Archive for giugno 2010

Skype, sì lo voglio!

giugno 28, 2010

Skype è un software di messaggistica istantanea nato nel 2002 e basato su un protocollo VoIP per trasmettere le chiamate, che unisce le caratteristiche presenti nei client più comuni, come ad esempio le chat, a un sistema di telefonate basato su di un network peer to peer.
Grazie a Skype quindi è possibile tenersi in contatto con amici e parenti in tutto il mondo, semplicemente installando il programma sul pc, creando un proprio account personale e cercando la persona desiderata tramite il semplicissimo motore di ricerca offerto dal programma stesso.
Una volta inseriti i propri contatti alla rubrica di Skype è possibile intrattenersi con il nostro interlocutore in piacevoli conversazioni, sia telefoniche, sia video-telefoniche.
Ultimamente, e precisamente nel periodo in cui mezza Europa è stata invasa dalle nubi del vulcano islandese Eyjafallajokull, Skype è stato tra i programmi più utilizzati per il mantenimento dei contatti, data l’impossibilità a molti di effettuare viaggi previsti in quel periodo.
Quanto mai originale è stato, in particolare, l’utilizzo del programma da parte di una giovane coppia, Sean Murtagh e Natalie Mead, i quali, di ritorno da un viaggio a Dubai, avevano deciso di sposarsi a Londra.
Non potendo tornare a casa per la cerimonia, la coppia ha deciso sul momento di optare dunque per un matrimonio improvvisato in aeroporto: preparativi molto rapidi e abiti fai da te sono stati gli ingredienti di questa unione che non poteva però mancare dei suoi testimoni.
Grazie a una videoconferenza tramite Skype, infatti, i due sposini hanno potuto far assistere ai rispettivi parenti la cerimonia, così da rendere tutti partecipi del lieto evento.
Ecco quindi che pur avendo avuto contro di loro la volontà della natura, con gli effetti della nube vulcanica ancora in circolazione, i due giovani sposi hanno potuto ugualmente coronare il loro sogno facendo uso di una delle tecnologie più amate dalla maggior parte della gente, una tecnologia semplice e gratuita che consente a moltissime persone di poter chiamare e vedere i propri cari in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo.

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Quando il Digital…Divide l’Italia.

giugno 27, 2010

(Alcuni cenni per capire cosa sia il DD).

