Archive for marzo 2011

I panni sporchi si lavano su Twitter.

marzo 30, 2011

Vorrei parlare di una recente tendenza che sta prendendo sempre più piede tra le star di Hollywood (e non solo tra loro): quella di discutere i loro fatti privati attraverso micro messaggi di Twitter, social network della Obvious Corporation nato nel 2006 e particolarmente diffuso negli States (da noi è un po’ meno usato).

In principio, fu Ashton Kutcher, noto più come marito di Demi Moore che per le sue interpretazioni cinematografiche, che dal 2008 posta regolari tweet sulle attività intime della coppia, più volte al giorno, tanto da essere riuscito nell’aprile 2009 a battere la CNN per numero di contatti.

Più di recente, sono stati Billy Ray Cyrus e la sua nota figlia Miley a combattersi a colpi di cinguettii (il nome “Twitter”, deriva dal verbo inglese to tweet che significa “cinguettare”) da 140 caratteri ciascuno (è il limite posto dal social). Dopo che la figlia, star a marchio Disney, si è fatta fotografare attaccata ad un bong di erba salvia alla “veneranda” età di 18 anni, papà Billy Ray ha pensato bene di chiedere scusa ai fans con questo tweet:

@billyraycyrus Billy Ray Cyrus

Sorry guys. I had no idea. Just saw this stuff for the first time myself. Im so sad. There is much beyond my control right now.

La reazione della figlia non si è fatta attendere e così, dopo aver prontamente riaperto il suo account Twitter chiuso tempo fa, ha postato tweet forti accusando il padre di essere geloso di lei e del suo successo. Risultato: padre e figlia non si parlano più, se non ovviamente tramite tweet.

Subito dopo, un’altra notissima star di casa Disney, Demi Lovato, anche lei da poco ricomparsa su Twitter, dopo mesi di silenzio tra le due, ha provato a riallacciare il rapporto con la sua ormai ex storica amica Selena Gomez con questo tweet:

@ddlovato demetria lovato

@selenagomez I miss you because apparently we’re one in the same..!!!

A cui Selena ha subito retweettato (in italiano il termine è pessimo):

@selenagomez Selena Gomez

@ddlovato hahaha flashback!! Oh, good times

Perché non incontrarsi, magari davanti ad un caffè, per ricordare i vecchi tempi invece di farlo davanti al mondo? L’impressione è che, il fatto di essere dei personaggi pubblici, faccia credere loro di doverci rendere partecipi di ogni cosa che accade nelle loro vite, pur continuando, paradossalmente, ad accusare i paparazzi di non rispettare la loro privacy. La stessa privacy a cui loro rinunciano pur di arrivare al milione di followers. Non è una contraddizione bella e buona? Si può arrivare a comunicare con i propri familiari o con i propri amici solo attraverso un blog?

A quanto pare, la risposta è si.

E comunque, anche su argomenti molto più seri, la situazione non è decisamente migliore. Da quando è iniziata l’offensiva militare in Libia, un radioamatore olandese pubblica su Twitter le informazioni sugli spostamenti degli aerei da guerra, informazioni solitamente tenute segrete dagli alti comandi militari, per motivi di sicurezza.

E qui viene da pensare che forse è una fortuna che noi italiani non siamo dei Twitter addicted. Altrimenti, di questi tempi, ci sarebbe da ridere a vedere i nostri politici dibattere i problemi del paese “cinguettando”….

 

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Facebook e Aristotele hanno stretto amicizia…

marzo 30, 2011

Molti studenti, nel corso della loro carriera scolastica, si sono ritrovati a fare i conti con Aristotele e la sua Retorica. E buona parte di loro si è certamente interrogata su quanto quegli insegnamenti potessero essere utili nulla vita quotidiana.

Bene, la risposta arriva, tanto per cambiare aggiungerei, dal noto social network Facebook, che nell’ultimo paio di mesi è stato praticamente invaso da pagine con titoli come Sillogismi a caso, Sillogismi ridertenti o Sillogismi a raffica e da aggiornamenti di stato inquietanti del tipo: “I piccioni sono ovunque. I cinesi sono ovunque. I piccioni sono cinesi”.

Ma proviamo a fare un passo indietro. Cosa è un sillogismo?

