Archive for maggio 2009

PUBBLICITA’

maggio 25, 2009

Collegandomi agli articoli precedenti, vorrei fare alcune considerazioni su come è cambiata la pubblicità, oltre alla rete ed agli utenti. Le prime pubblicità erano le stesse dirette alla collettività, anche se venivano esposte attraverso mezzi diversi: radio, televisione, immagini per le strade, ecc…
Partendo dal fatto che, gli ascolti sono una componente fondamentale, per chi decide di investire in pubblicità, anche se in Italia, essi sono raccolti sulla base di dati statistici, a mio avviso poco rilevanti come gli apparecchi Auditel, che sono pochissimi, quelli installati nei televisori presenti sul territorio nazionale. Per certi versi questa concezione è diventata più specifica, cioè con il cambiamento dell’utente, che vuole scegliere ed interagire con i mezzi a disposizione, la pubblicità diventa più specifica, a seconda del target che si ha davanti: non è un caso, che quando la RAI trasmette le partite della nazionale italiana di calcio, seguita particolarmente da un pubblico maschile, gli spot durante la fine del primo tempo riguardino automobili. Con la riforma del sistema delle telecomunicazioni, che entro il 2011, porterà il digitale terrestre nelle case di tutta l’Italia, questa concezione si diffonderà a macchia d’olio, nel senso che l’offerta sarà sempre maggiore e l’individualità delle scelte sarà sempre più marcata. Ciò permetterà all’individuo di vedere solamente i programmi che preferisce, gli spot saranno sempre più ad personam, ed un mezzo come la tv diventerà un puro strumento di consumo, al pari di altri (rischio di “isolamento individuale”). La televisione perderà quindi, quell’aspetto educativo, positivo o negativo, che ha avuto dalla sua nascita sino ad oggi, nei confronti della massa; è innegabile però, che questo aprirà enormi ed importanti possibilità a chi si affaccia al mondo dell’informazione.

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WEB 2.0 E NON SOLO

maggio 25, 2009

Ho trovato interessante nel testo “Web 2.0- Internet è cambiato” di G. Prati, la divisione che O’Reilly fa per spiegare le differenze tra la piattaforma Web 1.0 e Web 2.0. Dopo una descrizione generale, egli passa alla comparazione tra portali simili per funzioni ed argomenti trattati, ma gestiti e portati avanti con metodi diversi: DoubleClick e Google AdWords, Britannica Online e Wikipedia, Geocities e MySpace, Ofoto e Flickr. Nel primo confronto, la differenza sta nel fatto che per avere una buona visibilità su DoubleClick, che O’Reilly considera facente parte del Web 1.0, è necessario investire di più, anche in termini di denaro rispetto a Google AdWords, dove bastano piccole quantità di denaro ed un uso intelligente delle parole chiave. Sempre su AdWords, la pubblicità è meno aggressiva e non si apre automaticamente, cosa che invece è frequente nell’altro banner. Il secondo portale poi, essendo basato sul motore di ricerca Google contiene in sé, quelle caratteristiche di condivisione, facilità d’uso e basso costo di manutenzione, tipiche dell’Internet degli ultimi anni. La seconda comparazione riguarda l’enciclopedia Britannica e Wikipedia: la prima, nata nel 1768, ad una prestigiosa versione cartacea, aggiunge una versione in DVD e dal 1994 una versione on-line, accessibile attraverso abbonamento annuale, continuamente aggiornata da esperti di vari campi scientifici. Wikipedia, invece, è un’enciclopedia libera che si può consultare e sulla quale si può aggiungere materiale nella piena condivisione; così facendo l’utente, oltre a poter usufruire del servizio fatto da altri utenti, può alimentarlo e migliorarlo attraverso l’uso delle proprie conoscenze. Nella Britannica, il materiale usufruibile non è gratuito, anche se il controllo della veridicità delle informazioni è maggiore perché è fatta da esperti, mentre su Wiki l’autorevolezza degli autori o la selezione del materiale non è così sicuro. Per la costruzione di pagine web, Geocities sembrava un colosso imbattibile sino a poco tempo fa’, ma MySpace è stato in grado di togliergli l’egemonia, grazie ad una maggiore facilità d’uso e la non necessaria conoscenza di linguaggi di programmazione come HTML. Il web 2.0 ha portato delle variazioni nel mondo dei blog e dei social network. Il fenomeno facebook, di cui si parla tanto oggi, è sicuramente positivo, perché permette di tenere contatti diretti e veloci con persone lontane o che non si vedevano da tempo; è facile da usare ed aiuta anche a pubblicizzare l’organizzazione di eventi. Il problema di uno strumento del genere, è che cambia la percezione dello spazio e del tempo da parte dell’individuo, che può crearsi una vita ed un’identità parallela a quella reale, che la persona stessa percepisce come vere.

INFORMAZIONE: QUALCOSA E’ CAMBIATO

maggio 22, 2009

INFORMAZIONE: QUALCOSA E’ CAMBIATO

Per iniziare ad affrontare l’argomento voglio definire, in linea generale, un filone come quello del reportage e dell’inchiesta. ”Il reportage è un ampio servizio, che non si limita a fornire una serie di notizie, ma cerca di descrivere l’ambiente, il contesto, il retroterra dell’avvenimento di cui si occupa”1.
“L’inchiesta è un articolo o più articoli che trattano a fondo un argomento mescolando generi giornalistici come il reportage e l’intervista”2.
La parola inchiesta è mutata nel lessico giudiziario; esprime l’idea che il lavoro del giornalista sia parallelo a quello del giudice. E’ organizzata in una serie di pezzi, anche di più autori, che mira a scoprire e spiegare verità nascoste; è in piena sintonia con l’ideale professionale del giornalista: cercare la verità. L’inchiesta può essere composta di denunce, rivelazioni e ricostruzioni di vicende non chiare del passato, ma può anche essere il tentativo di interpretare avvenimenti politici, sociali ed economici. Esistono vari tipi di inchiesta, che si possono riunire in due grandi categorie: 1) l’inchiesta investigativa, che mira a spiegare vicende misteriose per l’opinione pubblica. Di questa tipologia fanno parte le inchieste su casi giudiziari, scandali politici, guerre economiche ed illeciti sportivi. Alcuni esempi possono essere le inchieste sulla strage di Ustica, sulla loggia P2 e su Tangentopoli. 2) l’inchiesta conoscitiva, che serve ad informare sulla società e la cultura del tempo in cui viviamo. Questa categoria comprende l’inchiesta sociale sui problemi italiani, per fare un esempio. Essa vede nel giornale, lo strumento di difesa dei cittadini.
Dalla fine degli anni ’80, è iniziato il declino dell’inchiesta, per diverse ragioni: la prima è che la sua preparazione e stesura richiede tempi lunghi, quindi non va d’accordo con il modo di fare informazione oggi, che è basato più sulla quantità, che sulla qualità. Un altro motivo è il cambiamento culturale posteriore agli anni ’70, quando la società italiana ha registrato una caduta delle tensioni politiche ed un generale disinteressamento da tutto ciò che è politico, che si rispecchia nella crisi dell’inchiesta3.
Oggi l’inchiesta è diventata uno strumento utilizzato soprattutto dalla televisione e raramente dai giornali.
Tutto ciò, fa capire come è cambiato il mestiere del giornalista, specie dopo l’ingresso nel mercato dell’informazione delle televisioni private e di Internet. Un genere come l’inchiesta, che è la massima espressione dell’ideale professionale del giornalista, la ricerca della verità, è passato in secondo piano. Oggi, a farla da padrone è il continuo aggiornamento e una quantità sempre maggiore di notizie; a risentirne, è sicuramente l’approfondimento.
Dal 1954, anno in cui la RAI ha iniziato a trasmettere via cavo, ad oggi, ne è passata di acqua sotto ai ponti: la televisione è diventata un oggetto che tutti possiedono, con il trascorrere degli anni si sono aggiunti nuovi canali: oltre a RAI 1 (dal volto istituzionale e governativo, quindi democristiano), RAI 2 nel 1961 (di controllo liberal-socialista), RAI 3 nel 1979 (più vicina alla sinistra ed al PCI), che ha creato un sistema di informazione di matrice regionale. Le TV private, invece, entrano in scena a partire dal 1974 con Telemilano, di proprietà dell’allora imprenditore edile Silvio Berlusconi. Poi, un altro elemento rivoluzionario, diffusosi in Italia nei primi anni ’90, sarà la rete Internet.
Tutti questi cambiamenti hanno avuto delle conseguenze su tutta la rete dell’informazione: è cambiato il mestiere di chi fa informazione, ma anche gli spettatori sono diversi ed hanno aspettative importanti. Essi non vogliono più subire passivamente il mezzo d’informazione, anzi desiderano scegliere, dare giudizi, e sono persino disposti a pagare per avere la possibilità di interagire con esso.

