Archivio per la categoria ‘IMI - Web 2.0’

Rileggere per capire. Un’esperienza in rete

Maggio 18, 2009

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Il breve racconto di non più di quindici minuti di navigazione in rete offre più spunti di riflessione di tanti saggi sull’argomento. Dunque, per prima cosa i fatti. So, per aver visto fisicamente l’oggetto, che Umberto Eco ha da poco pubblicato un libro – piuttosto un dialogo scritto con lo sceneggiatore francese Jean-Claude Carrere, dal titolo ammiccante – Non sperate di liberarvi dei libri  – che si riferisce appunto al futuro dell’editoria nell’epoca digitale. Ricordo di aver letto un articolo, quasi sicuramente su Repubblica, non so esattamente quando, che sempre si riferiva alla questione, proprio a firma di Eco. Penso di cercarlo per metterlo a disposizione del blog, in riferimento all’uscita del libro: ho dunque un’idea ben precisa di quello che devo cercare, quando imposto la ricerca sul motore interno di Repubblica con le parole “Eco” e “book”. La ricerca mi da molteplici risultati, ma non sono molto convinto di aver trovato quello che cercavo. Trovo invece, in terza o quarta posizione, un articolo di Corrado Augias del 18 ottobre 2000, dove si fa riferimento all’inaugurazione della fiera di Francoforte e Umberto Eco viene semplicemente citato. Nonostante l’articolo – si tratta di un’intervista allo storico della lettura Roger Chartier – sia ben altra cosa rispetto a quanto stessi cercando, mi sembra altrettanto interessante e decido di mettere questo a disposizione del blog. Con questa postilla: a distanza di dieci anni (un’enormità per i tempi con cui procede l’evoluzione tecnologica) la discussione sull’e-book come rivoluzione continuamente annunciata che sancirà la morte del libro mi pare sia inquadrata da Chartier nella giusta prospettiva antropologica. Anche dal punto di vista tecnologico si sperimenta e si cerca un mercato (è il caso del nuovo Kindle DX di Amazon) ma i tempi sono più lunghi di quanto si poteva ipotizzare.

Ecco quindi un esempio concreto di ipertestualità e logica associativa che i motori di ricerca contribuiscono a potenziare. Ma anche un esempio di conservazione e accessibilità della conoscenza racchiusa nella rete che, se saputa sfruttare, consente di riflettere sul portato storico dei cambiamenti. Meglio rileggere per capire, appunto, piuttosto di consumare e dimenticare.

Due avvenimenti investono il mondo dei libri. La Fiera che si è aperta ieri a Francoforte e che dedica un’attenzione particolare all’editoria elettronica e il lancio da parte della Mondadori dell’ebook, un libro simile a un’ agenda o a un minuscolo computer grazie al quale sarà possibile scaricare dalla rete (a pagamento) i testi disponibili. Dotato di buona capacità di memoria, il supporto potrà racchiudere fino a centinaia di libri “normali” con grandi possibilità oltre che, ovviamente, di lettura, di ricerca, di collegamenti (links) ipertestuali, di analisi. A Roger Chartier storico della cultura scritta, autore per Laterza (con Guglielmo Cavallo) di una storia della lettura, ho chiesto di valutare quali saranno i vantaggi e gli svantaggi possibili della rivoluzione imminente. Professor Chartier i libri e la lettura stanno vivendo una fase da qualcuno definita senza precedenti. Condivide questa valutazione? «In parte. A me pare che il momento attuale richiami il passaggio dal rotolo (volumen) al libro (codex) che coinvolse sia l’ oggetto fisico che l’ atteggiamento del lettore. Il lettore poté per la prima volta sfogliare, leggere e scrivere nello stesso tempo, stabilire e consultare un indice, includere tavole, tutte cose impedite al lettore del rotolo. Anche con la scrittura elettronica molto cambierà: il supporto in primo luogo, la posizione che sarà in genere davanti a uno schermo i diversi percorsi che l’ ipertesto rende possibili. Tuttavia quando mi chiede se questa fase è senza precedenti, devo rispondere di sì. Il codex introdusse un nuovo supporto e un nuovo modo di leggere ma non rappresentava un’ innovazione tecnica. L’invenzione della stampa fu un’ innovazione tecnica ma non comportava un cambiamento negli altri due elementi. Oggi le tre cose stanno cambiando nello stesso momento e questo effettivamente non era mai successo prima». Tutto ciò accade nel momento in cui i lettori diminuiscono e il mercato librario si contrae. Possiamo prevedere con quali conseguenze? «Non legherei una certa diminuzione delle abitudini di lettura all’ avvento della lettura elettronica. Le statistiche dicono che stanno diminuendo i cosiddetti “lettori forti”. Ciò significa che molti ex lettori forti oggi sono impegnati in altre attività intellettuali. Più in generale è vero che le classi tra i 15 e i 25 anni leggono meno libri e non hanno il gusto che avevamo noi di “fare biblioteca”. Letto un libro lo prestano, lo regalano, lo vendono. Gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni, mostrano addirittura un’ accentuata svalutazione della lettura. Tutti fenomeni nei quali non è in gioco la lettura elettronica, ma altri riferimenti culturali che sono in fase di mutazione». Torniamo al libro elettronico, lei come lo definisce? «Faccio un esempio con il libro di Umberto Eco che sta per uscire. Quel libro sarà in primo luogo un oggetto con alcuni caratteri distintivi (formato, prezzo, titolo, copertina e, beninteso, contenuto) rispetto ad altri oggetti della cultura scritta. Possederà in altre parole coerenza e identità abbastanza forti da poterlo definire un’ opera. Prima che un libro bisogna però analizzare che cos’ è in generale la scrittura elettronica. Nella scrittura elettronica gli elementi che ho citato spariscono. L’ oggetto diventa il computer che però è il veicolo di molti testi e di altri messaggi, dalla posta elettronica alle linee di conversazione. Non c’ è più il criterio di riconoscimento materiale ma anche il criterio di “opera” è messo in pericolo dal momento che la scrittura elettronica è nello stesso tempo più e meno di un libro stampato. Può trasformarsi secondo le circostanze in un’ intera biblioteca o in una semplice agenda. Per di più il suo testo è aleatorio, modificabile quindi conflittuale con il concetto di “opera”». Questo per la scrittura in generale. Il libro elettronico però è diverso. «Infatti, pur nella sua ambiguità, il libro elettronico ha una scrittura stabile, ferma, che non può essere riprodotta né modificata, che non richiama l’ intervento del lettore. E’ anche in una certa misura un “oggetto” anche se come supporto fisico torna ad essere sfuggente potendo lo stesso “oggetto” ospitare decine e centinaia di libri diversi». Crede che questo curioso oggetto così nuovo per noi rimpiazzerà il familiare libro di carta? «Qualcuno ha detto che se il libro su carta fosse stato inventato dopo quello elettronico, sarebbe lui la vera novità. E’ più d’ un paradosso. Il libro su carta è maneggevole, si sfoglia facilmente, è più gradevole al tatto eccetera. Non abbiamo fino ad oggi esempi di come si reagisce alla lettura di testi lunghi davanti a uno schermo. Il romanzo di Stephen King, distribuito per via elettronica, era un esperimento di soli due capitoli. Lo schermo presenta d’ altra parte vantaggi indiscutibili per la lettura di studio. La nuova tecnica permette di organizzare il testo in maniera inedita su diversi livelli: dalla lettura semplice a quella arricchita da richiami, note, bibliografie, rimandi ad altri testi, percorsi ipertestuali e quant’ altro. In ogni caso la storia della lettura insegna che i cambiamenti delle abitudini sono sempre più lenti dei cambiamenti nelle tecniche. Esiste però qualche certezza per quanto riguarda la lettura elettronica. Ciò che viene bene è la lettura su schermo di un’ enciclopedia. Data questa diversità di specializzazione credo che il libro elettronico non sostituirà la cosiddetta “macchina di Gutenberg”, cioè la vecchia carta, ma la integrerà». E’ possibile prevedere che cosa sarà di coloro che solo tra qualche anno cominceranno davvero a leggere? «Quella di domani sarà certamente una società di scriventi, anzi le esigenze di scrittura saranno maggiori delle nostre perché il mondo del consumo ne ha bisogno. Si tratterà di una scrittura accompagnata spesso da immagini. Il ventenne del 2020 leggerà con uguale facilità sia su carta che su schermo. La storia ci dice che dopo Gutenberg la forma manoscritta non è scomparsa anzi s’ è rafforzata. Leggerà come leggiamo noi? Qui la risposta è più difficile perché l’ abitudine all’ iperlettura, che dobbiamo dare per scontata, avrà creato in lui abitudini diverse». Quel ventenne sarà abituato a un mezzo che gli permette di leggere, vedere e ascoltare nello stesso tempo, la sua percezione dei legami tra questi tre mezzi sarà quindi diversa dalla nostra. Dove leggerà? Voglio dire su quale strumento? «Il testo elettronico non sarà più legato a un oggetto specializzato, si tratti di computer o di libro elettronico. I testi varcheranno lo spazio e raggiungeranno il lettore su una qualunque superficie adatta: il muro della stanza dove ci troviamo o la manica della mia giacca. La biblioteca del futuro non avrà muri né, almeno in linea teorica, mancanze, il sogno della biblioteca di Alessandria diventerà in questo modo accessibile». Per tutti? «Sicuramente non per tutti. Anzi c’ è il rischio che la scrittura elettronica renda ancora più profonde le diseguaglianze creando un nuovo analfabetismo che non consisterà più nell’ incapacità di leggere o di scrivere bensì in quella di non saper padroneggiare le nuove forme di trasmissione dello scritto. Lo schermo di domani non contrapporrà più testo scritto e immagine come hanno fatto cinema e tv, sarà invece un mezzo potente di acculturazione testuale. Lo sforzo e la battaglia saranno di renderlo accessibile al maggior numero di persone». – di CORRADO AUGIAS

Google si fa più smart

Maggio 13, 2009

I risultati potranno essere ordinati per data o presentati come foglio elettronico

Nuove funzionalità per migliorare ulteriormente la ricerca e renderla più veloce e a misura di utente

da www.corriere.it

MILANO - «La corsa nella ricerca è tutt’altro che finita. Innovazione e miglioramenti sono di cruciale importanza». Sono le parole di Marissa Mayer, vicepresidente della sezione Search Products & User Experience di Google, che in occasione del briefing Searchology tenutosi ieri presso la sede dela grande G ha illustrato – assieme ai dirigenti dell’azienda californiana – una serie di nuovi strumenti realizzati nei laboratori di Google, volti appunto a migliorare la ricerca online e a spingerla in nuove direzioni.