Il “digital divide” (letteralmente “divario digitale”) è la mancanza di accesso o fruizione alle tecnologie informatiche e di comunicazione, in modo parziale o totale, su scala nazionale o globale.
I motivi di dislivello possono essere svariati: condizioni economiche (ritenute la causa principale), livello di istruzione, età, sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici, provenienza geografica, ecc.
Il termine ebbe una forte eco durante una conferenza a Knoxville (Tennessee) tenuta da Bill Clinton e il suo vice Al Gore, quando si parlò di “disparità telematica” tra la popolazione del Paese.
Oggi, il problema è alla base del gap sempre più crescente tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. I secondi, infatti, non hanno la possibilità di accedere alle nuove tecnologie (per motivi di reddito). Ciò comporta un analfabetismo informatico, causa di un ulteriore impoverimento (già avvenuto in realtà) in quanto ulteriormente esclusi dalle nuove forme di produzione di ricchezza. In verità, la tecnologia dovrebbe aiutare quei Paesi a cercare una via di sviluppo più adatta alle loro possibilità, evitando di divenire un ulteriore strumento di colonizzazione (durante un seminario tenutosi in India nel 2008 si era ipotizzato un computer a basso costo, basato su un linguaggio visivo che permetteva – attraverso il collegamento ad Internet – di creare i mezzi e la cultura necessaria ad attività on line per i mercati in difficoltà. È un’idea realizzata, ma fallita).
Purtroppo, questa forbice si apre anche per Paesi teoricamente sviluppati: l’Italia.
Nel nostro Paese il 93% della popolazione potrebbe potenzialmente usufruire della banda larga. Potrebbe. Ma non può a causa delle poche linee Adsl concentrate per lo più nelle grandi città, a scapito dei piccoli comuni rurali ancora non del tutto coperti dalla banda larga e che fanno ancora affidamento alla lenta linea telefonica che non permette la fruizione di dati a velocità superiore a un Mb/sec.
L’Italia, infatti, si trova in una posizione inferiore alla media europea, se non proprio agli ultimi posti dato che le nuove tecnologie trovano difficoltà ad imporsi. Basti pensare che il Giappone detiene il record della banda larga in termini di velocità raggiunta e sul campo del WiMax – una tecnologia che permette la connessione a Internet senza fili e ad alta velocità (fino ai 70Mb) – l’Italia si è mossa per ultima in Europa.
In realtà, il vero problema non risiede nelle tecnologie e nella loro diffusione, ma in un’utenza internet tra le meno numerose e assidue in Europa. Meno della metà degli italiani utilizza Internet (45,3%), un dato che ci colloca al diciottesimo posto in Europa. E questi dati sono in gran parte determinati dalla familiarità con i nuovi media dei giovani. Gli utenti abituali di Internet sono uomini ( il 44,9% contro il 32% delle donne), giovani (il 68,3% dei giovani tra i 24 e i 29 anni, il 38,6 degli adulti e il 10,3 degli over 65) e con un livello di istruzione medio-alto.
Non ci sono “utenti forti” della rete, quelli che effettivamente utilizzano Internet per un tempo e in una modalità tale da influenzare sensibilmente la loro vita, quantitativamente parlando. Il digital divide, tuttavia, si esprime anche in termini qualitativi. C’è chi si connette quotidianamente per sfruttare al massimo le potenzialità della rete. Per informarsi, studiare, comunicare, acquistare beni e servizi, svagarsi, intrattenere rapporti sociali e, infine, creare anche contenuti. E come si fa se le connessioni durano il tempo di accedere alla pagina web desiderata?
Ecco perché serve una linea che permetta la connessione continua e senza interruzioni dovute a condizioni atmosferiche o disturbi derivati da altri segnali. Per questo motivo lo Stato ha cercato di ovviare al problema assegnando delle “frequenze” che permettessero ottime prestazioni in termini di down e upload, grazie all’assenza di interferenze, cercando di superare anche il divario tra le diverse regioni. Perché esiste anche questo: il doppio digital divide.
Quello che riguarda le zone servite da banda larga stabile e prezzi accessibili, e quello dove i cittadini possono usufruire ancora della vecchia connessione a 56 kb, dove l’interruzione della connessione e la velocità limitata compromettono il lavoro in corso.
Lo Stato (già dal 2000) ha cercato di diminuire il dislivello potenziando, valorizzando e investendo nel capitale umano (soprattutto i giovani), nei luoghi di formazione (le scuole in particolar modo sono state attrezzate di macchinari informatici)e nella pubblica amministrazione, finanziando coloro che aderivano al progetto stimolandoli con premi e riconoscimenti.
Tutto questo non ha colmato il divario. Forse lo ha solo diminuito.

Addio videogiochi da divano

giugno 25, 2010

L’industria dei videogiochi, comparto produttivo da 51 miliardi di dollari di fatturato, si è ritrovata come ogni anno all’Electronic Entertainment Expo di Los Angeles per presentare le novità che giungeranno nelle case dei videogiocatori di tutto il mondo. Le tre sorelle – Sony, Nintendo e Microsoft – si sono sfidate a colpi di innovazioni; Nintendo aveva indicato 3 anni fa la via futura dei videogiochi con Wii: la rottura della barriera rappresentata da tasti e levette per aprire il mondo dei videogiochi a tutta la famiglia e l’introduzione di una gestione intuitiva basata sui movimenti del corpo. Oggi anche Sony con la Playstation3 e Microsoft con Xbox 360 vogliono riacquistare il terreno perduto ed ecco rispettivamente Move e Kinect.
Move, un sistema di gioco che si basa sull’interazione tra la telecamera e un nuovo controller contraddistinto da una palla colorata in cima, si dovranno dosare i movimenti del corpo come nella realtà.
Kinect, una barra con tre occhi elettronici da porre davanti al televisore. L’idea è quella della totale assenza di mediazioni: il giocatore agisce nell’ambiente di gioco con i soli movimenti e l’uso della voce, senza strumenti di sorta da tenere in mano. La magia è resa possibile da una sofisticata combinazione di telecamere a infrarossi.
Ormai sarà un ricordo l’idea del videogiocatore pigro e sprofondato nel divano.