FONTI:
– Rognoni ed Ercolani, Da mamma Rai alla tv fai da te, Rai Eri, Roma 2009.
– Papuzzi, Manuale del giornalista, Donzelli, Roma 1993.

DAL WEB 2.0 ALL’ENTERPRISE 2.0

maggio 19, 2009

«Tutti lo cercano, tutti lo vogliono»

Potrebbe iniziare così il tormentone 2009 dell’hit parade delle tecnologie più desiderate del momento nel mondo imprenditoriale. Mi riferisco al web 2.0, questo misterioso oggetto del desiderio di cui tutti parlano ma dal quale pochi, al momento, hanno saputo trarre beneficio. Il problema è che prima di riuscire a utilizzare in modo profittevole qualcosa, bisognerebbe conoscere bene “che cosa” quel qualcosa possa realmente dare e perché ma, soprattutto, di cosa stiamo realmente parlando.

In genere, la prima cosa che viene in mente quando si parla di Web 2.0 sono i blog. In seconda battuta Wikipedia e, a seguire, i social network più gettonati del momento: MySpace, Facebook, LinkedIn, per menzionarne alcuni. Altri poi determinano se un sito è web 2.0 dalla grafica che utilizza: se vengono utilizzati effetti speciali con trasparenze, riflessi e amenità varie, se sono utilizzati colori sgargianti e caratteri dallo stile moderno e futuristico, allora siamo sicuramente in un sito web 2.0. Chi invece ha approfondito più l’aspetto tecnologico, vi parlerà di mashup, di AJAX, di REST, di RSS Feed e altre mille sigle e termini dal caratteristico sapore informatico, di quelli che piacciono tanto agli addetti ai lavori.

Sotto un certo punto di vista è tutto vero, ma se vi aspettate che tutto ciò vi permetta di capire come utilizzare il web 2.0 per fare business, allora ho paura che avrete una cocente delusione. Il punto è che il web 2.0 non è una tecnologia, anche se poi di fatto si basa su determinate tecnologie facilitanti e soprattutto su un modo specifico di usarle. Dietro ad esse tuttavia, gli ingredienti sono sempre gli stessi: un po’ di spazio disco (tanto, se i contenuti sono anche di natura multimediale), un po’ di capacità di elaborazione (tanta, se volete gestire molti servizi contemporaneamente), un bel cocktail di software capace di interoperare utilizzando standard aperti e protocolli più o meno consolidati. Nulla di fantascientifico, insomma. Ma allora cos’è il web 2.0 e, soprattutto, cosa ci possiamo fare?

Web 2.0, questo conosciuto

Quando Tim Berners-Lee inventò il web nel lontano 1989, il suo obiettivo era quello di fornire un semplice meccanismo per condividere contenuti in rete e collegarli logicamente fra loro in modo da permettere ai ricercatori di tutto il mondo di muoversi più agevolmente nel mare magnum delle pubblicazioni scientifiche e in generale di tutta la documentazione prodotta dalla comunità scientifica. Il web, infatti, è nato presso il CERN di Ginevra, dove Tim lavorava in qualità di fisico.
Per quanto possa sembrare assurdo, la chiave di volta del web era semplicemente la possibilità di collegare fra loro due contenuti in modo monodirezionale, ovvero senza bisogno che gli autori di entrambi i testi si mettessero d’accordo. I collegamenti ipertestuali, infatti, erano già conosciuti da tempo ma erano bidirezionali e richiedevano di operare su entrambi i contenuti che si volevano collegare fra loro. Inoltre i precursori del web erano proprietari e quindi soggetti a restrizioni in termini di diritti e licenze. Il web invece fu reso disponibile a chiunque senza limitazioni nel 1993 dal CERN e questo fu sicuramente uno dei fattori chiave del suo successo. Integrando Internet con un semplice meccanismo che permettesse a chiunque di collegarsi a un altro contenuto dal proprio e aggiungendo in seguito un’interfaccia per poter navigare facilmente da un contenuto all’altro, ovvero un browser, Tim diede inizio alla una nuova era dell’informazione globale.

Il web nacque quindi per permettere di condividere informazione e, nella mente di Tim, avrebbe dovuto essere il primo passo verso un sistema planetario di collaborazione e cogenerazione dei contenuti. Tutto ciò non avvenne subito. Presto le aziende e i fornitori tradizionali di informazione si resero conto del potenziale rappresentato dalla Rete e vi sbarcarono in massa. All’inizio fu un bagno di sangue, perché non ci si rese conto che non bastava creare una domanda attraverso un canale nuovo e innovativo: bisognava anche soddisfarla, e questo richiedeva capacità e investimenti nei processi, nell’organizzazione e in tutta una serie di aspetti che con il web in sé non avevano nulla a che vedere. Ma questa è storia. Al giorno d’oggi quasi tutte le aziende utilizzano la Rete come uno dei tanti canali di comunicazione e vendita, anche se non sempre il principale o il più importante.

Oggi il web è un sistema complesso e dinamico in continua evoluzione e, come in fondo aveva previsto Tim, una parte di questa evoluzione si è indirizzata verso il mondo della collaborazione e della generazione di contenuti in rete. Perché tutto ciò fosse possibile, tuttavia, si è dovuto aspettare che la rete entrasse nelle nostre case e lo facesse con collegamenti a banda larga, ovvero capaci di trasferire a basso costo grandi quantità di dati. Così infatti, come il web si è sviluppato nel mondo della ricerca e non dell’impresa, così il web 2.0 è nato in quello anarchico e destrutturato della comunità dei navigatori, non in quello ben organizzato e regolamentato del business. Così adesso possiamo iniziare a dire cos’è il web 2.0 e quindi iniziare a comprendere qual è il giusto modo di affrontarlo: il web 2.0 è un fenomeno sociale, non tecnologico.