LE NOVITÀ - I prodotti che «offriranno agli utenti un nuovo modo di guardare al web» consentiranno in sostanza di perfezionare i risultati delle ricerche affidate al motore di ricerca, che potranno così essere approfondite e organizzate in base alle necessità dell’internauta. Il tutto nell’ottica della personalizzazione. Così, per esempio, anche grazie all’introduzione di tecnologie utilizzate dalla ricerca semantica, si potrà chiedere al motore di mostrare solamente le pagine con determinati contenuti (per esempio solo i video) o di visualizzare le ricerche correlate alla query inviata. Oppure, ancora, ordinare i risultati in base alla data, chiedendo di restituire solo quelli più aggiornati e recenti, per esempio relativi alle ultime 24 ore. Inoltre, tramite la funzione Squared, Google potrà generare automaticamente, in pochi secondi, un foglio elettronico contenente l’elenco dettagliato dei risultati della ricerca effettuata. Attualmente ancora allo stadio sperimentale, Google Squared dovrebbe fare la sua comparsa online entro giugno 2009 . Tutte le opzioni saranno disponibili nella pagina dei risultati.

COMPETITIVO - Chiaramente tutte queste novità vanno nella direzione della ricerca di ulteriore competitività da parte di Google, che di restare immobile non ne vuole proprio sapere. Del resto, per quelli di Mountain View «la ricerca è ancora nella sua infanzia», come ha detto ancora la Mayer, spiegando che gli ingegneri sono sempre a caccia della «next big thing». Il fatto che nel 2008 Google abbia rilasciato 360 prodotti e che solo nel primo trimestre dell’anno in corso ne abbia presentati già 120 è per il vicepresidente un chiaro segno che Google non fa che migliorare se stesso.

Alessandra Carboni
13 maggio 2009

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Il grande inganno del Web 2.0

Maggio 8, 2009

9788842089179.jpgInterrogarsi sulla tecnologia presente non vuol dire riuscire sempre ad afferrare con certezza quale sarà lo statuto della conoscenza nel futuro. È da tempo che si parla di Web e delle sue applicazioni: spesso vengono descritte come il ‘nuovo’, la nuova tecnologia, i nuovi canali di comunicazione, senza riuscire a coglierne fino in fondo la  portata storica nell’evoluzione dei processi sociali. Se di rivoluzione si tratta, questa si è già compiuta. Le proporzioni del Web sono ormai universali e come tali oggi vengono pensate, nonostante si abbia consapevolezza solo in parte del digital divide che ancora caratterizza il contesto italiano. Piuttosto ci si riferisce alla penetrazione di massa di Internet  - soprattutto fra le giovani generazioni, quelle nate dopo l’avvento del Web e che quindi non conoscono una realtà senza rete (la google generation come qualcuno l’ha chiamata) – e al suo uso indiscriminato per la trasmissione, la conservazione e l’accesso alla conoscenza. Nei prossimi decenni nessuno potrà fare a meno della rete e le prospettive sono di una sempre maggiore pervasività: ovvio che il dibattito fra critici ed entusiasti si animi di volta in volta sulle continue novità che questa piattaforma consente e consentirà. Parlo di ‘piattaforma’ perché è il termine che  meglio sottolinea, nelle ultime evoluzioni di Internet (Web 2.0), l’uso della rete non solo come supporto connettivo ma come luogo dove, in quanto utente (user), sperimentare maggiori possibilità di interazione con i siti, superando in questo senso lo stadio 1.0 basato unicamente sulla navigazione e la consultazione di una serie di pagine in formato HTML.

Proprio partendo dalla google generation il volumetto di Fabio Metitieri da poco pubblicato da Laterza, descrive il comportamento ‘da scoiattolo’ dei giovani utilizzatori della rete, poco avvezzi a una lettura attenta dei risultati ottenuti nella ricerca on-line, laddove il tempo medio di permanenza sulle singole pagine è comunque minimo, e gran parte del tempo complessivo è invece speso per la comprensione veloce dell’attinenza del risultato (e del successivo salvataggio su disco rigido), senza poi procedere alla disamina nel dettaglio di quanto si è scelto di archiviare. Una navigazione orizzontale, casuale che vaglia una molteplicità di documenti, ma poco verticale, non approfondita, che scende difficilmente nell’esame del singolo documento. E, fatto spesso curioso, se pensa di aver trovato ciò che interessa, allora decide di stamparlo, di materializzarlo nel suo formato che si pensa originario, autentico. Se ciò può essere ricondotto all’analisi delle abitudini informatiche in pieno mutamento, del tutto diverso è il dato secondo il quale nell’immaginario dei ‘nativi digitali’ la rete va a coincidere con Google (o comunque con il motore di ricerca): la google generation non ha percezione di alcuna differenza fra i diversi risultati che una ricerca su Internet può dare. Tutto è gratis, tutto è assolutamente sullo stesso piano. Sotto un profilo puramente giornalistico, si potrebbe dire che a venir meno è la capacità di valutare l’attendibilità di una fonte on- line.

A tal proposito Metitieri riporta anche la disciplina che, già in ambito anglosassone, molto meno in Italia, si occupa di studiare i modi della conoscenza dell’organizzazione della conoscenza sulle reti informatiche. Non è solo un gioco di parole, ma l’idea centrale dell’information literacy: ossia la possibilità di imparare ad imparare, di possedere gli strumenti cognitivi adeguati per trovare un’informazione sul Web e riconoscerne la validità. Dunque la comprensione  dell’organizzazione della conoscenza sulla rete e il continuo esame delle fonti; associata alle competenze nell’utilizzo dei diversi strumenti, l’information literacy può essere considerata, per quanto concerne il lavoro umanistico del cittadino istruito del futuro, al pari delle arti liberali (grammatica, retorica e logica) per il cittadino istruito nel mondo medievale. Può sembrare un valore debole, per chi proviene dal mondo accademico delle biblioteche e degli archivi, ovviamente educato al confronto e alla verifica delle fonti nella ricerca storica, ma è un valore che, nello scenario incerto del futuro, ci si auspica venga divulgato e insegnato quanto più possibile, perché davvero i modi del sapere (la sua circolazione, la sua conservazione) stanno mutando velocemente e il rischio è che manchi per le generazioni totalmente digitali un paradigma valido su cui questo sapere va fondato.

“Nessuna mediazione”, è il secondo aspetto che chiama in causa direttamente l’information literacy. Dunque il mondo dei blog e la realtà di un’informazione e un sapere libero da intermediari, (giornalisti, editori, bibliotecari cui è sottratto il compito di farsi autori/autenticatori di risorse on-line). La filosofia del Web 2.0 è la possibilità di mettere on-line contenuti generati dall’utente (Used Generated Content). Questo aspetto di per sé non è innovativo, nel senso che contenuti prodotti dagli utenti, i quali non si limitano semplicemente a scaricare e leggere pagine web, saltando da un link a un altro, ma contribuiscono e interagiscono direttamente, sono anche quelli delle vecchie liste di discussione o dei newsgroup, assai più vecchi dei blog. La tesi di Metitieri è qui apertamente polemica nei confronti della definizione di Web 2.0 elaborata da Tim O’Reilly, che è definito una “brillante operazione di marketing” dove, stante l’idea di democraticità e accessibilità della rete, riunendo sotto un’unica etichetta tutto ciò che di nuovo si è visto on-line negli ultimi anni (blog, social network, wiki) si è sancita la nascita di un secondo stadio del Web. In questo senso anche  Berners-Lee, ideatore del World Wide Web, parla del Web 2.0 come di “un’espressione gergale di cui non si sa l’esatto significato”; al di là delle posizioni polemiche – se il Web 2.0 sia o non sia un inganno – una serie di dubbi, non chiaramente risolti, emergono dalla lettura di queste pagine, e – credo – riguardano esplicitamente lo statuto della conoscenza sperimentabile sulla rete.

Fra tutti la personalizzazione dell’informazione, e quindi della conoscenza, sempre più frammentata e autoreferenziata, è quello che più lascia interdetti. La spinta egualitarista del mondo dei blog, contro cui Metitieri si muove con particolare puntualità, ha in sé il rischio di essere solo virtualmente uno spazio di conoscenza condivisa: la conversazione, che era alla base dei blog, pensati come spazi personali di condivisione di contenuti raccolti e prodotti per essere messi on-line e commentati, rischia di perdersi in un modello diffuso di affermazione personale, in una lotta per apparire che è comunque individuale e che si pone in contrasto con la logica comunitaria della rete. Il blog, nato come spazio personale per mettere in comune i risultati della propria navigazione in rete è divenuto uno spazio di autopromozione che solo fino a un certo punto può avocarsi il ruolo di dare voce dal basso a tutti, praticando quel citizen journalism tanto citato quando si parla di Web 2.0 come spazio alternativo ai media mainstream. Posizioni critiche, che forse nella ‘blogosfera’ difficilmente potranno essere discusse, ma che risentono anche del dibattito estremizzato sulle nuove tecnologie cui spesso s’assiste: il Web che diventa o il demonio o il paradiso futuro cui tutti avremo accesso.

