Mastrogiacomo e la convergenza dei media

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Per inaugurare la sezione..

 

In questi giorni, durante i resoconti giornalistici della liberazione di Daniele Mastrogiacomo, si sono verificati quelli che a mio parere sono stati due chiari esempi di convergenza dei media.

 

Il primo esempio è stato la trasmissione della voce dello stesso Mastrogiacomo su Repubblica Tv, neanche mezz’ora dopo la liberazione dell’inviato. Seguendo il percorso che ha portato le sue parole fino a noi, si coglie immediatamente il ruolo fondamentale giocato della convergenza mediatica. Mastrogiacomo, appena arrivato all’ospedale di Emergency, telefona al direttore del suo giornale (Repubblica) per “salutare” e dare un primissimo ed inevitabilmente emotivo resoconto dei fatti. Alla redazione di Roma registrano la chiamata e immediatamente dopo la mandano in onda sulla loro web-tv, “Repubblica Tv”. Ricapitolando: telefonata (telefono) che arriva alla redazione di un giornale cartaceo (stampa), che a sua volta la manda sul suo sito web (internet) all’interno delle trasmissioni della sua web-tv (televisione). Le parole di Mastrogiacomo arrivano all’ascolto dei visitatori di Repubblica.it grazie alla sinergia tra quattro diversi mezzi di comunicazione: telefono, carta stampata, internet e televisione. Si può aggiungere poi un ulteriore passaggio, considerando che tutti i telegiornali hanno trasmesso alcuni frammenti di quella prima testimonianza telefonica.

 

Un percorso analogo è stato seguito dalla prima fotografia scattata al giornalista liberato, ritratto con una pesante sciarpa di lana marrone avvolta intorno alla testa mentre abbraccia Gino Strada. Qualcuno ha scattato la fotografia sul posto ( in formato digitale immagino), l’ha inviata tramite internet alla redazione dell’agenzia giornalistica Peace Reporter, la quale ha pubblicato lo scatto sul suo sito web. Durante le dirette televisive molti telegiornali hanno inquadrato un monitor di computer dove era visibile il sito dell’agenzia con la foto di Mastrogiacomo e Gino Strada. Anche in questo caso la “notizia” (lo scatto fotografico) è arrivata al pubblico televisivo italiano tramite diversi passaggi multimediali integrati: fotografia, internet (l’invio della foto e la sua pubblicazione) e televisione.

Naturalmente questi non sono gli unici esempi di integrazione dei media, pratica che è ormai costantemente presente in tutti i campi dell’informazione, ma mi sembravano due espressioni di questo fenomeno molto evidenti e chiare, quasi “paradigmatiche” direi.

 

Inoltre, aggiungendo un parere del tutto personale, li definirei esempi di convergenza dei media con effetto positivo. E’ infatti questo complesso sistema di informazione multimediale integrata (proprio come il nome del corso) che ci ha permesso di ricevere immagini e suoni provenienti dall’altra parte del globo in un tempo brevissimo, garantendo una tempestività d’informazione impensabile fino a non molti anni fa, sopratutto senza il supporto della tecnologia informatica e digitale che abbiamo a disposizione oggi.

Parlando di effetto positivo, si presuppone che io contempli anche l’esistenza di un possibile effetto negativo della convergenza dei media. Secondo me a questa seconda categoria vanno ricondotti tutti quei casi in cui la convergenza impone, o quantomeno favorisce, una standardizzazione dei contenuti dell’informazione. Penso a quelle situazioni in cui un qualsiasi soggetto che si occupa di produrre informazione decida di creare contenuti che siano fruibili contemporaneamente su media diversi, e per ottimizzare questa “polivalenza” sintetizzi e semplifichi fino a causare un livellamento, inevitabilmente verso il basso, dei contenuti.

Ma naturalmente questo è solo un parere personale.

    

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5 Risposte to “Mastrogiacomo e la convergenza dei media”

  1. quaddot Says:

    L’effetto della digitalizzazione e dell’accesso a strumenti “condivisibili” e bidirezionali avrebbe potuto produrre anche maggiore intensità: tutti ci siamo limitati a “vedere” o “sentire” ma avremmo potuto anche virtualmente interventire trasformandoci da spettatori ad attori. Insomma uno stravolgimento della catena mediatica fino a ieri monodirezionale e a senso unico. Quali effetti collaterali avrebbe potuto provocare un simile impatto nella vicenda in questione? Solo “rumore di fondo” o avrebbe contribuito in altro modo all’approfondimento della vicenda?
    (m. c.)

  2. marioelio Says:

    Belle le domande del prof. Clavarino. E allora ne aggiungo una anch’io (pregandovi di fare un po’ più attenzione alla grafia e ai refusi quando fate degli interventi…).
    La domanda è questa. Il “caso” Mastrogiacomo è stato ampiamente notiziato: prima notizia in tv per tutta la durata del rapimento, approfondimenti, pagine sui giornali, inviati a raccontare il rapimento dell’inviato. C’era stato il 7 dicembre il rapimento di tre italiani (Francesco Arena, Cosma Russo, Roberto Dieghi) e un libanese (Imad Saliba), dipendenti di ditte appaltatrici dell’Agip che opera per la Saipem (gruppo Eni) a Port Harcourt in Nigeria. Dieghi è stato liberato il 21 febbraio, Saliba è riuscito a scappare, Arena e Russo sono stati liberati, dopo 98 giorni, consegnati a un giornalista del Corriere della Sera.
    Il trattamento mediatico (e politico) dei due rapimenti – quello in Afganistan e quello in Nigeria – è stato uguale? E perché è stato diverso? Perché la Nigeria è lontana mentre Kabul è molto più vicina per motivi politici e militari? Perché abbiamo il complesso di colpa nei confronti dei nigeriani (quello è un paese che galleggia sul petrolio: 5284 pozzi, 700 km di oleodotti, 275 stazioni di pompaggio, 4 raffinerie e altro ancora: in quel Paese resta pochissimo)? Perché i media raccontano gli argomenti che interessano maggiormente al potere? E perché non ci sono state manifestazioni per chiedere la liberazione dei tecnici rapiti dai guerriglieri in Nigeria?
    Insomma: perché i rapiti sono politicamente e mediaticamente diversi?
    (m.b.)

