzione industriale, quella dell’elettronica e dell’informatica.
I primi sistemi sono utilizzati per la teletrasmissione delle pagine: un giornale può stampare lo stesso prodotto in diverse tipografie poste a centinaia di chilometri di distanza.
Dai primi anni Sessanta si applica la fotocomposizione (basata sulla trasposizione fotografica della pagina): finisce la vecchia tipografia “a caldo” (col piombo) e sorge la tipografia “a freddo” (col tavolo luminoso).
Per accelerare la produzione e ridurre i costi ci si applica all’eliminazione della ribattitura dei testi (il giornalista lo scriveva, lo inviava su carta in tipografia dove veniva ricomposto). Nascono i sistemi VDT (Video display terminal) applicati prima alle sale di composizione delle tipografie (sistema tipografico) e poi nelle redazioni (sistema editoriale) per arrivare alla Videoimpaginazione: l’articolo composto dal redattore va direttamente in pagina, eliminando i tipografi-compositori e i correttori di bozze e quindi anche gli impaginatori.
Sull’evoluzione dei giornali, la ricchezza e la rapidità delle notizie incidono anche gli strumenti di comunicazione. Inutile ricordare che nei primi anni dell’800 il sistema più veloce di comunicazione erano i piccioni viaggiatori (la prima agenzia di stampa, fondata da Charles Havas a Parigi nel 1835 utilizzava questo sistema).
Un altro sistema era il “telegrafo ottico”, usato fin dall’antichità (la luce degli specchi o il fumo) e diventato strumento vero e proprio alla fine del Settecento (è costruito da un palo che regge un regolo in legno a tre braccia: le diverse posizioni del regolo costituiscono un codice). Si legge “a vista” grazie a un cannocchiale.
Contemporaneamente si studia il telegrafo elettrico. Il telegrafo con i fili (usa il sistema di Morse punto e linea) introdotto da Samuel Morse attorno al 1830 funziona, ma è scarsamente affidabile: collega stazioni fisse a linea è alternata (io trasmetto tu ricevi, tu trasmetti io ricevo), è lento. Inoltre le linee possono interrompersi per moltissimi motivi.
Alla fine del secolo (tra il 1895 e il 1897) Guglielmo Marconi lancia il telegrafo senza fili e quindi la trasmissione a distanza di segnali.
I giornali saranno molto favoriti dal telex (Teleprint + Exchange) introdotto negli anni Trenta del Novecento. Si tratta di un sistema che utilizza, sia in partenza, sia in ricezione, tastiere simili a quelle della macchine da scrivere e basato su una banda perforata.
Alcune date.
Telefono: Meucci 1873 (Bell 1877 la sfrutta commercialmente).
Cinema: fratelli Lumiére 1895; primo film sonoro 1927; nel 1906-07 inventati i cartoni animati
Fonografo: 1877 T.A. Edison
Fotografia: prima Societé Photographique 1830 (Niepce e Daguerre)
Radio. La comunicazione fino agli esempi indicati ha sempre teso a mettere in contatto due punti. Anche la radio nasce con questa logica per usi militari. Il suo “difetto” era la relativa facilità con cui si potevano captare i messaggi.
La trasmisisone si avvale prima delle onde elettromagnetiche (Maxwell, 1864) e degli studi di Hertz (1887) che mostra come sia possibile diffondere nello spazio perturbazioni elettromagnetiche.
Nel 1894 Guglielmo Marconi mostra che le onde elettromagnetiche si possono raccogliere e trasmettere.
Scarsamente compreso in patria, Marconi emigrare in Inghilterra dove si occupa di trasmissioni per la flotta militare e commerciale. Nel 1896 brevetta la scoperta e fonda la Marconi Company (è la prima multinazionale nelle telecomunicazioni) con la quale nel 1899 sbarca negli Usa e ottiene grande risonanza riuscendo a trasmettere al “New York Herald” i risultati dell’America’s Cup prima che le barche tornino in porto. Dopo la prima guerra mondiale la Marconi verrà estromessa dal presidente Wilson a vantaggio dei colossi statunitensi.
Iniziano le prime trasmissioni radio. Nel 1910 viene trasmesso in diretta un concerto di Caruso all’Opera House di NY.
Il business della radio, inizialmente, è la produzione di apparecchi (per questo se ne studiano modelli sempre più piccoli), non la realizzazione di contenuti. Ma le trasmissioni politiche (1920, elezione presidente Harding) e sportive (1921 incontro di pugilato Dempsey-Carpentier) la trasformano in uno strumento di comunicazione (si vendono i contenuti). La possibilità di utilizzare la radio a scopi commerciali, con la pubblicità, ne decreta il successo: il primo esperimento è del 28 agosto 1922 in una stazione di NY (offerta di appartamenti).
In Italia le prime trasmissioni radio sono del 1921. Negli anni Venti nasce l’Autoradio (in Italia, 1928).
La pubblicità genera la nascita di generi nuovi, oltre all’informazione e alla musica. Nascono : varietà, quiz, radiodramma.
Il valore persuasivo e di creazione di consenso della radio è dimostrato da una serie di fatti. Lo “scherzo” di Orson Welles (1938) che annuncia l’invasione dei marziani, ma soprattutto dall’uso che la politica comincia a fare di questo strumento. Il presidente Roosvelt propone un “dialogo” (unilaterale) diretto con le sue settimanali conversazioni “accanto al caminetto”; il nazismo con il ministro della propaganda Goebbels teorizza l’uso della radio (medium “caldo”) per suscitare emozioni e come strumento di politica estera (dal 1936 da Berlino trasmissioni a onde corte in 28 lingue). Risponderanno gli Usa con la “Voice of America” e gli altri paesi nel gorgo della guerra mondiale.
Il successo della tv nel secondo dopoguerra mette in ombra la radio, che si riprende con l’invenzione dei transitor (1948).