Ma c’è di più: non solo è un fenomeno sociale, ma non è nulla di nuovo. Il desiderio di generare contenuti, condividerli, lavorare insieme, è sempre esistito, solo che non si era mai potuto realizzare appieno a causa della mancanza di mezzi adeguati. Il web 2.0 permette di dare pieno impulso a questo desiderio nascosto che covava sotto le ceneri e a renderlo qualcosa di reale, di tangibile. Bisogna infatti essere coscienti che quando usiamo il termine “virtuale” con riferimento alla rete, ci riferiamo solo al fatto che tutto ciò che sta in rete non ha sostanza materiale, non è cioè percepibile sul piano tattile. Questo tuttavia non deve trarre in inganno: non c’è nulla di virtuale nella Rete. La Rete è forse una delle realtà più tangibili della nostra epoca perché dietro ogni testo, immagine, video, contenuto in genere, dietro ogni servizio e ogni applicazione, ci stanno delle persone, persone assolutamente reali. La Rete ha, e non potrebbe essere altrimenti, tutte le idiosincrasie che ha il mondo reale, perché la Rete è fatta di persone reali: la Rete siamo noi. Solo comprendendo molto bene questo principio potremo capire perché certe iniziative in Rete hanno successo mentre altre sono destinate a fallire. È come quando si deve disegnare una nuova campagna di marketing: se non si fa un’analisi seria di quello che sarà il target della campagna, le probabilità di avere successo saranno scarse.
Protagonismo e reputazione

Abbiamo detto che il web 2.0 è un fenomeno sociale, un fenomeno che spinge persone che non si conoscono fisicamente a interagire fra loro creando di fatto, in modo naturale e inconsapevole quanto cosciente e volontario, contenuti. Sono contenuti gli articoli di Wikipedia in cui individui di tutto il mondo collaborano in un sistema debolmente moderato e ai limiti di una sorta di anarchia sostenibile per produrre materiale che ha una qualità impensabile per il modo in cui viene prodotto, dimostrando così il vero potere dell’intelligenza collettiva; sono contenuti le sequele infinite di messaggi e repliche, battute e controbattute semiserie che vengono prodotte ogni giorno in reti sociali come Facebook o nelle miriadi di sistemi di messaggistica esistenti in rete. Alcuni sono effimeri, altri lasciano una traccia più duratura in Rete, altri ancora si propagano come veri e propri tsunami attraverso un processo di replicazione che spesso degenera in un meccanismo autoreferenziale ai limiti della psicosi. E naturalmente sono contenuti i curricula di LinkedIn, i video di YouTube, le recensioni di Shelfari o di GoodReads. Si potrebbe andare avanti così per ore, ma non avrebbe senso, anche perché questo non è un articolo di sociologia, ma inteso a dare un’indicazione chiara alle imprese su come trarre vantaggio dal web 2.0. Ma quella è la conclusione, l’obiettivo. Per raggiungere un obiettivo bisogna conoscere i fondamentali: non si manda una freccia al centro di un bersaglio se non si sa usare un arco.

Cosa c’è quindi alle spalle del web 2.0? Quali sono i fattori di stimolo che portano le persone ad utilizzare la Rete in questo modo? Diciamo che è una coincidenza, ma quel “2” dopo la parola web contiene in sé la risposta, sebbene nasca semplicemente dalla nomenclatura che in informatica identifica i rilasci delle varie applicazioni con una sequenza numerica.

Due infatti sono i fattori chiave: protagonismo e reputazione. E sempre due sono i punti di vista da considerare: quello individuale e quello della collettività.
Consideriamo prima il protagonismo. Uso questo termine con un’accezione positiva, non negativa, ovvero il desiderio di farsi conoscere e di far conoscere le proprie capacità, le proprie opere. Si può dire che alla base ci sia un profondo bisogno di affetto nel senso più ampio del termine. Negli ultimi decenni questa società ci ha resi sempre più soli, ha modificato la struttura della famiglia, ha quasi cancellato le piccole comunità, ci ha chiesto di essere sempre più competitivi e, producendo sempre di più, ha reso più difficile al singolo e alla singola opera, di spiccare. I meccanismi che rendono una persona (o un’opera) famosa non sono più necessariamente legati alla qualità della stessa, ma sono spesso il risultato di operazioni mediatiche eseguite con precisione chirurgica e legate a precisi interessi economici. I grandi scienziati come Leonardo o i grandi filosofi come Bacone avrebbero difficoltà oggi a risaltare come succedeva un tempo, in questo mondo di reality e talk show.

Poi è arrivata la Rete. Pian piano la gente se n’è appropriata, ne ha scoperto le potenzialità, ha capito che permetteva loro di conoscere e farsi conoscere e, soprattutto, di pubblicare qualsiasi cosa senza dover passare attraverso i canali tradizionali, quel clero laico rappresentato dagli editori e dai gestori delle emittenti radiotelevisive che per secoli, soprattutto alla fine del Secondo Millennio, aveva rappresentato l’unico tramite per la visibilità a livello di opinione pubblica. Il singolo è così diventato protagonista, lo «YOU» della copertina del «Time», il signor Nessuno, il blogger della Domenica. E così, da una Rete di alias e nomignoli alieni dietro ai quali si poteva nascondere chiunque, siamo passati a una Rete di nomi e cognomi, foto e curricula, diari e storie quotidiane raccontate con dovizia di particolari, in una sorta di amnesia collettiva dei timori sulla violazione della nostra privacy, quella privacy a cui tanto teniamo ma che fa a pugni con il nostro più ampio desiderio di affetto.

Protagonismo: questo sono io, questo è quello che so fare, che faccio, addirittura che sto facendo. E siamo arrivati a Facebook. Poi l’estetica, la grafica accattivante, la geolocalizzazione tramite mappe e cartine di ogni tipo, ma questa è la crosta. Importante, non sia mai, ma solo la crosta. Sotto la crosta il cuore è quello caldo di chi ha una passione, un interesse, uno scopo. Sia esso trovare amici o qualcuno con cui passare la serata e magari qualcos’altro, sia quello di lavorare insieme per un obiettivo comune, fare volontariato, migliorare il mondo. È web 2.0 GalaxyZoo, dove persone che di astronomia sanno, alcuni molto poco, altri decisamente tanto pur essendo per lo più dilettanti, lavorano insieme per classificare le galassie “catturate” dal progetto Sloan Digital Sky Survey. Nessuna grafica accattivante in quel sito, nessun gadget speciale o colori esplosivi, sebbene le foto da sole fanno decisamente sognare mondi lontani e saghe alla Star Trek; un sito decisamente old-style nell’aspetto, eppure uno dei migliori esempi, assieme a Wikipedia, del valore che si può creare in Rete facendo leva sul desiderio di collaborare, di fare qualcosa insieme.

Reputazione: perché non basta il parlate pure male di me purché ne parliate. La gente vuole vedersi riconoscere il proprio lavoro, essere in qualche modo confermati dagli altri nel proprio essere bravi, buoni, onesti o quant’altro sia per noi positivo. È quella che in psicologia si chiama la “carezza”. Vogliamo il riconoscimento degli altri, un riconoscimento tangibile che abbia la sua visibilità. Ecco allora che se scrivo una recensione, gli altri possono dare un voto; se scrivo un articolo o giro un filmato, gli altri lo possono commentare; se collaboro in maniera fattiva, mi viene dato un ruolo, una sorta di grado, sia esso quello di moderatore o quello di amministratore, poco importa: è comunque un riconoscimento.

