L’importanza della Parola, pt. I: TRADURRE E TRADIRE

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Salone Internazionale del Libro, Torino, 13 maggio 2011, ore 15. Erri De Luca entra nella sala Oval e lo fa così in silenzio, così sereno e serafico, che solo dopo qualche minuto il pubblico lo nota tra la gente sotto il palco. È pacato. Il passo sembra affondare sulla neve, lo sguardo affrontare il nulla. Parla con lo staff, sale le scale, poi si siede. È decisamente un bell’uomo, scavato in volto, occhi e baffi chiari. Ricorda Clint Eastwood. Autografa dei libri, abbozza dei sorrisi poi la stessa penna la stringe tra le dita, scrive qualche appunto e comincia. De Luca parla del delicato problema della traduzione. Tradurre è tradire, la polemica è secolare. Qui mi limiterò a riportare soltanto qualche esempio dalla sua lezione Sulla traccia dell’alfabeto antico, aggiungerei: sull’importanza della parola (detta e scritta). Con E disse e Le sante dello scandalo, Erri De Luca torna a raccontare della marcia trionfale di Mosé, e torna a tradurre l’ebraico antico dopo Esodo (Shmot): «Nel Sinai avviene qualcosa di speciale – dice De Luca – La Divinità trasforma in scrittura le sue parole, che vengono improvvisamente incise su pietra. Mosè sale sul Sinai leggero, fermo e fiducioso. Arriva in cima e gli vengono consegnate le tavole di quella legge che è anche alleanza: lui deve recapitarle a quel popolo, che le accetta […]. In Italia successe qualcosa di simile – è la riflessione dello scrittore e traduttore – quando, dopo la Seconda guerra mondiale, il popolo ha accettato la Repubblica e la Costituzione, sancendo un’alleanza (che oggi risulta indebolita)». Il secondo esempio assomiglia a uno scempio, fatto sul corpo della donna: «Il ruolo delle donne è stato sacrificato dalle traduzioni dei testi sacri. Da 2.000 anni ci portiamo dietro la mortificazione del corpo femminile ma il peccato originale non esiste. E i traduttori trafugano, ingannano». De Luca potendo consultare direttamente i testi in lingua originale, potendo contare sulla lucidità di un non credente (non un ateo, lui non esclude la religione dalla vita degli altri) può ora urlare a gran voce (non lo fa: l’intera lezione si è svolta sul limite del sussurrio) che è lì che si è infilata l’inferiorità della donna. Il peccato originale non esiste perché “partorirai con dolore” non è una traduzione, ma un tradimento. Con la parola si può rafforzare un popolo (antico e moderno) come indebolire una posizione (quella della donna), per questo bisognerebbe fare attenzione con Lei: non tentarla né attentarla.

 Ps: il successo. Durante la lezione è accaduto che più volte il megafono richiamasse all’infopoint il bimbo Andrea. De Luca ascoltando il silenzio la prima volta, e sorridendo la seconda, alla terza ha esortato Andrea a tenere duro, a non andare, continuare a vagare. Così non mi resta che citare le stesse parole dello scrittore riferite al popolo ebraico: «questa moltitudine di persone uscita trionfalmente dall’Egitto ma tragicamente esposta a quel labirinto che è il deserto, alla sua vastità. Ecco che cos’è improvvisamente la libertà: lo sbaraglio di fronte all’insondabilità del futuro, la via di un ubriaco che non trova la via di casa».

di Alessandro Ferraro

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