Le “radio libere” (o commerciali) in Italia. Si tratta di un’autentica rivoluzione che porta alla caduta del monopolio pubblico. Sono rese possibili dalla liberalizzazione delle frequenze grazie alla modulazione di frequenza, e alla diminuzione dei costi (piccoli gruppi privati possono realizzare una stazione anche in uno scantinato). Per capire il fenomeno occorre mettere assieme alcuni elementi diversi tra di loro ma sostanzialmente convergenti: Radio Luxemburg che, con capitali americani, trasmetteva in onde medie su M208, la sua discendente diretta Radio Montecarlo che dal 1966 propose una musica indirizzata ai giovani e la figura del dj, alcuni film che valorizzano la figura del dj (“American Graffiti”) e la trasmissione di Arbore e Boncompagni “Alto gradimento”, nata in Rai nel 1970. Ma anche la passione politica: nel 1970 Radio Sicilia Libera di Danilo Dolci trasmette illegalmente nel Belice, provando a rompere il monopolio Rai.
Nel gennaio 1975 Radio Parma e nel marzo dello stesso anno Radio Milano International (diventerà il network One-O-One) e Radio Emmanuel di Ancona tornano alla carica. L’Escopost sequestra gli impianti, ma una sentenza pretorile stabilisce la legittimità delle trasmissioni.
In pochi mesi le “radio libere” sono 150. Nel 1979 saranno 2600. L’età media di imprenditori, dj, tecnici, in questo periodo, è tra i 20 e i 23 anni.
Nel 1994 si cerca di fare ordine in questa giungla, assegnando le frequenze a 2050 emittenti.
La tv. Il nuovo mezzo primeggia dagli anni 50.
L’idea della tv (trasmissione a distanza di immagini) nasce nella prima metà dell’Ottocento. Una serie di invenzioni (elettricità, fotografia, cinematografia, e radiofonia, ma anche, ovviamente, l’uso del selenio, le cellule fotoelettriche del 1890, il tubo a raggi catodici del 1897, il ricevitore a raggi catodici del 1907, il progetto di telecamera elettronica del 1911) sembrano accelerarne l’evoluzione.
Ma è un obiettivo soprattutto scientifico che non interessa né ai governi né alle imprese. Il successo del cinema e della radio negli anni Venti danna alla tv un connotato anche economico: la radio ha dimostrato di poter diventare un medium autonomo dotato di enorme capacità persuasiva politica e commerciale.
I primi esperimenti pubblici di tv avvenono in Germania (1928), Inghilterra (1929), Italia (1930), Francia (1932). L’Inghilterra dà il via al primo servizio pubblico di tv (2 novembre 1936), mentre negli Usa le trasmissioni si inaugurano nel 1939.
La guerra blocca le evoluzioni del sistema. Ma subito dopo sono gli Stati Uniti (non ci sono problemi di ricostruzione) ad accelerare lo sviluppo che si espande negli anni ‘40 e viene esportata negli anni ‘50 e negli anni ‘70 in tutto il mondo.
L’esportazione porta anche a imporre ovunque il “modello americano” sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista dell’organizzazione.
Fino a questo punto – e cioè fino ai primi ottanta anni del Novecento – abbiamo parlato di mezzi di comunicazione che rispondono alla legge delle divergenze: anche i mezzi di comunicazione elettronica (ancor più quelli a stampa) sono tra loro separati come tecnologia e come uso.
La svolta verso la convergenza si ha soprattutto con la trasformazione dei segnali in forma digitale, con l’avvento di internet come fenomeno di massa, con il successo dei telefoni cellulari che diventano “portatori” di servizi ben maggiori rispetto a quelli della semplice telefonia, degli schermi – di computer e della tv – trasformati in “terminali” dell’information society e cioè utilizzabili per molti altri servizi.
Carlo Rognoni e lo stato delle telecomunicazioni
Maggio 25, 2007L’incontro con il consigliere d’amministrazione RAI Carlo Rognoni di venerdì 11 maggio ha offerto una panoramica sullo stato della RAI e una carrellata storica sull’evoluzione delle telecomunicazioni in Italia.
Al giorno d’oggi ci si muove in uno scenario incerto e in evoluzione dove in media si prestano 3 ore al giorno di attenzione alle emissioni televisive, anche se nell’ultimo anno c’è stato un calo di circa 10 minuti al giorno. Inoltre, sulla scorta di quanto stabilito dall’Unione europea si sta lavorando in modo tale da adottare il digitale terrestre il prima possibile.
Il digitale terrestre è una tecnologia tipicamente europea che offre una serie di vantaggi, tra cui quello di impiegare una quantità inferiore di spazio di una frequenza durante la trasmissione dei dati; infatti il massimo di bit trasmissibili è di 350 milioni al minuto: una rete analogica ne impiega 25 milioni contro i 5 del digitale terrestre. Inoltre il digitale terrestre consente di creare delle reti a singola frequenza. Lo scopo è quello di permettere il fiorire di un numero sempre maggiore di editori.
Quando nel 1954 nacque la RAI le frequenze erano poche e pertanto vennero tutelate come un bene pubblico da non affidare a privati, ma con la sentenza n.202 del 1976 la Corte costituzionale aprì la strada all’esercizio dell’editoria televisiva anche a emittenti locali, lasciando il privilegio della diretta alla RAI. L’imprenditore Silvio Berlusconi, proprietario di Telemilano, iniziò a fare accordi con altre reti locali sparse per il territorio nazionale e diede così vita a Canale 5 nel 1980.
Per aggirare il divieto alla diretta, i programmi intervallati dalla pubblicità venivano registrati su videocassette da inviare alle varie reti locali, le quali non potevano trasmettere tali programmi in simultanea (altrimenti si sarebbe creato l’effetto diretta).
