Archive for giugno 2009

“È Google il più grande spione delle vostre mosse quando navigate da un sito all’altro”

giugno 5, 2009

fonte: blitzquotidiano.it

Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che quando si viaggia su internet non si è mai soli, ma che ci sono ”occhi” e ”sensori” che scrutano ogni mossa del webnauta per raccogliere su di lui o su di lei ogni tipo di informazione da essere usata per gli scopi piu’ diversi, e non sempre leciti. Ma ora quegli ”occhi” indiscreti si sono moltiplicati, a quanto riferisce il New York Times.

Un gruppo di laureandi all’Università di Berkeley, California ha svolto uno studio accertando, tra l’altro, che le aziende internettiane raccolgono dati non solo sui visitatori del loro sito, ma li seguono anche quando vanno altrove. Ovvero, una volta ”agganciati”, non vi mollano più, naturalmente a vostra insaputa.

E, come i laureandi di Berkeley sospettavano, l’azienda che più di ogni altra su internet segue i webnauti è… avete indovinato: Google. Gli studenti hanno scoperto che Google Analytics, un software che consente alle aziende di pedinare chi naviga sulla rete, è usato su 81 dei primi cento siti di internet.

I cookies dell’azienda pubblicitaria Doubleclick, posseduta da Google, sono stati trovati su 70 di quei 100 siti. Mettendo insieme le spiate di Google Analytics e di Doubleclick si è visto che Google raccoglie informazioni su chiunque visiti uno qualunque dei 91 siti su 100 presi in esame.

Altri non sono da meno, scrive il Times. I cookies di Atlas, di proprietà di Microsoft, sono stati trovati in 60 siti su 100, e quelli di Quantcast e Omniture in 54.

Quando poi la ricerca dei laureandi è stata allargata ai 1.200 siti più visitati, come hanno fatto gli esperti del Worcester Polytechnic Institute del centro ricerche AT&T Labs, la longa manus di Google è stata riscontrata nell’88 per cento dei casi, mentre la presenza dei suoi concorrenti è risultata essere molto inferiore.

Del resto, ogni webnauta può fare una prova di come occhi invisibili seguono ogni sua mossa, o acquisto. Basta andare su Amazon.com, tanto per scegliere uno dei siti più popolari, e ordinare, diciamo, libri o musica. Dopo il recapito, arrivano immancabili e-mail che vi propongo altri libri e musica di autori collegabili al vostro acquisto originario. Provare per credere.

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Pellicce e diritto d’autore

giugno 1, 2009

Le conquiste sul piano normativo di editori e autori italiani sono frutto di un compromesso che risale al periodo fascista.
L’editoria era concepita come strumento di formazione politica e culturale delle nuove generazioni. Franco Ciarlantini, presidente della Federazione nazionale fascista industriali editori dal 1929 (anno in cui si sciolse l’Associazione degli editori e librai), puntava a una partecipazione in prima linea degli editori nel processo di fascistizzazione dello Stato, scorgendo in loro “l’uomo nuovo” continuamente evocato da Mussolini. In cambio offriva, in virtù del suo ruolo, sostegno economico da parte dello Stato, facilitazioni fiscali, persecuzione della pirateria e contraffazione, ma soprattutto una protezione efficace attraverso una normativa migliore sul diritto d’autore. E’ così che venne potenziata e diventò ente pubblico la Siae, estesa agli utili non soltanto degli scritti ma anche dell’esecuzione, registrazione e radiodiffusione di opere letterarie, teatrali e musicali.
Si modificarono le leggi del 1865 e 1882 che ancora regolavano il diritto d’autore: la novità fu quella di riconoscerlo a chiunque producesse un’opera di qualsiasi natura.
Il compromesso prevedeva l’accettazione della censura, che portò a una generale autocensura. Nel 1935 il ministero per la Stampa e la Propaganda si arrogava il diritto di sequestrare tutto ciò che fosse contrario «agli ordinamenti politici e sociali, all’ordine pubblico e al buon costume»: la maggior parte degli editori, per evitare il sequestro di opere già stampate iniziò a sottoporre preventivamente al ministero i volumi che intendeva pubblicare.
Studiosi del settore, come Nicola Tranfaglia nella sua “Storia degli editori italiani” e Gian Carlo Ferretti in “Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003” sostengono che per il regime non fu necessario usare più di tanto il pugno di ferro: tutto sommato gli editori si allinearono per ottenere commesse (come le stampe del libro unico di Stato per le scuole elementari pubbliche e private) ed evitare i danni economici derivanti dalla bocciatura dei testi da parte della Direzione generale della stampa italiana.
Certo occorre precisare che ci furono Case più vicine al regime come Vallecchi, Le Monnier, Mondadori, Sansoni e Cappelli e altre più defilate come La Nuova Italia di Ernesto Codignola, Garzanti e Zanichelli; tuttavia in tutte appaiono libri che si ispirano al fascismo: le concessioni venivano scambiate con i contenuti.

