Alluvione a Genova

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I miei colleghi di Milano mi hanno chiesto di scrivere due cartelle per il  nostro giornalino interno. Le copio qua nel nostro Blog: tanti “non genovesi” lo visitano e così possono capire la situazione drammatica che abbiamo vissuto.   Nel documento che ho preparato ho inserito delle foto per fare capire a chi non è di Genova la situazione. Qua non riesco a inserirle.

Genova, 10 novembre 2011.

Il cielo è blu. Di un blu intenso. Alla fermata dell’autobus poche persone. Sono le 8, i ragazzi sono già in classe e chi va a lavorare, forse, esce ora di casa.  Il 36[1] arriva. Salgo. È quasi vuoto. Mi tengo e penso  agli impegni di oggi. È un attimo, guardo per terra, qualcosa mi colpisce. Qualcosa di strano, qualcosa che di solito non c’è sull’autobus.  Fango, fango per terra, e più in alto.  Fango  che sembra tirare una riga all’altezza dei  posti a sedere, quelli più in alto, quelli contromano in cui la gente si siede mal volentieri.   Fango, acqua, tanta, troppa. Acqua che mette in ginocchio Genova.  Acqua che uccide, acqua che sconvolge tutto, che travolge tutto. Acqua che di solito disseta,  pulisce,  ristora. Acqua che invece uccide. Ecco, ritorna in mente. L’inquietudine, la desolazione, sale come è salito il livello dei torrenti, del Fereggiano, del Bisagno. Per un attimo era andata via. Forse il sole, la bella giornata. Invece, è lì ancora più viva nel ricordo, consapevole che non andrà più via. Erano giorni, prima del 4 novembre,  che sui display in più punti della città   c’era  scritto “Venerdì 4 novembre ALLERTA2”. Due, se andiamo in ordine, viene dopo uno, dicevo tra me e me in quei giorni, prima del 4 novembre.  Quindi non sarà così  grave pensavo. Su questo non c’era stata informazione precisa. Eppure Tg, alla radio e alla tv, ne avevo sentiti parecchi. Per noi qua a Genova l’alluvione è un ricordo sempre vivo. Qui conosciamo  troppo bene la furia del maltempo: disastri e morti. Ottobre 1970. Ricordi ancora profondi nella memoria di Genova. La paura è tanta.

Due è qualcosa di inimmaginabile. Almeno lo era fino a venerdì all’una.   Venerdì, venerdì  4 novembre Genova,la mia Genova, va  sott’acqua. In poche ore sono caduti530 millimetri di pioggia. I torrenti Bisagno e Fereggiano in piena  rompono  gli argini. Una valanga di fango copre la città. Genova cambia  faccia. E deve contare i suoi morti. Sei. Sei vite, quattro donne e due bambine, con storie ed esistenze diverse.  Con una  fine comune, tragica.

Sei persone sepolte da una valanga d´acqua e di fango. Erano mamme e sorelle maggiori di ritorno da scuola con i loro bimbi. Quattro donne e due bambine, la più piccola aveva undici mesi. Era l´una e un quarto, pioveva forte da ore, rami e detriti hanno tappato l´imboccatura del torrente che corre sotto la strada, trecento metri più a monte. È stata come un´esplosione, e all´improvviso tonnellate d´acqua si sono riversate nella via, travolgendo tutto. Macchine, moto, cassonetti dell´immondizia, il chiosco di un´edicola, due autobus pieni di gente. Un inferno. Una marea alta quasi due metri che ha accumulato pressione durante la corsa e si è sfogata con una violenza spaventosa poco prima di uno slargo, all´altezza di corso Sardegna […]

Loro erano lì, ognuna con la sua storia. Hanno sentito quel suono sordo della valanga, ed hanno guardato indietro terrorizzate. Troppo tardi. Cinque corpi sono stati ripescati nell´androne di un palazzo, il civico numero 2b. Il sesto era poco lontano, schiacciato sotto un´auto.[2]

Erano passati solo dieci giorni dall´alluvione nelle Cinque Terre e in Lunigiana, solo cento chilometria levantelungo la costa ligure. Dieci morti e tre dispersi.

Francesco Plateroti, 45 anni, benzinaio, aveva concluso il turno di notte. Dalla sua stanza, proprio sopra l´androne della morte, sente gridare aiuto. Scende in basso, vede Domenico, il figlio di Angela Chiaromonte: lei non ce la farà, invece il ragazzo lo salva passandogli un pezzo di legno, il ramo di un albero, perché si aggrappi e non s´arrenda. «Mi urlava “salvami, ti prego, salvami!”, e poi “prendete mia madre, è la sotto!”, abbiamo fatto il possibile. Serena Costa, 19 anni, che aveva preso il fratellino Danilo a scuola: «È annegata per riportarmi a casa, avevo la sua mano stretta tra le mie, poi l´ho sentita andare», e così Serena è morta schiacciata tra due auto.[3]

Genova in ginocchio. Genova che subito si rialza, anche se continua a piovere fino a martedì 8 novembre. Grazie ai suoi angeli, gli angeli del fango che 40 anni dopo  tornano in strada a spalare fango. A ridare speranza. A chi ha perso tutto. Quarant’anni fa era stato il passaparola a mobilitare giovani- e meno giovani-, figli del Sessantotto. Oggi, ci si affida a Internet. Il tam tam che parte da Facebook arriva ovunque nella città. La parola d’ordine è questa, scendere per strada,  non compiangersi,  non rimpiangere. Piangere sì, ma tra una palata e l’altra, mentre ci si rimbocca le maniche. Giovani, tanti, giovani. Giovani disoccupati, giovani in cassa integrazione. Quei giovani a cui non sappiamo dare un lavoro sono lì, scavano, puliscono, lavano. Si commuovono. Ma continuano a spalare, a pulire. Poi vedi due occhi più scuri, che ti guardano e sai che nel suo paese acqua ce n’è poca. Ma lui è lì, vicino a quei giovani, perché si sente genovese, spezzino, italiano. Insomma, un´Italia orgogliosa, fino a  ieri invisibile, che tenta di rialzarsi.