  3. furyomori1 Says:

    Si potrebbero dire tante cose. Si potrebbe dire che Mastrogiacomo, così come la Sgrena in precedenza, sono giornalisti di testate di diffusione nazionale e quindi, volenti o nolenti, parte dell’establishment. Poco importa che il manifesto sia mosso da un’ideologia profondamente avversa allo stato delle cose: è comunque una voce di peso all’interno della società italiana e quindi parte di un sistema nel quale si trova ad agire. Salvare la Sgrena e, ancor di più, Mastrogiacomo – un giornalista di una testata profondamente favorevole all’establishment come la Repubblica – ha sigificato e significa onorare un patto non scritto (o forse scritto, chi lo sa…) tra poteri che reggono lo Stato. Del resto che il giornalismo ed la politica abbiano da sempre in Italia un forte collateralismo – a voler essere gentili – non lo scopro di certo io. In Paesi come gli Stati Uniti ed il Regno Unito la separazione professionale tra giornalismo e politica è netta. Non dico che l’informazione non lambisca il potere o non subisca pressioni, ma quantomeno non c’è la stessa compenetrazione che rileviamo in Italia, dove i politici-giornalisti ed i giornalisti-politici abbondano. Se pensiamo ad Enzo Baldoni mi viene da credere che quanto sostengo abbia un fondamento, dato che nel caso del free-lance si è assistito ad un sostanziale disinteresse da parte del mondo politico. A chi serve un free-lance fuori dal sistema? A nessuno, allora che muoia.
    Si potrebbe anche dire che non solo tra Primo e Terzo Mondo si fanno delle discriminazioni a livello di scelta del notiziabile, ma che anche all’interno dello stesso Terzo Mondo si facciano figli e figliastri. L’Asia (e non mi riferisco solo a Stati economicamente floridi come Giappone, Singapore e Corea del Sud) e gli asiatici sono da sempre visti con una considerazione maggiore rispetto all’Africa e agli africani. Senza contare che negli ultimi quattro anni l’Afghanistan è stato fatto diventare strategicamente importante dalle azioni di Regno Unito e Stati Uniti, mentre l’Africa subsahariana viene citata periodicamente solo per dimostrare all’opinione pubblica che gli Occidentali non sono poi così sgradevoli e che qualche briciola per chi sta peggio a causa del loro stesso sfruttamento sono disposta a concederla.
    Si potrebbe anche dire che l’informazione italiana sul versante esteri – e non solo – è gravemente carente: per “esteri” si intendono fondamentalmente gli Stati Uniti e in seconda battuta Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Russia; a seguire Paesi nei quali gli interessi occidentali siano in gioco (Iraq, Iran ed Afghanistan negli ultimi anni). Una prova: solitamente si inizia a parlare di elezioni statunitensi con un annetto d’anticipo, mentre capita che si parli di elezioni avvenute in Europa o nella stessa Unione europea a cose fatte. Solo con le imminenti elezioni presidenziali francesi sembra palesarsi un parziale cambio di tendenza.

  4. nicolaimi Says:

    Sicuramente li immagini hanno molta più forza mediatica, colpiscono maggiormente, e maggiormente vengono ricordate. Ma secondo me bisognerebbe chiedersi se le molte foto che vediamo, realmente siano una notizia, oppure un disnotizia.. nel caso di Mastrogiacomo le foto, le immagini hanno fatto disnotizia: le informazioni utili a capire la vicenda erano scarse in quegli scatti. il contesto del rapimento, la situazione attuale dell’afghanistan, sono stati totalmente trascurati dai media nazionali: ogni giorno si è discusso della telefonata di due giorni prima,della dichiarazione del ministro di tre giorni prima, della fiducia nelle trattative, che erano ferme da quattro giorni… mentre la NATO stava compiendo un’offensiva militare tra le più ingenti del dopoguerra… nessuno sa contro chi (cosa significa “talebani” o “terroristi”?), con che mezzi, con che criterio…
    non voglio dire che ci hanno voluto nascondere qualcosa, ma semplicemente che i fatti legati a Mastrogiacomo sono stati mediaticamente gonfiati, ed hanno oscurato le notizie forse più utili…

  5. furyomori1 Says:

    Non posso che essere d’accordo. Più che di notizie, si dovrebbe parlare di “riscaldamento” di fatti avvenuti nei giorni precedenti. Tenendo presente che un telegiornale dura sui 25 minuti, dedicare circa 6 minuti, per giunta d’apertura, alle “disnotizie” è un grave esempio di come l’agenda del notiziabile sia compilata in maniera del tutto arbitraria. Senza contare che c’è anche chi, come i politici, ha approfittato del tutto per rimescolare le carte in tavola facendo diventare quelli che fino a poco tempo fa erano “talebani” dei “terroristi”. Non dico che l’essere un “terrorista” possa essere meglio o peggio di essere un “talebano”, dico solo che le cose dovrebbero essere chiamate con il proprio nome e non come viene più comodo a seconda dei vari fini politici.

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