Un passo importante in direzione della rottura del monopolio RAI si ebbe nel 1982, quando un pretore decise di chiudere le TV locali. L’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi tornò in fretta e furia dal Regno Unito, dove si era recato per incarichi di governo, al fine di fermare l’iniziativa del pretore tramite decreto. Contestualmente Craxi sostenne di essersi mosso in modo tale da dare più potere al presidente del Consiglio di Amministrazione RAI e al direttore generale; inoltre iniziò la pratica di spartizione politica delle tre reti RAI (RAI 1 alla DC, RAI 2 al PSI, RAI 3 al PCI) in modo tale da ottenere il consenso di democristiani e comunisti.
Nonostante ciò il sistema radio-televisivo rimase fondamentalmente privo di regole e pertanto la legge Mammì (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Mamm%C3%AC) del 1990 tentò di colmare le gravi lacune. Un nuovo obiettivo della politica fu quello di promuovere a fianco del pluralismo interno (cioè un’adeguata offerta di spazio a tutte le forze politiche all’interno di RAI e Fininvest), il pluralismo esterno (cioè la nascita di altre emittenti al di fuori del duopolio RAI/Fininvest). La nuova legge ebbe il merito di introdurre il concetto di antitrust, mediante la creazione di un’Autorità garante; stabilì inoltre che il CDA RAI dovesse essere composto da 16 membri. Ma con la legge di riforma dal 1993 il numero venne portato a 6 membri scelti dai presidenti delle Camere. Poiché all’epoca la presidenza della Camera era in mano a Giorgio Napolitano e la presidenza del Senato a Giovanni Spadolini, tale scelta venne vista come una buona maniera per mettere d’accordo l’area ideologica di centro-sinistra e quella di centro-destra.
Dal momento che la legge Mammì aveva intenzione di non intaccare lo status quo consolidato, si decise di fissare il tetto massimo di reti che potevano essere possedute da eventuali nuovi editori a tre, cioè il numero in possesso dei due poli già esistenti.
Nel 1993, in seguito all’entrata nell’agone politico di Silvio Berlusconi, presidente del gruppo Fininvest, nacque il problema di legiferare a riguardo della compatibilità tra cariche pubbliche e possesso di reti televisive (e altri media). Pertanto nel 1997 venne messa a punto la Legge Maccanico (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Maccanico).
Inizialmente erano state pensate due leggi, – una per l’istituzione dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, http://www.agcom.it/) e una per definire i poteri dell’Autorità -, ma alla fine venne approvata solo la prima.
La legge cambiò il principio antitrust stabilendo che: 1)nessun soggetto destinatario di concessioni televisive poteva raccogliere proventi in misura superiore al 30% delle risorse del settore televisivo in ambito nazionale; 2)nessun soggetto destinatario di concessioni televisive poteva irradiare più del 20% delle reti televisive analogiche e dei programmi televisivi in ambito nazionale.
Si decise inoltre che ciascun editore non avrebbe dovuto avere più di due reti televisive, eccetto la RAI che ne avrebbe potuto avere tre a condizione che quella eccedente si fosse retta autonomamente senza l’ausilio di pubblicità. Per quanto riguarda Mediaset si stabilì che Retequattro sarebbe diventata una televisione satellitare non appena l’Italia avrebbe avuto “un numero congruo di parabole satellitari”. L’ambigua dicitura costrinse nel 2002 la Corte costituzionale a emanare una sentenza per la quale nel 2003 Retequattro sarebbe dovuta andare comunque su satellite. Tale sentenza venne però superata con la nascita della cosiddetta legge Gasparri (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Gasparri).
Tra i punti salienti della Gasparri troviamo:
1)un invito alla RAI per la realizzazione di multiplexer (http://it.wikipedia.org/wiki/Multiplexer) mediante digitale terrestre;
2)l’articolo 2 che stabilisce che la rete nazionale è quella che raggiunge il 50,1% della popolazione (in precedenza doveva raggiungere l’80% della popolazione);
3)il diritto ad accedere al digitale terrestre solo per chi già opera su analogico;
4)nuove regole per la composizione del CDA RAI che riportano il controllo della RAI al parlamento: infatti il numero di consiglieri viene portato a nove, sette dei quali eletti dalla Commissione di Vigilanza (quattro assegnati alla maggioranza, tre all’opposizione), uno dal Ministero dell’Economia (azionista di maggioranza della RAI) e il rimanente presidente del Consiglio di Amministrazione proposto dal Ministero dell’Economia ma eletto con una maggioranza di almeno due terzi dagli altri otto consiglieri. Una volta insediatosi il CDA sceglie il direttore generale che viene nominato dal ministro dell’Economia. Il mandato del CDA e del direttore generale è di tre anni rinnovabili;
5)nuovi parametri relativi all’accesso alla pubblicità per i quali la RAI avrebbe diritto a trasmettere 70.000 secondi di pubblicità alla settimana, contro i 350.000 secondi di Mediaset.
Con il cambio di governo avvenuto nel maggio 2006, si decise di legiferare nuovamente a riguardo: il decreto Gentiloni si muove nella stessa direzione stabilendo che dal 2009 una rete RAI, una rete Mediaset e una rete Telecom dovranno spostarsi sul digitale terrestre, mentre dal 2012 sarà disponibile solo il digitale terrestre. A tale scopo è stato creato un centro di coordinamento tra RAI, Mediaset e Telecom al fine di affrontare al meglio i vari cambiamenti in atto.
Sullo stesso tema in questo blog:
dibattito “Dove andremo a finire?”
altro resoconto
I – Dalle origini all’invenzione della stampa
Maggio 25, 2007(si tratta di appunti molto schematici che, volendo, possono essere approfonditi…)
Il messaggio più antico: raffigurazioni pittoriche del paleolitico.
Periodo: tra 30 mila e 100.000 anni fa (homo sapiens).