Nella definizione aristotelica, un sillogismo è un ragionamento fondato da tre proposizioni di cui le prime due sono premesse e la terza conclusione. Detto in modo più pratico, si usa la logica per trarre da tutta una serie di osservazioni sul mondo, delle conclusioni sensate. Che, a ben vedere, è quello che noi facciamo abitualmente nelle nostre conversazioni in modo del tutto spontaneo e che chiamiamo deduzione.

E Facebook, visto che è ormai il dominatore assoluto nelle interazioni sociali tra esseri umani e non solo (pensate ai vari profili di animali domestici che vi vengono suggeriti ogni giorno come amici), è diventato terreno fertile per coltivare le proprie applicazioni di teorie vecchie quasi quanto il mondo, a cui viene concesso un nuovo momento di gloria.

E’impossibile scoprire quanto Aristotele sarebbe d’accordo con questo nuovo, smodato uso di uno dei capi saldi della sua Retorica; quel che è ormai certo è che inventare sillogismi spesso privi di qualsiasi logica (e ricordiamo che la logica è alla base del sillogismo) è la moda virtuale del momento.

Prendiamo ad esempio il nostro sillogismo di prima su cittadini cinesi e piccioni. Il principio sembra sia stato applicato in modo corretto (ci sono le due premesse), lo schema aristotelico è completo (le proposizioni sono tre). I dubbi sorgono al momento in cui si va a leggere la conclusione del tutto priva di logica.

Altro esempio: Leopardi è depresso. Gli emo sono depressi. Leopardi è emo (dalla pagina Sillogismi a caso). Anche in questo caso, proprio come in un’espressione matematica mal riuscita, il procedimento è esatto ma il risultato è del tutto falsato.

L’unica cosa assolutamente evidente è che gli studenti italiani paiono finalmente aver compreso il funzionamento di una delle cose più ostiche con cui si ha a che fare durante il percorso scolastico. E quindi, dal momento che da sempre l’Italia risulta agli ultimi posti nelle classifiche mondiali ed europee in materia di scuola, viene da dire che poco importa il fatto che questi sillogismi siano così palesemente frutto di ragionamenti illogici da denunciare la volontarietà della loro stessa illogicità, il fatto è che i ragazzi si sono impadroniti di qualcosa che è sempre sfuggito loro e questo è per Facebook una nuova vittoria e per gli studenti la scusa perfetta da opporre a chi li accusa di passare il tempo a oziare sui social network invece che sui tanto odiati libri.

 

 

Chi sono gli agenti sociali che plasmano la cosiddetta “opinione pubblica”?

marzo 29, 2011

La nostra società viene, in ogni ora della giornata, indirizzata verso un tipo di scelta, i nostri gusti cambiano e le decisioni individuali, riguardanti un campo eterogeneo di categorie, vengono regolarmente plasmate da diversi agenti sociali.La globalizzazione ha reso ancora più impattante il ruolo dei decision makers, che possono essere politici, come stilisti o produttori cinematografici. L’azione di questi gruppi d’influenza può, oggi, conquistare l’adesione di milioni di persone.
La domanda alla quale, decine di studiosi di comunicazione e di sociologi nel mondo cercano risposta, è se parte di questi soggetti, agiscano volutamente nell’ombra.
Studiosi accreditati credono, ad esempio, che dietro ad un Barak Obama, ci siano delle figure, sconosciute alla maggioranza delle persone, che operano per categorie diverse di interessi, molti dei quali occulti.
Seguendo questi spunti, ci si può facilmente chiedere come possano, personaggi di dubbia valenza politica, morale e sociale, come ad esempio il rifondatore del Ku Klux Klan, Jilliam J. Simmons (1880-1945), attrarre il voto di milioni di persone, presentando un programma elettorale basato su intolleranza e violenza.
Oltre ai politici e ai loro sconosciuti”spin doctors”, esistono personaggi che non appartengono al mondo della politica o della gestione pubblica, ma che ugualmente hanno caratteristiche pragmatiche, tipiche di un dittatore.
Stilisti o curatori d’immagine, ad esempio, possono stabilire mediaticamente, che la donna elegante tipo, deve portare i capelli corti, ed ecco che, nell’arco temporale breve, il modello suggerito/comandato entra in circolo, modificando la nostra percezione di “donna elegante”.
La tesi secondo la quale, dirigenti invisibili controllebbero il destino di milioni di persone, sembrerebbe dunque la più accreditata. Non si comprende però tutt’oggi, fino a che punto il nostro modo d’agire e di pensare venga assoggettato da persone che lavorano dietro le quinte.
In parecchi ambiti della vita, crediamo di agire secondo le nostre proprie volizioni mentre, in realtà, ci stiamo inchinando agli ordini di qualcuno dei già citati “dittatori invisibili”.
Rimane da analizzare, la relatività incorporata dalla teoria dei governi nascosti, che ci dirigono segretamente. Ad esempio, un gruppo di leaders può decidere la struttura pedagogica che dovranno assumere le scuole di una nazione, ma i genitori dei bimbi che frequentano queste scuole, rappresentano dei capi clan che, come tali, possono indirizzare l’educazione della prole, anche in controtendenza a ciò che verrebbe impartito dalla scuola.Questo esempio serve a spiegare come, nella realtà, sia difficile indirizzare milioni di persone verso le stesse scelte ed i medesimi gusti. I costi dei mezzi strumentali alla promozione di una certa idea, si rivelano molto alti, e questi fattori, uniti insieme, spiegano la tendenza a concentrare i governi invisibili, nelle mani di poche persone.La propaganda viene così accentrata ed affidata a degli specialisti di vari settori.
Gli esperti in pubbliche relazioni, fanno capo al gruppo specializzato nello spiegare, ad una parte della società, quello che fa un’altra parte, ed il perchè lo fa. Gli agenti in pr, servono anche e soprattutto, da termometri del consenso popolare, proprio in relazione alla crescente complessità della società globalizzata. Questo perchè, tutti i regimi politici,o i gruppi d’azione sociale, di qualsiasi derivazione e stampo, necessitano, per la propria sopravvivenza, del consenso proveniente dall’opinione pubblica.
Gli esperti in pubbliche relazioni, svolgono quindi il compito di servirsi della comunicazione moderna e delle formazioni collettive della società, per far conoscere una determinata idea, ma soprattutto gli stessi esperti, si muovono perchè questa idea venga grandemente condivisa.

