Archive for novembre 2010

Il giornalismo all’epoca della rete

novembre 3, 2010

Multimedialità, ipertestualità e interattività hanno messo in discussione i paradigmi tradizionali della comunicazione. Proprio sulla rete si propaga quel fenomeno del giornalismo diffuso, partecipativo, assembleare che va sotto il nome di “giornalismo dei cittadini” o di “giornalismo generato dagli utenti”. Una rivoluzione nel modo di fare informazione, sempre più on demand e sempre più mobile. Attraverso l’analisi delle opportunità e dei rischi prodotti dalle nuove tecnologie si cercherà di comprendere quali vantaggi può trarre l’individuo dai cambiamenti in atto e come deve essere riconfigurato il ruolo del giornalista alla luce delle esigenze della rete, dovendosi confrontare con l’aspetto visivo e contenutistico delle pagine web, con la moltiplicazione e attendibilità delle fonti digitali e con un nuovo confronto con i lettori. I recenti modelli comunicativi imposti da Internet richiedono al reporter multimediale di rendere elastiche le proprie competenze, sconfinando in altri settori come la grafica o l’informatica, ad esempio, che superano i confini della professione giornalistica in senso stretto. È un codice, un linguaggio giovane, quello che si istituisce: più interattivo, più immediato e concreto. Il cronista web deve offrire al lettore la possibilità di seguire percorsi molteplici, ma individuali, di navigazione verso link, approfondimenti, rinvii tematici. Gli operatori della comunicazione devono avere la capacità di individuare una nicchia nella quale poter approfondire interessi e curiosità, creando intorno all’informazione una vera e propria web-community, un luogo virtuale di interazione sociale. Chi lavora in rete si trova ad operare con un mezzo che richiede differenti modalità di composizione dei servizi che conservano poco della sequenzialità di un testo stampato o filmato. La pagina web si trasforma in un mappa viva, che i navigatori scorrono in fretta cercando ciò che più interessa. La società dell’informazione trova nel web lo strumento per comunicare, conoscere, scambiare saperi, collegando direttamente singole persone con milioni di altre. Il blog si colloca qui, come strumento dalle grandi potenzialità. L’autore di un blog è lettore ed editore. Legge le informazioni che vengono pubblicate in rete, le seleziona, le raccoglie e le commenta come editore del suo blog. Ciò che risalta è l’alone di libertà di espressione che traspare dalle righe di questo prodotto e lo rende un mezzo di informazione alternativa. Naturalmente c’è chi sostiene che nella ricchezza informativa del blog spesso la quantità non coincida necessariamente con la qualità. La reputazione dei blog, a differenza di quella dei giornali cartacei, non è garantita da una registrazione in tribunale, né da un solido editore, essa si realizza nel tempo, grazie a linee editoriali chiare e a un metodo di lavoro serio, senza trascurare la deontologia. Questa è solo una delle tante critiche avanzate nei confronti della forma blog e del ruolo di Internet nel processo di produzione dell’informazione: c’è chi sostiene che affidandosi ad Internet, il giornalista non potrà avere rapporti con il fatto in sé, con l’evento visto con i propri occhi. L’inviato del cyberspazio si troverebbe a lavorare sempre su fonti di “seconda mano”, a manipolare i contenuti. Al contrario, l’ipotesi di questo articolo è che Internet possa diventare uno strumento di riqualificazione del giornalismo, riappropriandosi dei diritti e dei doveri di una professione che proclama di perseguire la verità oggettiva. La consultazione dei documenti in archivio, il controllo incrociato di fonti diverse, la comunicazione in tempo reale a distanza sono caratteristiche del nuovo mezzo, che mettono il reporter telematico in condizione di realizzare una corretta informazione. Il rapporto tra i blog come fonte di informazione e il lavoro giornalistico è una questione delicata e al centro di numerose polemiche: l’ingresso di attori non autorizzati nell’arena delle informazioni preoccupa, ma al tempo stesso, stimola i giornalisti attenti ai cambiamenti in atto nel sistema delle comunicazioni. Infine, sta riscuotendo molto successo una particolare tipologia di blog, non solo sulla rete, ma anche tra i media classici: i war blog. Attraverso il racconto di esperienze dirette, la pubblicazione di materiale inedito, la personalizzazione del racconto, i blog aggiornati dal fronte hanno conquistato un posto di rilievo nell’informazione di guerra. Si tratta dei diari dei soldati al fronte, di reportage di giornalisti free lance, di testimonianze di “cacciatori di notizie” a distanza che trasmettono in tempo quasi reale le notizie che arrivano dalle tv di tutto il mondo. Concludo con una domanda. La rete potrà rappresentare un territorio in grado di svincolarsi dalle logiche che governano i mass media, in riferimento soprattutto all’asimmetria del rapporto fra emittente e destinatari e a porsi come luogo agito in maniera attiva e democratica qualificandosi come nuovo spazio di comunicazione e di sperimentazione? È una sfida anche per i cittadini: lettori, radioascoltatori, telespettatori, internauti. Più informazione vuol dire più democrazia e migliore qualità dell’informazione significa migliore qualità della democrazia.

