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Rileggere per capire. Un’esperienza in rete

Maggio 18, 2009

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Il breve racconto di non più di quindici minuti di navigazione in rete offre più spunti di riflessione di tanti saggi sull’argomento. Dunque, per prima cosa i fatti. So, per aver visto fisicamente l’oggetto, che Umberto Eco ha da poco pubblicato un libro – piuttosto un dialogo scritto con lo sceneggiatore francese Jean-Claude Carrere, dal titolo ammiccante – Non sperate di liberarvi dei libri  – che si riferisce appunto al futuro dell’editoria nell’epoca digitale. Ricordo di aver letto un articolo, quasi sicuramente su Repubblica, non so esattamente quando, che sempre si riferiva alla questione, proprio a firma di Eco. Penso di cercarlo per metterlo a disposizione del blog, in riferimento all’uscita del libro: ho dunque un’idea ben precisa di quello che devo cercare, quando imposto la ricerca sul motore interno di Repubblica con le parole “Eco” e “book”. La ricerca mi da molteplici risultati, ma non sono molto convinto di aver trovato quello che cercavo. Trovo invece, in terza o quarta posizione, un articolo di Corrado Augias del 18 ottobre 2000, dove si fa riferimento all’inaugurazione della fiera di Francoforte e Umberto Eco viene semplicemente citato. Nonostante l’articolo – si tratta di un’intervista allo storico della lettura Roger Chartier – sia ben altra cosa rispetto a quanto stessi cercando, mi sembra altrettanto interessante e decido di mettere questo a disposizione del blog. Con questa postilla: a distanza di dieci anni (un’enormità per i tempi con cui procede l’evoluzione tecnologica) la discussione sull’e-book come rivoluzione continuamente annunciata che sancirà la morte del libro mi pare sia inquadrata da Chartier nella giusta prospettiva antropologica. Anche dal punto di vista tecnologico si sperimenta e si cerca un mercato (è il caso del nuovo Kindle DX di Amazon) ma i tempi sono più lunghi di quanto si poteva ipotizzare.

Ecco quindi un esempio concreto di ipertestualità e logica associativa che i motori di ricerca contribuiscono a potenziare. Ma anche un esempio di conservazione e accessibilità della conoscenza racchiusa nella rete che, se saputa sfruttare, consente di riflettere sul portato storico dei cambiamenti. Meglio rileggere per capire, appunto, piuttosto di consumare e dimenticare.

