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Ultimamente c’è un forte dibattito su un tema che a noi tutti interessa e di cui tutti spesso discutiamo. Ruota attorno alla domanda: pagare la rete?
Sono stati scritti due articoli in proposito che divergono nelle loro opinioni,ma che risultano essere molto interessanti.
Il primo lo scrive l’Economist,l’altro,un ex giornalista dell’Economist, Chris Anderson.
Il fattore in comune dei due articoli, è che negli ultimi anni gli utenti della rete si sono abituati ad abbuffarsi gratis: notizie, musica, email e persino connessioni a banda larga.
Tutto questo ha causato licenziamenti e domande su come e se farsi pagare i servizi.
Secondo il primo articolo che ho letto,internet viene definita una specie di bolla che poi è scoppiata.Nel senso che inizialmente le aziende regalavano servizi e contenuti online, sperando che sarebbero poi riuscite a monetizzare i milioni di utenti vendendo pubblicità. Ma poichè le cose non sono andate proprio così,le stesse aziende hanno provato altri modelli, come l’accesso a pagamento, ma raramente ha funzionato. Poi nel 2004 tutto è ricominciato con la quotazione in borsa di Google, che ha dato il via ad una nuova bolla del web 2.0. La caccia all’utente è ricominciata, sono nati MySpace, You Tube, Facebook e ora Twitter. Anche qui sono stati offerti servizi gratuiti per attirare visitatori che avrebbero prodotto ricavi pubblicitari. Ma ancora una volta ci si è resi conto che il numero delle aziende che possono mantenersi con la pubblicità su internet è esiguo.Quindi queste ultime, sono ricorse non solo ai licenziamenti, ma anche a farsi pagare per contenuti e servizi, e a farsi comprare (MySpace e You Tube per esepio, da News Corporation e da Google). Ovvio è, che le aziende hanno facilità ad accedere alla rete e ad attrarre utenti, ma quelle che nell’immediato sperano di trovare un modello redditizio, rischiano di rimanere indietro. Le conclusioni dell’Economist sono che ora come ora, la pubblicità non basta. Contenuti e servizi gratuiti sono stati un’idea interessante, ma la realtà, ci dice che prima o poi qualcuno dovrà pagare il conto.
Di diversa opinione è Anderson. Egli sostiene che non ci sono le prove che la pubblicità sia un modello fallimentare. La crisi, è vero, ha rallentato la sua espansione, ma la situazione è ancora buona. Anderson spiega che la gratuità online non riguarda solo la pubblicità. La grande novità seguita alla crisi, è stata l’arrivo del freemium (free+premium), in cui servizi e prodotti sono offerti gratis nella versione di base e a pagamento in quella avanzata. Basti pensare a Flickr e aFlickr Pro, ai giochi online e persino al sito dell’Economist.
La sua è un importante riflessione, che mette in imbarazzo, forse, il quotidiano britannico definendolo “accecato dal disprezzo”, a tal punto da non accorgersi che l’idea di offrire contenuti gratis finanziandoli con la pubblicità è vecchia di quasi un secolo. E’ alla base della radio e della tv. E della maggior parte dei siti di informazione, compresi settimanali e quotidiani.
E dato che “ciò sembra funzionare alla grande”-dice-, anche l’Economist dovrebbe provarlo!

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