Iperletteratura: “Krapp’s last tape”

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A proposito della discussione sull’iperletteratura, o forse meglio letteratura ipertestuale, volevo segnalare un’opera di Samuel Beckett che è a mio parere una delle più esemplari im proposito. Si tratta di “Krapp’s last tape” ( “L’ultimo nastro di Krapp” ); in questa pièce teatrale Beckett mette in scena un uomo che ogni anno, il giorno del suo compleanno, si siede a un tavolo e registra su un nastro gli eventi salienti dell’anno trascorso e i suoi pensieri, le sue emozioni. Ogni anno però, prima di registrare il nuovo nastro, riascolta prima quelli passati, da quando era giovane al presente, così sino ad arrivare all’ultima registrazione della sua vita.
Il testo teatrale si presenta dunque come suddiviso in vari livelli temporali e narrativi: il presente in cui Krapp vive e parla, la registrazione attuale, le registrazioni passate e addirittura i commenti contenuti nei vecchi nastri a proposito di quelli passati appena ascoltati. Nel volume “Semiotica (e)semplifcata” di Romana Rutelli, docente all’Università di Genova, c’è un’analisi molto dettagliata dell’uso dell’ipertesto e della metanarrativa in “Krapp’s last tape”. Interessante è anche notare che dal testo di Beckett è stato tratto, oltre che ovviamente dalle numerose rappresntazioni sceniche, anche un film, uscito nel 2000 e della durata di un’ora scarsa.
Allego qui un articolo uscito ieri sulla “Stampa” in cui si parla dell’installazione appena organizzata a Parigi per celebrare il centenario del maestro dell’assurdo.

PARIGI
Per mettere in scena questo omaggio a Samuel Beckett (1906-1989), un po’ in ritardo rispetto alla scadenza del centenario della nascita, il Centre Pompidou, come già nel caso di altre mostre dedicate a scrittori quali Roland Barthes e Jean Cocteau, ha scelto una strategia espositiva non rigorosamente filologica e documentaria (che rischiava di essere noiosa e per pochi appassionati) caratterizzata da un articolato allestimento multimediale scandito dalla presenza di quadri, disegni, incisioni e video di artisti il cui lavoro risulta ispirato o in stretta risonanza con quello del grande scrittore irlandese, con i suoi romanzi, il suo teatro e i suoi pochi ma straordinari film. In questo modo la desolata e stralunata visione del mondo, e dell’esistenza umana, di Beckett, e la dimensione tragicamente ironica e grottesca dei suoi memorabili personaggi emergono con evidenza dimostrando la loro attualità senza tempo.

Il percorso si sviluppa attraverso otto sezioni, con titoli estremamente sintetici. Si inizia con «Voce» e l’impatto è subito forte. Di fronte a un quadro di Parmiggiani con bianche ombre di libri c’è uno schermo dove si vede solo la bocca gigante di un’attrice che recita l’ossessiva sequenza di parole di Pas moi. Tutte le volte che la voce accenna a dire «io» subito si smentisce gridando «No! Lei… Lei!». E c’è anche un’installazione sonora, piccoli schermi bianchi che trasmettono a basso volume frammenti di brevi testi letti da un attore, quelli più rarefatti (come per esempio Bing) che si possono ascoltare integramente solo alla fine della mostra, insieme con l’unica registrazione della voce di Beckett che recita Lessness, che significa, più o meno, vacuità o assenza. Come dire che tutto, in Beckett, comincia e si conclude con la parola, l’ultimo resto vitale (destinato anch’esso al silenzio finale) dei corpi dei suoi personaggi che arrivano a non muoversi più.

Nella seconda sezione, intitolata «Resti», insieme con una serie di manoscritti di romanzi (da Murphy e Molloy a L’innominabile e Watt) dentro bianche vetrine di forma minimalista, si possono vedere opere di vari artisti incentrati su elementi frammentati di corpi, tra cui alcuni disegni di teschi di Chattaway e di Penone (che considera l’universo beckettiano come un paesaggio del cervello) e dei video di Paul McCarthy (un uomo che si trascina per terra lasciando una traccia bianca) e soprattutto di Bruce Nauman, l’artista che più direttamente si è ispirato in molti lavori a Beckett. Entrambi condividono una preoccupazione primaria per le relazioni fra corpo e spazio e fra corpo e linguaggio.

Segue la parte dedicata specificamente ai testi teatrali, «Scene», dove su una sequenza di schermi sono proiettate scene delle più famose opere come Aspettando Godot, L’ultimo nastro di Krapp, Giorni felici. Una grande videoinstallazione musicale di Nouvel e Combier, incentrata sul ritmo della scrittura beckettiana, fa da contrappunto attuale, ma è un esile disegno di Giacometti con un albero e un personaggio, l’immagine più affascinante e in sintonia con Beckett. Lo spazio dedicato alla biografia dello scrittore raccoglie in una serie concetrata di bacheche foto, lettere e altri documenti ed è animata da una serie di interviste filmate a amici, scrittori e artisti, e da alcuni paesaggi desolati di Henri Heiden. Accanto c’è una sala con una decina di raffinate e melanconiche composizioni astratte informali dell’amico Bram van Velde.

La tappa successiva, «Occhio», è incentrata sulla proiezione di Film (l’unica esperienza cinematografica di Beckett) girato a New York nel 1964 con protagonista Buster Keaton, naturalmente muto. Il film, premiato dalla critica a Venezia nel 1965, mette in scena un personaggio tragicamente assurdo e dissociato, allo stesso tempo occhio allucinato che osserva e oggetto osservato; un personaggio che si rinchiude in una stanza e in se stesso, annullando i suoi ricordi, e si avvicina, seduto su una sedia a dondolo, alla soglia del nulla.

Nella sezione «Cubo» ci sono opere dei minimalisti Ryman e LeWitt, ma il confronto fra Beckett e Nauman è quello più stimolante. Il primo arriva a utilizzare la scena come un vero e proprio spazio plastico definito dalla reiterazione dei movimenti dei protagonisti. E nel film per la televisione Quad (1981) il movimento ritmico di quattro personaggi su una piattaforma quadrata diventa addirittura metafisicamente ossessivo. Nauman, dal canto suo, nei suoi video gioca anche lui sulla reiterazione ossessiva di frasi o di movimenti nello spazio. Uno di questi video, Slow Angle Walk (Beckett Walk) del 1968, è un omaggio esplicito allo scrittore, e fa riferimento in particolare ai modi insoliti di muoversi analizzati con precisione in Molloy.

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