Altre questioni aperte sono, in riferimento al futuro paradigma del sapere on-line, il ruolo delle biblioteche – rivoluzionate dalle possibili collaborazioni degli utenti nella catalogazione dei documenti attraverso le tag che già si trovano nei blog - e quello degli archivi ‘aperti’ (open archive) che nella ricerca accademica permettono la validazione e la valutazione di documenti prima della loro pubblicazione. Esempio chiave di tutto ciò è l’ideologia free che sta alla base di Wikipedia: fra i molti dubbi sollevati quelli relativi alla compilazione di termini più attuali e controversi – per i quali si scatena una vera e propria ‘guerra’ fra gli utenti per la continua modifica -  e la conseguente stabilità di altre voci, che dopo un iniziale dibattito trovano una loro definizione, la quale, per le voci di nicchia, può anche essere la sola.

Il panorama complessivo è dunque quanto di più vario e indefinito, ben altro che un semplice stadio ulteriore di un supporto. Il sapere on-line ha necessità di essere valutato anche in base alle strategie entro cui è stato organizzato: di fronte all’apparente caos e deriva informativa occorre possedere strumenti che non si limitino all’accettazione passiva di un modello di conoscenza diffuso, aperto e incontrollato, ma che offrano pur sempre autenticatori validi.

Wikipedia, limiti noti e nuovi sviluppi

Aprile 16, 2009

Vorrei dare inizio alla collaborazione a questo blog segnalando un interessante riflessione sull’ enciclopedia libera e su alcune implicazioni dell’ utilizzo dei software Wiki pubblicata sul numero di aprile di Le Monde diplomatique.

L’ articolo, firmato dal ricercatore francese Mathieu O’Neil – già autore dello studio Cyberchiefs : autonomy and authority in online tribes – sottolinea come l’ apertura della produzione indipendente in rete ai non-specialisti caratteristica del Web 2.0 abbia rivoluzionato l’ idea tradizionale di competenza, con conseguenze qualche volta nefaste, ma abbia anche aperto la strada a nuove possibili forme di impegno politico.

Entrambi gli aspetti messi in luce nell’ analisi sembrano trarre origine dalla considerazione che i progetti online attuali si sviluppano in opposizione ai detentori tradizionali dell’ autorità. Come sostituire allora il classico concetto di competenza fondato su un’ identità professionale legittimata da un’ istituzione, se le informazioni vengono prodotte e veicolate indipendentemente da qualunque autorità statale o commerciale ?

O’Neil, rievocando le parole del fondatore dell’ enciclopedia libera Jimmy Wales, individua così la nuova incarnazione dell’ idea di competenza in un “processo” e non più in una persona, ovvero nell’ aggregazione di molteplici punti di vista – sempre ed immediatamente discutibili e contestabili -, insomma in quella che Wales ha definito la “saggezza della folla” : lo stesso modello di sviluppo su cui sono basati altri social media di successo.

Ma se la peer production garantisce, insieme ad un alto numero di partecipanti, un elevato livello di qualità informativa, ciò non toglie che il modello di reclutamento che dà vita a Wikipedia comporti una serie di punti deboli generati da quelle stesse caratteristiche che ne hanno decretato il successo : la questione dell’ inclusione degli articoli, innanzitutto, che sembra dipendere da criteri soggettivi e discutibili – la “rilevanza” – ; i possibili conflitti di opinione ; l’ anonimato, che apre la strada a qualsiasi manipolazione interessata o maliziosa ; i sabotaggi ; buoni ultimi, anche i possibili effetti negativi che il culto del “nobile dilettante” può produrre sul sistema dei media e degli editori istituzionali.

Isomma, conclude O’Neil, se la mancanza di rigore finisce per essere così problematica, perché non darsi, nell’ ottica di questo rinnovamento della cultura di massa, un obiettivo più politico che scientifico ? Dopotutto Wikipedia, con la capacità del proprio software di coordinare tanti entusiasmi individuali, non è che l’ interfaccia di un’ organizzazione del tutto originale in cui la flessibilità delle condizioni d’ accesso e l’ ampio margine di autonomia offerto sono in grado di motivare con successo l’ impegno dei partecipanti in progetti cooperativi emergenti.

La speranza conclusiva dell’ autore è che la scommessa di riuscire a trasferire questo modello all’ esterno della sfera digitale venga in qualche modo raccolta ; da qualcuno che abbia qualche idea, aggiungo io.

YOU TUBE

Maggio 26, 2008

RICERCA YOU TUBE

Maggio 24, 2008

 

Alla recente Fiera del libro di Torino è stato presentato il libro di Glauco Benigni intitolato Come sopravvivere a Youtube – Guida al sito più visto del mondo. Il libro è il primo tentativo in Italia di analizzare un fenomeno per molti versi straordinario, quello di un sito che prova in maniera completamente innovativa – dice l’autore – a prendere il posto della televisione. Gli fa eco Chad Hurley, capo di Youtube che afferma: “No, non vogliamo prendere il posto della tv, il nostro interesse è quello di rendere Youtube disponibile per il maggior numero di media possibili. Ora siamo negli iPod, nei cellulari Nokia, Lg, Motorola, nella Apple tv e, ovviamente, in Internet. Ma non ci poniamo limiti. Pensiamo che il fatto di poter essere visti ovunque, in qualsiasi momento, per due o tre minuti, sia la chiave determinante per il nostro successo futuro. Non siamo contro la tv, siamo integrati con essa, siamo complementari […] il modo in cui i nostri utenti usano il video è simile al modo in cui si usava la fotografia qualche anno fa. Il mezzo è cambiato, adesso c’è internet, ma l’idea di base è la stessa, condividere con gli altri un’esperienza positiva, un’immagine, un ricordo, un’idea. Se a questo si aggiungono pezzi di film, videoclip, spezzoni di programmi televisivi, la memoria collettiva diventa ancora più grande e condivisa”.

 

STORIA

 

L’azienda You Tube è stata fondata nel febbraio del 2005 da Chad Hurley e Steve Chen , che attualmente ricoprono rispettivamente i ruoli di Chief Executive Officer e di Chief Technology Officer. Sono diventati miliardari inventando un fenomeno da 100 milioni di video caricati, 20 milioni di visitatori al mese, 65 mila filmati aggiunti ogni 24 ore.

Come già detto, Mr Hurley, capelli lunghi e aria sbarazzina, è a capo di You Tube, e ha guadagnato nei primi venti mesi di attività 1,65 miliardi di dollari, provenienti anche dalla vendita dell’azienda a Google nel novembre del 2006.

Nonostante il breve tempo di attività You Tube è il sito web che presenta il miglior tasso di crescita ed è il quarto sito più visitato del mondo dopo Google, Msn e Yahoo.

Dopo che Chad e Steve, i due fondatori di YouTube, hanno venduto la propria società a Google, per l’incredibile somma di 1,65 miliardi di dollari (continuando comunque a lavorare in YouTube e mantenendo anche gli attuali 67 dipendenti), la loro vita è entrata in una specie di cassa di risonanza per cui tutti hanno iniziato a interessarsi a loro: come hanno fatto 2 ragazzi volenterosi a creare questo mostro di popolarità su Internet ? Basta una semplice idea geniale per diventare ricchi ? Di acquisizioni famose da parte di Google e di Yahoo ve ne sono a decine (addirittura anche una italiana di Alice con Segnalo), ma questa ha un suo fascino particolare. Alzi la mano chi non ha mai visto un filmato su Youtube o che non ha mai pubblicato un proprio video.

Ma oltre all’idea semplice e geniale, molti fattori hanno concorso al successo di questo progetto: la formula “all-free” (fino ad oggi non hanno mai incassato un dollaro per i video pubblicati) e la competenza tecnica dei 67 programmatori e uomini marketing, sono stati effettivamente essenziali. Ma come ha fatto YouTube a permettersi di mantenere il tutto gratuito per un anno e mezzo avendo a stipendio una settantina di persone ? Questo è merito di una società semi-pubblica che ha come obiettivo quello di fare da incubatore nei confronti di nuove aziende con nuove idee e di sostenerle al 100% economicamente e finanziariamente (si chiama Sequoia Capital e l’investimento su YouTube è stato di 11 milioni e mezzo di dollari), mettendo a disposizione soldi liquidi a fondo perduto per realizzare un’idea. Se l’idea va bene e si realizza, quotano l’azienda in borsa, e portano a casa enormi guadagni, altrimenti è stato solo un investimento andato a male. Sequoia quindi è una delle tante società Incubator che mette i soldi per le startup, ed è la stessa società che ha lanciato Google, Apple, PayPal, Yahoo, Oracle, Meebo e altre decine di aziende oggi leader.

Questa fusione ha portato al Fondo Sequoia, una plusvalenza di oltre 480 milioni di dollari, in meno di due anni. Considerando che Sequoia ha iniettato nell’impresa appena 11,5 milioni di dollari, è evidente come questa operazione si configura come una delle più grandi creazioni di valore nel mondo delle startup degli ultimi 5 anni.

Inoltre You Tube ha concluso numerose alleanze con fornitori di contenuti come CBS, BBC, Universal Music Group, Sony Music Group, Warner Music Group, Nba, Sundance Channel e molti altri.

 

TECNICA

 

In sostanza You Tube è un sito web che consente la condivisione di filmati tra i suoi utenti.

La tecnologia video del sito si basa su Flashpalyer 7 di Macromedia e utilizza il codec video Sorenson Spark H.263. Questa tecnologia permette a YouTube di mostrare video con una qualità comparabile a quella di molti altri player affermati (come Windows Media Player, RealPlayer o il QuickTime Player della Apple), che generalmente richiedono all’utente il download e l’istallazione di un plugin per il browser per visionare il video. Flash stesso richiede un plug-in, ma il plug-in del Flash 7 è generalmente presente approssimativamente nel 90% dei computer connessi ad Internet. È possibile usare in alternativa una versione recente di Gnash.

YouTube converte i video nel formato .FLV (Adobe Flash Video) dopo il caricamento (upload). L’estensione è in seguito tolta dal file. Esso è conservato in un sottodominio dal nome oscurato, in modo tale da rendere il ripping più difficile.

YouTube ufficialmente accetta video nei formati .WMV, .AVI, .MOV, .3GP e .MPEG.