Il grammelot e la funzione rituale della televisione

marzo 26, 2011

Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi sono gli autori di un simpatico ipertesto cartaceo, il Ricettario di scrittura creativa (Zanichelli, 2000). Secondo loro, il grammelot è una tecnica di recitazione elaborata dai comici del teatro dell’arte, che si basa su un’imitazione puramente fonetica (anzi, onomatopeica) d’un qualsiasi linguaggio o gergo.

Gli attori che parlano in grammelot si aiutano naturalmente con i gesti, la mimica facciale, i movimenti. I bambini piccoli piccoli, che ancora non sanno parlare con le parole, parlano in grammelot, e cioè in una lingua inarticolata che imita il linguaggio degli adulti.

Uno specialista in materia di funambolismo verbale è Dario Fo, il quale ha confessato: «Uno dei miei sogni segreti è quello di riuscire, un giorno, a entrare in televisione, sedermi al posto dello speaker che dà le notizie del telegiornale, e parlare per tutto lo spazio della trasmissione in grammelot… Scommetto che nessuno se ne accorgerebbe».

Ma lasciamogli la parola ancora per un po’. Ecco il grammelotiggì di Dario Fo, tratto dal suo Manuale minimo dell’attore (Einaudi, 1987). Alcuni (dei pochi) riferimenti (comprensibili) sono di qualche anno fa, ma il meccanismo funziona sempre bene, e il messaggio è intatto. Divertitevi voi — sì, mi sto proprio rivolgendo a voi lettori — a cambiare due o tre nomi, se vi va.

«Oggi traneguale per indottone consebase al tresico imparte montecitorio per altro non sparetico ndorgio, pur secministri e cognando, insto allegò sigrede al presidente interim prepaltico, non manifolo di sesto, dissesto: Reagan, si può intervento e lo stava intemario anche nale perdipiù albato — senza stipuò lagno en sogno-la-prima di estabio in Craxi e il suo masso nato per illuco saltrusio ma non sempre. Si sa, albatro spertico, rimo sa medesimo non vecchiamente e, anche, sortomane del Pontefice in diverica lonibata visto opus dei».

Potere, comunicazione e controllo

marzo 21, 2011

1. Il Panopticon

Il Panopticon nasce come proposta per risolvere il problema delle prigioni.

Il filosofo utilitarista inglese Jeremy Bentham propone, a questo riguardo, un nuovo modello di carcere; la soluzione architettonica di Bentham si trasforma in progetto nel 1791.

La prigione-modello si configura come una costruzione a pianta centrale, con una torretta al centro che ospita un unico controllore. Da questa posizione, il guardiano vede i vari settori dell’edificio circolare nel quale sono alloggiati singolarmente i detenuti.