Due avvenimenti investono il mondo dei libri. La Fiera che si è aperta ieri a Francoforte e che dedica un’attenzione particolare all’editoria elettronica e il lancio da parte della Mondadori dell’ebook, un libro simile a un’ agenda o a un minuscolo computer grazie al quale sarà possibile scaricare dalla rete (a pagamento) i testi disponibili. Dotato di buona capacità di memoria, il supporto potrà racchiudere fino a centinaia di libri “normali” con grandi possibilità oltre che, ovviamente, di lettura, di ricerca, di collegamenti (links) ipertestuali, di analisi. A Roger Chartier storico della cultura scritta, autore per Laterza (con Guglielmo Cavallo) di una storia della lettura, ho chiesto di valutare quali saranno i vantaggi e gli svantaggi possibili della rivoluzione imminente. Professor Chartier i libri e la lettura stanno vivendo una fase da qualcuno definita senza precedenti. Condivide questa valutazione? «In parte. A me pare che il momento attuale richiami il passaggio dal rotolo (volumen) al libro (codex) che coinvolse sia l’ oggetto fisico che l’ atteggiamento del lettore. Il lettore poté per la prima volta sfogliare, leggere e scrivere nello stesso tempo, stabilire e consultare un indice, includere tavole, tutte cose impedite al lettore del rotolo. Anche con la scrittura elettronica molto cambierà: il supporto in primo luogo, la posizione che sarà in genere davanti a uno schermo i diversi percorsi che l’ ipertesto rende possibili. Tuttavia quando mi chiede se questa fase è senza precedenti, devo rispondere di sì. Il codex introdusse un nuovo supporto e un nuovo modo di leggere ma non rappresentava un’ innovazione tecnica. L’invenzione della stampa fu un’ innovazione tecnica ma non comportava un cambiamento negli altri due elementi. Oggi le tre cose stanno cambiando nello stesso momento e questo effettivamente non era mai successo prima». Tutto ciò accade nel momento in cui i lettori diminuiscono e il mercato librario si contrae. Possiamo prevedere con quali conseguenze? «Non legherei una certa diminuzione delle abitudini di lettura all’ avvento della lettura elettronica. Le statistiche dicono che stanno diminuendo i cosiddetti “lettori forti”. Ciò significa che molti ex lettori forti oggi sono impegnati in altre attività intellettuali. Più in generale è vero che le classi tra i 15 e i 25 anni leggono meno libri e non hanno il gusto che avevamo noi di “fare biblioteca”. Letto un libro lo prestano, lo regalano, lo vendono. Gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni, mostrano addirittura un’ accentuata svalutazione della lettura. Tutti fenomeni nei quali non è in gioco la lettura elettronica, ma altri riferimenti culturali che sono in fase di mutazione». Torniamo al libro elettronico, lei come lo definisce? «Faccio un esempio con il libro di Umberto Eco che sta per uscire. Quel libro sarà in primo luogo un oggetto con alcuni caratteri distintivi (formato, prezzo, titolo, copertina e, beninteso, contenuto) rispetto ad altri oggetti della cultura scritta. Possederà in altre parole coerenza e identità abbastanza forti da poterlo definire un’ opera. Prima che un libro bisogna però analizzare che cos’ è in generale la scrittura elettronica. Nella scrittura elettronica gli elementi che ho citato spariscono. L’ oggetto diventa il computer che però è il veicolo di molti testi e di altri messaggi, dalla posta elettronica alle linee di conversazione. Non c’ è più il criterio di riconoscimento materiale ma anche il criterio di “opera” è messo in pericolo dal momento che la scrittura elettronica è nello stesso tempo più e meno di un libro stampato. Può trasformarsi secondo le circostanze in un’ intera biblioteca o in una semplice agenda. Per di più il suo testo è aleatorio, modificabile quindi conflittuale con il concetto di “opera”». Questo per la scrittura in generale. Il libro elettronico però è diverso. «Infatti, pur nella sua ambiguità, il libro elettronico ha una scrittura stabile, ferma, che non può essere riprodotta né modificata, che non richiama l’ intervento del lettore. E’ anche in una certa misura un “oggetto” anche se come supporto fisico torna ad essere sfuggente potendo lo stesso “oggetto” ospitare decine e centinaia di libri diversi». Crede che questo curioso oggetto così nuovo per noi rimpiazzerà il familiare libro di carta? «Qualcuno ha detto che se il libro su carta fosse stato inventato dopo quello elettronico, sarebbe lui la vera novità. E’ più d’ un paradosso. Il libro su carta è maneggevole, si sfoglia facilmente, è più gradevole al tatto eccetera. Non abbiamo fino ad oggi esempi di come si reagisce alla lettura di testi lunghi davanti a uno schermo. Il romanzo di Stephen King, distribuito per via elettronica, era un esperimento di soli due capitoli. Lo schermo presenta d’ altra parte vantaggi indiscutibili per la lettura di studio. La nuova tecnica permette di organizzare il testo in maniera inedita su diversi livelli: dalla lettura semplice a quella arricchita da richiami, note, bibliografie, rimandi ad altri testi, percorsi ipertestuali e quant’ altro. In ogni caso la storia della lettura insegna che i cambiamenti delle abitudini sono sempre più lenti dei cambiamenti nelle tecniche. Esiste però qualche certezza per quanto riguarda la lettura elettronica. Ciò che viene bene è la lettura su schermo di un’ enciclopedia. Data questa diversità di specializzazione credo che il libro elettronico non sostituirà la cosiddetta “macchina di Gutenberg”, cioè la vecchia carta, ma la integrerà». E’ possibile prevedere che cosa sarà di coloro che solo tra qualche anno cominceranno davvero a leggere? «Quella di domani sarà certamente una società di scriventi, anzi le esigenze di scrittura saranno maggiori delle nostre perché il mondo del consumo ne ha bisogno. Si tratterà di una scrittura accompagnata spesso da immagini. Il ventenne del 2020 leggerà con uguale facilità sia su carta che su schermo. La storia ci dice che dopo Gutenberg la forma manoscritta non è scomparsa anzi s’ è rafforzata. Leggerà come leggiamo noi? Qui la risposta è più difficile perché l’ abitudine all’ iperlettura, che dobbiamo dare per scontata, avrà creato in lui abitudini diverse». Quel ventenne sarà abituato a un mezzo che gli permette di leggere, vedere e ascoltare nello stesso tempo, la sua percezione dei legami tra questi tre mezzi sarà quindi diversa dalla nostra. Dove leggerà? Voglio dire su quale strumento? «Il testo elettronico non sarà più legato a un oggetto specializzato, si tratti di computer o di libro elettronico. I testi varcheranno lo spazio e raggiungeranno il lettore su una qualunque superficie adatta: il muro della stanza dove ci troviamo o la manica della mia giacca. La biblioteca del futuro non avrà muri né, almeno in linea teorica, mancanze, il sogno della biblioteca di Alessandria diventerà in questo modo accessibile». Per tutti? «Sicuramente non per tutti. Anzi c’ è il rischio che la scrittura elettronica renda ancora più profonde le diseguaglianze creando un nuovo analfabetismo che non consisterà più nell’ incapacità di leggere o di scrivere bensì in quella di non saper padroneggiare le nuove forme di trasmissione dello scritto. Lo schermo di domani non contrapporrà più testo scritto e immagine come hanno fatto cinema e tv, sarà invece un mezzo potente di acculturazione testuale. Lo sforzo e la battaglia saranno di renderlo accessibile al maggior numero di persone». – di CORRADO AUGIAS