Arriva il nuovo melafonino

giugno 25, 2010

E’ dal palco del WWDC 2010 di San Francisco che Steve Jobs annuncia l’arrivo imminente sul mercato del nuovo iPhone. Raggiante del successo che sta ottenendo l’iPad (“ha cambiato il mondo, ne vendiamo uno ogni 3 secondi”) il guru della mela presenta il nuovo modello del melafonino, 9,4 mm di spessore, il 24% più sottile del precedente modello, videocamera frontale (e sul retro, con flash), schermo in vetro sempre da 3,5” con 326 pixel per pollice, 960×640 totali. Confermata la presenza del chip A4 utilizzato sull’iPad, viene svelata la capacità potenziata della batteria: 6 ore navigando in 3G, 10 ore con wifi, 10 ore video, 40 ore musica, 300 ore stan by. Si passa al sitema operativo, rinominato iOS4. Il multitasking, come atteso; tra queste, la possibilità di creare cartelle per gestire le applicazioni e tre motori di ricerca predisposti per Internet: Google, Bing e Yahoo!. Steve Jobs passa quindi ad un’altra novità: l’iBook su iPhone e il lancio dell’iAds ovvero l’advertising sulle applicazioni del telefonino. Infine le videochiamate con la funzione “facetime”. Gli arrivi di iPad e dei nuovi cellulari basati su Android vanno nella direzione di un nuovo concetto di “informatica”. Gli italiani che navigano via telefonino sono passati dai 6 milioni di inizio 2009 agli attuali 10 e più milioni. Una tendenza che, significativamente, nel giro di pochi anni porterà i mobile surfer a superare quelli che vanno in rete con pc e connessione fissa. Apple ha indiscutibilmente aperto il via a tutto questo.

Quale futuro per la musica italiana?

giugno 25, 2010

Il 23 giugno 2010 su Repubblica.it (http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/06/23/news/google_lancia_la_sfida_a_itunes_entro_l_anno_il_suo_music_store-5074910/ ) è stata riportata la notizia, apparsa sul Wall Street Journal, che
“a fine anno Google avvierà un servizio per il download di canzoni collegato al suo motore di ricerca, che sarà seguito nel 2011 da un servizio musicale in abbonamento”. L’ingresso di Google nel mercato della musica avverrebbe in due fasi: “in un primo tempo, l’azienda lancerebbe un negozio online collegato in qualche modo al suo motore di ricerca; in un secondo momento un servizio in abbonamento compatibile anche con i telefonini e con Android” ( Android è un sistema operativo open source per cellulari basato su linux).
L’articolo di Repubblica.it, finiva ipotizzando un nuovo terreno di scontro tra Apple e Google. Ecco il problema. Pur di non analizzare i possibili risvolti nel panorama musicale, si da spazio ad ipotetici problemi di scontro tra Apple e Google, che forse interessano solo gli addetti ai lavori. Insomma, il libero mercato l’hanno voluto e adesso se c’è concorrenza devono pure ricamarci sopra “un nuovo terreno di scontro”. Ma non è questo il punto.
Il nocciolo della questione è il come cambierà il mercato discografico, o meglio, come non cambierà. Se anche su Google inizierà ad esserci un’applicazione tipo iTunes, il mercato della musica diventerà sempre di più intangibile, inconsistente e virtuale. Questa virtualizzazione, che già comunque impera sul mercato discografico, di certo non è da ricercarsi in un’applicazione come iTunes, ma piuttosto nel p2p che comunque rimane la forma più democratica di acquisizione, fruizione divulgazione della cultura, in particolare di quella musicale. La comodità però, si sa, è l’ideologia di questi anni zero. Quindi se Google ci permetterà, semplicemente andando sulla sua pagina, (quindi spessissimo) e di poter con un semplice abbonamento (o con abbonamenti diversificati a seconda dei nostri gusti) ascoltare e comprare musica immediatamente senza dover per forza entrare in iTunes o aspettare che un torrent ci scarichi la canzone,  sarebbe comodissimo.
Soffermandomi sul mercato discografico italiano, sono convinto che questa ipotetica concorrenza non cambierà il mercato della musica per due motivi. Il primo perché funzionerà solo per la musica mainstream, quella che già passa alla Radio, alla Televisione e quella che in generale propongono le multinazionali discografiche, tipo un generico Vasco Rossi un po’ sovrappeso che quando va bene si fa cinque concerti all’anno. Questo a discapito di quei gruppi che si fanno duecento date all’anno e riempiono sold out club, palazzetti, teatri e festival estivi. C’è un ottimo portale per la musica indipendente italiana, l’indirizzo è http://www.rockit.it. Lì si può vedere quante date fanno i gruppi o i cantautori italiani, spostamenti da nord a sud quotidianamente, sempre in strada, suonare nei posti più sparuti o nel pieno centro delle città. Parlo di almeno una ventina di gruppi, tutti italiani, che si fanno anche tour in Giappone, Germania e Stati Uniti. I soldi girano, non troppo, ma girano. Se fossero appena più aiutati, ne girerebbero molti di più. Ma ciò non avviene per un pregiudizio di fondo, e cioè, che tutto quello che non è emerso non produce denaro.
Il secondo motivo è il già accennato p2p. Il p2p ci da la possibilità di trovare e acquisire gratuitamente anche dischi di gruppi che casomai sono fuori produzione o fuori dai cataloghi. É un immenso archivio virtuale in continua evoluzione. Col p2p siamo in grado di scoprire anche gruppi nuovi, ascoltarli, e casomai testarli a un concerto live per vedere se veramente la musica ascoltata è uguale a quella suonata dal vivo e se, per esempio, non siamo stati abbagliato da qualche furbetto. Questo incrementa molto il proliferarsi di concerti dal vivo che, in un epoca in cui molte solitudini stanno collegate tra loro attraverso un pc e una rete, porta le persone ad uscire di casa e a conoscersi fisicamente, e non solo sapendo il risultato al test sulla tua passione amorosa di un improbabile social network. Se in futuro la musica sarà più libera, se la sua fruizione potrà essere gratuita, i concerti dal vivo saranno il nuovo sol dell’avvenire, e si potranno finalmente costruire delle reti importanti sulla scia di quello che succede ogni anno al SXSW (South By South West Festival) di Austin, dove un’intera città, per una settimana, si ferma per la musica.
Quindi di per sé l’iniziativa di Google non cambierà il mercato della musica, né tanto meno l’ha cambiata iTunes. Semplicemente hanno cambiato il modo di fruirla a chi già non faceva un gran che per ascoltarla o non si interessava molto della musica. Il paese reale è un’altra cosa, i giovani che veramente vivono la musica al di là dei canoni della Tv, fortunatamente, sono sempre di più.