Gli utenti possono inviare i video in molti formati comuni (come .mpeg e .avi). YouTube li converte automaticamente in H.263 (con l’estensione .flv) e li rende visionabili online. Flash Video è un formato popolare, il suo largo utilizzo è dovuto all’ampia compatibilità.

Il 18 giugno 2007 YouTube ha lanciato il proprio programma di video editing online, chiamato YouTube Remixer. Il programma permette agli utenti di modificare i propri video direttamente online. Esso si presenta come un’altra estensione dei servizi resi possibili grazie al Web 2.0.

 

POLEMICHE e CAUSE

 

Nella homepage del sito www.youtube.it c’è un link particolare in cui vengono elencati i termini d’uso per chi espone il proprio video, i quali costituiscono un accordo legalmente vincolante tra questi e Youtube. Molto importante è la parte in cui viene negato di pubblicare o caricare alcun video che contenga contenuto illegale per il  paese in cui si è residenti, o che sarebbe illegale per YouTube; in più non si deve caricare o pubblicare alcun video che sia soggetto a diritti proprietari di terzi (compresi diritti di privacy o diritti di pubblicazione). Lo stesso sito ha creato il Content Verification Program che ha il compito di filtrare i filmati.

 Nonostante ciò YouTube viene spesso sommerso di polemiche a causa di video trasmessi e poco graditi dai navigatori.
Nella miriade di filmati che ogni giorno vengono visualizzati sul sito, è probabile che ci siano video girati da un gruppo di navigatori “da non imitare”.
I bulli hanno trovato in YouTube un valido alleato per vantarsi delle propria gesta e mostrare a tutti la violenza esercitata su ragazzi affetti da handicap o su giovani ragazze e ragazzi indifesi. In America li chiamano cyber bulli. È la generazione di ragazzi che pubblicano su you tube i video in cui picchiano amici più deboli, che inviano alla loro tribe ripetutamente sms intimidatori o di scherno, che rubano foto scattate con il telefonino e le diffondono senza nemmeno la consapevolezza di violare l’altrui privacy.

Molti hanno denunciato il non funzionamento del Content Verification Program e la reiterata presenza online di materiale video sotto copyright. Lamentano che YouTube non metterebbe in campo alcuna misura preventiva per evitare che gli utenti possano mettere online materiale protetto. Nonostante Google abbia predisposto uno strumento di segnalazione dei filmati al fine di praticare un intervento censorio sui contenuti sotto copyright, il funzionamento di tale strumento non avrebbe trovato rispondenze nella realtà e dunque andrebbe a costituire un semplice intervento di facciata privo di reale utilità.

Infatti in molti hanno fatto causa al sito, dagli animalisti (per un filmato dove viene torturato un pesciolino rosso) al cantante Prince (che è stato il primo artista a fare causa a Youtube per come vengono pubblicati e trattati i video delle sue performance). Lo staff del sito ha poi rimosso sia il video contestato dagli animalisti, sia 2000 video di Prince.

Ma la lista degli scontenti è ancora lunga: la ex moglie del calciatore Ronaldo, Daniella Cicarelli, ha fatto causa per un video in cui si lasciava andare a tenere effusioni sulla spiaggia col “fenomeno”.

Il National and Legal Policy Center, un gruppo no-profit che non è legato in alcun modo alle case editrici o alle major, ha lamentato la presenza di almeno 300 film piratati in versione integrale che tutti insieme sono stati visualizzati 22 milioni di volte. Si tratta di materiale popolare come Shrek Terzo, Ocean’s Thirteen e The Bourne Ultimatum.

L’emittente televisiva Fox ha citato in giudizio YouTube per la diffusione di quattro episodi pirata della serie 24, telefilm di genere thriller. Un reato perpetrato in rete anche a danni di un’altra serie famosa a tutti, I Simpson, di cui sono stati diffusi ben 12 puntate

 Inoltre contro Google, proprietario e responsabile delle attività YouTube, pende una class action firmata da una parte dalla Football Association Premier League Limited (alias “Premier League”, la Serie A di calcio inglese) e dall’altra dalla produzione musicale indipendente di Bourne (statunitense). Entrambe le parti puntano il dito contro YouTube contestando i molti materiali protetti da copyright presenti sull’archivio. Viene contestato che YouTube non metterebbe in campo alcuna misura preventiva per evitare che gli utenti possano mettere online materiale protetto.

Anche la Lega Calcio Francese e la Federazione Francese del tennis hanno deciso di unirsi alla causa; così come la NMPA, l’associazione delle edizioni musicali americana, assieme alla Rugby Football League, all’autore Daniel Quinn e alla Finnish Football League.

Il conglomerato dei media Viacom, che ospita marchi come Mtv e Paramount, ha chiesto a Google di togliere dal database più di centomila clip che erano stati caricati senza autorizzazione e in più ha chiesto il risarcimento di circa un miliardo di dollari.

Questo è un piccolo campione rispetto al mare di cause che pendono su Youtube. Da sempre infatti sul sito di videosharing vengono uploadati e pubblicati senza controllo video contenenti materiale protetto da diritto d’autore (siano essi pezzi musicali o estratti da film), con la relativa e giustificata protesta dei legittimi detentori di tali diritti. Protesta che spesso trova sfoghi molto onerosi nelle aule di tribunale.

 

NUOVA ERA  ?

 

Ovviamente dal sito vengono rimossi i filmati contestati, ma ora sta iniziando quella che probabilmente è una nuova era nella quale lo staff cerca di normalizzare una situazione di fatto insostenibile; un esempio lampante è l’accordo siglato assieme ad una delle associazioni che detengono i diritti per i brani di molti importanti autori britannici. Così almeno per i 50.000 artisti rappresentati dalla Mcps-Prs Alliance (una delle più grandi società che riuniscono autori, editori e performer del Regno Unito), non ci sarà più motivo di protesta e chiunque potrà utilizzare liberamente i loro brani. Il sistema di retribuzione che YouTube si impegna ad attuare funziona tramite il calcolo dei minuti effettivamente visualizzati (e quindi ascoltati) dei brani in questione, quindi più un video contenente un certo pezzo musicale è visualizzato e più grande sarà la fetta di introiti che spetterà all’artista in questione. Gli introiti sono una tariffa flat che YouTube si impegna a versare alla società editrice (assieme al report su quanti hanno ascoltato cosa) che poi si incarica di operare la divisione. Quale sia l’ammontare della cifra forfettaria non è stato ancora rivelato. La parte più dura tuttavia sarà mettere a punto un sistema per identificare i brani contenuti nei video (che spesso sono dei sottofondi) e calcolarne i minuti di visualizzazione e quindi ascolto. Una tecnologia alla quale YouTube sta lavorando da tempo.

 

 

 

 

 

 

Cap 5. Il futuro del blog. Breve conclusione

Maggio 21, 2008

 

Quanto risulta dai temi snocciolati fin qui è la constatazione che la comunicazione botton up e down up , tra la classe dirigente e i cittadini-elettori, ma anche tra attori appartenenti ad una stessa sfera (ad esempio il dialogo nella società civile), si stia sensibilmente spostando dai tradizionali mezzi mediali ad un nuovo canale mediale, quella della Rete. Il blog è una delle forme attraverso cui si palesa la trasformazione in atto.

Risulta quindi evidente che nel futuro prossimo il blog assumerà un ruolo di maggior importanza; i blogger avranno un know-how ed un’esperienza più solidi tanto da poter immaginare una professionalizzazione del settore blog. Se il bacino di utenza crescerà effettivamente in modo esponenziale, come sta accadendo, sarà anche pronosticabile una confluenza di poteri politici, economici, culturali nel mondo del web che potrebbero scompaginare l’attuale configurazione (sia in chiave grafica sia, e con maggior rilievo, in chiave contenutistica), della blogosfera.

Le previsioni degli anni passati hanno spesso mancato il reale cambiamento avvenuto; troppo rapido e ramificato è l’ evolversi del web per poter fare congetture precise. Ciò che resta certo, anche fosse poco, è che un cambiamento ci sarà.

Due blog di recentissima apparizione,nella realtà ligure, accanto a quelli citati nei capitoli precedenti, esempi lampanti di come nascano branchie nuove del filone blog, quasi fossero funghi dopo la pioggia, sono pendolariliguri.blogspot.com e pendolaritigullio.interfree.it. Il coordinamento dei Pendolari Liguri ha scelto il web per aggiornare i clienti sulle ultime novità e per migliorare il funzionamento dell’azienda attraverso il dialogo diretto con i pendolari. Spiega Sonia Zarino che «ci premeva mettere a disposizione del “popolo della rotaia” uno spazio più interattivo, ed è per questo che abbiamo pensato a un blog». In questo caso, quindi, blog come servizio per i clienti, e come mezzo di ottimizzazione dell’impresa stessa: un ennesimo modo di impiego della Rete.

Gli argomenti trattati fin qui delineano positivamente il volto del blog e confidano in un suo evolversi utile, che interessa una grande gamma di settori, dai più ludici e frivoli ai più impegnati e seri. Ora bisogna solo attendere che i tempi maturino.

 

 

3. Il blog di Beppe Grillo

Maggio 11, 2008

 

Il blog di Beppe Grillo, tanto discusso e chiacchierato in questi mesi, è l’ esempio italiano che meglio mostra gli orizzonti e i confini di una nuova forma di comunicazione via computer come il blog.

The Guardian, autorevole quotidiano inglese, in un articolo del 9 marzo 2008, ha pubblicato la lista dei 50 blog più influenti al mondo (ne esistono più di 18 milioni): quello di Grillo risulta tredicesimo, grazie anche al fatto che i post sono pubblicati sia in italiano sia in inglese, lingua telematica per eccellenza. Il blog del comico-attore ( www.beppegrillo.it ), secondo i dati di Technorati ( www.technorati.it ) , un motore di ricerca (come Google) dei blog, ha 30 mila inbound-link, vale a dire siti o blog in vario modo collegati. Questo significa che oltre ai 150 mila visitatori giornalieri del sito, ce ne sono molti altri, probabilmente molti di più, che hanno navigato sulle pagine di Grillo attraverso altri siti o blog.

