La scomparsa dei fatti

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La scomparsa dei fatti Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni Marco Travaglio – Ed. Il Saggiatore Milano 2008 – Prima edizione 2006 La scomparsa dei fatti è un libro scritto da Marco Travaglio, pubblicato da il Saggiatore nel 2006. In questa opera l’autore analizza il sistema dell’informazione in Italia, dove si assiste al fenomeno della “scomparsa dei fatti” e della trasformazione delle opinioni in fatti. L’autore mostra, con esempi evidenti ed eclatanti, tratti dalla cronaca contemporanea, come la realtà venga distorta in modo da creare una realtà virtuale, fittizia, che la nostra comunicazione di massa riesce a rendere concreta, in qualche misura “vera”. L’elenco dei motivi per cui coloro che fanno informazione preferiscono fornire, all’interno dei loro interventi, le opinioni, anziché i fatti, è lungo e ben curato ed occupa addirittura molte delle pagine iniziali del libro. … C’è chi nasconde i fatti perché è nato servo e, come diceva Victor Hugo, “c’è gente che pagherebbe per vendersi”. C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perché ha paura di dover cambiare opinione. Di tutti questi motivi il più ricorrente è quello dell’opportunismo: politico, economico o sociale. Travaglio descrive quelle che ritiene le due tecniche principali dell’”arte del parlar d’altro”: concentrarsi su aspetti minori della vicenda senza toccare il nocciolo della medesima o semplicemente ignorare i fatti scomodi e parlare di argomenti neutri (come l’esodo estivo o l’aumento delle temperature). I giornalisti nascondono i fatti e si limitano ad esprimere opinioni, spacciandole spesso per fatti, perché con le opinioni si può sostenere tutto ed il contrario di tutto. Particolarmente interessante è la distinzione operata da Travaglio tra obiettività e neutralità da una parte ed imparzialità dall’altra. Dice con argomentazioni che ricordano da vicino le teorie di Edgar Morin, che un giornalista non potrà mai essere obiettivo o neutrale, perché nel momento in cui descrive un evento lo elabora necessariamente secondo la sua cultura e la sua personalità (egli rientra nel fenomeno osservato, per dirla appunto con il sociologo Morin). Quello che un buon giornalista dovrebbe semmai cercare di mettere in pratica è l’imparzialità, intesa quale sinonimo di buona fede. Dovrebbe cioè adottare un determinato metro di misura e saperlo applicare a tutti gli accadimenti di cui è partecipe. L’esempio utilizzato da Travaglio per delineare un giornalista imparziale è quello del pacifista convinto che racconta di una guerra: questi chiaramente lo farà dal punto di vista delle vittime e sottolineandone gli orrori (per la menzionata impossibilità di essere obiettivo e neutrale), ma potrà meritatamente essere definito imparziale se la descriverà allo stesso modo sia quando essa è stata scatenata da una potenza occidentale, sia quando è stata voluta da un paese mediorientale, pertanto sia quando è di destra, sia quando è di sinistra. Dalla guerra in Iraq a tangentopoli, passando per il delitto di Cogne e le elezioni politiche, nulla è tralasciato da Travaglio nel suo libro sullo stato del giornalismo nazionale, che ha cura di raccontare, per ciascun avvenimento e una volta per tutte, i fatti, così come riportati nei documenti ufficiali. Fatti spesso dimenticati dalle cronache scritte sui giornali o dette in TV, più occupate a citare le affermazioni di pseudopinionisti che a riferire semplicemente come si sono svolti gli eventi di cui si dibatte. Il libro di Marco Travaglio è utile per l’approfondimento di teorie comunicative quali quella tedesca “della spirale del silenzio” o quella americana “della dipendenza”, entrambe figlie di un famosissimo saggio del 1966, “La realtà come costruzione sociale” di Berger e Luckmann. In esso si ipotizza, con largo anticipo sui tempi e con dei riferimenti di grande attualità, un sistema dei media in grado di diffondere ampiamente le conoscenze, ma in cui la realtà veicolata viene filtrata, interpretata, distorta e non rappresentata oggettivamente. Coloro che mediano le notizie operano quindi una ri-costruzione sociale della realtà, della quale gli individui non possono fare a meno, perché la realtà è fruita soprattutto attraverso i mass media. In particolare leggendo questo manuale sembra di leggere i pericoli insiti nella teoria della spirale del silenzio, elaborata nel 1979 dalla Neumann. Secondo tale autrice la formazione dell’opinione pubblica è operata dai media ed in particolare dalla televisione. Ciascun individuo tende a conformarsi alle opinioni dominanti, per non essere emarginato dall’integrazione sociale, nascondendo le opinioni contrarie quando ritiene di essere in minoranza. Pertanto, nella spirale del silenzio, i media tendono a rendere l’opinione dominante sempre più diffusa e nel contempo riducono al silenzio le opinioni contrarie ad essa. L’opinione pubblica è influenzata attraverso la cumulatività, ovvero la ripetitività delle informazioni, e la consonanza, cioè la presenza di un’argomentazione unanime, decisa dallo stesso sistema dei media quando manca il “pluralismo” dell’informazione. Anche la teoria comunicativa della dipendenza, degli americani De Fleur e Ball Rokeach (1989), può essere egregiamente spiegata utilizzando gli esempi tratti dai capitoli del La scomparsa dei fatti, in quanto essa parte dalla constatazione che gli individui dipendono dai media per conoscere la realtà ed ottenere informazioni adatte ai loro scopi. Questa teoria studia quindi le relazioni tra il sistema dei media e gli altri sistemi sociali. Il potere dei media sta nel controllo delle risorse d’informazione, necessarie a individui, gruppi e sistemi sociali per il raggiungimento dei loro fini, che possono essere lavorativi, economici, politici, etc… Il sistema dei media è dunque, in tale costruzione, una risorsa fondamentale della società, la quale ha rapporti non a senso unico con gli altri sistemi, come dimostra lo stretto legame esistente tra i media ed il sistema politico, oppure, più recentemente, quello tra i media ed il sistema sportivo.

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