Mentre leggete queste righe, provate a pensare già come tutti questi concetti vi possano suonare familiari all’interno di un’azienda. Teneteli presenti: metteteli da parte. Ci serviranno.

Enterprise 2.0: la minaccia?

E veniamo finalmente all’Enterprise 2.0. Fermo restando che il problema a questo punto non è tanto come posso utilizzare un blog o se mi serve realizzare un wiki in azienda, vediamo di capire quali potrebbero essere i vantaggi nell’introdurre i principi del web 2.0 in un’azienda e, soprattutto, quali i rischi.
Incominciamo da quest’ultimi. Un’azienda non è una democrazia: non funzionerebbe. Non sto dicendo che le aziende siano tiranniche e che sfruttino i loro dipendenti, ci mancherebbe! Il punto è che un’azienda è più simile a una nave: ci deve essere un comandante e una gerarchia, regole e procedure, ruoli e compiti da svolgere. Senza tutto ciò un’azienda non potrebbe operare efficacemente e con efficienza. Questo tuttavia è l’antitesi di tutto ciò che sta alla base del web 2.0, almeno in prima approssimazione. Se in un’azienda le comunicazioni sono controllate e regolamentate, sia buona parte di quelle interne, sia soprattutto quelle rivolte verso l’esterno, ad esempio, nel web 2.0 tutti possono interagire con tutti al di fuori di qualsiasi schema e funzione. È evidente che questo rischia di essere disruttivo per un’impresa.

Inoltre realizzare il web 2.0 all’interno dell’azienda è una cosa, realizzarlo fra l’azienda e il mondo esterno un’altra. Nel primo caso sono comunque in un ambiente controllato nel quale sto creando coscientemente delle crepe mirate ad ottenere comunque un vantaggio in termini di capitalizzazione dell’intelligenza collettiva, nel secondo mi espongo verso un mondo che non conosco e che non controllo e quindi devo farlo a partire da altri presupposti, il più importante dei quali è forse quello che afferma che in ogni caso «c’è più competenza fuori dalla mia azienda che al mio interno», anche se sono leader di mercato.

Un altro consiglio è quello di non partire mai dalla tecnologia, ma dalle necessità del business. Prendiamo un blog: ci posso fare infinite cose. In fondo un blog è solo un modo per pubblicare facilmente contenuti senza dover conoscere linguaggi specifici o usare interfacce complesse. Ma poi? A cosa mi potrà servire? Nella blogsfera, in Rete, ci sono blog di tutti i tipi: da quello intimo e personale – una sorta di diario aperto – al reportage di guerra, a quello impegnato sul piano politico e sociale e, ovviamente e immancabilmente, a quello autoreferenziale e tecnologico.

E in un’azienda?

Due punti di vista, abbiamo detto. Per il singolo un blog è un modo di farsi conoscere come esperto, di poter esprimere idee che possono avere un valore per l’azienda e quindi essergli riconosciute anche tangibilmente. Per la comunità un blog può essere una risorsa per risparmiare tempo, per crescere, imparare, risolvere problemi, rendere più efficienti i processi. In fondo chi sta leggendo questo articolo lo fa perché spera che gli possa dare qualche utile spunto nell’affrontare il dilemma «web 2.0 sì o no»? Lo stesso vale per un blog. Entrare nella intranet aziendale, poter cercare e trovare facilmente articoli scritti da colleghi più esperti che hanno affrontato prima di noi un certo problema, può far risparmiare ore se non giorni di lavoro. Chi scrive, lo fa per protagonismo e perché l’azienda non solo non lo ostacola in questo, ma lo facilita, addirittura lo motiva. Chi legge lo fa perché comunque riuscire a raggiungere un obiettivo vuol dire riceverne indietro un ritorno, per cui qualsiasi strumento possa aiutare è il benvenuto. In pratica l’esperienza di chi scrive diventa valore per chi legge ed entrambi ne hanno un beneficio.

Ovviamente questo avviene se in azienda si lavora per obiettivi e non a ore. E siamo di nuovo al nodo della questione. Non si può diventare veramente un’impresa 2.0 se non si cambia cultura, e cambiare non vuol dire introdurre una piattaforma blog o wiki o installare nuovi strumenti di collaborazione. Cambiare vuol dire rivedere processi, ruoli, flussi operativi, la struttura stessa dell’impresa. Solo allora si potrà pensare di sfruttare un wiki, ad esempio, per consolidare la manualistica interna in una forma estremamente accessibile, o le reti sociali per crearsi una sorta di help desk personale a 360° che permetta facilmente di fruire in ogni settore aziendale dell’esperienza accumulata in altre divisioni. E questa è la parte facile della partita. Il gioco diventa serio quando ci si porrà il problema di usare il web 2.0 verso l’esterno, con i propri clienti, i fornitori, la società in genere, e quindi, visto dal punto di vista aziendale, il mercato. Allora sarà necessario costruire prima un business case molto robusto, capire bene i meccanismi sociali che poi sono quelli che in fondo già conosciamo, se conosciamo gli esseri umani, e solo dopo porsi il problema di come realizzarlo. In fondo nelle aziende questo modo di ragionare esiste già: chi fa marketing, chi si occupa di pubblicità, non ragiona solo in termini di qualità del prodotto promozionale, sia esso una brochure o uno spot televisivo; ragiona in termini di psicologia delle masse, di leve psicologiche, di fattori sociali. Ebbene, chi si occuperà di web 2.0 dovrà fare lo stesso.

Come posso sostenere la mia immagine attraverso le reti sociali? Quali rischi corro e qual è il modo corretto di fare blogging in rete per presentare i miei prodotti? Come posso sfruttare i contenuti prodotti dai miei stessi clienti per migliorare la mia offerta? Come posso legare le carte fedeltà al ranking che hanno i clienti fidelizzati all’interno della comunità virtuale? Queste sono solo alcune delle domande alle quali bisogna essere in grado di rispondere se si vuole utilizzare seriamente questi strumenti. Quali servizi offrire e quali tecnologie utilizzare, è di conseguenza. Come realizzare il sito, poi, come vestirlo, diventa un di cui.
Alla fin fine, il web 2.0 è soprattutto simbolo di un cambiamento senza fine, che richiede che il change management diventi la prassi e non un evento periodico ogni tot anni. Essere Enterprise 2.0 vuol dire di fatto diventare Enterprise Beta, e in quanto all’evitare gli errori, ben venga, purché si sia compreso che parliamo solo di quelli più eclatanti: lo sbagliare è parte integrante del cambiamento e può sicuramente essere gestito in modo da limitare al minimo i danni e addirittura da trasformarlo in un’occasione di crescita. Se si accetta tutto ciò, allora, e solo allora, si è davvero pronti.