I dati riportati segnalano come tale moderno mezzo di comunicazione, non ancora scientificamente analizzato in tutte le sue sfaccettature, perché di recente nascita e in continua evoluzione, possa avere un impatto sulla società dell’informazione, e della comunicazione in senso più ampio, di forza ben maggiore dei tradizionali mezzi di comunicazione.

Particolarmente interessante del blog di Beppe Grillo, lanciato con il tour 2005 Beppegrillo.it e debuttato on line lo stesso anno, è il suo evolversi da fenomeno prettamente virtuale a realtà concreta, il suo sfruttare le vie, le città telematiche per raggiungere le città reali: il verbo si è fatto carne, e i grillini sono diventati un popolo che, mobilitato dai click, dalle poltrone di casa si è spostato nelle piazze d’ Italia. Grillo è a tutti gli effetti un pioniere della comunicazione via internet.

Il blog del comico genovese non può ricondursi ad una sola delle tre macro categorie di blog esistenti, che vanno considerati come degli idealtipi: Grillo utilizza abbondantemente i link per sostenere il proprio pensiero (categoria Filtri), posta articoli meditati volti all’analisi della società italiana (categoria Notebook), e riflessioni sulla propria vita che, essendo un personaggio pubblico, coinvolgono spesso emotivamente i lettori (categoria Blog ). Il blog di Grillo è a tuttotondo, sfrutta con sapienza le opportunità comunicative che il world wide web offre ai suoi utenti. Il 14 dicembre 2005, neanche a un anno dalla sua comparsa, non a caso, il blog di Grillo vince il Premio WWW (istituito nel 1997 dal giornale Il Sole Ventiquattrore e patrocinato dal Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie italiano) come miglior sito italiano nella categoria “news e informazione”.

Il tema principale del blog in questione, che non è affiliato a nessun gruppo editoriale, è il rapporto che intercorre tra la sfera politica, la sfera mass mediale e la sfera del cittadino-elettore: in sostanza si occupa dello spazio pubblico mediatizzato, il luogo, cioè, all’interno del quale si articola la vita sociale moderna. I post di Grillo, infatti, sono volti ad aggirare il tradizionale sistema mass mediale, accusato dal comico di essere fazioso e poco incline ad una funzione genuina di advocacy, per fare informazione libera, trasparente e documentata. Tralasciando i giudizi di valore, in tale ottica, risulta evidente l’ importanza e la portata rivoluzionaria che il blog può assumere nell’evoluzione del concetto di democrazia; ancor più il blog di Grillo, che utilizza il new media, nuovo strumento democratico, per analizzare i rapporti esistenti tra media, politica e cittadini ovvero i pilastri su cui si regge la democrazia.

La forza del blog di Grillo, in una prospettiva di lungo periodo, risiede nel suo pubblico di visitatori: in internet, infatti, sono i giovani i più numerosi ed esperti navigatori, sono cioè coloro che a cavallo del passaggio, per molti analisti obbligatorio e imminente, dal mondo mass mediale tradizionale (stampa, televisione, radio) al mondo new mediale (internet cellulare, etc), erediteranno il concetto moderno di democrazia per approdare su un nuovo lido semantico del termine stesso; il blog di Grillo quindi sta assumendo, almeno in Italia, un ruolo da traghettatore, da apripista per una discussione importante sulla mediatizzazione della società, che già affolla quotidianamente le colonne (vacillanti) della carta stampata oltre all’emergente blogosfera.

Per concludere riporto uno stralcio di intervista di Silvana Zanovello con il comico attore, pubblicata in Antologia dell’Agenda del 2007.

 

Beppe Grillo, come ha scoperto i bloggisti?

Dopo aver letto un libro di Roberto Casaleggio, “Web, ergo sum”. I loro “meet up” gli incontri di gruppo, sono almeno una novantina, in ottantacinque città. Radunano alcune migliaia di persone ciascuno. Partecipare costa poco: con 19 dollari al mese si hanno tutte le informazioni, più una serie di servizi”.

Ogni attacco di luddismo informatico ora gli è passato: “Registriamo cose strepitose che partono dal basso. Siamo una P2 sobria e trasparente, fatta di persone che condividono la stessa visione del mondo”.

Pronostica “la fine dei giornali dove l’informazione è filtrata, e anche della televisione come la vediamo oggi. In futuro non si farà più l’abbonamento a una rete ma soltanto a quello che interessa”.

Tutto gratuito, fine dell’editoria e dell’informazione come professione? Fine del copyright?

Per le notizie e le opinioni potrebbe valere lo stesso discorso che si potrà fare a proposito dei programmi: pagare soltanto quelle che vengono da persone di cui ci si fida”.

Uno come lei diventerebbe ricco come Bill Gates.

Fino a questo momento il mio sito e il mio blog sono gratuiti”.

Che cosa accadrà di questa enorme massa di informatori-lettori che si è creata intorno a lei quando deciderà di passare il testimone? Non le pesa la responsabilità di designare un successore? Se fosse un manovratore?

Il problema della successione non si pone perché io non sono un leader ma un megafono”.

 

 

 

 

 

 

 

Analisi Blog

Aprile 24, 2008

1. STORIA DEI BLOG

E’ difficile definire l’esatto momento in cui il Blog viene alla luce, soprattutto da quando è iniziato un dibattito riguardo a che cosa distingua un blog da un home page personale.

Quello che è certo è il fatto che il blog come lo conosciamo oggi non sia stato inventato né da una singola persona né da un’organizzazione.

Alcuni considerano la pagina “What’s New”, pubblicata all’interno di Mosaic nel giugno del 1993, il progenitore di questo genere.

All’interno di questa pagina, che veniva aggiornata quotidianamente, erano segnalati una serie di siti che i navigatori avrebbero potuto trovare interessanti; in quel periodo ovviamente i pochi utenti della rete trovavano interessante qualsiasi cosa.

Con la diffusione sempre maggiore di internet i siti web crebbero in modo esponenziale fino a dare alla rete l’odierna forma: aziende che pubblicizzavano i propri servizi e propri prodotti, quotidiani che al supporto cartaceo affiancavano un’edizione web e tantissime pagine personali in cui le persone davano rilivenza ai propri interessi e alle loro vite.

Lo sviluppo successivo verso il blog fu determinato da alcuni appassionati che decisero di includere, seguendo l’esempio di Mosaic, tutta una lista di link riguardanti i siti di un certo interesse che giornalmente raccoglievano navigando nel web.

Si sviluppò quindi, quasi automaticamente, una sorta di diario virtuale in cui degli utenti segnalavano ad altri utenti le pagine che reputavano di un certo rilievo riguardo a un determinato argomento.

Nasceva così un genere del tutto particolare di siti in cui i navigatori più appassionati trasformavano le proprie Home Page in una lista di link in continuo aggiornamento, seguiti da una parte testuale in cui gli autori spiegavano ai lettori perchè quei collegamenti avrebbero potuto interessare.

I primi blog sulla falsa riga di quelli attuali si svilupparono negli Sati Uniti: Steve Bogart creò News, Pointers & Commentary (in seguito chiamato Now This) nel febbraio del 1997 e Dave Winer lanciò Scripting News nell’Aprile dello stesso anno; e in dicembre fu creato Robot Wisdom di John Barger.

Il neologismo weblog venne ideato da John Barger per definire il genere di siti che egli stesso curava e nel Novembre del 1998, su iniziativa di Jesse James Garrett, un redattore di Infosift, venne stilata una lista dei primi weblog che in seguito fu inviata da lo stesso Garret a Cameron Barrett, curatore di Camworld.

Cameron Barrett, a sua volta, scrisse un saggio intitolato Anatomy of a Weblog, in cui descriveva dettagliatamente gli elementi e le caratteristiche del nuovo nato della rete.

Sebbene, in seguito al saggio di Barrett, il neologismo “weblog” fosse divenuto termine accettato fu Peter Merholz a introdurre la versione tronca “Blog” .

La caratteristica principale di questo nuovo strumento virtuale era quello di essere più pratico possibile: un’area principale, riservata ai contributi quotidiani con accanto, una sottile colonna laterale in cui compariva una lista di altri “blog amici” o ritenuti interessanti.

Nell’agosto del 1999 una piccola società di informatica chiamata Pyra lanciò una piattaforma di blogging gratuita a nome “Blogger”, che attualmente è gestita da Google e conta tra i 15 e i 20 milioni di Blog.

2.TIPOLOGIA DEI BLOG

Un Blog può essere definito come un diario in ordine cronologicamente inverso, in cui i nuovi contributi sono collocati all’inizio della pagina web.

Questi contributi possono essere aggiornati anche svariate volte al giorno; possono essere commentati dai lettori; e possono contenere all’interno collegamenti ipertestuali che rimando ad altro materiale audio, video o testuale presente nella rete.

I Blog sono strutturati sotto forma di pagina web, in cui un programma guida il blogger (nel gergo della rete colui che gestisce il blog) nella creazione della propria pagina personale, senza necessariamente conoscere il linguaggio HTML, cioè il linguaggio di programmazione usato nel web per costruire collegamenti ipertestuali.

Il fatto che la procedura di formazione del blog sia guidata attraverso vesti grafiche dette template, cioè le pagine matrici, non costituisce tuttavia un limite per gli utenti più esperti che hanno la facoltà di poter utilizzare le proprie conoscenze informatiche per implementare le caratteristiche della propria pagina web o, se lo vogliono, costituire un sito estremamente personalizzato secondo i propri gusti.

Rimane comunque il fatto che la semplicità di creazione di un blog è sato uno dei motivi che ha portato alla rapida e allargata diffusione di questo strumento nella rete.

Negli utlimi anni la popolarità dei blog ha avuto una diffusione impressionante soprattutto nelle fasce giovanile della rete, infatti la tipologia di blog maggiormente diffusa nella rete è rappresentata dai blog personali: la loro caratteristica è quello di contenere tutta una serie di informazioni sulla vita quotidiana dell’autore, sulle sue passioni, i suoi gusti, i suoi desideri.