Il trucco della macchina panottica è che il sorvegliante può coprire con un colpo d’occhio ogni cella in tutta la sua estensione, mentre i prigionieri — che pure sanno di essere visti — non possono vederlo. La percezione di un’invisibile onniscienza dovrebbe portare ad un rispetto integrale della disciplina, ad un ordine automatico.

L’occhio del Controllore diventa una chiara metafora del potere che tutto controlla e tutto ordina. Metafora inquietante, perché richiama sia l’occhio di Dio, il potere religioso della visione, sia l’occhio di Medusa, che pietrifica con lo sguardo.

Il detenuto che sente di essere guardato non compirà alcun atto trasgressivo. L’occhio del guardiano è impersonale, anonimo, è un occhio che distanzia e oggettivizza: in un universo dominato dal potere assoluto dello sguardo non c’è alcuno scambio, ma solo un flusso informativo unidirezionale.

Il filosofo illustra questa struttura con cartine e disegni, e si rende conto che la sua utopia architettonica non è soltanto un nuovo tipo di carcere: lo stesso principio può essere applicato ad altre realtà, a tutti i luoghi in cui le persone devono essere controllate, dalla scuola alla fabbrica, dagli ospedali ai manicomi.

Quis custodiet ipsos custodes?

Il Panopticon come modello di organizzazione di una società è una distopia, un luogo da incubo nel quale nessuno può controllare i controllori onnipotenti.

La comunità riorganizzata sotto il giogo della macchina panottica è manichea, rigidamente divisa in due parti tra colui che controlla e colui che è controllato, e ciascuna parte ha ruoli, funzioni e gerarchie ben distinte.

La non reciprocità, la mancanza di comunicazione tra i componenti del meccanismo, è uno degli elementi fondamentali del dispositivo panottico e della sua tecnica di controllo del potere.

Il sogno — o il progetto — utopico, quando diventa operazione totalizzante che tende al tipo, alla ripetizione e all’ortodossia, nega se stesso: se consolidandosi elimina alla radice ogni alternativa, l’utopia si rovescia in una distopia, proprio perché nega la possibilità di prefigurare ulteriori utopie.

2. 1984

Moltissimi sono i temi che si intrecciano nel romanzo 1984 (1949), di George Orwell: il potere, la guerra, il proletariato, la tortura, il linguaggio, il pensiero, i mezzi di comunicazione…

Dal momento che una trattazione esaustiva sarebbe impossibile in questa sede, cercherò di ricondurre alcune di queste tematiche a quello che è il comune denominatore di tutte, il controllo, e di fare alcuni collegamenti.

2.1. I contenuti del pensiero: il bispensiero

Winston Smith, il protagonista del romanzo, lavora al Ministero della Verità, dove si produce l’informazione di regime. Attraverso la falsificazione sistematica dei documenti, viene creata ogni giorno una nuova realtà, che deve adeguarsi ad un’ortodossia in perenne evoluzione.

Le “notizie” sono costruite ad arte per restituire l’immagine dell’infallibilità e dell’invincibilità: mai vengono annunciate sconfitte, mai fallimenti o errori di previsione. Ogni notizia indesiderabile è prontamente censurata o capovolta.

I membri del Partito sono tenuti ad utilizzare il meccanismo psicologico del bispensiero per adattarsi senza batter ciglio al continuo aggiornamento della verità.

Il doublethink viene definito come “la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente contraddittorie e di accettarle entrambe”. Lo slogan trinitario “LA GUERRA È PACE — LA LIBERTÀ È SCHIAVITÚ — L’IGNORANZA È FORZA” è la sua più perfetta espressione.

Al cittadino di Oceania è richiesto un continuo aggiustamento della memoria: deve compiere — consciamente — l’operazione di dimenticare ciò che il Partito ritiene necessario dimenticare, e poi dimenticare d’aver dimenticato. Viene così a crearsi una sorta di cecità volontaria alle contraddizioni e alle menzogne del regime.

L’assassinio della memoria cancella ogni orizzonte temporale e imprigiona la storia in un eterno presente; la capacità critica dell’individuo si dissolve nell’impossibilità di prefigurare una qualsiasi comparazione con tempi e luoghi diversi.

2.2. Gli strumenti del pensiero: la neolingua

Il controllo totale non passa soltanto per la manipolazione dei contenuti del pensiero, ma anche per gli strumenti, i mezzi con cui il pensiero si esercita.