Strumento: dipingevano con le dita e con rudimentali pennelli o carbone di legna. Per le incisioni un coltello di selce.Probabilmente da alcune migliaia di anni esisteva già un linguaggio necessario per le prime forme di società. La comunicazione gestuale è stata la prima forma di linguaggio. Si ha una grande evoluzione quando l’uomo diventa maggiormente “stanziale” (agricoltore e allevatore) tra 6000 e 3000 a.C.: gli insediamenti e i lavori collettivi portano a una vera rivoluzione.
Scrittura: prodotto di civiltà urbane, non fatto naturale. La maggior parte delle lingue del mondo non sono mai state scritte.Nasce soprattutto per motivi soprattutto politici di controllo: la casta dei sacerdoti si dà una contabilità per i tributi e le offerte.
Contenuto della scrittura: rapporto tra significato e significante. Successivo passaggio: da ideogramma (il segno rappresenta una “cosa”) a scrittura fonetica (il segno rappresenta un suono). Per molto tempo i due sistemi convivono.
Invenzione della scrittura: attribuita ai Sumeri. Epoca: tra il 5000 e il 4000 a.c.. Zona: Mesopotamia (oggi Iraq) tra il Tigri e l’Eufrate. Organizzazione sociale: città-stato, popolazione dedita ad agricoltura e allevamento soprattutto ovino. Probabile spinta: la possibilità di realizzare supporti grazie alla ricchezza di argilla.
Prime testimonianze di scrittura: pittogrammi. Epoca: attorno al 3300 a. C. Tipo di scrittura: immagini di animali e piante con altri segni (probabilmente numeri).
Con la scrittura cuneiforme i segni si stilizzarono assumendo forme di chiodi (centinaia di segni spesso polivalenti). Il cuneiforme si espande – anche tra i babilonesi – e viene adottato da popoli che parlano lingue diverse. Nascono (tra II e I millennio) i primi dizionari e l’insegnamento di altre lingue. Il cuneiforme dura fino al I secolo a. C.
La scrittura segna una rottura di potere tra chi sa e chi non sa scrivere e leggere, tra chi sa informarsi e chi deve avere informazioni dirette. Gli scribi assumono grande potere. Lo scriba era il primo livello di burocrazia, la burocrazia necessaria in uno stato grande e centralizzato (in Egitto come in Cina), e l’elemento base dei sacerdoti e dei sapienti.
Geroglifici: primi documenti attorno al 3100 a.C. Scrittura con segni fonetici, con ideogrammi e alcuni segni alfabetici. Compaiono soprattutto per motivi religiosi, per le scritture necessarie ad accompagnare i morti. In Egitto (un solo monarca in un grande regno) si diffondono velocemente.Il geroglifico vive per tremila anni senza variazioni. In generale il senso della lettura è da destra a sinistra (lo è ancora nell’arabo e nell’ebraico); se non lo è si segue il senso delle figure animate sempre disegnate di profilo. Non seguivano sempre una stessa direzione, ma lo scriba tendeva soprattutto a riempire i vuoti.
Il geroglifico era usato soprattutto per le scritture di carattere monumentale. Altra scrittura parallela: ieratico, più rapida, con molte semplificazioni, utilizzata anche per le bende delle mummie. Le due forme di scrittura convissero. Verso la fine dell’epoca dei faraoni si diffonde una nuova scrittura – una sorta di stenografia – il demotico.
Supporti utilizzati: pietra (iscrizioni ufficiali), terracotta o calcare (appunti a pennello), tavolette di legno a volte ricoperte di cera (scuole).
“Libri dei morti”: lunghi rotoli di papiro o di cuoio o di lino deposti nelle tombe. Probabilmente costituiscono la prima realizzazione in serie di documenti (realizzati dai sacerdoti).
Papiro: il supporto più nobile usato dagli egizi (“papier” francese, “paper” inglese, “papel” spagnolo, “pape” genovese, ecc.). Usato già nel III millennio a. C. Caratteristiche: facile da produrre, robusto, leggero, più facilmente trasportabile rispetto alle tavolette d’argilla, è facile scrivervi con un pennello e inchiostro. Si diffonde in tutto il mondo dopo la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro il Grande.
Produzione: il midollo della pianta diviso in striscioline che sono sovrapposte in strati verticali e orizzontali; quindi schiacciato, battuto a martello, e asciugato al sole. Le strisce (usate arrotolate) formate da vari pezzi incollati.
Nasce il riuso del supporto: gli scribi riutilizzavano i papiri cancellando i testi non più utili.
Colori usati: nero (dal nerofumo) e il rosso prodotto con l’ocra. Il rosso (ruber, da qui “rubrica”) utilizzato per sottolineare, inquadrare i testi, titolare e numerare i capitoli).
In Oriente: tra III e II millennio in India, si sviluppa la cultura Harappa (sequenze di segni e una figura).
Ideogrammi cinesi: prime iscrizioni su frammenti di terracotta (V millennio ac). Alla fine del II millennio sistema di scrittura organizzato. Supporti: ossa di bovini, gusci di tartaruga (scopo rituale), poi pietra.
La scrittura separa le classi sociali (gli eruditi sono i mandarini) ma unifica una grande area dove si parlano lingue diverse (Cina, Vietnam, Corea, Giappone).
I primi libri in Cina risalgono a circa il 500 ac. Supporti: tavolette in legno o lamelle di bambu e scrittura su seta (più costosa).
Intorno al III sec viene inventato il pennello (prima si incideva).
Alfabeto: segni distinti per ciascun suono; è la lista di 20-30 lettere che indicano i suoni più semplici nei quali si può scomporre una lingua e che permettono di scrivere quella lingua.
Attorno al 1300 a.C. nella regione siro-palestinese presenti due forme di alfabeto: il cuneiforme e uno simile a quello lineare fenicio: alfabeto composto di 30 lettere. L’alfabeto ungaritico (area di Ungarit) scoperto nel 1920.