I commenti di questa categoria di blog sono per la maggior parte lasciati dagli amici, e trattano temi spesso molto pesonali.

Una tipologia diversa dai blog personali ma non meno importante e diffusa, è quella dei blog di attualità: in essi i temi trattati riguardano la politica, l’economia, la cronaca, la cultura e svariate altre tematiche.

Proprio per questo fatto di riferirsi all’attualità questi blog si avvicinano molto alla funzione di informare, che fino a pochi anni fa era svolta dai quotidiani.

Il paragone tra blog e quotidiani, seppur intuitivo, può però essere fuorviante, infatti questi due strumenti d’informazione possegono delle caratteristiche ben distinte che non permettono di sostenere la tesi di una progressiva scomparsa dei quotidiani a favore dei blog.

La funzione dei media tradizionli resta indiscutibile e per ora insostituibile: allo stato attuale i blog tendo non a sostituirsi, bensì a integrarsi ai primi.

Sebbene una tassonomia dei blog non può (e non vuole essere) esaustiva a causa della dinamicità di questi strumenti, che li rende malleabili a molteplici scopi, altre tipologie di blog meno diffuse rispetto alle precedenti sono: il blog tematico, in cui il blogger approfondisce un tema, spesso una sua passione, e che rappresenta un punto d’incontro per persone con interessi comuni; il blog directory costituito da l’elevata presenza di link; il photoblog utilizzato prevalentemente dagli amanti della fotografi; il blogames che trattano di giochi; il blogvetrina in cui vengono presentate le opere di vario genere, solitamente artistiche , dell’autore; il blog politico che puo trattare di argomenti politci o essere; l’urban blog riferito a un’entità territoriale definita come una città, un paese o un quartiere; gli audio e video blog in cui vengono distribuiti contenuti audio, sotto forma di podcasting, e contenuti video attraverso un flusso di dati detto streaming on demand.

Tutte le tipoligie sopracitate si possono racchiudere in ulteriori tre macrocategorie: i blog in senso stretto, i notebook,  e i filtri.

Nel caso della prima macrocategoria, essa contiene tutti quei siti che assomigliano a diari in forma breve e che rappresentano certamente il formato più comune di blog nella rete.

La macrocategoria notebook, differisce dal blog in senso stretto per il fatto che i contenuti e le informazioni trattano temi più specifici e in maniera più estesa, risultando essere, in ultima analisi, una sorta di raccoglitore di idee all’interno di determinate esperienze piuttosto che, una serie di brevi commenti sulla vita quotidiana del blogger come nel caso dei blog in senso stretto.

La demarcazione tra notebook e blog risulta comunque essere molto sottile e le due categorie si mischiano senza quindi esaurire le innumerevoli possibilità e potenzialità del blog.

Ultima categoria è quella dei filtri: in questi blog ciò che è preminente sono i link contenuti al loro interno.

Il loro chiaro obbiettivo è quello di ricercare, selezionare, e filtrare l’immane mole di informazioni che si possono reperire nella rete e presentarla al frequentatore del sito sotto forma di link.

4. BLOG E MEDIA TRADIZIONALI

Citizen Journalism

Il blog come nuovo strumento del web 2.0 ha potuto trovare applicazione in svariati campi del mondo virtuale.

Con il nome di Citizen Journalism o giornalismo collaborativo viene oggi indicato il giornalismo, che attraverso i blog, vede la partecipazione attiva dei lettori anche grazie alle caratteristiche dei nuovi media.

La forza di questo giornalismo è quello della rapidità e della facilità con cui la gente può raccontare al mondo quanto vede e prova in prima persona.

La visione ottimista dietro al citizen journalism prevede che siano i lettori a capire chi è autorevole e chi no, e a effettuare una selezione di conseguenza, selezione che porterebbe alla scomparsa delle voci meno autorevoli.

Dan Gillmor, paladino del nuovo giornalismo, ebbe a dire a questo proposito:“i miei lettori, collettivamente, ne sanno più di me”.

Attualmente le esperienze più affascinanti della rete in questo senso sono Agoravox, sito francese in cui chiunque può inviare le proprie corrispondenze diventando una sorta di redattore e OhMyNews, sesta testata sud-coreana dove una redazione composta da 75 persone, vaglia circa 200 articoli al giorno.

Il 70% viene pubblicato e retribuito (da 2 a 20 euro).

Anche Wikimedia, la fondazione che tra le altre cose gestisce l’enciclopedia libera Wikipedia, ha un progetto dedicato al citizen journalism: Wikinews.

Mentre nel panorama italiano è degno di nota il Blog Agregator di Giuseppe Granieri.

Il Blog Aggregator viene definito come una redazione allargata in cui ognuno può inserire i propri contenuti.

L’obiettivo è quello di fornire una panoramica allargata delle discussioni nei blog.

Chiunque può scrivere nel Blog Aggregator un collegamento a un post del proprio blog.

Se nella prima versione, il Blog Aggregator si limitava a un elenco degli ultimi post inseriti, oggi, giunto alla terza edizione, si presenta come la pagina di un sito di informazione, con una certa strutturazione in categorie.

Beppe Grillo nel suo blog sperimenta una forma simile di informazione distribuendo un inserto in formato pdf, liberamente stampabile dai lettori.

Complementarietà, ipertestualità e interattività della rete moltiplicano al massimo grado il potenziale di “fare informazione”: attraverso l’utilizzo degli strumenti offerti, il giornalista multitasking diventa un distributore di contenuti di vario genere inscritti in un ampia gamma di possibilità che vanno dal tradizionale articolo scritto a file audio e video con cui integrare l’informazione che esso vuole dare.

Inoltre l’apertura di nuove frontiere, permesse dal processo che va sotto il nome di convergenza dei media, amplia a dismisura la possibilità di essere informati: con l’ausilio di un telefono cellulare è possibile ricevere le notizie praticamente in ogni luogo e in ogni momento.

Blog e giornalismo

Se è vero che la maggior parte dei blog sono una sorta di diario personale, senza alcuna finalità giornalistica, si è tuttavia aperta una nuova frontiera dell’informazione veicolata dal blog e prediletta soprattutto da un pubblico giovanile.

Sempre più utenti di internet infatti preferiscono il blog come canale in cui reperire le informazioni piuttosto che la classica carta stampata.

Una ricerca di comScore dimostra che il 40% dei 400 blog più letti negli Stati Uniti è a sfondo politico; inoltre la ricerca porta alla luce la questione ancor più rilevante che alcuni lettori molto spesso prediligono un rapporto più personale con il singolo autore del blog piuttosto che l’opinione autorevole di una testata .

Ulteriore elemento che conferma il ruolo rilevante dei blog come canale informativo è la capacità di quest’ultimo di riuscire a condizionare sempre più l’opinione pubblica; fenomeno questo che prima era appannaggio esclusivo della televisione e dei quotidiani.

Inoltre sembra sempre più crescente la tendenza dei media tradizionali a sviluppare le notizie ricavate dalla “blogosfera”.

La ragione di un così impetuoso successo dei blog informativi si può ricavare prima di tutto in una questione di “sfiducia” da parte del lettore nei confronti dei quotidiani tradizionali e nella facoltà, attraverso la miriade di siti che popolano la rete, di trovare ampio spazio all’approfondimento delle notizie che più lo interessano, consultando svariate fonti e con la possibilità di formarsi un’opinione tutta sua sui temi d’attualità e di lasciare un commento personale in tempo reale che può svilupparsi in un vero e proprio dibattito.

Questa è anche la tesi sostenuta da Dan Gillmor, in We the media, secondo cui il giornalista di domani è una persona umile che si situa in un piano paritario con il lettore e ammette la propria ignoranza su determinati temi.

L’andamento parrebbe dirigersi sempre più verso un’informazione democratica, paritaria, istantanea, dinamica e con più voci come intravede Giuseppe Granieri, nel suo libro Blog Generation, secondo cui i blog sarebbero un mezzo per tornare all’agorà ateniese, in cui tutti possono dire la propria opinione democraticamente.

Un altro studioso del fenomeno, Jay Rosen, porta come esempio della forza innovatrice dei blog, il modo in cui questi hanno saputo riferire dello tsunami che sconvolse il sudest asiatico: mentre i media tradizionali, per i meccanismi che gli sono propri ormai consolidati, dettero le notizie dell’evento in maniera flemmatica e minuziosa perdendo però in tempestività, i blog ne riferirono gli avvenimenti in modo caotico, ma molto più rapidamente.

Tre parrebbero essere le regole d’oro di un articolo di blog: la prima è la forma di “work in progress” dei contributi che sollecita il lettore a partecipare alla discussione; la seconda è il fatto che i contributi sono schietti e informali senza la paura di esprimere opinioni forti; la terza la schematicità e brevità dei post.

La forza dei blog che per gli apologeti consiste nella dinamicità e pluralità d’opinione, rappresenta invece per alcuni critici il loro punto debole.

Secondo quest’ultimi proprio la spregiudicatezza, nonché la sinteticità dei contributi dovuti al concetto di no scrolling (essere brevi e concisi in maniera che il lettore non debba scorrere la pagina web) e alla regola identificata con l’acronimo kiss (keep it simple stupid) rende l’informazione dei blog frammentaria e poca approfondita o, nel peggiore dei casi, non veritiera.

La critica consiste quindi nella difficoltà da parte del lettore di identificare le fonti da cui la notizia proviene.

Altri osservatori del fenomeno, come Robin Good nel post I Blog sono fonti di notizie, ritengono invece che la credibilità dei blog sia maggiore di quella dei media tradizionali, questo perché i blogger sarebbero liberi da vincoli e controlli da parte di un editore o di un direttore come capita nella carta stampata e inoltre non ci sarebbe alcun tipo di pressione economica che potrebbe influenzare il giornalista.

Good porta due argomenti in difesa della sua tesi: il primo è l’ammissione dell’ideologia seguita dall’autore che, se non è sempre esplicita è spesso chiaramente identificabile, al contrario dubita dell’indipendenza dei media tradizionali; il secondo è l’appartenenza a una comunità intesa come un sistema autodeterminante che porta gli errori alla luce.