Alla riscrittura della Storia, il regime abbina la revisione della lingua: all’archelingua (l’Inglese così come lo conosciamo) si sostituisce per gradi la neolingua (newspeak), e i vocabolari per la prima volta si restringono.

Il fine di questa operazione è rendere il pensiero divergente “letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso”.

La trasformazione ha da essere graduale, e il vocabolario diventa di anno in anno più piccolo: l’idea alla base della neolingua, infatti, è la rimozione di tutte le sfumature di significato, di tutti i sinonimi e i contrari.

Di ogni vocabolo sopravvive una sola accezione, e il suo inverso si costruisce con un prefisso: per fare solo un esempio, la parola “cattivo” viene rimpiazzata da “sbuono”.

Tutti i termini indesiderabili o comunque associabili a significati eterodossi sono aboliti.

Prendiamo in considerazione la parola “libertà”. Ogni libertà è stata soppressa in Oceania; eliminando anche la parola, cessa di esistere la stessa possibilità di pensare al concetto di libertà.

È proprio questo l’obiettivo della neolingua: rendere impensabile qualsiasi pensiero in contrasto con i principi del Socing, rendere impossibile lo psicoreato. La manipolazione del linguaggio è volta non ad estendere, ma ad annichilire le facoltà dell’intelletto umano.

2.3. Comunicazione e azione: i teleschermi

I teleschermi hanno una duplice funzione di trasmissione e ricezione: dislocati nelle abitazioni come negli spazi pubblici, il loro scopo è quello di intercettare ogni comportamento, ogni discorso e ogni sguardo — mentre diffondono la propaganda di partito.

Tutto quello che gli schermi vedono e sentono è potenzialmente intercettato dalla Psicopolizia, organo addetto alla repressione dell’eteredossia. La polizia del pensiero agisce sempre di notte, e il sospetto dissidente è di solito trasformato in spersona.

Lo psicocriminale non viene semplicemente sequestrato o eliminato, ma cancellato dalla memoria, con la distruzione di ogni prova della sua precedente esistenza.

Ciò che maggiormente contraddistingue il totalitarismo repressivo descritto in 1984 è la totale assenza di libertà, condizione ritenuta necessaria per la tenuta dell’ordinamento.

L’iniziativa individuale è repressa sul nascere, e la vita dei membri del Partito è come imprigionata in un grande panopticon: in ogni luogo pubblico, in ogni abitazione, i teleschermi guardano e ascoltano continuamente. Per eliminare alla radice la possibilità di cospirazioni contro il sistema, il Partito arriva a sorvegliare perfino le espressioni facciali degli individui.

Lo stesso Winston crede che i dispositivi siano in grado di percepire il battito del cuore; teme il sonno, che gli nega il controllo sulle sue stesse parole.

Anche quando l’uomo dorme, l’occhio elettronico è sempre lì con lui, vede lo squallido appartamento in quasi tutta la sua estensione, non si può spegnere, ascolta.

3. Occhi elettronici

Il tema della dittatura dell’occhio è più che mai attuale.

Siamo circondati da mezzi di comunicazione che possono guardarci. Questi occhi sono dappertutto, ci seguono ovunque. Possiamo davvero sapere quando si aprono e quando si chiudono?

Che grado di controllo abbiamo su di loro? Che grado di controllo hanno su di noi?

Nel suo saggio Sorvegliare e punire (1975), Michel Foucault prende il Panopticon come modello e figura del potere nella società contemporanea.

L’architettura del Panopticon è l’immagine di un potere che non si cala più sulla società dall’alto, ma la pervade da dentro e si costruisce in una serie di relazioni multiple.

Due esempi immediati potrebbero essere il cellulare che ho in tasca e un social network come Facebook.

Il telefono è una telecamera bifronte connessa a diverse reti, come quella telefonica e la rete satellitare GPS (Global Positioning System). È sempre con me e ha occhi sia davanti che dietro.

In Facebook il controllo è sia verticale che diffuso: i dati che l’utente inserisce diventano automaticamente patrimonio di un’immenso database, e — almeno potenzialmente — tutti possono spiare ed essere spiati da tutti.

Queste reti in cui ci troviamo — spesso inconsapevolmente — inseriti sono opportunità o trappole? E soprattutto, abbiamo la possibilità di uscirne?