Alla metà del XII sec aC in Fenicia (oggi Libano) si sviluppa scrittura formata di 22 segni (solo le consonanti, le vocali furono aggiunte dai greci): alfabeto chiamato lineare in contrapposizione al cuneiforme. Il lineare adatto al papiro, il cuneiforme adatto a tavolette d’argilla. Dal lineare derivano tutti gli alfabeti occidentali.
Perché i fenici? Necessità imposta dal commercio (documentazioni scritte).
L’alfabeto fenicio introdotto in Grecia con l’aggiunta delle vocali.
Disco di Festo, trovato a Creta, 17 cm, in argilla, inciso su entrambe le facce utilizzando 45 punzoni diversi per i vari caratteri: costituisce il primo tipo di incisione a caratteri mobili.
Precedentemente in Grecia soprattutto cultura orale (poemi omerici sotto forma orale) che è alla base della retorica. I due tipi di comunicazione convivono.
Grande trauma passaggio tra orale e scritto. Platone critica la scrittura: ucciderà la memoria, le cose verranno richiamate alla mente da segni esterni e non più dall’interno di se stessi; la scrittura è immobile, non sa approfondire, non risponde, è sempre se stessa. Ma Platone critica la scrittura scrivendo.
Supporti: pietra, bronzo, legno, cuoio e papiro.
Il papiro viene chiamato inizialmente “byblos” (da cui biblioteca). A scuola: tavolette di legno ricoperte di cera (“pinakes”), si usa uno stilo (“grafis”) di metallo, avorio o osso, da un lato appuntito (per scrivere) e dall’altro a forma di spatola (per cancellare).
La diffusione della scrittura porta a una democratizzazione della cultura e del sapere: si aprono le scuole (naturalmente con differenze per sesso, classe sociale, area geografica).
La scrittura diventa non più solo strumento per atti amministrativi, commerciali, ma per fissare espressioni culturali, civilizzazione, memoria collettiva del popolo.
Libri: a metà del V sec. manoscritti prodotti in unica copia e a richiesta. Costosi. Si leggeva ad alta voce e in pubblico: la lettura non era privata.
Nascono le biblioteche: ad Alessandria d’Egitto i Tolomei fondano biblioteca agli inizi del III sec. (circa 5000 mila volumi). Con gli esemplari doppi fu poi fondata biblioteca di Serapeo (40mila volumi). Nel I sec, le due biblioteche insieme contano 700mila volumi. Altre biblioteche in altre città. Alcune distrutte, alcune depredate.
I bibliotecari catalogavano, emendavano i testi, ordinavano copie ai copisti.
Pergamena: invenzione a Pergamo tra 197 e 159 aC. Usata fino al Medioevo. Le pelli di animale già si usavano. La pergamena è un procedimento: non si concia, ma si usa la disidratazione e l’essiccamento sul telaio con bagni in acqua e quindi in calce, raschiature, sfregature con pomice. Si utilizzano strati sottili di pelli di vitello, capre, agnelli, pecore. Procedimento lungo e costoso.Si usa in rotoli come per il papiro.
La scrittura in Italia compare tra VIII e VII sec nelle colonie della magna Grecia (prima Cuma). L’alfabeto greco viene già adattato dagli etruschi (700 aC).
Anche Roma assorbe alfabeto greco: la scrittura è usata inizialmente per pratiche religiose e magiche (alone di mistero: la parola che resta nel tempo e scienza nell’usarla).
La letteratura latina nasce nel III sec ac: si applica il modello greco per l’istruzione primaria e nascono scuole elementari che sostituiscono l’istruzione domestica. A scuola prevale sempre cultura orale (recitazione e lettura ad alta voce) e gli autori leggono in pubblico: negli auditorium e nei triclinium nelle case private, ma anche in luoghi pubblici (Foro, Terme, …). Grande diffusione della scrittura in tutte le pratiche religiose, politiche, culturali.
Strumenti: papiro (il rotolo, arrotolati su un’anima centrale in legno, osso o avorio viene chiamato “volumen”), tavolette di legno, cocci di vasellame e conchiglie, tavolette di legno ricoperte di cera. Per quanto riguarda il papiro, ne esistevano otto tipi di qualità diversa. Le tavolette di cera erano legate a due (dittici) o più di due (polittici). Il “liber” era la pellicola sotto la corteccia dell’albero, che anticamente era usata per scrivere.
La diffusione della cultura porta alla diffusione delle biblioteche pubbliche (nel 370 dC a Roma 28 biblioteche con libreria latina e greca, sale di lettura e di conversazione) e private.
Nel primo secolo compaiono gli editori: librai-copiatori con schiavi copisti che modificavano a loro piacere le opere.
Dal volumen al codex: tra II e IV sec dc si diffonde il codex: fogli piegati a formare quaderni uniti gli uni agli altri (il volumen era scomodo: occorrevano due mani, si srotolava, non si poteva tornare indietro, …). Il codex è favorito dalla diffusione della pergamena rispetto al papiro (che rischiava di rompersi se piegato e che era più caro, inoltre il codex era più piccolo e maneggevole).
Papiro usato ancora per atti ufficiali (nella cancelleria papale ancora nel X sec). Non si usa più dal XII sec.
Dopo il IV sec in Italia crollo culturale: la cultura e la produzione libraria restano soprattutto appannaggio dei cristiani. Diminuiscono le biblioteche. Invasioni barbariche. Il centro della cultura ai sposta in Oriente, in Africa e anche in Gallia.
Nell’Impero d’Oriente, dalla fondazione di Costantinopoli (IV sec) si moltiplicano le biblioteche pubbliche e private e fiorisce il mercato librario. Cultura che proseguirà fino alla conquista turca (1453).
Parallelamente si diffonde in Italia la scuola ecclesiastica: monasteri e vescovadi organizzano scuole elementari. La cultura adesso viene vista come diffusione messaggio.