Il grande inganno del Web 2.0

Maggio 8, 2009

9788842089179.jpgInterrogarsi sulla tecnologia presente non vuol dire riuscire sempre ad afferrare con certezza quale sarà lo statuto della conoscenza nel futuro. È da tempo che si parla di Web e delle sue applicazioni: spesso vengono descritte come il ‘nuovo’, la nuova tecnologia, i nuovi canali di comunicazione, senza riuscire a coglierne fino in fondo la  portata storica nell’evoluzione dei processi sociali. Se di rivoluzione si tratta, questa si è già compiuta. Le proporzioni del Web sono ormai universali e come tali oggi vengono pensate, nonostante si abbia consapevolezza solo in parte del digital divide che ancora caratterizza il contesto italiano. Piuttosto ci si riferisce alla penetrazione di massa di Internet  - soprattutto fra le giovani generazioni, quelle nate dopo l’avvento del Web e che quindi non conoscono una realtà senza rete (la google generation come qualcuno l’ha chiamata) – e al suo uso indiscriminato per la trasmissione, la conservazione e l’accesso alla conoscenza. Nei prossimi decenni nessuno potrà fare a meno della rete e le prospettive sono di una sempre maggiore pervasività: ovvio che il dibattito fra critici ed entusiasti si animi di volta in volta sulle continue novità che questa piattaforma consente e consentirà. Parlo di ‘piattaforma’ perché è il termine che  meglio sottolinea, nelle ultime evoluzioni di Internet (Web 2.0), l’uso della rete non solo come supporto connettivo ma come luogo dove, in quanto utente (user), sperimentare maggiori possibilità di interazione con i siti, superando in questo senso lo stadio 1.0 basato unicamente sulla navigazione e la consultazione di una serie di pagine in formato HTML.

Proprio partendo dalla google generation il volumetto di Fabio Metitieri da poco pubblicato da Laterza, descrive il comportamento ‘da scoiattolo’ dei giovani utilizzatori della rete, poco avvezzi a una lettura attenta dei risultati ottenuti nella ricerca on-line, laddove il tempo medio di permanenza sulle singole pagine è comunque minimo, e gran parte del tempo complessivo è invece speso per la comprensione veloce dell’attinenza del risultato (e del successivo salvataggio su disco rigido), senza poi procedere alla disamina nel dettaglio di quanto si è scelto di archiviare. Una navigazione orizzontale, casuale che vaglia una molteplicità di documenti, ma poco verticale, non approfondita, che scende difficilmente nell’esame del singolo documento. E, fatto spesso curioso, se pensa di aver trovato ciò che interessa, allora decide di stamparlo, di materializzarlo nel suo formato che si pensa originario, autentico. Se ciò può essere ricondotto all’analisi delle abitudini informatiche in pieno mutamento, del tutto diverso è il dato secondo il quale nell’immaginario dei ‘nativi digitali’ la rete va a coincidere con Google (o comunque con il motore di ricerca): la google generation non ha percezione di alcuna differenza fra i diversi risultati che una ricerca su Internet può dare. Tutto è gratis, tutto è assolutamente sullo stesso piano. Sotto un profilo puramente giornalistico, si potrebbe dire che a venir meno è la capacità di valutare l’attendibilità di una fonte on- line.

A tal proposito Metitieri riporta anche la disciplina che, già in ambito anglosassone, molto meno in Italia, si occupa di studiare i modi della conoscenza dell’organizzazione della conoscenza sulle reti informatiche. Non è solo un gioco di parole, ma l’idea centrale dell’information literacy: ossia la possibilità di imparare ad imparare, di possedere gli strumenti cognitivi adeguati per trovare un’informazione sul Web e riconoscerne la validità. Dunque la comprensione  dell’organizzazione della conoscenza sulla rete e il continuo esame delle fonti; associata alle competenze nell’utilizzo dei diversi strumenti, l’information literacy può essere considerata, per quanto concerne il lavoro umanistico del cittadino istruito del futuro, al pari delle arti liberali (grammatica, retorica e logica) per il cittadino istruito nel mondo medievale. Può sembrare un valore debole, per chi proviene dal mondo accademico delle biblioteche e degli archivi, ovviamente educato al confronto e alla verifica delle fonti nella ricerca storica, ma è un valore che, nello scenario incerto del futuro, ci si auspica venga divulgato e insegnato quanto più possibile, perché davvero i modi del sapere (la sua circolazione, la sua conservazione) stanno mutando velocemente e il rischio è che manchi per le generazioni totalmente digitali un paradigma valido su cui questo sapere va fondato.

