Il grande inganno del Web 2.0

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9788842089179.jpgInterrogarsi sulla tecnologia presente non vuol dire riuscire sempre ad afferrare con certezza quale sarà lo statuto della conoscenza nel futuro. È da tempo che si parla di Web e delle sue applicazioni: spesso vengono descritte come il ‘nuovo’, la nuova tecnologia, i nuovi canali di comunicazione, senza riuscire a coglierne fino in fondo la  portata storica nell’evoluzione dei processi sociali. Se di rivoluzione si tratta, questa si è già compiuta. Le proporzioni del Web sono ormai universali e come tali oggi vengono pensate, nonostante si abbia consapevolezza solo in parte del digital divide che ancora caratterizza il contesto italiano. Piuttosto ci si riferisce alla penetrazione di massa di Internet  – soprattutto fra le giovani generazioni, quelle nate dopo l’avvento del Web e che quindi non conoscono una realtà senza rete (la google generation come qualcuno l’ha chiamata) – e al suo uso indiscriminato per la trasmissione, la conservazione e l’accesso alla conoscenza. Nei prossimi decenni nessuno potrà fare a meno della rete e le prospettive sono di una sempre maggiore pervasività: ovvio che il dibattito fra critici ed entusiasti si animi di volta in volta sulle continue novità che questa piattaforma consente e consentirà. Parlo di ‘piattaforma’ perché è il termine che  meglio sottolinea, nelle ultime evoluzioni di Internet (Web 2.0), l’uso della rete non solo come supporto connettivo ma come luogo dove, in quanto utente (user), sperimentare maggiori possibilità di interazione con i siti, superando in questo senso lo stadio 1.0 basato unicamente sulla navigazione e la consultazione di una serie di pagine in formato HTML.

Proprio partendo dalla google generation il volumetto di Fabio Metitieri da poco pubblicato da Laterza, descrive il comportamento ‘da scoiattolo’ dei giovani utilizzatori della rete, poco avvezzi a una lettura attenta dei risultati ottenuti nella ricerca on-line, laddove il tempo medio di permanenza sulle singole pagine è comunque minimo, e gran parte del tempo complessivo è invece speso per la comprensione veloce dell’attinenza del risultato (e del successivo salvataggio su disco rigido), senza poi procedere alla disamina nel dettaglio di quanto si è scelto di archiviare. Una navigazione orizzontale, casuale che vaglia una molteplicità di documenti, ma poco verticale, non approfondita, che scende difficilmente nell’esame del singolo documento. E, fatto spesso curioso, se pensa di aver trovato ciò che interessa, allora decide di stamparlo, di materializzarlo nel suo formato che si pensa originario, autentico. Se ciò può essere ricondotto all’analisi delle abitudini informatiche in pieno mutamento, del tutto diverso è il dato secondo il quale nell’immaginario dei ‘nativi digitali’ la rete va a coincidere con Google (o comunque con il motore di ricerca): la google generation non ha percezione di alcuna differenza fra i diversi risultati che una ricerca su Internet può dare. Tutto è gratis, tutto è assolutamente sullo stesso piano. Sotto un profilo puramente giornalistico, si potrebbe dire che a venir meno è la capacità di valutare l’attendibilità di una fonte on- line.

A tal proposito Metitieri riporta anche la disciplina che, già in ambito anglosassone, molto meno in Italia, si occupa di studiare i modi della conoscenza dell’organizzazione della conoscenza sulle reti informatiche. Non è solo un gioco di parole, ma l’idea centrale dell’information literacy: ossia la possibilità di imparare ad imparare, di possedere gli strumenti cognitivi adeguati per trovare un’informazione sul Web e riconoscerne la validità. Dunque la comprensione  dell’organizzazione della conoscenza sulla rete e il continuo esame delle fonti; associata alle competenze nell’utilizzo dei diversi strumenti, l’information literacy può essere considerata, per quanto concerne il lavoro umanistico del cittadino istruito del futuro, al pari delle arti liberali (grammatica, retorica e logica) per il cittadino istruito nel mondo medievale. Può sembrare un valore debole, per chi proviene dal mondo accademico delle biblioteche e degli archivi, ovviamente educato al confronto e alla verifica delle fonti nella ricerca storica, ma è un valore che, nello scenario incerto del futuro, ci si auspica venga divulgato e insegnato quanto più possibile, perché davvero i modi del sapere (la sua circolazione, la sua conservazione) stanno mutando velocemente e il rischio è che manchi per le generazioni totalmente digitali un paradigma valido su cui questo sapere va fondato.