Fino al VI sec il libro è raffigurato aperto (vi si può leggere e scrivere), poi chiuso (assume valore sacrale: il popolo non lo può comprendere ma solo venerare: sarà sempre così dal VII sec): passa da strumento di trasmissione della cultura a simbolo sacrale.
La scrittura diventa appannaggio del potere ecclesiastico. Lo strumento di conoscenza per gli ignoranti è la pittura: il Medioevo che traduce in immagini le idee (Le Goff). La stessa funzione verrà svolta dai “rotoli liturgici illustrati” (circa anno Mille) che riporteranno oltre a scene liturgiche anche immagini politiche (papa, imperatore, vescovo).
Cultura monastica da VIII a XII sec è il centro intellettuale dell’epoca. Cultura “chiusa” verso l’esterno (si ignorano gli autori pagani, tranne quelli “utilizzabili”, viene esclusa attività pedagogica verso l’esterno).
Molti testi classici sono utilizzati come modello letterario o rielaborati in funzione morale. Alcuni testi classici vengono cancellati per riscrivere Bibbia e Vangeli a causa dell’alto costo della pergamena.Monaci: nello scriptorium copiano classici, scrivono vite di santi e a volte cronache di città.
Nei monasteri nascono grandi biblioteche (alcune centinaia di libri) soggette spesso a distruzioni da parte degli invasori.
Carta Nasce attorno al II sec. in Cina come impasto di fibre vegetali (canapa, scorza del gelso e altro) essiccato. Sostituisce progressivamente la seta (troppo costosa; resterà in uso solo per le opere di lusso). Si diffonde in tutto l’oriente.
Arriva nel mondo arabo all’inizio dell’VIII sec. e in Europa grazie agli arabi con cartiere nell’XI sec (Spagna) e XII (Sicilia). Fatta con stracci, lino e cotone.
Gli arabi tramandano cultura greca e fondano in Europa (Spagna e Sicilia) grandi biblioteche.
La carta si diffonde entro il XIV sec. Le prime cartiere italiane sono a Fabriano alla metà XIII sec. Per le cartiere è necessaria la vicinanza a grandi città (stracci) e acqua. Il costo è più basso rispetto alla pergamena con cui convive (pergamena per manoscritti di lusso, carta per testi di uso più comune).
Rinascita delle città dal XII sec. Declina monopolio ecclesiastico sulla cultura. Nuovo interesse per il diritto, ripresa commerci: la scrittura ridiventa di uso comune. Rinasce la firma autografa che era scomparsa (sostituita dal sigillo).
Nascono le università: il libro diventa strumento, viene migliorato (numerazione pagine, abbreviazioni, diminuiscono ornamenti, indici) per essere consultato.
Nasce la pecia: per consentire maggiore diffusione, occorre maggiore rapidità di copiatura, il libro originale (“exemplar”) viene diviso in pezzi, in fascicoli, e consegnato alle botteghe per essere copiato. Una sorta di lavoro in serie: tanti libri identici – con diverse grafie – a quello originale. Costo elevato e tanto tempo (per trascrivere un libro giuridico occorrevano 10-15 mesi).
Stationarii (editori medioevali): diventano mercanti e editori nel senso moderno: chiedono libri agli autori più noti contando sul successo commerciale. Lavorano su ordinazione e in proprio.
Stampa Inventata dai cinesi attorno al VII sec. con la xilografia (matrici di legno inchiostrate). Attorno al Mille si introducono i caratteri mobili prima con caratteri in terracotta, poi in legno, quindi in bronzo. Ma è limitata a poche opere di carattere ufficiale. Lo scarso successo potrebbe essere dovuto all’elevato numero di caratteri necessario (i caratteri erano posti su piastre girevoli per poter essere utilizzati dal tipografo) e quindi al costo e al tempo. Più semplice incisione xilografica che inoltre permette di riprodurre immagini.
Editoria. Si sviluppa in Europa dopo il 1200. Uno dei più noti editori è Vespasiano da Bisticci (morto nel 1498, 32 anni dopo “Bibbia” di Gutenberg), fiorentino che commerciava in campo internazionale, bibliografo, fornitore di Cosimo de’ Medici e del re d’Ungheria: amministra decine di scribi. Diventa un feroce avversario della nuova arte della stampa (sostiene che il manoscritto è la forma più alta per il libro come veicolo di idee)..
Gutenberg e la stampaCon le grandi trasformazioni politiche, la caduta delle barriere feudali, l’avvento della borghesia, le nuove vie del commercio (Repubbliche marinare; scoperta America), con l’Umanesimo (nuovo interesse culturale e nascita dell’individuo) cambia il mondo.
Ma la grande rivoluzione (Marshall McLuhan) è l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Un’invenzione che equivale all’introduzione dell’alfabeto fonetico e al passaggio alla scrittura (trasformazione da cultura orale a cultura scritta). E che potrebbe rappresentare la prima vera “rivoluzione industriale” (procedimento meccanico per produzione in serie di prodotti uguali, divisione del lavoro).
Johannes Gensfleische zum Gutemberg nato a Magonza tra il 1395 e il 1399. Attorno agli anni Venti vive a Strasburgo ed è appartenente alla corporazione degli orafi. Si hanno molte notizie su di lui a causa di molte liti giudiziarie.
Nel 1436 fonda una società con tre magontini (uno aveva un mulino da carta, uno era orafo) per sfruttare una sua “invenzione” che sfrutta tre segreti: levigatura delle pietre, fabbricazione di “specchi” (sarebbe il nome dei libretti da devozione manoscritti e stampati in xilografia) e un’arte nuova per la quale serve un torchio, pezzi tagliati o fusi, forme di piombo e cose relative al pressare.
Torna a Magonza nel 1448. Qui ottiene un prestito di 800 fiorini da Johannes Fust (col quale finirà poi in causa per non aver restituito il prestito).