Il vecchio banco di scuola diventerà touch screen

giugno 22, 2010

Chi di noi non ha avuto un rapporto particolare con il proprio banco di scuola? Il primo giorno del “tanto atteso” ritorno sui libri,  la preoccupazione principale era quella di scegliere il posto giusto visto che sarebbe rimasto il solito per tutto l’anno, salvo punizioni o litigi con il compagno.
Ci scrivevamo sopra le formule di matematica, il nome del ragazzo per cui avevamo perso la testa, i discorsi con l’amichetta per evitare di parlare e farci sgridare dalla maestra.
Forse questi rimarranno solo i ricordi di decine di generazioni che lasciano il posto alle nuove tecnologie.
Stamani leggendo la cronaca di Firenze su Repubblica questa notizia mi ha fatto particolarmente sorridere: tre classi di una scuola elementare di Montelupo fiorentino, da settembre, cambieranno completamente il tipo di didattica.
L’aula High-tech è un esperimento che vede il debutto del banco interattivo collegato ad altri strumenti tecnologici: lavagna interattiva multimediale, tavoletta wireless e classmate, un “compagno di classe” che è un quaderno multimediale. Quest’ultimo, fornito ad ogni studente, è “dotato di un’architettura Intel ed è creato appositamente per cambiare l’ambiente d’apprendimento. Ogni ClassMate sarà connesso al Pc docente e alla lavagna interattiva multimediale attraverso il software per l’apprendimento interattivo SMART Classroom Suite, che consente la gestione delle tecnologie e della didattica in aula. I ClasseMate saranno dotati del sistema operativo Windows 7 e del pacchetto MS Office.”
Ai tradizionalisti, sostenitori della scuola vecchio stile, questa novità anche se in fase sperimentale farà rabbrividire, ma credo che a lungo termine sarà una fra le modalità di didattica più opportuna da adottare perché le tecnologie avanzano ed era prevedibile che prima o poi sarebbero atterrate anche nell’ambiente scolastico.
Ovviamente il ”nostro“ paese, considerati i tagli previsti per l’istruzione e la situazione di perenne crisi, in questo momento non potrà permettersi spese di questo genere, infatti, nel caso delle tre fortunate classi di Montelupo, la tecnologia sarà offerta da colossi mondiali come Intel, Smart Technologies, Microsoft, Fondazione Asphi e l’iniziativa sarà coordinata da Ansas (l’agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica, ex Indire).
L’esperimento sarà monitorato dai ricercatori del dipartimento di scienze umane dell’Università Bicocca di Milano che studieranno per tutto il prossimo anno scolastico quello che accadrà nelle aule di terza A e B e nella quarta A. Di fondamentale importanza sarà capire come cambiano i rapporti sociali e i processi di apprendimento dal momento in cui si introducono in un ambiente ormai consolidato e con punti di riferimento di quasi un secolo delle tecnologie così innovative.
Avrebbe sicuramente lasciato delle perplessità l’assenza della figura delle maestre, ma esse continueranno ad avere un ruolo fondamentale nella didattica (stanno frequentando un corso di formazione) com’è giusto che sia, solo che saranno ”supportate” da strumenti al passo coi tempi.
Sono diversi gli interrogativi ai quali vogliono dare delle risposte i ricercatori, ad esempio se l’ambiente che prevede l’uso integrato di strumenti e risorse digitali potrà favorire la collaborazione in classe e la partecipazione attiva degli studenti, oppure se gli stili di apprendimento/insegnamento saranno modificati.
Solo il tempo saprà darci delle risposte, spero positive: rimanere ancorati a modalità obsolete d’insegnamento non aiuterà i ragazzi che al contrario, grazie a queste innovazioni, avranno la possibilità di apprendere con una didattica più adatta ai propri tempi.