“Nessuna mediazione”, è il secondo aspetto che chiama in causa direttamente l’information literacy. Dunque il mondo dei blog e la realtà di un’informazione e un sapere libero da intermediari, (giornalisti, editori, bibliotecari cui è sottratto il compito di farsi autori/autenticatori di risorse on-line). La filosofia del Web 2.0 è la possibilità di mettere on-line contenuti generati dall’utente (Used Generated Content). Questo aspetto di per sé non è innovativo, nel senso che contenuti prodotti dagli utenti, i quali non si limitano semplicemente a scaricare e leggere pagine web, saltando da un link a un altro, ma contribuiscono e interagiscono direttamente, sono anche quelli delle vecchie liste di discussione o dei newsgroup, assai più vecchi dei blog. La tesi di Metitieri è qui apertamente polemica nei confronti della definizione di Web 2.0 elaborata da Tim O’Reilly, che è definito una “brillante operazione di marketing” dove, stante l’idea di democraticità e accessibilità della rete, riunendo sotto un’unica etichetta tutto ciò che di nuovo si è visto on-line negli ultimi anni (blog, social network, wiki) si è sancita la nascita di un secondo stadio del Web. In questo senso anche  Berners-Lee, ideatore del World Wide Web, parla del Web 2.0 come di “un’espressione gergale di cui non si sa l’esatto significato”; al di là delle posizioni polemiche – se il Web 2.0 sia o non sia un inganno – una serie di dubbi, non chiaramente risolti, emergono dalla lettura di queste pagine, e – credo – riguardano esplicitamente lo statuto della conoscenza sperimentabile sulla rete.

Fra tutti la personalizzazione dell’informazione, e quindi della conoscenza, sempre più frammentata e autoreferenziata, è quello che più lascia interdetti. La spinta egualitarista del mondo dei blog, contro cui Metitieri si muove con particolare puntualità, ha in sé il rischio di essere solo virtualmente uno spazio di conoscenza condivisa: la conversazione, che era alla base dei blog, pensati come spazi personali di condivisione di contenuti raccolti e prodotti per essere messi on-line e commentati, rischia di perdersi in un modello diffuso di affermazione personale, in una lotta per apparire che è comunque individuale e che si pone in contrasto con la logica comunitaria della rete. Il blog, nato come spazio personale per mettere in comune i risultati della propria navigazione in rete è divenuto uno spazio di autopromozione che solo fino a un certo punto può avocarsi il ruolo di dare voce dal basso a tutti, praticando quel citizen journalism tanto citato quando si parla di Web 2.0 come spazio alternativo ai media mainstream. Posizioni critiche, che forse nella ‘blogosfera’ difficilmente potranno essere discusse, ma che risentono anche del dibattito estremizzato sulle nuove tecnologie cui spesso s’assiste: il Web che diventa o il demonio o il paradiso futuro cui tutti avremo accesso.

Altre questioni aperte sono, in riferimento al futuro paradigma del sapere on-line, il ruolo delle biblioteche – rivoluzionate dalle possibili collaborazioni degli utenti nella catalogazione dei documenti attraverso le tag che già si trovano nei blog – e quello degli archivi ‘aperti’ (open archive) che nella ricerca accademica permettono la validazione e la valutazione di documenti prima della loro pubblicazione. Esempio chiave di tutto ciò è l’ideologia free che sta alla base di Wikipedia: fra i molti dubbi sollevati quelli relativi alla compilazione di termini più attuali e controversi – per i quali si scatena una vera e propria ‘guerra’ fra gli utenti per la continua modifica –  e la conseguente stabilità di altre voci, che dopo un iniziale dibattito trovano una loro definizione, la quale, per le voci di nicchia, può anche essere la sola.

Il panorama complessivo è dunque quanto di più vario e indefinito, ben altro che un semplice stadio ulteriore di un supporto. Il sapere on-line ha necessità di essere valutato anche in base alle strategie entro cui è stato organizzato: di fronte all’apparente caos e deriva informativa occorre possedere strumenti che non si limitino all’accettazione passiva di un modello di conoscenza diffuso, aperto e incontrollato, ma che offrano pur sempre autenticatori validi.

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