Carlo Rognoni e lo stato delle telecomunicazioni

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L’incontro con il consigliere d’amministrazione RAI Carlo Rognoni di venerdì 11 maggio ha offerto una panoramica sullo stato della RAI e una carrellata storica sull’evoluzione delle telecomunicazioni in Italia.
Al giorno d’oggi ci si muove in uno scenario incerto e in evoluzione dove in media si prestano 3 ore al giorno di attenzione alle emissioni televisive, anche se nell’ultimo anno c’è stato un calo di circa 10 minuti al giorno. Inoltre, sulla scorta di quanto stabilito dall’Unione europea si sta lavorando in modo tale da adottare il digitale terrestre il prima possibile.
Il digitale terrestre è una tecnologia tipicamente europea che offre una serie di vantaggi, tra cui quello di impiegare una quantità inferiore di spazio di una frequenza durante la trasmissione dei dati; infatti il massimo di bit trasmissibili è di 350 milioni al minuto: una rete analogica ne impiega 25 milioni contro i 5 del digitale terrestre. Inoltre il digitale terrestre consente di creare delle reti a singola frequenza. Lo scopo è quello di permettere il fiorire di un numero sempre maggiore di editori.
Quando nel 1954 nacque la RAI le frequenze erano poche e pertanto vennero tutelate come un bene pubblico da non affidare a privati, ma con la sentenza n.202 del 1976 la Corte costituzionale aprì la strada all’esercizio dell’editoria televisiva anche a emittenti locali, lasciando il privilegio della diretta alla RAI. L’imprenditore Silvio Berlusconi, proprietario di Telemilano, iniziò a fare accordi con altre reti locali sparse per il territorio nazionale e diede così vita a Canale 5 nel 1980.
Per aggirare il divieto alla diretta, i programmi intervallati dalla pubblicità venivano registrati su videocassette da inviare alle varie reti locali, le quali non potevano trasmettere tali programmi in simultanea (altrimenti si sarebbe creato l’effetto diretta).
Un passo importante in direzione della rottura del monopolio RAI si ebbe nel 1982, quando un pretore decise di chiudere le TV locali. L’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi tornò in fretta e furia dal Regno Unito, dove si era recato per incarichi di governo, al fine di fermare l’iniziativa del pretore tramite decreto. Contestualmente Craxi sostenne di essersi mosso in modo tale da dare più potere al presidente del Consiglio di Amministrazione RAI e al direttore generale; inoltre iniziò la pratica di spartizione politica delle tre reti RAI (RAI 1 alla DC, RAI 2 al PSI, RAI 3 al PCI) in modo tale da ottenere il consenso di democristiani e comunisti.
Nonostante ciò il sistema radio-televisivo rimase fondamentalmente privo di regole e pertanto la legge Mammì (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Mamm%C3%AC) del 1990 tentò di colmare le gravi lacune. Un nuovo obiettivo della politica fu quello di promuovere a fianco del pluralismo interno (cioè un’adeguata offerta di spazio a tutte le forze politiche all’interno di RAI e Fininvest), il pluralismo esterno (cioè la nascita di altre emittenti al di fuori del duopolio RAI/Fininvest). La nuova legge ebbe il merito di introdurre il concetto di antitrust, mediante la creazione di un’Autorità garante; stabilì inoltre che il CDA RAI dovesse essere composto da 16 membri. Ma con la legge di riforma dal 1993 il numero venne portato a 6 membri scelti dai presidenti delle Camere. Poiché all’epoca la presidenza della Camera era in mano a Giorgio Napolitano e la presidenza del Senato a Giovanni Spadolini, tale scelta venne vista come una buona maniera per mettere d’accordo l’area ideologica di centro-sinistra e quella di centro-destra.
Dal momento che la legge Mammì aveva intenzione di non intaccare lo status quo consolidato, si decise di fissare il tetto massimo di reti che potevano essere possedute da eventuali nuovi editori a tre, cioè il numero in possesso dei due poli già esistenti.
Nel 1993, in seguito all’entrata nell’agone politico di Silvio Berlusconi, presidente del gruppo Fininvest, nacque il problema di legiferare a riguardo della compatibilità tra cariche pubbliche e possesso di reti televisive (e altri media). Pertanto nel 1997 venne messa a punto la Legge Maccanico (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Maccanico).
Inizialmente erano state pensate due leggi, – una per l’istituzione dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, http://www.agcom.it/) e una per definire i poteri dell’Autorità -, ma alla fine venne approvata solo la prima.
La legge cambiò il principio antitrust stabilendo che: 1)nessun soggetto destinatario di concessioni televisive poteva raccogliere proventi in misura superiore al 30% delle risorse del settore televisivo in ambito nazionale; 2)nessun soggetto destinatario di concessioni televisive poteva irradiare più del 20% delle reti televisive analogiche e dei programmi televisivi in ambito nazionale.
Si decise inoltre che ciascun editore non avrebbe dovuto avere più di due reti televisive, eccetto la RAI che ne avrebbe potuto avere tre a condizione che quella eccedente si fosse retta autonomamente senza l’ausilio di pubblicità. Per quanto riguarda Mediaset si stabilì che Retequattro sarebbe diventata una televisione satellitare non appena l’Italia avrebbe avuto “un numero congruo di parabole satellitari”. L’ambigua dicitura costrinse nel 2002 la Corte costituzionale a emanare una sentenza per la quale nel 2003 Retequattro sarebbe dovuta andare comunque su satellite. Tale sentenza venne però superata con la nascita della cosiddetta legge Gasparri (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Gasparri).
Tra i punti salienti della Gasparri troviamo:
1)un invito alla RAI per la realizzazione di multiplexer (http://it.wikipedia.org/wiki/Multiplexer) mediante digitale terrestre;
2)l’articolo 2 che stabilisce che la rete nazionale è quella che raggiunge il 50,1% della popolazione (in precedenza doveva raggiungere l’80% della popolazione);
3)il diritto ad accedere al digitale terrestre solo per chi già opera su analogico;
4)nuove regole per la composizione del CDA RAI che riportano il controllo della RAI al parlamento: infatti il numero di consiglieri viene portato a nove, sette dei quali eletti dalla Commissione di Vigilanza (quattro assegnati alla maggioranza, tre all’opposizione), uno dal Ministero dell’Economia (azionista di maggioranza della RAI) e il rimanente presidente del Consiglio di Amministrazione proposto dal Ministero dell’Economia ma eletto con una maggioranza di almeno due terzi dagli altri otto consiglieri. Una volta insediatosi il CDA sceglie il direttore generale che viene nominato dal ministro dell’Economia. Il mandato del CDA e del direttore generale è di tre anni rinnovabili;
5)nuovi parametri relativi all’accesso alla pubblicità per i quali la RAI avrebbe diritto a trasmettere 70.000 secondi di pubblicità alla settimana, contro i 350.000 secondi di Mediaset.
Con il cambio di governo avvenuto nel maggio 2006, si decise di legiferare nuovamente a riguardo: il decreto Gentiloni si muove nella stessa direzione stabilendo che dal 2009 una rete RAI, una rete Mediaset e una rete Telecom dovranno spostarsi sul digitale terrestre, mentre dal 2012 sarà disponibile solo il digitale terrestre. A tale scopo è stato creato un centro di coordinamento tra RAI, Mediaset e Telecom al fine di affrontare al meglio i vari cambiamenti in atto.

Sullo stesso tema in questo blog:

dibattito “Dove andremo a finire?”

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