I blog sembrerebbero operare come un certo tipo di giornalismo di inchiesta che porta alla luce le contraddizioni attraverso la spregiudicatezza e la maggiore libertà, risultando essere il “cane da guardia” dei media tradizionali, i quali, a loro volta, assumono sempre più il profilo di “cane da compagnia” (lap dog in inglese), delle vicende politiche, limitandosi a officiare i discorsi politici, senza apportare nessuna critica costruttiva.

Ma talvolta proprio la loro spregiudicatezza rischia di generare un’informazione non veritiera, che una volta inseritasi nel tam-tam dei blog continua a circolare per mesi se non per anni.

Inoltre la citazione di fonti e statistiche, quando non supportata da link a istituzioni credibili, rischia di essere molto imprecisa tanto da incrementare la confusione.

.Ma anche la possibilità di risalire alla fonte, di link in link, rischia di essere un’illusione, tranne quando è il responsabile a uscire allo scoperto: nel 2006 si diffuse la notizia (falsa) di come Skype, il popolare strumento di telefonia via internet, venisse censurato in Cina per mezzo di un miagolìo.

La bufala fu svelata quando l’autore, Vittorio Zambardino, uscì allo scoperto dichiarando di aver male interpretato un notizia apparsa su Business Week.

storia del wiki

Aprile 22, 2008

Un wiki è un sito web o un insieme di documenti ipertestuali che possono essere modificati dagli utilizzatori e i cui contenuti sono sviluppati in collaborazione; la modifica è aperta e libera al fine di condividere e ottimizzare la conoscenza.

Il termine wiki deriva dal hawaiiano “wiki wiki” che significa rapido o molto veloce, fu coniato da Ward Cunningham, il padre del primo wiki, che si ispirò ai bus navetta dell’areoporto di Honululu.  Programmatore statunitense, fondò il primo sito wiki, il Portland Pattern Repository, il 25 marzo 1995; attualmente ancora attivo, il sito è dedicato a una storia informale delle idee di programmazione.

Caratteristica distintiva della tecnologia wiki è la facilità con cui le pagine possono essere create o modificate, l’utente può così scrivere e rivedere i documenti con un semplice linguaggio di markup, usando un web browser. Questa semplificazione si è resa necessaria data l’estrema complessità del linguaggio HTML e dal fatto che gli utenti si sarebbero potuti distrarre dai contenuti veri e propri. I wiki sono un mezzo completamente ipertestuale con una struttura di navigazione non lineare, in base alla quale ogni pagina contiene un gran numero di link ad altre pagine.

La tecnologia wiki di Cunninghum deve la sua fortuna al progetto di Nupedia prima e Wikipedia poi, entrambi indirizzati alla realizzazione di enciclopedie libere sul web. Nupedia fu fondata nel marzo 2000 da Jimbo Wales, per l’azienda Bormis e Larry Sanger. Questa non era un vero e proprio wiki aperto alle modifiche pubbliche, bensì si costituiva tramite un processo di revisione affidato ad esperti: si volevano creare voci di qualità comparabile a quelle di enciclopedie professionali grazie al contributo gratuito di accademici che lavorassero ai contenuti. I contenuti erano liberi, in quanto liberamente disponibili e riproducibili, infatti, come attualmente le voci di Wikipedia, erano editi sotto la GNU Free Documentation License. LA GNU FDL è una licenza di copy left creata dalla Free Software Fondation di Stallman per distribuire, modificare o utilizare a fini commerciali i documenti. Il processo di revisione previsto da Nupedia, però, si rivelò piuttosto lento e macchinoso, facendo si che le 24 voci create, nel 2003, anno di chiusura del sito, fossero incorporate in Wikipedia. Quest’ultima nacque come progetto complementare di Nupedia il 10 gennaio 2001: era prevista la partecipazione degli utenti per scrivere le voci dell’enciclopedia che sarebbero state incorporate in Nupedia successivamente, dopo una revisione. Poichè il consiglio consultivo degli esperti di Nupedia disapprovò il progetto, Wikipedia venne rilanciata solo cinque giorni dopo come sito web indipendente. La nuova enciclopedia ebbe un successo strepitoso e già alla fine del suo primo anno di esistenza conteneva 20.000 voci in 18 lingue differenti. Nel 2002, a seguito della nascita della spagnola Encilopedia Libre, che denunciava la paura per la pubblicità commerciale e l ‘anglo-centrismo di Wikipedia, Wales dichiarò che quest’ultima non avrebbe ospitato pubblicità promozionale e spostò il dominio del sito web da Wikipedia.com a Wikipedia.org. Nel 2003 da Wikipedia e Nupedia nacque la Wikimedia Foundation, un’organizzazione no profit a sostegno sia di questi progetti che dei progetti fratelli, come il Wikizionario o le Wikinotizie. Da allora il progetto di Wikipedia crebbe ad una velocità incredibile fino ad arrivare quest’anno al traguardo di 10 milioni di voci, diventando la più citata dai mass media, indicizzata dai motori di ricerca e andando a costituire uno dei fenomeni più caratterizzanti del web2.0 (essendo fra i 15 siti più visitati al mondo).

 FONDAZIONI NO PROFIT

Anche se non è facile dare una definizione attendibile di ente no profit, a causa delle peculiarità dei casi concreti, è comunque possibile rintracciarne alcuni elementi essenziali. L’ente senza scopo di lucro può senz’altro produrre un attivo sul piano economico-gestionale, ciò che importa è che tale margine di utile non si traduca in profitto, cioè non venga distribuito tra i membri della struttura stessa, venendo, viceversa reinvestito nell’attività svolta dall’ente ovvero destinato a finanziare iniziative di utilità sociale. In realtà non si esclude in modo assoluto la possibilità che gli utili vengano distribuiti tra i soci, ma non devono superare dei massimali stabiliti dalla legge. Le fondazioni godono inoltre di importanti detrazioni fiscali, allo stesso modo i donatori. Ciò incentiva spostamenti di denaro, soprattutto tra aziende di grandi dimensioni con notevoli introiti, verso fondazioni no profit, al fine di detassare il capitale e determinando così un circolo di donazioni che si autoalimenta. Inoltre non va trascurato il guadagno, in termini di prestigio e pubblicità, che le donazioni verso le fondazioni no profit comportano per le grandi imprese.   

La Wikimedia Foundation si affida per il 96% dei suoi introiti a donazioni pubbliche e il restante 4% lo ricava da vendita di magliette e gadget. I fondi sono spesi al 57%  per potenziamenti dell’ hardware e salari, il restante va in spese di amministrazione.  I maggiori beneffattori, coloro che versano più di 50 mila dollari, e così facendo possono godere della compagnia di Jimmy Wales per una cena, sono la “Alfred Sloan Foundation” con un contributo di 3 milioni di dollari, la “Virgin Foundation” e alcuni donatori individuali.

REGOLE DI WIKIPEDIA

Wikipedia si è dotata nel corso del tempo di una serie di regole, ad oggi in continua evoluzione e oggetto di discussione tra gli utenti, che si fondano su cinque pilastri: “wikipedia è un’enciclopedia, ha un punto di vista neutrale, è libera, ha un codice di condotta e non ha regole fisse”. Questi punti generali sono esplicitati profusamente in diverse pagine e accompagnati da altre pagine contententi un vero e proprio supporto tecnico. 

Innanzitutto wikipedia è sia un’enciclopedia on line che una comunità formata dai cosiddetti wikipediani. Non è un’enciclopedia di carta, infatti non vi sono limiti pratici di spazi, fatto salvo il limite del buon senso: pagine troppo pesanti, in byte, possono creare disagi a chi utilizza connessioni lente o problemi di leggibilità. Non essendo solo un dizionario, le sue voci contengono tanto una definizione quanto altre informazioni; inoltre su wikipedia non sono ammesse azioni di propaganda, o pressioni di alcun tipo, la presenza di pubblicità e di forum di discussione. Allo stesso modo non si può utilizzare l’enciclopedia come proprio sito o blog, i wikipediani hanno a disposizione lo spazio per la loro pagina personale da usarsi per informazioni di lavoro e non di curriculum. Infine sono bandite e solitamente immediatamente rimosse, voci con contenuti inappropiati, shock o volgari. Si richiede agli utenti un comportamento civile, non di sfide e liti personali; il metodo della votazione, solitamente usato per risolvere i conflitti, è un modo secondario per trovare il consenso, il primo è la discussione. Ciò rispecchia la definizione di democrazia di Hannah Arendt “la legge della maggioranza è semplicemente una procedura di decisione e la democrazia un sistema politico basato sul dialogo aperto”.

Il punto di vista neutrale, come per ogni enciclopedia, anche per wikipedia è un concetto fondamentale: essa infatti non assume alcuna posizione nè di condivisione nè di rigetto. Ciò richiede che una voce presenti correttamente tutti i punti di vista significativi in maniera proporzionata al grado di accettazione degli stessi da parte dell’opinione pubblica.

Riguardo alla libertà di wikipedia ci si riferisce alla già citata licenza di copyleft su cui si basa il progetto che permette a ciascuno di copiare e distribuire un documento, modifiacandolo o meno, sia a fini commerciali che non. 

In ragione del fatto che i wikipediani appartengono a paesi e culture differenti, esiste una wikiquette basata sul valore fondamentale del rispetto reciproco al fine di una sana e produttiva collaborazione. Si parte dal presupposto che le persone frequentino Wikipedia per scrivere buone voci, dunque la fiducia reciproca è imprescindibile; altrettanto importanti sono le correzioni e le revisioni che vanno sempre motivate. Va ricordato che un buon lavoro è dettagliato, ben informato, ben referenziato e si limita ai fatti.