Gli elementi dell’invenzione: caratteri mobili e torchio. I caratteri: si preparano i punzoni (incisi all’estremità di un’asta di acciaio, ottone o rame a sezione rettangolare con la forma del carattere rovesciata) che vengono impressi nel metallo (più morbido) delle matrici. Qui si cola metallo (piombo e antimonio) per formare i caratteri (parallelepipedi). I caratteri, scelti uno a uno, vengono allineati nella forma creando le righe; la forma viene serrata dal compositore. Si inchiostra, si stampa una bozza per le correzioni che ritornano al compositore il quale esegue le correzione e serra nuovamente la forma.La forma viene avviata al torchio. Inchiostrazione, un foglio adagiato sulla forma, un colpo di torchio, via il foglio; altra inchiostrazione con tamponi, nuova stampa…
Nel 1450 al torchio aggiunto il “timpano”, un telaio ricoperto di pergamena sul quale veniva fissata la carta da stampare perché scendesse allineata sulla forma.
Nel 1455 dopo lite con Fust, Gutenberg viene allontanato dall’officina e Fust si associa con un aiutante di G., Pietro Schoffer (che sposa la figlia di Fust). Nasce la prima tipografia organizzata.
Il più antico esempio di stampa a caratteri mobili è il frammento di “Giudizio Universale” (1447). Poi il “Calendario astronomico” (1448). I primi libri completi “Salterio” e “Bibbia” a 36 righe. Il primo libro di Fust e Schoffer è la “Bibbia” a 42 righe (1456). Ogni pagina contiene 2570 lettere.
G. muore povero nel febbraio 1468.
L’invenzione della stampa crea un nuovo grande mercato di diffusione della cultura. I primi libri (fino ai primi del 500) si chiamavano incunaboli.
Gli allievi di G. e di Schoffer, aprirono nuove tipografie in tutta Europa. La prima in Italia a Subiaco a 70 km da Roma attorno 1465 aperta da Sweynheym e Pennartz che successivamente ne aprirono una a Roma.
I prototipografi tentavano di imitare i manoscritti per confondere e compiacere le abitudini dei lettori tradizionali, non si occupavano molto dei contenuti, non curavano il mercato.
Nasce l’editore che coordina stamperia con la cultura e con il mercato. A Venezia nei primi anni del 500 ci sono 200 stampatori. Il più noto – non più solo stampatore, ma primo grande editore – è Aldo Manuzio (umanista nato a Bassiano 1449) che impara l’arte da Andrea Torresani di cui sposa la figlia ventenne nel 1488. In sei anni stampa sedici testi greci (fino ad allora solo 4 autori stampati in Italia) e in particolare Aristotele (prima edizione 1498). Gli si devono: il primo libro con numerazione delle pagine (“Cornucopia” di Perotti), il corsivo (inizialmente per le didascalie: riproduce la scrittura dei tardo amanuensi e consente di utilizzare meglio lo spazio), libri di formato molto più piccolo. Il suo capolavoro è considerato “Hypnerotomachia Poliphili” in volgare e latino molto illustrato che introduce un nuovo modo di fare i libri. Siamo nel 1499. Pubblica molti volgari, compresi Dante e Petrarca.Tiratura media: 1000 copie. Dopo il 1512 anche 3000 copie.
La diffusione della stampa fu rapidissima: nel 1490 ogni stato e ogni città aveva una stamperia anche se molti aristocratici si vergognavano di possedere libri a stampa e non manoscritti. Perciò gli incunaboli cercavano di assomigliare ai manoscritti: due colonne, carattere gotico, grandi dimensioni. Per 50-60 anni, incunaboli e manoscritti convissero.
Il libro da oggetto d’arte e raro diventa merce rivolta a un pubblico che affina la capacità di lettura individuale. Dieci anni dopo la pubblicazione della “Bibbia” di Magonza il volgare costituisce la lingua più diffusa nei libri.
Il libro diventa strumento di comunicazione utilizzato dal potere ma anche dal contropotere: Lutero con la sua tipografia a Wittenberg produce 800 edizioni di 30 propri testi di Lutero dal 1518 al 1521: oltre 300mila copie.
Un articolo sul phishing
Maggio 16, 2007Segnalo un interessante articolo di Mario Camellini sul sempre più asfissiante fenomeno del phishing (attività che ci riempie le caselle di posta elettronica ma volta a truffare il prossimo) pubblicato sulla newsletter di Comunicazione italiana. Vale la pena leggerlo per farsene un’idea.
Ipertesto
Maggio 6, 2007Il tradizionale modo di leggere nella cultura occidentale avviene in forma lineare: da sinistra a destra, da una riga alla seguente in modo continuo, da una pagina alla successiva.
È una lettura, cioè, di tipo sequenziale.
La lettura può anche essere multisequenziale se sono presenti note a piè di pagina oppure immagini e didascalie (interrompiamo la lettura princiaple per captare quanto è riportato in questi elementi).
L’ipertesto propone una lettura, una fruizione, diversa che segue i gusti, le curiosità e gli interessi del lettore.“L’ipertesto è un testo composto da blocchi di parole (e/o immagini) connesse elettronicamente secondo percorsi molteplici in una testualità aperta e perpetuamente incompiuta, descritta dai termini collegamento, nodo, rete, tela, percorso” (George Landow).
Ipertesto: consente autonomia di ricerca secondo una logica associativa e non lineare; è interattivo ed è in grado di rispondere alle richieste dell’utente; risponde a una struttura reticolare ed è basato su connessioni logiche; il materiale in esso contenuto è archiviabile; integra la parola scritta con altri codici (soprattutto quello iconico); integra più linguaggi e più modalità percettive; è tendenzialmente “infinito”
Un ipertesto, perciò, è “anche ma non solo” un documento che vede associati testo, immagini, suoni e animazioni, ma è anche uno strumento che consente di organizzare le informazioni: è quindi qualcosa di più e d’altro rispetto a un documento perché è la possibilità di organizzazione e di collegamento, di costruzione di percorsi autonomi, fra documenti diversi presenti in luoghi diversi.