Mohammad Nabbous, 28 anni, fondatore del tv blog Libya Alhurra TV, ucciso a Bengasi

marzo 20, 2011

A proposito di blog e di citizen journalism, vi segnalo la seguente notizia relativa a Mohammad Nabbous, 28 anni, fondatore dei Libya Alhurra TV http://www.livestream.com/libya17feb, ucciso ieri negli scontri a Bengasi.
Copio la notizia da www.thestar.com.
A Libyan citizen journalist whose work helped galvanize public anger against Moammar Gadhafi was shot dead Saturday while collecting video for his online television network.
Mohammed Nabbous, founder of Libya Alhurra TV, died in Benghazi shortly after posting a report about violence in a residential area of the city.
In the last video he posted on his Livestream channel, Nabbous describes a day of bombing in an area of Benghazi called Hai al Dollar. The short video displays damage to homes and cars from what Nabbous describes as a bombing raid on innocent people.
“This is just not good anymore. He has to be stopped,” Nabbous, a handsome man with a buzz cut and short beard clad in a black t-shirt, says into the webcam. “Where is Al Jazeera? Where’s the media? They should be there right now taking videos of what’s happening. The bombing hasn’t stopped.”
Several hours after posting that report, Nabbous was killed while out trying to gather more video for the site.
The next video posted on Alhurra was a heart-wrenching message from his pregnant widow.
“I want to let all of you know that Mohammed has passed away for this cause. He died for this cause and let’s hope that Libya will become free,” she says, her voice frequently breaking. “Please pray for him. And let’s not stop doing what we are doing until this is over. What he started has got to go on. No matter what happens.”
His viewers are now calling for a Nobel Peace Prize nomination. A Facebook page created Saturday had hundreds of messages of thanks and solidarity. Many postings described Nabbous as a martyr.
“Inshallah ya Mo your dream will come thru and your son will be born in Free Libya,” wrote Wafaa Yaacoub.
“May God keep your soul, Mo. You have done so much for your people. You will stay forever in our memories,” Bouchra Bensaber wrote in French.
Fans and journalists expressed shock and grief via Twitter.
“We all laud the courage and professionalism of Mohammed Nabbous, the voice of Libya,” posted Radio-Canada’s Jean-Francois Belanger.
“Mohammed Nabbous was one of the courageous voices from Benghazi broadcasting to the world from the beginning. Smart, selfless, brave,” posted CNN’s Ben Wederman.
Nabbous started Libya Alhurra TV via a satellite connection to avoid blockades internet from government. He had nine cameras streaming 24 hours a day since the channel’s creation Feb. 17. He was 28.

StumbleUpon e l’arte di inciampare

marzo 13, 2011

Vorrei segnalare un servizio interessantissimo, popolare negli Stati Uniti già dal 2006 ma meno conosciuto in Italia (a giudicare anche da un rapido raffronto effettuato tramite il “trova contatti” interno, che ho collegato al mio profilo Facebook: su circa 450 contatti, solo sei risultano registrati, quattro dei quali sono miei amici americani). Il servizio in questione è StumbleUpon, e lo porto all’attenzione dei lettori di questo blog per la sua originalità e le sue caratteristiche, che lo inscrivono perfettamente nella macrocategoria dei prodotti nati dal Web 2.0.

Stumble è un fortunato incrocio tra social network, social bookmarking e blog. La sua funzione principale è permettere agli utenti di “inciampare” (to stumble) in siti web belli e originali che non conoscevano e che rispondono ai loro interessi e ai loro gusti. È possibile utilizzare questo servizio (sempre in forma gratuita) sia installando una toolbar nei browser che lo consentono (Firefox ed Explorer 7)  per avere sempre i pulsanti a portata di click, che collegandosi al sito internet. Dopo una breve registrazione, l’utente può selezionare argomenti particolari che lo interessano o affidarsi completamente al caso e poi schiacciare il bottone “Stumble”. L’anno scorso, quando ho incominciato ad usare questo servizio su consiglio di un amico, ero molto scettica. Mi sembrava la quintessenza della “perdita di tempo”, e anche della “perdita di senso”: ben venga la serendipity, ma solo se la scoperta “fortunata” proviene da qualcosa che stavamo effettivamente cercando. Perché mai si dovrebbe voler navigare “senza bussola”?