Rileggere per capire. Un’esperienza in rete

maggio 18, 2009

kindle 3

Il breve racconto di non più di quindici minuti di navigazione in rete offre più spunti di riflessione di tanti saggi sull’argomento. Dunque, per prima cosa i fatti. So, per aver visto fisicamente l’oggetto, che Umberto Eco ha da poco pubblicato un libro – piuttosto un dialogo scritto con lo sceneggiatore francese Jean-Claude Carrere, dal titolo ammiccante – Non sperate di liberarvi dei libri  – che si riferisce appunto al futuro dell’editoria nell’epoca digitale. Ricordo di aver letto un articolo, quasi sicuramente su Repubblica, non so esattamente quando, che sempre si riferiva alla questione, proprio a firma di Eco. Penso di cercarlo per metterlo a disposizione del blog, in riferimento all’uscita del libro: ho dunque un’idea ben precisa di quello che devo cercare, quando imposto la ricerca sul motore interno di Repubblica con le parole “Eco” e “book”. La ricerca mi da molteplici risultati, ma non sono molto convinto di aver trovato quello che cercavo. Trovo invece, in terza o quarta posizione, un articolo di Corrado Augias del 18 ottobre 2000, dove si fa riferimento all’inaugurazione della fiera di Francoforte e Umberto Eco viene semplicemente citato. Nonostante l’articolo – si tratta di un’intervista allo storico della lettura Roger Chartier – sia ben altra cosa rispetto a quanto stessi cercando, mi sembra altrettanto interessante e decido di mettere questo a disposizione del blog. Con questa postilla: a distanza di dieci anni (un’enormità per i tempi con cui procede l’evoluzione tecnologica) la discussione sull’e-book come rivoluzione continuamente annunciata che sancirà la morte del libro mi pare sia inquadrata da Chartier nella giusta prospettiva antropologica. Anche dal punto di vista tecnologico si sperimenta e si cerca un mercato (è il caso del nuovo Kindle DX di Amazon) ma i tempi sono più lunghi di quanto si poteva ipotizzare.

Ecco quindi un esempio concreto di ipertestualità e logica associativa che i motori di ricerca contribuiscono a potenziare. Ma anche un esempio di conservazione e accessibilità della conoscenza racchiusa nella rete che, se saputa sfruttare, consente di riflettere sul portato storico dei cambiamenti. Meglio rileggere per capire, appunto, piuttosto di consumare e dimenticare.

Due avvenimenti investono il mondo dei libri. La Fiera che si è aperta ieri a Francoforte e che dedica un’attenzione particolare all’editoria elettronica e il lancio da parte della Mondadori dell’ebook, un libro simile a un’ agenda o a un minuscolo computer grazie al quale sarà possibile scaricare dalla rete (a pagamento) i testi disponibili. Dotato di buona capacità di memoria, il supporto potrà racchiudere fino a centinaia di libri “normali” con grandi possibilità oltre che, ovviamente, di lettura, di ricerca, di collegamenti (links) ipertestuali, di analisi. A Roger Chartier storico della cultura scritta, autore per Laterza (con Guglielmo Cavallo) di una storia della lettura, ho chiesto di valutare quali saranno i vantaggi e gli svantaggi possibili della rivoluzione imminente. Professor Chartier i libri e la lettura stanno vivendo una fase da qualcuno definita senza precedenti. Condivide questa valutazione? «In parte. A me pare che il momento attuale richiami il passaggio dal rotolo (volumen) al libro (codex) che coinvolse sia l’ oggetto fisico che l’ atteggiamento del lettore. Il lettore poté per la prima volta sfogliare, leggere e scrivere nello stesso tempo, stabilire e consultare un indice, includere tavole, tutte cose impedite al lettore del rotolo. Anche con la scrittura elettronica molto cambierà: il supporto in primo luogo, la posizione che sarà in genere davanti a uno schermo i diversi percorsi che l’ ipertesto rende possibili. Tuttavia quando mi chiede se questa fase è senza precedenti, devo rispondere di sì. Il codex introdusse un nuovo supporto e un nuovo modo di leggere ma non rappresentava un’ innovazione tecnica. L’invenzione della stampa fu un’ innovazione tecnica ma non comportava un cambiamento negli altri due elementi. Oggi le tre cose stanno cambiando nello stesso momento e questo effettivamente non era mai successo prima». Tutto ciò accade nel momento in cui i lettori diminuiscono e il mercato librario si contrae. Possiamo prevedere con quali conseguenze? «Non legherei una certa diminuzione delle abitudini di lettura all’ avvento della lettura elettronica. Le statistiche dicono che stanno diminuendo i cosiddetti “lettori forti”. Ciò significa che molti ex lettori forti oggi sono impegnati in altre attività intellettuali. Più in generale è vero che le classi tra i 15 e i 25 anni leggono meno libri e non hanno il gusto che avevamo noi di “fare biblioteca”. Letto un libro lo prestano, lo regalano, lo vendono. Gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni, mostrano addirittura un’ accentuata svalutazione della lettura. Tutti fenomeni nei quali non è in gioco la lettura elettronica, ma altri riferimenti culturali che sono in fase di mutazione». Torniamo al libro elettronico, lei come lo definisce? «Faccio un esempio con il libro di Umberto Eco che sta per uscire. Quel libro sarà in primo luogo un oggetto con alcuni caratteri distintivi (formato, prezzo, titolo, copertina e, beninteso, contenuto) rispetto ad altri oggetti della cultura scritta. Possederà in altre parole coerenza e identità abbastanza forti da poterlo definire un’ opera. Prima che un libro bisogna però analizzare che cos’ è in generale la scrittura elettronica. Nella scrittura elettronica gli elementi che ho citato spariscono. L’ oggetto diventa il computer che però è il veicolo di molti testi e di altri messaggi, dalla posta elettronica alle linee di conversazione. Non c’ è più il criterio di riconoscimento materiale ma anche il criterio di “opera” è messo in pericolo dal momento che la scrittura elettronica è nello stesso tempo più e meno di un libro stampato. Può trasformarsi secondo le circostanze in un’ intera biblioteca o in una semplice agenda. Per di più il suo testo è aleatorio, modificabile quindi conflittuale con il concetto di “opera”». Questo per la scrittura in generale. Il libro elettronico però è diverso. «Infatti, pur nella sua ambiguità, il libro elettronico ha una scrittura stabile, ferma, che non può essere riprodotta né modificata, che non richiama l’ intervento del lettore. E’ anche in una certa misura un “oggetto” anche se come supporto fisico torna ad essere sfuggente potendo lo stesso “oggetto” ospitare decine e centinaia di libri diversi». Crede che questo curioso oggetto così nuovo per noi rimpiazzerà il familiare libro di carta? «Qualcuno ha detto che se il libro su carta fosse stato inventato dopo quello elettronico, sarebbe lui la vera novità. E’ più d’ un paradosso. Il libro su carta è maneggevole, si sfoglia facilmente, è più gradevole al tatto eccetera. Non abbiamo fino ad oggi esempi di come si reagisce alla lettura di testi lunghi davanti a uno schermo. Il romanzo di Stephen King, distribuito per via elettronica, era un esperimento di soli due capitoli. Lo schermo presenta d’ altra parte vantaggi indiscutibili per la lettura di studio. La nuova tecnica permette di organizzare il testo in maniera inedita su diversi livelli: dalla lettura semplice a quella arricchita da richiami, note, bibliografie, rimandi ad altri testi, percorsi ipertestuali e quant’ altro. In ogni caso la storia della lettura insegna che i cambiamenti delle abitudini sono sempre più lenti dei cambiamenti nelle tecniche. Esiste però qualche certezza per quanto riguarda la lettura elettronica. Ciò che viene bene è la lettura su schermo di un’ enciclopedia. Data questa diversità di specializzazione credo che il libro elettronico non sostituirà la cosiddetta “macchina di Gutenberg”, cioè la vecchia carta, ma la integrerà». E’ possibile prevedere che cosa sarà di coloro che solo tra qualche anno cominceranno davvero a leggere? «Quella di domani sarà certamente una società di scriventi, anzi le esigenze di scrittura saranno maggiori delle nostre perché il mondo del consumo ne ha bisogno. Si tratterà di una scrittura accompagnata spesso da immagini. Il ventenne del 2020 leggerà con uguale facilità sia su carta che su schermo. La storia ci dice che dopo Gutenberg la forma manoscritta non è scomparsa anzi s’ è rafforzata. Leggerà come leggiamo noi? Qui la risposta è più difficile perché l’ abitudine all’ iperlettura, che dobbiamo dare per scontata, avrà creato in lui abitudini diverse». Quel ventenne sarà abituato a un mezzo che gli permette di leggere, vedere e ascoltare nello stesso tempo, la sua percezione dei legami tra questi tre mezzi sarà quindi diversa dalla nostra. Dove leggerà? Voglio dire su quale strumento? «Il testo elettronico non sarà più legato a un oggetto specializzato, si tratti di computer o di libro elettronico. I testi varcheranno lo spazio e raggiungeranno il lettore su una qualunque superficie adatta: il muro della stanza dove ci troviamo o la manica della mia giacca. La biblioteca del futuro non avrà muri né, almeno in linea teorica, mancanze, il sogno della biblioteca di Alessandria diventerà in questo modo accessibile». Per tutti? «Sicuramente non per tutti. Anzi c’ è il rischio che la scrittura elettronica renda ancora più profonde le diseguaglianze creando un nuovo analfabetismo che non consisterà più nell’ incapacità di leggere o di scrivere bensì in quella di non saper padroneggiare le nuove forme di trasmissione dello scritto. Lo schermo di domani non contrapporrà più testo scritto e immagine come hanno fatto cinema e tv, sarà invece un mezzo potente di acculturazione testuale. Lo sforzo e la battaglia saranno di renderlo accessibile al maggior numero di persone». – di CORRADO AUGIAS