Facebook: non solo diletto!

giugno 22, 2010

Parlando spesso con le mie amiche mi sono accorta di come le nuove tecniche di “infotainment” possono cambiare la vita. In meglio o in peggio sta ad ognuno di noi decidere.
Non potremmo mai più sfuggire dal click del mouse che avvia il pc, dai motori di ricerca che ci aggiornano sui fatti di cronaca. Non possiamo più sottrarci all’interattività. Né ai social network che hanno invaso le nostre vite. Si sono appropriati del nostro tempo libero fino a divenire vere e proprie abitudini! Collegarsi a Facebook, Twitter, MySpace, ecc è come una droga: sapere, conoscere e scambiare informazioni.
Informazioni???Fare pubbliche relazioni sulle vite degli altri come se la nostra non fosse così tanto interessante è informazione? Si, lo è diventata.
È cambiata la gerarchia delle notizie per i ragazzi che navigano. Non interessa più guardare un tg o leggere un giornale o ascoltare la radio: c’è fb che con i mille link giornalieri umoristici ci aggiorna! Perché la prima regola per chi si collega è “essere sempre aggiornati”!
Amori e delusioni spiattellate su una pagina web. Storie che si intrecciano e ragazzine che vivono amori alla stregua di Brooke di Beautiful. Ragazzi che predicano vendette e ripercussioni fisiche e morali se tocchi loro amici, fidanzate, sorelle o mamme e poi si spaventano della loro ombra. Commenti a go-go e supporti morali. Conoscere gente. Chattare e chiedere consigli per avere un’opinione super partes. Aggiungere “amici” che nella vita non saluteresti mai (solo per sentirsi “figo” ad avere tanti contatti). Ridere. Arrabbiarsi. Insultare e a volte imprecare per ciò che viene pubblicato. Questo è un social network, direbbero gli scettici!
Invece non è così. Bisognerebbe ricredersi. Si possono far tante cose e provare tante emozioni.
Spesso si sente parlare di questi canali solo come di qualcosa di inutile, insulso, privo di emozioni. A contenuti a volte razzisti, a volte osceni. Ma tutto dipende dall’uso che ne fanno le persone, come per qualsiasi cosa.
Si possono trovare rimandi a blog personali, discussioni su cantanti, attori. Sulle leggi varate. Ci possono essere scambi di idee politiche. Puoi litigare su queste pagine. Ma puoi allenare la mente anche. Puoi ragionare e sentirti vicino (anche se virtualmente) a chi ami. Puoi riallacciare rapporti con vecchi amici. E accorciare le distanze…anche quando 900 km sembrano troppi. Spesso ti fanno compagnia. Sembra sempre che i social network non servano a nulla, invece, a volte sono così utili che nemmeno lo si immagina.
Le conseguenze sono tutte da considerare e affrontare, certo. A volte però (e sottolineo a volte) digitare una mail e una password può cambiare la vita.
Tutto questo preambolo solo per riportare un articolo del “Corriere della Sera.it” scritto da Francesco Tortora (11 giugno 2010). Un po’ vecchiotto, ma che ho trovato interessante riportare. Ne hanno parlato anche i telegiornali e poi la notizia si è dispersa. Ma il popolo della rete sa che il “to be continued” su strada telematica c’è sempre. Infatti così è stato.