Genova  è stata messa in ginocchio da un’eccezionale ondata di maltempo e da scelte urbanistiche di lontana origine. Il primo pensiero va alle sei vittime innocenti e ai loro cari.

La perdita anche di una sola vita  non ha prezzo. Ogni danno materiale che un disastro del genere può causare non è nulla in confronto. Acqua e fango che sradicano  una persona dal suo mondo, feriscono per sempre nell’animo, i parenti, gli amici, i figli. Per tutti niente sarà più come prima.

C’è poi il dramma di chi, con sacrifici, ha avviato un’attività, ha trovato lavoro, ha acquistato casa o macchina e in un attimo ha visto scomparire tutto. Chi risarcirà, e quando, queste persone? In questi giorni sono state indirizzate accuse agli amministratori. Si sono sprecate analisi su come si è costruito, su quanto cemento è stato “autorizzato”, sulla pericolosità dei torrenti, sull’anomalia di Genova. Possibile che queste discussioni si fanno solo quando siamo di fronte a drammi? Mai prima?

Gli amministratori locali sono andati tra la gente, non si sono tirati indietro rispetto alle responsabilità. Certo è che  hanno ereditato una situazione già compromessa per colpa di scelte sbagliate, politiche dissennate e di un Governo che, incapace e colpevole, ha portato avanti negli anni. Tagli agli enti locali,  continua riduzione di risorse, impegni presi e mai rispettati, ripetuti condoni immorali, che, oltre a fare passare il concetto che è tutto lecito, basta pagare, hanno contribuito a destrutturare il territorio, in mancanza di una sana politica ambientale. La CGILda anni denuncia tutto ciò. Abbiamo chiamato lavoratori e pensionati a manifestare anche per questo. Non ci interessa iscriverci ora nella lista di coloro che “l’avevano detto”. È tardi. Vogliamo soffermarci su due avvenimenti che in questo dramma, ci hanno  colpito.  Due facce di un’unica medaglia.

La prima. Nessun esponente del Governo si  è presentatoa Genova inquesti giorni. Forse preoccupato dell’accoglienza  in Lunigiana, alcuni giorni fa, al Ministro Matteoli cacciato dalla popolazione. O, forse,   consapevoli  che il Governo è finito. Che il Paese  non ne può più di sentirsi raccontare bugie. Un Paese che soffre, che è in ginocchio. E lo era già prima delle alluvioni. O forse perché in altre faccende affaccendati.  E il dramma di una città, di una Regione non gli interessa.   Fatto è,  che nessuno si è presentato.

L’altra: c’erano invece i giovani. Quelli per la maggior parte precari, disoccupati, scoraggiati, indignati, gli studenti. Quelli che hanno perso anche lo stimolo e la speranza di cercare un lavoro in questa Italia disastrata. Senza chiedere nulla, senza essere stati chiamati, da una  società che li ignora quotidianamente e li penalizza con le scelte che fa. Si sono presentati  in tantissimi, equipaggiati magari in modo non  adeguato, precario, come le loro vite, a spalare fango, svuotare cantine, appartamenti, biblioteche, scuole, pieni di voglia di  fare, di esserci. Unico obiettivo,  far rivivere una città, simbolo di un paese, l’Italia,  finora poco attento al loro futuro. Giovani che non si sentono rappresentati da una politica e  da un sindacato che non riescono ad entrare con loro in sintonia perché non in grado di dare risposte concrete alle  loro esigenze.

Eppure,  per strada, in questi giorni li incontravi ovunque, erano lì, nel fango.

Ecco le due facce di quest’Italia.

Messi alla prova, questi giovani e  gli italiani, hanno dato  prova di straordinaria vitalità, voglia di fare per emergere dal precipizio, e sono  diventati  eroi.

Il 36 in un attimo è  a De Ferrari e gira verso  Via XX Settembre che oggi, fortunatamente, non è più come nelle foto 2 e 3. Scendo alla fermata,  vicino al negozio Fnac (foto 3: il negozio Fnac è a destra nel primo palazzo nella foto). L’acqua arrivava  lì venerdì, venerdì 4 novembre. Giro l’angolo e cosa vedo? Giovani, ancora giovani, in tuta,  in jeans, con gli stivali di gomma, con la pala in mano. E anche lì, due giovani emigrati con loro. L’acqua non c’è più. C’è polvere, fango, macerie. Ma la forza di quei giovani c’è.

 

 Questa è Genova, come non avrei mai voluto vedere,  4 Novembre 2011.

Foto 1: anziano trascinato dalla corrente: si salverà aiutato da passanti.

Foto 2: tratto iniziale di Via XX Settembre vicino alla stazione Brignole.

Foto 3: via XX Settembre, un po’ più  verso De Ferrari.

Foto 4:  stazione Brignole.

Foto 5: il Bisagno in piena e il Rio Fereggiano (in fondo al ponte a destra)  che entra nel Bisagno:


[1] Il percorso del bus 36 è  Piazza Merani- Brignole- Piazza Manin- Principe.

[2] Fonte: La Repubblica 5 novembre 2011.

[3] Fonte: La Repubblica 5 novembre 2011.

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