La logica associativa ipertestuale funziona in modo enciclopedico (le informazioni sono organizzate in modo tale da consentire qualsiasi tipo di consultazione anche “trasversale”)
1945, Vannevar Bush anticipa l’idea di ipertesto con l’articolo “As we may think”. Bush immagina una macchina (il Memex) che realizzi la consultazione associativa e non lineare e gererachica: la mente umana – sostiene – funziona per associazione.
Il termine hypertext (hyper + text = testo di tipo superiore) venne coniato da Theodor Holm Nelson negli anni Sessanta,
1989, Tim Berners-Lee crea le sigle HTTP (è il protocollo di trasmissione web degli ipertesti: HyperText Transfer Protocol) e HTML (è il linguaggio che consente di realizzare gli ipertesti: HyperText Markup Language).
Un testo web è veicolato, cioè utilizza canali di trasmissione (onde radio, cavi ottici o di rame, ecc.) e necessita di un’interfaccia tecnica per essere ricevuto. Viene diffuso in broadcasting (da uno a molti) ed è “ibrido” o “composito” a causa dei diversi tipi di linguaggio che contiene. Può essere definito “mobile” perché in teoria (e in pratica) può essere continuamente elaborato trasformandosi. È caratterizzato da collegamenti (link) che consentono di transitare da un documento (o da un suo elemento) a un altro senza soluzione di continuità
Potremmo quindi dire che il Web (WWW: world wide web) è un ipertesto a scala mondiale. E infatti “web” significa ragnatela e “world wide” si può tradurre in “mondo esteso”.
Un testo web è composto da: pagine (Landow le chiama “lessie”. La lessia è l’unità funzionale significativa del discorso che può essere costituita da una parola, da più parole o da un sintagma: raggruppamento di due o più elementi linguistici dotato di valore sintattico compiuto) e fa parte di una rete; nodi (ciascun elemento a cui fanno capo più porzioni testuali di un ipertesto); link (il collegamento) composto dall’ancora (quell’elemento del documento che consente di puntare verso altri documenti) e dal target (il documento o il suo elemento verso cui ci “spostiamo” o la URL, Uniforme Resource Locator, cioè quell’insieme di caratteri che individua l’indirizzo internet),
Non obbligatoriamente, ma molto spesso, un testo web è anche multimediale (unisce scrittura, cioè elementi grafico-alfabetico-visivi, immagini, filmati e altre grafiche animate, cioè elementi grafico-iconico-visivi, suoni di vario tipo, cioè elementi sonoro-uditivi).
La multimedialità può essere: estrinseca (gli elementi multimediali accompagnano la scrittura); intrinseca (l’audio, i video e la grafica fanno parte della funzione comunicativa del documento: in pratica il documento è completamente utilizzabile solo se tutte le risorse sono attivate).
Un documento web è dotato anche di maggiore o minore interattività (il feedback), cioè può promuovere in modo maggiore o minore “conseguenze” (per esempio modifiche della pagina; per esempio la realizzazione dei cosiddetti “testi dinamici” che si compongono sulla sulla base di una “richiesta”) sulla base di azioni compiute.
L’organizzazione dei testi web può seguire diversi tipi di modelli (paradigmi) essendo basato su una logica reticolare più o meno rigida. Per esempio può seguire la struttura circolare o ciclomatica (si parte e si ritorna sempre, in modo diretto o indiritto, a una “pagina chiave”) o lineare (è il sistema di organizzazione più elementare, che “imita” la lettura sequenziale delle pagine).
In sostanza l’organizzazione web richiama la classificazione dei labirinti che possono essere, secondo le definizioni che ne hanno dato gli studiosi, unicursale o classico, ‘ad albero’ o Irrweg o barocco, ciclomatico o reticolare (è il più complesso: vi si può “perdere” o vi si può realizzare un percorso teoricamente infinito senza passare mai dallo stesso punto o, se accadesse, puntando da questo punto un target totalmente diverso rispetto a quello percorso in precedenza).
Alcune risorse:
Tesi di laurea di Fabio Giacomini “Ipermedia e unità didattiche”, 1997
Il sito dell’usability (e degli errori da non fare realizzando pagine web) di Jacob Nielsen e un sito italiano che ne riassume i contenuti
Una bella intervista a George Landow
Alcuni documenti universitari dal sito del Politecnico di Torino:
“Introduzione ai sistemi multimediali” di Giovanni Melnati
“Alle origini del computer” di Federico Peiretti
Per chi vuole approfondire, dallo stesso sito: “Una storia dell’ipertesto” di Andrea D’Alessandro (in pdf)
(m.b)
INTERNET E LA SOCIETA’
Maggio 4, 2007Sfogliando “Repubblica”oggi, ho trovato questa simpatica notizia:Londra inventa il museo delle e-mail, la e-mail ha rimpiazzato le tradizionali forme di comunicazione.Cosa ne pensate?
Johannes Gutenberg
Maggio 2, 2007Durante la lezione di lunedì 30 aprile, abbiamo parlato di Johannes Gutenberg, il celebre padre della stampa a caratteri mobili; questa innovazione ha portato ad una delle più grandi rivoluzioni sociali verificatesi nella storia dell’uomo, probabilmente la prima vera rivoluzione industriale.
Nel 1988 Johannes Gutenberg è stato eletto “Man of the Millenium” da una giuria di giornalisti…
Per chi non era presente, ecco qualche link utile per approfondire il discorso:
- Johannes Gutenberg su Wikipedia Italia
- la versione inglese, più ampia
- il sito ufficiale di Gutenberg
- un sito interessante, che propone una diversa versione della Storia; è in formato pdf