”Storie a brutto fine tra california e florida
RITROVA I FIGLI GRAZIE A FACEBOOK. L’EX MARITO VA IN PRIGIONE, I RAGAZZI IN AFFIDO
Rapiti dal padre 15 anni fa. Hanno ormai un’altra madre e non vogliono tornare con quella vera

Prince Sagala, 43 anni, ha ritrovato i figli grazie a Facebook
MILANO – Dopo 15 anni di vane ricerche, aveva quasi perso la speranza di rivedere i figli. Ma un bel giorno ha digitato il loro nome su Facebook ed è riuscita a ritrovarli. Sta facendo il giro del mondo l’incredibile storia di Prince Sagala, quarantatreenne americana di Montclair, contea di San Bernardino, California, che grazie al più noto social network è riuscita a rintracciare i suoi due figli, rapiti dall’ ex marito nel 1995.
LE RICERCHE – Il dramma della Sagala inizia 15 anni fa quando la quarantatreenne chiede il divorzio a suo marito Faustino Utrera. I due iniziano a litigare con violenza e per punire la compagna, il marito decide di fuggire di casa e di portare via i figli. Un giorno, la donna torna a casa da lavoro e non trova nessuno. Si mette alla ricerca dei figli, ma solo dopo alcuni giorni viene a sapere da amici che i bambini (al tempo avevano rispettivamente di 2 e 3 anni) sono in Messico con il padre. La quarantatreenne cerca di contattare l’ormai ex marito, ma quest’ultimo la minaccia e le fa capire che deve stare lontano da loro. Prince Sagala coltiva sempre la speranza di riabbracciare i figli, anche quando perde ogni contatto con l’ex compagno che, più tardi, torna negli Usa e va a vivere in un paesino della Florida. Gli anni trascorrono velocemente e Prince decide di rifarsi una vita: si sposa e si trasferisce nella contea di San Bernardino. Ha altri 3 figli dal nuovo compagno, ma non dimentica i suoi bambini rapiti. Lo scorso marzo, va in una biblioteca, e si collega a Facebook. Digita il nome della figlia scomparsa e incredibilmente la ritrova. Madre e figlia cominciano a chattare e a scambiarsi email. La quarantatreenne avverte immediatamente la polizia che arresta l’ex marito. Adesso Faustino Utrera è accusato di sequestro di persone mentre i figli sono stati affidati momentaneamente a una famiglia e sono sotto la custodia dello Stato della Florida.
FELICITÀ E AMAREZZA – La felicità di aver ritrovato i figli, che oggi hanno rispettivamente 16 e 17 anni, si è presto trasformata in sconforto. I due ragazzi, dopo l’arresto di Utrera, hanno fatto sapere alla madre di non voler sapere più nulla di lei. La loro vita, infatti, è stata sconvolta improvvisamente e soprattutto la figlia diciassettenne mostra un forte astio nei confronti della mamma: «Si è comportata come se fossi un’estranea – ha detto con dolore la quarantatreenne – Le ho scritto su Facebook un messaggio, ma l’ha immediatamente cancellato. Poi è scomparsa». Entrambi i ragazzi hanno rivelato a Prince che in questi anni un’altra donna l’ha sostituita come madre e perciò non hanno bisogno di lei.
STORIA UNICA – Le autorità locali confermano che questa storia è più unica che rara. Fino ad oggi mai un bambino rapito è stato ritrovato grazie all’aiuto di un social network: «Lavoro da 22 anni in polizia e non ho mai sentito una storia del genere – dichiara il sergente Ken Pollich al San Bernardino Sun – È davvero straordinario sapere che Facebook abbia aiutato questa donna. Peccato che abbia dovuto aspettare 15 anni per ritrovare i suoi ragazzi». Nonostante le incomprensioni la Sagala intende ottenere la custodia dei figli prima che i due raggiungano la maggiore età: «Per i ragazzi è stato un evento davvero drammatico – ha commentato Debbie Camou, il detective che ha seguito il caso – Il padre, che è l’unica persona che conoscono come genitore, è in carcere. Non si può incolparli per quello che provano»”.

Certo è strano vedere come un banale canale di comunicazione può cambiare la vita delle persone. Ma è strano anche vedere come la polizia non sia arrivata ad alcuna conclusione e a cosa la disperazione delle persone può portare.
Un social network meglio di un detective? A volte si!
Non confondiamo però la vita, quella vera, con la realtà virtuale. Affidiamoci alle tecnologie, ma non esclusivamente ad esse. Ricordiamo che un computer è intelligente, ma c’è stato un uomo a progettarlo!