LIMITI

Sono molti gli interrogativi e le critiche che investono il progetto di Wikipedia e la sua comunità: innazitutto ci si chiede se l’iniziativa riuscirà a mantenersi fedele ai suoi principi nonostante la crescita mensile del 7%; infatti i valori di apertura e cooperazione sembrano a volte incompatibili con le dimensioni dell’opera. Le maggiori difficoltà dell’enciclopedia riguardano le modalità di creazione e controllo delle voci e, inoltre, è piuttosto dubbio che l’enciclopedia libera possa coprire tematiche specialistiche in maniera sufficiente. Poichè qualunque membro della comunità può inserire una voce e questa può essere successivamente modificata da un altro membro, i termini non sono mai finiti. Ciò significa anche che non vi è un’autorità finale che certifichi accuratezza delle definizioni e veridicità, queste infatti sono in mano solamente all’autocontrollo degli aderente all’iniziativa. Va detto comunque che la comunità dei wikipediani è molto attiva e la qualità delle voci è sempre maggiore, anche grazie all’esistenza di norme che segnalano ciò che non dev’essere inserito. Il nodo sembra appunto questo: il dualismo tra norme e democraticità, se da un lato occorrerebbero regole più puntuali per evitare abusi, voci di discutibile enciclopedicità, personalismo ed eccessivo arbitrio da parte degli utenti; dall’altro così facendo si ridurrebbe il carattere di libertà che contraddistingue il progetto fin dagli albori. Alcuni accorgimenti sembrano utili ma peraltro discutibili, come l’esclusiva possibilità di mettere a votazione e votare riguardo l’abolizione di una voce, solo da parte di chi abbia editato almeno trenta voci. Ciò preserva senza dubbio da atti di vandalismo gratuito, ma d’altra parte impedisce, tramite richiesta di una sorta di certificazione, la possibilità di esprimere un parere all’interno di Wikipedia, creando una specie di gerarchia tra vecchi e nuovi utenti. La mancanza di un controllo istituzionalizzato su contenuti e nuove pubblicazioni, può portare alla nascita di figure che si ergono a censori del progetto, seppur privi di qualunque mandato e autorevolezza.

Altro busillis, già accennato sopra, è quello che riguarda il carattere generico-specialistico di Wikipedia: ad esempio, personaggi come Loredana Lecciso, appartenenti al mondo dello spettacolo, ma di fama e capacità relative, hanno diritto di stare in un’enciclopedia come Wikipedia? Sicuramente apparterrebbero a pubblicazioni riguardanti il mondo dello spettacolo italiano, ma altrettanto sicuramente non rientrerebbero all’interno della Treccani. Wikipedia come si pone nei confronti di questi casi? Si potrebbe sostenere che non dovendo affrontare problemi di spazio essa possa contenere quante più voci interessino ad almeno una cerchia di utenti, diventando così un’enciclopedia mista. D’altra parte si potrebbe dire che ciò determini una minor credibilità dell’enciclopedia stessa, a causa dell’unione di un insieme di voci poco coerenti fra loro, che forse, sarebbe meglio affidare a progetti paralleli e specializati in diversi settori.   

ALTRI PROGETTI WIKI

La tecnologia wiki, nel corso degli anni, si è notevolmente diffusa all’interno di enti e istituzioni, come ad esempio università e aziende. Nel web, inoltre, si trovano molte tipologie diverse di wiki: dal Fluwikie, rigurdante problemi e discussioni connessi all’influenza a Wikimapia, dove gli utenti aggiungono informazioni su tutti i luoghi della terra.

Contemporaneamente la stessa Wikimedia Foundation ha promosso lo svilupparsi di progetti fratelli a Wikipedia, quali Wikiquote, Wikibooks, Wikisource, Wikinotizie, Wikizionario, Wikiversità, Commons, Wikispecies e Meta. Wikiquote è una raccolta di aforismi e citazioni libere e multilingue, con collegamenti a Wikipedia per ulteriori informazioni e Wikisource per i testi completi. In essa si possono trovare citazioni celebri di anonimi, di e su autori celebri, tratte da e su opere teatrali, musicali, letterarie, film, programmi tv e cartoni animati, incipit ed explicit di opere letterarie, epitaffi, filastrocche, gaffe famose, proverbi e molto altro. Su Wikibooks si possono trovare libri liberi, modificabili da tutti. In particolare si tratta di un progetto multilingue per creare e-book di taglio divulgativo, rivolti in paticolare agli studenti, come libri di testo, manuali e libri commentati, ciò al fine di aiutare l’ autoapprendimento e la disponibilità di materiale didattico gratuito. Il portale contiene una biblioteca divisa per sezioni come geografia, sport, giochi. Il progetto, almeno per quanto riguarda la parte italiana, è ancora agli inizi. Wikisource è invece una raccolta di testi liberi, o perchè di pubblico dominio, o perchè gli autori ne concedono la libera diffusione, nei termini della licenza GFDL e contribuendo così allo sviluppo del copyleft. Anche Wikisource è diviso in sezioni quali letteratura, storia, diritto, canti, religione e scienze, attorno alle quali si sviluppano progetti specifici di approfondimento e riordino dei documenti presenti in ciascuna sezione. Wikinotizie è il luogo dove le figure di lettore e cronista vengono a fondersi. Il fine è quello di creare una comunità i cui partecipanti collaborino da ogni parte del mondo per riportare e divulgare le notizie sui fatti correnti. Gli articoli devono avere un punto di vista neutrale, essere precisi e rendere chiaro il contenuto al lettore, senza prevedere nè congiunture nè opinioni personali. Wikinotizie è sia globale che locale. Secondo alcuni siti web Wikinotizie è sia una sorta di blog scritto dai lettori, e quindi una fonte di aggiornamento sui fatti del presente, sia un’agenzia di stampa indipendente, alternativa alle private. Ogni notizia è pubblicata sotto la licenza GFDL e vi sono alcuni problemi legati al percorso di pubblicazione delle news: ogni articolo deve passare per quattro stadi, a partire dallo sviluppo per arrivare all’archiviazione, in modo da poterne garantire la veridicità. Il Wikizionario non è ancora stato realizzato in italiano, ma sono presenti in rete l’edizione inglese, francese e in altre lingue. Il progetto ha l’obiettivo di creare un dizionario libero e gratuito che non includa solo le definizioni delle parole, ma anche altre informazioni per comprenderle al meglio come etimologie, pronunce,frasi fatte, sinonimi, contrari e traduzioni. La Wikiversità è il progetto più giovane che mira a creare una comunità di apprendimento basata sul wiki; all’interno di essa è possibile partecipare ai corsi online già attivi o crearne di nuovi. E’ strutturata in maniera simile ad un vero e proprio ateneo, diviso in facoltà all’interno delle quali vi sono diversi corsi e materie. Le materie a loro volta sono suddivise in anni di studio. Benchè il progetto sia ancora agli inizi e la versione italiana sia molto scarna, si mira a definire i concetti fondamentali delle varie materie e a svolgerli in lezioni più strutturate. Commons è un archivio di documenti multimediali, rilasciati sotto la licenza GFDL per tutti i progetti della Wikimedia Foundation. Vi sono immagini, video e file audio che gli utenti possono votare e allo stesso tempo è possibile inserirne di nuovi. Wikispecies è l’archivio tassonomico di tutte le forme di vita conosciute, coprirà i regni di animali, piante, funghi, batteri e protisti. La comunità si riconosce nel principio: “Wikispecies è libera, perchè la vita è nel pubblico dominio”. L’ultimo oggetto della Wikimedia Foundation è Meta, uno spazio multilingue di coordinamento in cui si può discutere e proporre l’apertura di nuovi progetti, di nuove edizioni in lingue non ancora presenti. La comunità di tutti coloro che collaborano ai progetti della Wikimedia Foundation si riunisce ogni anno in una città diversa del globo per scambiarsi nuove idee e migliorare i progetti già esistenti, nell’ambito della manifestazione Wikimania.

SCENARI FUTURI

La crescita di importanza e di utenti che Wikipedia ha raggiunto nel tempo, ha determinato nuovi scenari all’interno della rete. Infatti sembra sempre più collaudato il binomio Google-Wikipedia, entrambi strumenti molto affidabili e sempre più cliccati. Il trend sembra confermato dall’uscita del nuovo e utilissimo tool per Firefox che mostra i risultati delle ricerche di Google e Wikipedia in un’unica pagina. Tramite Googlepedia, inserendo la parola da cercare, si otterranno i corrispondenti risultati sia tra le ricerche di Google, che all’interno dei testi di Wikipedia. La visualizzazione verrà mostrata, nel browser, in due colonne, portando i risultati di Wiki nella colonna di destra, solitamente occupata dagli sponsor Adwords.

Nel dicembre 2007 Google ha lanciato il progetto Google Knol, con l’intento di raccogliere tutto lo scibile umano messo in rete dagli utenti, dove sarebbe l’autore a decidere se monetizzare o meno la consultazione del proprio lavoro, e del quale sarebbero previste possibili multiple versioni e differenti punti di vista. All’interno di Knol, dovrebbero essere inseriti degli Adsense nella pagina, che permetterebbero quindi un guadagno legato ai clic pubblicitari, in modo da retribuire gli autori delle voci. Si tratta dunque di un chiaro progetto competitivo nei confronti di Wikipedia, diventato ormai fonte alternativa a Google. Le voci di Knol potrebbero diventare così le prime disponibili nel pagerank del motore di ricerca, tra le informazioni di tipo enciclopedico, penalizzando tantissimo Wikipedia, che diminuirebbe di molto la consultazione delle sue pagine. Grazie alla messa in risalto che Knol conferisce all’autore della voce, inoltre, si potrebbero generare due diverse conseguenze: da una parte molti collaboratori di Wikipedia, tentati da una maggior notorietà, andrebbero a collaborare con Knol, dall’altra si determinerebbe una maggiore competitivià tra gli utenti, minando così il progetto democratico e ugualitario alla base di Wikipedia. 

In risposta a ciò, Wikipedia, sta lanciando un motore di ricerca alternativo a Google, di cui saranno gli internauti, con il principio che sta alla base del wiki, a inserirne le informazioni. lI progetto si chiama Wikiasearch e dipende non dalla Wikimedia Foundation, ma dalla Wikia, l’associazione a fini di lucro, sempre facente capo a Jimbo Wales. 

 

materiale blog

Aprile 19, 2008