Mi sono ricreduta sfogliando i contenuti che venivano proposti: siti effettivamente sconosciuti ed effettivamente quasi sempre interessanti. Stumble è un ottimo modo per passare cinque minuti di relax imparando qualcosa di nuovo. Oggi, per fare un esempio, mi sono imbattuta in una ricostruzione virtuale in 3D dell’interno della Cappella Sistina, che consente sia una visione panoramica dell’ambiente a 360° che uno zoom sui dettagli degli affreschi.

Come è possibile che i risultati siano così buoni?

Stumble si basa su un sistema di segnalazioni, e qui entra in gioco l’aspetto più sociale e collaborativo del network: sicuramente agli inizi la qualità del servizio era molto minore, perché come in tutte le piattaforme di questo tipo la quantità di utenti attivi è essenziale per conseguire una buona riuscita.

Ciascun utente può inserire nel database di Stumble un sito da lui stesso scoperto e, soprattutto, votare positivamente o negativamente ogni sito che gli viene proposto da Stumble. Elaborando questi dati e quelli relativi all’affinità tra gli utenti (interessi simili, gusti simili dedotti da voti simili) il sito riesce a offrire un servizio personalizzato e soddisfacente, che ovviamente “migliora” nel tempo man mano che i nostri gusti si definiscono più chiaramente attraverso inserimenti, visite, voti e recensioni.

Insomma, un esperimento ibrido, moderno e interessante, che coniuga le migliori caratteristiche di piattaforme più diffuse mantenendo i propri tratti distintivi. Unica “pecca” per gli italiani: visto che nel nostro paese Stumble non è diffusissimo, la maggior parte dei siti in cui “inciampiamo” sono in lingua inglese. Giustamente, sono gli utenti a costruire la community.

Firefox 4 e la tutela della privacy

marzo 12, 2011

Segnalo un’intervista di Federico Guerrini a Tristan Nitot, presidente di Mozilla Europe, pubblicata oggi su lastampa.it.

In occasione del lancio della nuova versione del celebre browser di Mozilla, Firefox, arrivato al suo quarto sostanziale aggiornamento, Nitot spiega che nella visione aziendale di Mozilla il web è una risorsa pubblica e condivisa di cui prendersi cura, non una commodity da vendere. Gli argomenti toccati nel corso dell’intervista sono vari, dalla diffusione dell’HTML 5 ai prodotti lanciati dai competitors. Punto saliente, a parere di chi scrive, è l’accenno alle innovazioni in fatto di tutela della privacy proposte dal nuovo Firefox.

Firefox 4 rende disponibile una nuova funzione, chiamata Do not track, per richiedere ai siti web visitati di non tracciare l’utente al fine di mostrare sulla pagina pubblicità “mirate”. L’intervistatore ritiene poco probabile che i siti stessi accetteranno di “autolimitarsi” in questo senso, ma Tristan Nitot si dice fiducioso e incoraggiato dalla buona risposta al momento ricevuta.

Al di là dei dubbi sulla fattibilità o meno di questa operazione, lo trovo un tentativo interessante e assolutamente “controtendenza” rispetto ai tempi. È un approccio molto diverso da quello di Google, che invece tende sempre più a personalizzare i contenuti pubblicitari all’interno delle pagine. Vero è che i Google Ads sono testuali e “discreti”, ma chi scrive li trova comunque, da un altro punto di vista, fastidiosi. È difficile scrollarsi di dosso una sensazione di controllo “orwelliano” quando, visitando ad esempio una pagina sui felini, ci troviamo davanti una pubblicità di cibo per gatti.

Senza contare che spesso Ads “inadeguati” al contesto, perché assegnati solo in base a parole chiave più o meno pertinenti, regalano alla pagina visitata un contrasto grottesco o comico. Guardiamo ad esempio l’immagine seguente, salvata dal post di un blog dedicato alle nuove proposte del web.

Il tema dell’articolo è il lancio di una versione gratis online del celebre programma di fotoritocco di Adobe. Tra gli annunci pubblicitari, spicca per la poca pertinenza quello sulle foto memorabili della presentatrice Simona Ventura, evidentemente attribuito al nostro link per via della parola chiave “foto”.

È molto comune imbattersi in questi contrasti grossolani, e, a parere di chi scrive, doppiamente fastidiosi per l’utente anche se a loro modo divertenti. Ben venga, quindi, il tentativo da parte di Mozilla di provare un approccio diverso, offrendo, se sarà possibile, un’alternativa a chi vuole leggere un articolo su Photoshop senza scoprire chissà cosa sulla carriera di Simona Ventura.