La privacy e la libertà effettiva in rete

giugno 21, 2010

Da quando la ragnatela “magica” del world wide web ha invaso le nostre vite sempre più somiglianti ad un agenda ricca di appuntamenti ed ha contribuito a modificare il nostro stile di vita reale, ( o almeno per la maggior parte della popolazione) trasferendo la stessa dinamicità nel mondo virtuale, si sono moltiplicati i nostri spazi di libertà. Finalmente abbiamo potuto utilizzare uno strumento che ci consente di comunicare dall’altra parte del mondo in breve tempo. Posso parlare con un vecchio parente o conoscente che non vedo più da molto tempo e ora sta in Australia, ma anche con un mio amico che è partito per gli Stati Uniti per una settimana, per giunta nello stesso momento. Rivoluzione delle chat elettroniche. Ma non solo, posso acquistare un prodotto in un negozio online che ha la sede legale in una lontana isola del Pacifico (Hong Kong). A pensarci bene, un tale grado di libertà non si è mai visto nella storia dell’uomo.

Ma siamo così sicuri che il nostro agire da naviganti sia libero come in mare aperto? Siamo sicuri di non incontrare anche noi dei venti che soffiano a parecchi nodi e rendono limitata la nostra idea di libertà?  Conosciamo tutti l’esistenza della privacy. Non so quanti però, hanno pensato ai costi che comporta la sua osservazione, specialmente in un mondo come quello della rete, dove le strade per evitare le barriere e per “colpire” chi conserva la propria identità elettronica sono molte e tutte probabili. Basti pensare al caso recente di un cracker, Hacker Croll, il quale ha deliberatamente deciso di conoscere uno dei social network (Twittter) a cui è iscritto. Il metodo da lui utilizzato non è ciò che tutti possono pensare (avrà sfruttato vulnerabilità del sistema). È entrato con l’utilizzo di una semplice password appartente ad un dipendente, tale Jason Goldman, tramite risposta alla richiesta di una webmail di Yahoo. Il soggetto in questione non ha utilizzato le password e i dati di cui è entrato in possesso, ma ciò è difficile che capiti sempre.

Ancora più clamoroso è il caso del blocco per circa un’ora, verso la fine dello scorso anno, sempre di Twitter, da parte di un sedicente gruppo di iraniani che hanno tempestato la pagina principale del social network affermando di far parte dell’Iranian Cyber Army (non confermata dagli esperti) con bandiere e slogan in riferimento al ruolo avuto dal governo Usa nella tramissione delle immagini in tutto il mondo delle tensioni successive alle elezioni politiche.

Per non parlare della sfida cyberspaziale tra Google e Cina, diventata crisi diplomatica, per cui non si può più escludere un significativo uso politico delle nostre identità di cittadini elettronici.

È possibile ancora parlare di privacy? Le aziende stanno traferendosi in rete, cosicchè ogni cittadino è obbligato a lasciare tracce di sè nel web. Da ciò sanno come far fruttare il loro business, e l’aspetto inquietante è che spesso non te ne accorgi. Una tecnica che prediligono è lo spyware, il quale si installa nel pc mimetizzandosi, e provvede a registrare pagine visitate, account di posta, social network, etc, per poi rivenderli ad altre aziende.

Gli accorgimenti proposti non mancano. Tra firewall, antispyware, antivirus, cookies, la nostra testa si riempie di operazioni da eseguire il cui preponderante risultato è di complicarci la vita. Da non dimenticare  la raccomandazione di cambiare password per ogni accesso ad un nuovo sito.

Più sale il grado di libertà di movimento nella rete, più occorre aumentare le barriere di protezione, condannati alla presenza di un certo grado di vulnerabilità. La quantità di dati che occorre salvare sale più sono le registrazioni e il conseguente spazio libero che vogliamo avere.

Privacy e libertà effettiva, nella loro intensità, sono perciò inversamente proporzionali. Ha senso, quindi, parlare ancora di riservatezza? E se ne abbiamo necessità, non occorre sacrificare un po’ del nostro desiderio di libertà per tutelarla? Ogni volta che esploriamo un mondo nuovo, il fascino del mistero si accompagna al rischio del pericolo.


A Viareggio un flash mob per non dimenticare

giugno 20, 2010

Il nuovo millennio ha visto la nascita, a cominciare da New York, di un genere di movimento apolitico e senza fini di lucro chiamato flash mob: in genere tramite comunicazioni via Internet si stabilisce un luogo pubblico in cui si riunirà un gruppo di persone che replicherà gli stessi gesti per un certo periodo di tempo, per poi disperdersi.

Le iniziative da allora sono state innumerevoli: si parte dai motivi più futili per arrivare ai più sentiti da intere comunità, come quello che si terrà il 29 giugno nella Stazione di Viareggio per non dimenticare il disastro ferroviario che ha cancellato nel cuore della notte la vita di trentadue abitanti della Perla della Versilia.

Quella notte, come tutti ben sanno, un treno merci deragliò con le sue quattordici cisterne di gpl: un picchetto da sostituire trafisse come una lama nel burro una di esse, causando l’esplosione che incenerì un intero quartiere.