Guai per You Tube…

maggio 16, 2009

Google ha comprato You Tube nel 2006 e quest’anno potrebbe perdere 470 milioni di dollari a causa del sito di condivisione video.
I problemi del sito sono gli stessi dei giornali cartacei: ha costi enormi di gestione e fa fatica a vendere spazi pubblicitari.

Dunque You Tube è nei guai? Potrebbe. Perchè Google non può permettersi di sostenere una società che perde quasi mezzo miliardo di dollari all’anno. Molte start up hanno un problema comune: i contenuti generati dagli utenti sono troppo costosi. E’ vero per esempio, che abbiamo vissuto l’insediamento di Obama attraverso immagini fornite da persone comuni, ma i siti di condivisone non hanno fatto una cosa: produrre molti soldi. Probabilmente non ne hanno nemmeno prodotti.E  gli inserzionisti non vogliono sborsare soldi per video fatti in casa.

Anche Facebook è un problema. Per condividere le foto, i video, e tutto quello che mettiamo nel nostro profilo, questo social network deve sostenere costi assurdi. Facebook, infatti, spende un milione di dollari al mese di elettricità, 500 mila dollari al mese per la banda e quasi due milioni alla settimana per nuovi server. C’ è solo un piccolo problema: non ha ancora detto come farà a recuperare gli investimenti che hanno fatto valutare la società 15 miliardi di dollari.

Un’alternativa è Hulu, il sito che offre film e programmi televisivi. Ha meno traffico di You Tube, quindi costi inferiori, però gli inserzionisti sono disposti a pagare cifre maggiori. Anche You Tube ha firmato contratti con gli studi di Hollywood nella speranza di attirare la pubblicità, ma il problema che rimane è quello dei costi dei video amatoriali.

Forse You Tube è destinato a fallire… Dovrebbe, per evitarlo, pensare a un modo per guadagnare qualcosa.

Wolfram Alpha lancia la sfida a google

maggio 16, 2009

Promette di essere più efficace e preciso del suo celebre concorrente di mountain view

Wolfram Alpha lancia la sfida a Google

Sta per essere lanciato un motore di ricerca che risponde anche alle domande più complesse

 

Wolfram Alpha

WASHINGTON (USA) – Si chiama Wolfram Alpha e promette davvero di rivoluzionare il web. All’apparenza è un semplice motore di ricerca – come Google, Windows Live o Yahoo –, ma in realtà sotto la facciata familiare si nasconde un software sofisticato in grado di interpretare domande e formulare risposte accurate. Annunciato a marzo e presentato pubblicamente ad Harvard la scorsa settimana Wolfram Alpha verrà svelato al pubblico nei prossimi giorni, certamente entro la fine di maggio.

 

IL PROGETTO – Il nuovo motore di ricerca nasce per opera del britannico Stephen Wolfram , scienziato e fondatore dell’omonima società di ricerca genio della fisica e delle reti, con l’ambiziosa intenzione di rivoluzionare la consultazione online della conoscenza umana. Basta con i milioni di risultati restituiti da Google senza alcun approccio critico: il prossimo metodo di ricerca rispetterà il linguaggio naturale, cioè l’espressione delle domande esattamente come avviene tra due interlocutori umani. Dopo aver decifrato il quesito, Wolfram Alpha proporrà un risultato completo di grafici e dati statistici, per supportare scientificamente il valore della propria risposta. Oltre a presentare risultati diretti, il motore potrà confrontare i dati di diversa natura, paragonando così valori astratti come le lunghezze o gli avvenimenti storici: si potrà scoprire quante utilitarie possono stare contemporaneamente sul Golden Gate di San Francisco, oppure le curiosità del giorno in cui si è nati.

 

UMANO, TROPPO UMANO – L’idea di Wolfram è quella di trovare una via alternativa alla conoscenza web, proponendo una strada piastrellata di conoscenze scientifiche. Per questo motivo, pur essendo in netta contrapposizione con Google, questo progetto non lo sostituisce. Non si tratta infatti di un vero e proprio motore di ricerca perché non consiste in un database di siti web archiviati per parole chiave e neppure è formato da una serie di domande e risposte preconfezionate. Wolfram Alpha, come viene definito dal suo ideatore, è un «motore computazionale della conoscenza» che interpreta ed elabora proprio come un cervello, incrociando tutti i dati a disposizione. Pur essendo estremamente sofisticato (un video ufficiale mostra la sua costruzione fisica), il software dovrà affrontare gli ostacoli del linguaggio e della cultura, analizzando il significato di ciascuna domanda, distinguendo tra i diversi livelli semantici. Un’azione difficile anche per l’uomo perché presuppone la conoscenza della lingua e dei riferimenti linguistici. L’esempio negativo portato dal creatore è l’espressione “50 cents”, che può indicare contemporaneamente i centesimi e l’omonimo rapper. Lo stesso vale per le domande retoriche o in gergo, per esempio.

