Quando la realtà diventa spettacolo

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Tra poco più di un mese ricorrerà il ventiseiesimo anniversario della morte di Alfredo Rampi. Il bambino era caduto in un pozzo artesiano, largo 30 cm e lungo 80metri, sito a Vermicino, nei pressi di Roma.

Polizia e Vigili del Fuoco accorsero immediatamente sul posto. Anche una tv locale si precipitò sul luogo per registrare i primi tentativi di salvataggio.

La Rai trasmise in diretta le immagini di quei giorni, i lamenti del piccolo e le urla di dolore della madre. Era la prima volta che una vicenda del genere veniva affrontata in tal modo. Gli ascolti raggiunsero numeri da finale dei mondiali, 21 milioni di spettatori anche nelle ore notturne.

Ancora oggi, quando si parla di questo caso, non si può far a meno di ricordare il modo in cui i media decisero di trattare la notizia. Badaloni, ad esempio, ha definito l’episodio come il primo reality show della tv italiana.

In molti sostengono che Alfredino cambiò il modo di fare informazione.

Mi domando cosa spinse la Rai a progettare una diretta così lunga. La scelta fu guidata dal ritenere il caso un fatto di pubblica utilità, o dal voler sfruttare al massimo il privilegio di poter trasmettere immagini in diretta danneggiando così le tv commerciali, che ancora non disponevano di questa possibilità?

Certamente, a mio parere, dovrebbe far riflettere che una diretta così lunga non sia stata impiantata neppure per trattare fatti drammatici come la guerra del Golfo e l’attentato alle Twin Towers.

Oggi come sarebbe trattata una notizia del genere?

Non credo sinceramente che la Rai o le tv commerciali opterebbero per una diretta così estenuante. Perché la gente ormai è travolta da un cinismo spietato, o forse perché a livello di auditel si troverebbero a combattere, inutilmente, l’una contro l’altra?

Credo che già 26 anni fa l’obiettivo principale dell’informazione fosse più quello di “movere” e seguire il trend che avrebbe portato ad un picco d’ascolti , piuttosto che offrire un’informazione equilibrata sui fatti quotidiani. I.B.

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4 Risposte to “Quando la realtà diventa spettacolo”

  1. marioelio Says:

    All’epoca le tv commerciali non avevano la diretta ma potevano trasmettere solo in differita. La diretta era, perciò, un plus solo della Rai. Direttore del Tg era Emilio Fede (è un’informazione, non un commento).
    I motivi, quinid? Concorrenza, corsa al sensazionalismo, sfruttamento delle emozioni: tutti elementi che hanno sempre più caratterizzato la tv negli anni seguenti, trasformandola in un circo all’interno del quale realtà e finzione si confondono continuamente e in cui i programmi seri e ben realizzati (basta citare “la storia siamo noi”) sono confinati in orari poco propizi al grande ascolto e/o in concomitanza con spettacoli di richiamo anche se stucchevolmente idioti.

  2. Furyo Mori Says:

    Già…

  3. iaietta Says:

    Sabato mattina nel corso della trasmissione “TV Talk” condotta da Bernardini, veniva trattato proprio questo tema. A proposito del modo in cui è stata trattata la notizia di Alfredo Rampi nel 1981, si discuteva animatamente sui motivi che avevano portato la Rai a trasmettere le immagini in diretta.
    Ci si domandava se la Rai avesse risposto alle esigenze del pubblico o ad una propria “smania” di successo.
    Sicuramente il fatto che ai tempi le tv commerciali potevano solo trasmettere in differita è stato un punto a favore della Rai che non ha trovato nessuno svantaggio nel “sacrificare” tante ore di palinsesto per la trasmissione in diretta della notizia.

  4. bluisa Says:

    Nulla è cambiato! O meglio oggi l’unica differenza rispetto al 1981 è quella che la corsa al sensazionalismo si è affermata come una vera e propria tecnica del fare giornalismo, anche se di pessimo giornalismo si tratta.
    Se in passato il dolore altrui e le sensazioni degli altri venivano sfruttate per fare audience, almeno si trattava di casi ecclatanti o tragedie umane. Oggi tutto ciò che è mediatico per essere trasmesso deve avere come requisito fondamentale almeno la capacità di far versare una lacrima agli spettatori. Quello che è grave è che a 26 anni di distanza gli uomini, e soprattutto quelli che di lavoro fanno i giornalisti, continuino ad usare la spettacolarizzazione dei sentimenti umani piuttosto che una buona etica umana e professionale.
    Forse sarebbe meglio rispettare chi soffre davvero e mancare una notizia di costume, purtroppo però ancora sta sera il Tg 2 ha presentato la scarcerazione della rumena complice nell’assasinio della ragazza sulla metropolitna di Roma con lo stesso metro con cui subito dopo si è occupato dell’ultimo fidanzato della Canalis.

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