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La scomparsa dei fatti

novembre 2, 2010

La scomparsa dei fatti Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni Marco Travaglio – Ed. Il Saggiatore Milano 2008 – Prima edizione 2006 La scomparsa dei fatti è un libro scritto da Marco Travaglio, pubblicato da il Saggiatore nel 2006. In questa opera l’autore analizza il sistema dell’informazione in Italia, dove si assiste al fenomeno della “scomparsa dei fatti” e della trasformazione delle opinioni in fatti. L’autore mostra, con esempi evidenti ed eclatanti, tratti dalla cronaca contemporanea, come la realtà venga distorta in modo da creare una realtà virtuale, fittizia, che la nostra comunicazione di massa riesce a rendere concreta, in qualche misura “vera”. L’elenco dei motivi per cui coloro che fanno informazione preferiscono fornire, all’interno dei loro interventi, le opinioni, anziché i fatti, è lungo e ben curato ed occupa addirittura molte delle pagine iniziali del libro. … C’è chi nasconde i fatti perché è nato servo e, come diceva Victor Hugo, “c’è gente che pagherebbe per vendersi”. C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perché ha paura di dover cambiare opinione. Di tutti questi motivi il più ricorrente è quello dell’opportunismo: politico, economico o sociale. Travaglio descrive quelle che ritiene le due tecniche principali dell’”arte del parlar d’altro”: concentrarsi su aspetti minori della vicenda senza toccare il nocciolo della medesima o semplicemente ignorare i fatti scomodi e parlare di argomenti neutri (come l’esodo estivo o l’aumento delle temperature). I giornalisti nascondono i fatti e si limitano ad esprimere opinioni, spacciandole spesso per fatti, perché con le opinioni si può sostenere tutto ed il contrario di tutto. Particolarmente interessante è la distinzione operata da Travaglio tra obiettività e neutralità da una parte ed imparzialità dall’altra. Dice con argomentazioni che ricordano da vicino le teorie di Edgar Morin, che un giornalista non potrà mai essere obiettivo o neutrale, perché nel momento in cui descrive un evento lo elabora necessariamente secondo la sua cultura e la sua personalità (egli rientra nel fenomeno osservato, per dirla appunto con il sociologo Morin). Quello che un buon giornalista dovrebbe semmai cercare di mettere in pratica è l’imparzialità, intesa quale sinonimo di buona fede. Dovrebbe cioè adottare un determinato metro di misura e saperlo applicare a tutti gli accadimenti di cui è partecipe. L’esempio utilizzato da Travaglio per delineare un giornalista imparziale è quello del pacifista convinto che racconta di una guerra: questi chiaramente lo farà dal punto di vista delle vittime e sottolineandone gli orrori (per la menzionata impossibilità di essere obiettivo e neutrale), ma potrà meritatamente essere definito imparziale se la descriverà allo stesso modo sia quando essa è stata scatenata da una potenza occidentale, sia quando è stata voluta da un paese mediorientale, pertanto sia quando è di destra, sia quando è di sinistra. Dalla guerra in Iraq a tangentopoli, passando per il delitto di Cogne e le elezioni politiche, nulla è tralasciato da Travaglio nel suo libro sullo stato del giornalismo nazionale, che ha cura di raccontare, per ciascun avvenimento e una volta per tutte, i fatti, così come riportati nei documenti ufficiali. Fatti spesso dimenticati dalle cronache scritte sui giornali o dette in TV, più occupate a citare le affermazioni di pseudopinionisti che a riferire semplicemente come si sono svolti gli eventi di cui si dibatte. Il libro di Marco Travaglio è utile per l’approfondimento di teorie comunicative quali quella tedesca “della spirale del silenzio” o quella americana “della dipendenza”, entrambe figlie di un famosissimo saggio del 1966, “La realtà come costruzione sociale” di Berger e Luckmann. In esso si ipotizza, con largo anticipo sui tempi e con dei riferimenti di grande attualità, un sistema dei media in grado di diffondere ampiamente le conoscenze, ma in cui la realtà veicolata viene filtrata, interpretata, distorta e non rappresentata oggettivamente. Coloro che mediano le notizie operano quindi una ri-costruzione sociale della realtà, della quale gli individui non possono fare a meno, perché la realtà è fruita soprattutto attraverso i mass media. In particolare leggendo questo manuale sembra di leggere i pericoli insiti nella teoria della spirale del silenzio, elaborata nel 1979 dalla Neumann. Secondo tale autrice la formazione dell’opinione pubblica è operata dai media ed in particolare dalla televisione. Ciascun individuo tende a conformarsi alle opinioni dominanti, per non essere emarginato dall’integrazione sociale, nascondendo le opinioni contrarie quando ritiene di essere in minoranza. Pertanto, nella spirale del silenzio, i media tendono a rendere l’opinione dominante sempre più diffusa e nel contempo riducono al silenzio le opinioni contrarie ad essa. L’opinione pubblica è influenzata attraverso la cumulatività, ovvero la ripetitività delle informazioni, e la consonanza, cioè la presenza di un’argomentazione unanime, decisa dallo stesso sistema dei media quando manca il “pluralismo” dell’informazione. Anche la teoria comunicativa della dipendenza, degli americani De Fleur e Ball Rokeach (1989), può essere egregiamente spiegata utilizzando gli esempi tratti dai capitoli del La scomparsa dei fatti, in quanto essa parte dalla constatazione che gli individui dipendono dai media per conoscere la realtà ed ottenere informazioni adatte ai loro scopi. Questa teoria studia quindi le relazioni tra il sistema dei media e gli altri sistemi sociali. Il potere dei media sta nel controllo delle risorse d’informazione, necessarie a individui, gruppi e sistemi sociali per il raggiungimento dei loro fini, che possono essere lavorativi, economici, politici, etc… Il sistema dei media è dunque, in tale costruzione, una risorsa fondamentale della società, la quale ha rapporti non a senso unico con gli altri sistemi, come dimostra lo stretto legame esistente tra i media ed il sistema politico, oppure, più recentemente, quello tra i media ed il sistema sportivo.