 

GOOGLE, BOTTA E RISPOSTA – Sebbene il progetto sveli un software decisamente lontano da Google (sia per la maggiore complessità, sia per l’organizzazione del risultato), la domanda spontanea che ne deriva è se Wolfram possa essere tanto rivoluzionario da oscurare il successo ultra decennale della grande G. Indubbiamente i presupposti ci sono, compresa la crescente attesa diffusa a livello internazionale che sta trasformando l’arrivo del software in un vero e proprio evento mediatico. Una condizione sufficiente per far tremare le gambe a Brin e Page che – proprio qualche giorno fa – hanno integrato nelle ricerche di Google anche i dati pubblici (come il tasso di disoccupazione o la popolazione negli stati americani) e la visualizzazione in grafici interattivi. Si tratta di un servizio di complemento alle ricerche online nato dall’acquisizione avvenuta nel 2007 del servizio di statistiche Trendalyzer. Fino a questo punto, Wolfram Alpha ha fatto tutto il possibile per diventare la nuova Google, ma l’impatto che il software avrà sul web potrà essere determinato soltanto dagli utenti e dall’uso che ne faranno: non sempre ciò che è migliore è infatti destinato al successo.

LA TV DI OGGI….

maggio 16, 2009

 

 La televisione più di ogni altro mezzo di rappresentazione ci narra il mondo odierno. Utilizzare il telecomando è il modo più semplice che abbiamo per rapportarci alle problematiche della nostra nazione e del mondo. Oggi sappiamo della guerra, della religione, della politica, dell’economia, della cronaca nera, del gossip, delle mode. Ma la televisione non è solo narrazione come quando ci informa con i vari telegiornali, notiziari, documentari e dossier. Interpreta anche il mondo e organizza la vita sociale, culturale e sessuale degli spettatori. Determina la sfera familiare, culturale, linguistica e sessuale dei cittadini e di conseguenza gli stessi rapporti e le stesse modalità di relazione tra gli uomini di oggi. Programmi di intrattenimento, pubblicità e film dispensano irrealtà e illusioni, che consentono al telespettatore l’evasione da una quotidianità sempre più alienata. Nella realtà abbiamo famiglie sempre più disgregate, ma la televisione- regina delle distorsioni e delle alterazioni del reale- ci fornisce l’immagine della famiglia del mulino bianco. Anche se inizialmente la televisione ha accelerato l’unificazione linguistica del nostro paese attualmente è la causa primaria della povertà linguistica dei giovani di oggi, che rispetto ad un tempo sono molto meno in grado di creare nuove metafore e di utilizzare le figure retoriche. La maggioranza delle coscienze individuali non ha più la forza di fare un’analisi accurata del sistema nonostante l’evidenza dei sintomi individuali e sociali. La televisione riesce in modo formidabile ad essere il metronomo che induce l’ipnosi collettiva. I rapporti dei mezzi di produzione esistono ancora oggi, ma se ne occupano solo sindacalisti, politici, sociologi ed economisti. Chi lo fa per lavoro insomma. Gli altri seguono distrattamente. Sembrerà un’espressione paradossale, ma descrive esattamente il comportamento di milioni di cittadini, ormai diventati spettatori passivi, non partecipi e distratti; L’aspetto più problematico è che agisce in modo talmente subdolo e così in profondità, che solo pochi riescono a non subire il suo fascino perverso. Molti la criticano apertamente per non fare brutta figura, ma in realtà vengono condizionati quotidianamente dai programmi televisivi. Gli stessi intellettuali che dovrebbero criticarla e descrivere i suoi effetti deleteri vengono inglobati e fagocitati dagli schermi televisivi. Purtroppo non sono molti coloro che esercitano il proprio senso critico e il proprio scetticismo nei confronti dei messaggi e delle rappresentazioni, che vengono imposti da questo mass media. Chi fa televisione sa bene che per condizionare efficacemente i telespettatori questi non devono essere più in grado di distinguere tra realtà e finzione. Il modo più efficace per cancellare la linea di demarcazione tra realtà e finzione è quello di fornire eccessi di realtà (come ad esempio immagini violente di omicidi, incidenti stradali, stragi e guerre) e irrealtà.

La mia non vuole essere una critica generale del mondo televisivo, tutt’altro. Sono il primo che soprattutto in serata mi soffermo a guardare programmi di ogni genere, da documentari, a programmi d’informazione, da film a programmi sportivi. Personalmente non condivido però tutta l’eccessiva costruzione, manipolazione di informazioni; il fatto che molto spesso vedo opinionisti, o chi per essi, che non esprimono liberamente i propri concetti e pensieri, ammesso che ve ne siano, proprio per non andare contro il “sistema” del programma. Tutto questo non avviene solamente nel mondo televisivo, è vero, ma, nello stesso vedo molta falsità, uno “scannarsi” in tutti i modi pur di raggiungere l’audience, dimenticandosi quasi sempre l’importanza di molti valori che dovrebbero invece essere trasmessi al telespettatore.

L’UTILIZZO DELLE TECNOLOGIE DA PARTE DEGLI INDIVIDUI

maggio 15, 2009

PERMANGONO FORTI DIFFERENZE GENERAZIONALI

 Nel 2008 il 44,9% della popolazione di 3 anni e più utilizza il personal computer e il 40,2% della popolazione di 6 anni e più naviga su Internet. Se si considera la frequenza di utilizzo, inoltre, si evidenzia che il 24,4% delle persone di 3 anni e più usa il personal computer tutti i giorni e il 17,7% di quelle di 6 anni e più usa Internet quotidianamente. Rispetto al 2007, la quota degli utenti sia del personal computer sia di Internet aumenta di oltre tre punti percentuali tornando a crescere in modo significativo dopo due anni di stagnazione. Il picco di utilizzo del personal computer si ha tra i 15 e i 19 anni (oltre l’80%) e per Internet tra i 15 e i 24 anni (oltre il 71%), per poi decrescere rapidamente all’aumentare dell’età. Già tra le persone di 35-44 anni l’uso del personal computer (58,6%) e di Internet (53,8%) è molto più contenuto. Tra le persone di 60-64 anni solo il 20,5% usa il personal computer e il 18% naviga in Internet, mentre tra gli ultra sessantacinquenni l’uso di queste tecnologie è ancora un fenomeno marginale. Tali differenze dipendono in gran parte dal livello di istruzione più basso delle persone anziane. In linea con gli anni precedenti, si riscontrano forti differenze di genere sia nell’uso del personal computer che in quello di Internet. Dichiarano, infatti, di utilizzare il personal computer il 50,4% degli uomini a fronte del 39,7% delle donne. Navigano in Internet il 45,8% degli uomini e il 35% delle donne. Va rilevato, comunque, che fino a 34 anni le differenze di genere sono molto contenute e tra i 18-19 anni c’è il sorpasso femminile, mentre la differenza di genere si accentua a partire dai 35 anni a favore degli uomini e raggiunge il massimo tra le persone di 45-64 anni con oltre 15 punti percentuali di differenza fra uomini e donne nell’uso di Internet. Nel 2008 permane lo squilibrio territoriale sia nell’uso del personal computer che in quello di Internet: dichiarano, infatti, di utilizzare il computer oltre il 47% della popolazione residente nel Centro-nord a fronte di una quota che nel Sud e nelle Isole è del 37% circa; l’uso di Internet supera il 43% nel Centro e nel Nord e si attesta intorno al 33% nel Sud e nelle Isole. L’uso del personal computer e di Internet è connotato anche da un forte divario sociale che comunque è in diminuzione . Usano di più il personal computer e Internet gli studenti (rispettivamente 88% e 85%) per i quali la sovrapposizione di personal computer e Internet è quasi totale, seguiti dagli occupati (63,4% e 59%); all’ultimo posto si collocano le casalinghe (13,3% e 10,8%) e i ritirati dal lavoro (11,2% e 9,3%). Il luogo privilegiato di utilizzo è la casa, pochi si connettono a Internet senza fili Il luogo privilegiato di utilizzo del personal computer è la propria casa. L’84,7% delle persone che hanno utilizzato il personal computer negli ultimi 3 mesi lo hanno fatto da casa. Segue il posto di lavoro (41%), il luogo di studio (20,7%), la casa di altri (21,9%) e altri luoghi (15,9%). Per Internet si riscontra una situazione molto simile con il 79,6% degli utilizzatori che lo usa da casa, il 40,6% dal luogo di lavoro, il 16% dal luogo di studio, il 22,1% da casa di altri e il 17% da altro luogo. Considerando, infine, il collegamento ad Internet senza fili si evidenzia che sono ancora poche le persone che lo usano. Il 20,8 % degli utenti di Internet usa un portatile con collegamento senza cavi (WIFI). Più contenute le quote di coloro che usano un cellulare via UMTS (6,7 %), un cellulare via GPRS (5,6 %) e un computer palmare (5,3 %). La quota di coloro che utilizzano collegamenti senza fili è sempre più alta tra gli uomini e nella fascia d’età tra i 18 e i 44 anni.