“Nessuna mediazione”, è il secondo aspetto che chiama in causa direttamente l’information literacy. Dunque il mondo dei blog e la realtà di un’informazione e un sapere libero da intermediari, (giornalisti, editori, bibliotecari cui è sottratto il compito di farsi autori/autenticatori di risorse on-line). La filosofia del Web 2.0 è la possibilità di mettere on-line contenuti generati dall’utente (Used Generated Content). Questo aspetto di per sé non è innovativo, nel senso che contenuti prodotti dagli utenti, i quali non si limitano semplicemente a scaricare e leggere pagine web, saltando da un link a un altro, ma contribuiscono e interagiscono direttamente, sono anche quelli delle vecchie liste di discussione o dei newsgroup, assai più vecchi dei blog. La tesi di Metitieri è qui apertamente polemica nei confronti della definizione di Web 2.0 elaborata da Tim O’Reilly, che è definito una “brillante operazione di marketing” dove, stante l’idea di democraticità e accessibilità della rete, riunendo sotto un’unica etichetta tutto ciò che di nuovo si è visto on-line negli ultimi anni (blog, social network, wiki) si è sancita la nascita di un secondo stadio del Web. In questo senso anche  Berners-Lee, ideatore del World Wide Web, parla del Web 2.0 come di “un’espressione gergale di cui non si sa l’esatto significato”; al di là delle posizioni polemiche – se il Web 2.0 sia o non sia un inganno – una serie di dubbi, non chiaramente risolti, emergono dalla lettura di queste pagine, e – credo – riguardano esplicitamente lo statuto della conoscenza sperimentabile sulla rete.

Fra tutti la personalizzazione dell’informazione, e quindi della conoscenza, sempre più frammentata e autoreferenziata, è quello che più lascia interdetti. La spinta egualitarista del mondo dei blog, contro cui Metitieri si muove con particolare puntualità, ha in sé il rischio di essere solo virtualmente uno spazio di conoscenza condivisa: la conversazione, che era alla base dei blog, pensati come spazi personali di condivisione di contenuti raccolti e prodotti per essere messi on-line e commentati, rischia di perdersi in un modello diffuso di affermazione personale, in una lotta per apparire che è comunque individuale e che si pone in contrasto con la logica comunitaria della rete. Il blog, nato come spazio personale per mettere in comune i risultati della propria navigazione in rete è divenuto uno spazio di autopromozione che solo fino a un certo punto può avocarsi il ruolo di dare voce dal basso a tutti, praticando quel citizen journalism tanto citato quando si parla di Web 2.0 come spazio alternativo ai media mainstream. Posizioni critiche, che forse nella ‘blogosfera’ difficilmente potranno essere discusse, ma che risentono anche del dibattito estremizzato sulle nuove tecnologie cui spesso s’assiste: il Web che diventa o il demonio o il paradiso futuro cui tutti avremo accesso.

Altre questioni aperte sono, in riferimento al futuro paradigma del sapere on-line, il ruolo delle biblioteche – rivoluzionate dalle possibili collaborazioni degli utenti nella catalogazione dei documenti attraverso le tag che già si trovano nei blog - e quello degli archivi ‘aperti’ (open archive) che nella ricerca accademica permettono la validazione e la valutazione di documenti prima della loro pubblicazione. Esempio chiave di tutto ciò è l’ideologia free che sta alla base di Wikipedia: fra i molti dubbi sollevati quelli relativi alla compilazione di termini più attuali e controversi – per i quali si scatena una vera e propria ‘guerra’ fra gli utenti per la continua modifica -  e la conseguente stabilità di altre voci, che dopo un iniziale dibattito trovano una loro definizione, la quale, per le voci di nicchia, può anche essere la sola.

Il panorama complessivo è dunque quanto di più vario e indefinito, ben altro che un semplice stadio ulteriore di un supporto. Il sapere on-line ha necessità di essere valutato anche in base alle strategie entro cui è stato organizzato: di fronte all’apparente caos e deriva informativa occorre possedere strumenti che non si limitino all’accettazione passiva di un modello di conoscenza diffuso, aperto e incontrollato, ma che offrano pur sempre autenticatori validi.