Un evento che ha sconvolto l’Italia intera e non solo, che mi ha vista coinvolta in prima persona essendo viareggina e che non potrà mai essere rimosso dalla memoria di chi ha vissuto quella notte infernale.

Da mesi su Facebook è nata la suddetta iniziativa che vede fino ad oggi 2.284 persone aderenti, e sembra che sarà uno fra i più popolosi flash mob mai avvenuto in Europa.

Queste sono le modalità di partecipazione che figurano nella pagina appositamente creata per l’evento sul famoso Social Network:

“Il 29 giugno ore 21, vi aspettiamo nella piazza della stazione. Partecipare è molto semplice.

1. Essere nella piazza della stazione di Viareggio entro le 20.55;
2. Camminare tranquillamente in piazza fino al primo segnale, che sarà il botto di un petardo;
3. Appena sentirete il botto, sdraiatevi a terra come vi trovate, fino a quando, dopo quattro minuti esatti, sentirete il secondo segnale: il suono di una sirena che simboleggerà l’arrivo dei soccorsi;
4. Dopo il secondo segnale ci si alza velocemente e parte un applauso di un minuto;
5. Al terzo segnale, che sarà un suono di tromba da stadio, ci si disperderà come se nulla fosse.

Due consigli.

1. Quando sarete a terra, non vedrete quanti sono fermi come voi e questo vi farà pensare di essere soli. Non è così, tranquilli!
2. Venite in tanti!”

Questa iniziativa, oltre che per non dimenticare, nasce anche per gettare luce su una strage a cui solamente adesso, a distanza di un anno, si inizia ad attribuire delle responsabilità: stanno finalmente per essere iscritti nel registro degli indagati decine di nomi.

La potenza dell’evento sta anche nei forum nati su Internet, nei quali persone di tutta Italia si mettono d’accordo per esservi presenti.

In genere dopo i Flash mob le persone si disperdono per la città come se non fosse accaduto niente, ma in questo caso credo che, anche se i punti del regolamento non lo prevedano, ci sarà un corteo spontaneo per le vie di Viareggio, perché non si può dimenticare, non si possono lasciare impuniti coloro che hanno reso la città del Carnevale d’Italia e d’Europa, così piena di vita, con il suo mare, con la sua pineta e con i suoi abitanti salmastrosi, un luogo infernale, con immagini che non provocano neanche i peggiori incubi.

Invito i miei compagni e professori della facoltà di Genova, salvo impegni, a partecipare numerosi a questo evento che simboleggia la rabbia di una città che chiede giustizia.

Egosurfing: l’anticamera del personal branding

giugno 19, 2010

Stavo spulciando tra le pagine dell’e-book segnalato dal prof. Clavarino, nel disperato tentativo di sfruttare qualche pausa lavorativa per preparare a spizzichi e bocconi qualcosa per l’esame, quando mi sono ricordato di un pezzo scritto – e non pubblicato – qualche giorno fa e che mi ero ripromesso di proporre anche qui. 
Il libro di Centenaro parla di gestione della propria immagine tramite i nuovi personal media. Il mio breve articolo potrebbe esserne una piccola premessa..un semplice esempio di come anche gli utenti più basic possano essere coinvolti, più o meno incosciamente, in qualche primordiale tentativo di personal branding.

Lo spunto per la riflessione arrivava da una ricerca di Pew Internet che riferiva di come il 57% dei netsurfer controlli la propria reputazione su un motore di ricerca, digitando il proprio nome e cognome. Da qui azzardavo un battesimo di Google come specchio di Biancaneve 2.0: solo un espediente per far capire l’evoluzione della civetteria umana dell’era della comunicazione. A questa incessante crescita dell’egosurfing contribuisce certamente il boom dei social network – come peraltro dimostrato da ulteriori dati della ricerca – che ha portato alla circolazione di una massa di informazioni personali prima impensabile.

Proprio per tentare di preservare un minimo la cosiddetta privacy, molti utenti hanno imparato a raffinare l’aproccio con questi strumenti, impostando a puntino tutte le limitazioni e personalizzando al meglio i dati sensibili e visibili. E, un po’ a sorpresa, i più esperti i questo campo sono risultati i navigatori compresi tra i 18 e i 42 anni.

Certo sarebbe bello potervi linkare il pezzo originale…non si fossero scordati di pubblicarmelo! =) Ad ogni modo un paio di link ci sono e chi fosse interessato ad approfondire la questione può partire proprio da qui, con pochi, rapidi click.