LE ATTIVITÀ SVOLTE CON INTERNET

Oltre il 70% degli utilizzatori di Internet utilizza la posta elettronica Le persone di 6 anni e più che si sono connesse ad Internet negli ultimi 3 mesi hanno utilizzato la rete prevalentemente per comunicare attraverso l’uso della posta elettronica, ovvero per mandare o ricevere e-mail (76,1%), per cercare informazioni su merci e servizi (66,3%) e per apprendere (58,3%). Di rilievo è la quota di chi si connette al web per usare servizi relativi a viaggi e soggiorni (43,2%), per leggere o scaricare giornali, news, riviste (38,4%), cercare informazioni su attività di istruzione o su corsi di qualunque tipo (36,3%), cercare informazioni sanitarie (35,7%). È meno diffuso l’uso di servizi bancari via Internet (28,3%), scaricare software (28,1%) e l’ascolto della radio o guardare programmi televisivi su web (21,4%). Gli uomini sono più attivi delle donne nello scaricare software (35,1% rispetto al 19,3% delle donne), nel cercare informazioni su merci e servizi (70,5% rispetto al 61%), nel vendere merci o servizi (10,4% rispetto al 4,4%) e nell’usare servizi bancari (32,4% rispetto al 23,1%), nel giocare online con altri giocatori (12,1% rispetto al 6,4%). Le donne sono più interessate ad usare il web per reperire informazioni sanitarie (40,9% delle donne contro il 31,5% degli uomini) e per cercare informazioni su attività di istruzione o corsi di qualunque tipo (39% contro il 34,2% degli uomini). Le attività svolte con Internet sono strettamente correlate con l’età: tra i 20 e i 44 anni oltre l’82% dei fruitori di Internet lo fa per mandare o ricevere e-mail. L’utilizzo del web per cercare informazioni su attività di istruzione o su corsi di qualunque tipo è particolarmente diffusa tra le persone tra i 18 e i 34 anni, con una punta del 54% tra le persone di 20-24 anni. Analogamente, la ricerca di lavoro su Internet è particolarmente diffusa tra i 20 e i 34 anni. Cercare informazioni su merci e/o servizi, usare servizi relativi a viaggi e soggiorni, cercare informazioni sanitarie e usare servizi bancari via Internet sono, invece, i motivi più diffusi tra le persone di 25-64 anni. La lettura di giornali, news, riviste è molto diffusa tra le persone di 25 anni e più con un picco massimo tra gli ultra settantacinquenni (45,9%). Emerge l’uso del web per condividere contenuti Internet è anche utilizzato per il download di contenuti digitali come scaricare o vedere film, cortometraggi o video (34,6%), per scaricare e o ascoltare musica (22,7%), per scaricare giochi per pc o video game e i loro aggiornamenti (10,7%) e per usare un browser come supporto news feeds (es.RRS) per leggere le novità sul web (8,5%). Internet viene usato anche come strumento per scambiare e condividere contenuti digitali. Infatti il 15,7% delle persone di 6 anni e più che hanno usato Internet negli ultimi 3 mesi hanno scaricato contenuti autoprodotti sui siti web per condividerli, il 10,1% dichiara di usare la modalità peer to peer per scambiare musica, film, video e il 6,5% usa i servizi podcast per ricevere video o audio. Per tutte le attività considerate si registra un maggior dinamismo degli uomini rispetto alle donne che in alcuni casi presentano valori quasi doppi, fa eccezione l’uso del web per scaricare contenuti autoprodotti dove le differenze di genere sono più contenute (17,1% degli uomini contro il 14% delle donne). L’uso di Internet come media per lo scambio e la condivisione di contenuti è una modalità strettamente giovanile. Ad esempio, sono sopratutto i ragazzi di 18-24 anni ad usare il peer to peer per scambiare musica, film video (circa il 20%) e i ragazzi di 18-19 anni a caricare contenuti autoprodotti sui siti web (31,1%). La tendenza ad usare Internet come media di condivisione si riscontra anche dal fatto che quasi la totalità degli utenti non ha pagato per la fruizione di contenuti audiovisivi online (97,7%), e il 63,4% dichiara di non essere disposto a pagare.

INTERNET PER COMUNICARE

Le attività di comunicazione hanno un ruolo importante nell’utilizzo di Internet Leggere weblog o blog è un’attività svolta dal 28,5% delle persone di 6 anni e più che hanno usato Internet nei 3 mesi precedenti l’intervista. Segue l’inserimento di messaggi in chat, newsgroup o forum (22,3%) e i servizi di instant messaging (21,3%). Leggermente meno usato Internet per telefonare o per effettuare videochiamate (entrambi 15,9%) e per creare o gestire weblog o blog (7,8%). Per tutte le attività considerate sono i maschi ad avere livelli più alti rispetto alle donne, ad eccezione della creazione di weblog o blog per il quale non si riscontrano differenze di genere. Usare Internet per telefonare o per effettuare videochiamate è un’attività svolta principalmente dalle persone tra i 20 e i 34 anni (circa 20%) ma risulta rilevante anche tra gli adulti e tra le persone di 65 anni e più (12%). I giovani tra i 15 e i 19 anni, invece, sono i più attivi nell’usare servizi quali chat, newsgroup, forum (quasi il 50%), leggere weblog e blog (oltre il 45%) e creare o gestire weblog e blog (più del 23%).

Dati raccolti dal sito dell’istat http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090227_00/

Living Center 2.0

maggio 15, 2009

Dal Research and Development Lab del New York Times :

http://www.niemanlab.org/2009/05/the-new-york-times-would-like-to-join-you-in-the-living-room/

http://www.niemanlab.org/2009/05/at-the-new-york-times-preparing-for-a-future-across-all-platforms/

Noi però abbiamo i grandi romanzi di Repubblica e il Silvio ( a prescindere da Berlusconi ) di Feltri.

Sodoma, non solo Gomorra.