Just Spotted: un prodotto del Web 2.0 che ai vip non piace

marzo 11, 2011

A fine ottobre 2010 la Scoopler Incorporated ha pubblicato sul web il sito justspotted.com. Si tratta di una piattaforma tecnicamente molto interessante ed “eticamente” un po’ sconcertante che permette ai fan di sapere dov’è e cosa sta facendo la propria celebrità preferita in qualsiasi momento.

Just Spotted è stata la naturale evoluzione di Scoopler, un motore di ricerca lanciato nel 2009 da AJ Asver e Dilan Jayawardane: invece di presentare all’utente risultati ricavati da pagine indicizzate di siti web, Scoopler analizzava in tempo reale gli ultimi post lasciati in tutto il mondo su popolari social network come Twitter, Flickr, Digg. Era così in grado di fornire informazioni “fresche” sulla parola chiave inserita: informazioni “fresche” ma non necessariamente attendibili, dal momento che provenivano, senza alcuni tipo di filtro, dai fruitori dei social network presi in esame.

Proprio questa caratteristica ne fa evidentemente un ottimo strumento per la consultazione di un argomento “leggero” come il gossip: nei pochi mesi passati dal suo lancio, Just Spotted è diventata una grossa e importante community, poco diffusa in Italia ma famosissima tra i teenager americani appassionati di “caccia ai vip”. Attualmente i risultati delle ricerche sono raccolti, oltre che dai social network sopra citati (con una netta prevalenza di Twitter sugli altri) da blog, news, articoli online e segnalazioni dirette.

Per esplorare le funzionalità di questo originale servizio, basta inserire nella barra di ricerca il nome della nostra celebrità preferita. Ho provato, mentre scrivo, a vedere cosa sta combinando l’attore Al Pacino. In pochi secondi ottengo le seguenti informazioni: il 2 marzo l’interprete di Scarface si trovava alla Soho House di Beverly Hills in compagnia di Harvey Weinstein e Jason Bateman. Il 5 marzo, sempre a Beverly Hills, un fan dice di averlo visto sulla Beverly Drive e aggiunge anche che non gli sembrava tanto in forma. L’8 marzo invece era a New York, impegnato su un set. Il 10 marzo era già di ritorno a Los Angeles. E, a quanto parte, questa volta in gran forma. Nel mio caso, tutte le segnalazioni provengono da Twitter, ma per attori “più trendy” tra i giovani rispetto ad Al Pacino non è raro imbattersi in altri tipi di contributi: immagini, blog, articoli che linkano a video e media diversi. Ogni segnalazione a disposizione tra i risultati è corredata da una mappa Google che indica il punto preciso dell’avvistamento.

Il sito offre agli utenti la possibilità di registrare un account per ricevere notifiche sugli spostamenti dei vip, tra cui è possibile selezionare una lista di preferiti. Il servizio di ricerca è comunque fruibile da tutti i visitatori a titolo completamente gratuito.

Mi sembra interessante segnalare questo sito perché trovo sia un ottimo esempio dell’attuale Web 2.0. L’interattività, l’integrazione di servizi offerti da siti diversi (Google Maps e Twitter i più “macroscopici”), la possibilità di formare una “rete sociale” attraverso la registrazione e di interagire con la comunità attraverso le segnalazioni fanno di Just Spotted un figlio del Web 2.0 a tutti gli effetti.

Ho qualche perplessità, invece, sulla “correttezza” di un’operazione del genere. Se la piattaforma raggiungesse un livello di popolarità tale da compromettere attraverso segnalazioni sempre più accurate e frequenti la privacy e la sicurezza personale delle celebrità “spiate” rischierebbe certo di diventare uno strumento “pericoloso” e molto invadente. E non certo gradito dai vip più “riservati”.

Un navigatore appassionato e particolarmente “attento” alle novità come l’attore Jim Carrey (presentissimo sul web) si era accorto di questo rischio prima ancora della pubblicazione del sito, lanciando attraverso il suo Twitter un appello ai gestori del social network perché non collaborassero con Just Spotted consentendo di aggregare i Tweet tra i risultati di ricerca. Chi scrive ha saputo dell’imminente attivazione del sito proprio da questo appello (caduto, come si intuisce, nel vuoto).

Dopo il fallimento di questo tentativo e quando Just Spotted era ormai online e operativo, l’attore, con ironia un po’ amara, ha commentato: “beh, comunque sono a Chicago”.