E le pellicce?

Mentre in Italia, finito il fascismo, ci si ritrova in una situazione abbastanza favorevole a editori e autori, dovuta anche alla crescente alfabetizzazione e alla “fame” di conoscenza dei lettori, che si protrae per tutti i decenni successivi (anche se accompagnata da una sempre più forte concorrenza), nel 1956 abbiamo in Unione Sovietica un Boris Pasternak che cede i diritti d’autore per Dottor Živago tramite cordiali lettere segrete in francese a Giangiacomo Feltrinelli, e non può usufruire neppure di un rublo che gli spetterebbe per il grande capolavoro che ha concluso l’anno prima, destinato a vivere in semipovertà e a non poter così dedicare con serenità tutto il suo tempo alla scrittura.
Al di là degli argomenti di diritto che separano le due nazioni, per cui il romanzo di Pasternak si può definire “italiano”, per via della mancata adesione alla Convenzione di Berna da parte dell’Unione Sovietica, e per l’impossibilità degli autori di avere contatti diretti con gli editori, vietati dalle leggi sovietiche, mi preme evidenziare, nella mia confusa, breve e “delirante!” riflessione sui compromessi o mancati compromessi, la differenza tra le Edizioni di Stato sovietiche e le nostre Case ed enti preposti alla salvaguardia del diritto d’autore, che hanno portato gravi conseguenze culturali, sociali e personali.
I libri (quelli letti e quelli che non si sono potuti leggere) contribuiscono alla cultura di un popolo, che concorre alla costruzione di una coscienza sociale e a sua volta alla scelta della forma di governo.
La censura ha agito in maniera diversa ma ha prodotto danni in entrambi i paesi: l’arretratezza culturale italiana è un bagaglio che portiamo dietro dalla dittatura (e dal ventennio di Dc, ma qui ci sarebbe da iniziare un’altra riflessione, che persino il demenziale telefilm Piper evoca); la mancata libertà russa è conseguenza del non aver mai potuto esprimere idee diverse da quelle previste dai quadri, della selezione rigida degli scritti secondo la necessità di dover prendere la decisione “giusta” per gli altri, “altri” considerati non in grado di ragionare per sé, e quindi mica tanto “uguali” tra loro.

E le pellicce??

Andrej Voznesenskij, poeta e allievo di Pasternak, si trova in Italia nel 1962, su richiesta di Feltrinelli, intenzionato a ottenere i diritti d’autore sulle sue opere.
Il figlio di Feltrinelli, Carlo, in Senior Service, il romanzo in cui narra la storia della sua famiglia, ci offre la testimonianza dell’autore russo:
«Feltrinelli mi propose un contratto vitalizio per i diritti d’autore a livello mondiale. Io sino a quel momento non avevo mai firmato contratti! […] Come anticipo mi offrirono una cifra da capogiro. Rimasi impietrito per la sorpresa. Rifiutai. Facendomi forza sparai una cifra dieci volte più alta. È così, pensavo, che si tratta con gli editori. Feltrinelli sbiancò, precipitandosi fuori dalla stanza. L’accompagnatore mi lancia uno sguardo al di sopra delle lenti, sicuramente pensando qualcosa del tipo: “Ma guarda ’sto pazzo di russo!”. Mi sono detto: “Andrjuša, sei fritto!”.
Tre minuti dopo si spalanca la porta; Feltrinelli entra con fare pacato ma deciso. Dice: “D’accordo. Come vuole essere pagato? Con assegno, o preferisce un bonifico su un conto in banca?”. “No. Tutto subito. In contanti!”. Degli assegni a quel tempo non sapevo neanche l’esistenza, mentre un conto in banca per le autorità sovietiche voleva dire, in pratica, essere un agente della Cia. […]».
Al tassista dico: “Mi porti al migliore hotel”. […] Sapevo che avrei dovuto spendere tutto il denaro in una sola settimana. Ero certo che, al mio rientro a Mosca, la strada per l’Europa mi sarebbe stata chiusa per sempre. Così comprai pellicce e gioielli per tutti i miei amici. Mi misi a bere sino a morire e, quando lasciai l’albergo, dimenticai nella stanza un disegno di Picasso che mi avevano regalato. […]»

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