Archive for gennaio 2012

ACCENDERE UN LIBRO, LEGGERE RADIO E TV

gennaio 31, 2012

Enrico Menduini, professore ordinario del DAMS all’università Roma Tre, partendo dall’esplicazione di concetti inerenti la comunicazione post-moderna, i media e il loro rapporto sempre più complesso con la società di massa, intraprende un percorso brioso e vivace che ripercorre, senza mai cadere in noiosi tecnicismi, la storia degli strumenti d’informazione, dalla televisione (con la quale siamo cresciuti), ai più recenti ritrovati multimediali che stanno rivoluzionando il concetto di informazione.

Nella prima parte del suo saggio, l’ex consigliere d’amministrazione Rai prende in considerazione i media elettronici, il cinema, la televisione e la radio esplicandone storia, funzionamento ed applicazioni: riusciamo così, pagina dopo pagina, a farci una concreta idea di come funzionino gli apparati che “non si vedono” ma che rendono possibile ogni giorno la messa in onda di trasmissioni radio – televisive o internet.

Ai linguaggi della radio è interamente dedicata la seconda parte, dove ogni capitolo sposta l’attenzione sui vari aspetti della radiofonia: una breve storia della radio che ci ricorda , quando non esisteva ancora la TV, l’importanza che ha rivestito in alcuni momenti salienti del passato (uno su tutti Radio Londra durante la seconda guerra mondiale), la pratica di come si “faccia ” nella pratica la radio, interessante per capire per esempio, la facilità con cui, ipoteticamente ognuno di noi potrebbe , con poche accortezze, installare un’emittente radio a bassissimo costo tra le proprie mura domestiche e, in fine, il capitolo sui generi radiofonici sottolinea aspetti come il target radiofonico, descrive i generi musicali che vanno per la maggiore tra le diverse utenze , apre una finestra sulle nuove tecniche di fruizione radio che stanno raccogliendo sempre più consenso come la radio fruibile con internet e ora anche attraverso il digitale terrestre.

La terza parte, relativa ai linguaggi della televisione è senz’altro quella che da maggior soddisfazione a chi sia interessato a comprendere i suoi meccanismi ma che non ha mai avuto la possibilità di vederseli sviscerare davanti agli occhi: la sensazione che si ha leggendo questo capitolo è di essere seduto accanto ad un regista che ti spiega passo passo ogni aspetto, anche quello che sembrerebbe più marginale della grande macchina che sta dietro al piccolo schermo, ma che marginale non è. Ecco così svelati i trucchi dell’inquadratura che ci fanno sembrare enorme uno studio televisivo che in realtà è grande quanto il nostro salotto, oppure quali leggi psicologiche vogliono che nel caso di una trasmissione che preveda l’intervento del pubblico tramite telefonata, compaia al centro dello studio un grosso telefono rosso che stia a legittimare lo squillo del telefono che in realtà non c’è. Interessanti i capitoli dedicati alle “ondate” (virtuosistico il termine, riferibile tanto al temine “onda” attinente alla sfera della TV quanto al significato più comune del termine) della tv nella sua storia italiana : ad ogni “onda” corrisponde un periodo storico in cui hanno vissuto programmi conoscitivi (l’autore ricorda, a ragione, che mamma Rai ha insegnato l’italiano ai suoi primissimi figli nati in un’Italia analfabeta e devastata dalla recente guerra) ,i primi talk show, i contenitori pomeridiani, i quiz, i concetti quali “sportainment”, “edutainment”, “infotainment” usando dei neo-inglesismi che magari non sono felicissimi ma che rendono l’idea della contaminazione che dagli anni ’80 dello scorso secolo ha visto le componenti di sport, educazione e informazione amalgamarsi all’intrattenimento, spalmando quest’ultimo ad ogni ora del palinsesto in modo inversamente proporzionale a quanto accadeva invece ai primordi della TV, quando ogni aspetto era ben separato da un altro e a presentare i diversi momenti appariva una signorina dall’aspetto familiare. E poi, l’evoluzione della tv degli ultimi vent’anni, la fiction, il reality show, e le nuove forme di fruizione: la pay tv, pay per vie, il digitale terrestre con la felice conseguenza di poter veramente scegliere cosa vedere perché l’offerta è (quasi) adeguata ad ogni domanda.

Insomma un libro che va letto per più d’una ragione: per acquisire consapevolezza sui funzionamenti (a volte anche subdoli) dei media, per poterli smascherare, per ripassare la storia della nostra televisione, che è , per molti aspetti, lo specchio della nostra storia italiana e per farsi un’idea delle futuribili evoluzioni del rapporto tra consumatori e mass-media. Ruoli che cambiano con le nuove tecnologie offerte da internet, ma con un filo di nostalgia, è bello ogni tanto leggere dei tempi in cui a presentare i diversi programmi era una signorina gentile con un sorriso familiare.

 

Enrico Menduini “I linguaggi della radio e della televisione – teorie, tecniche, formati.”

Editori Laterza 2008, pp. 233.

 

d.o.

Il lusso è un diritto?

gennaio 29, 2012

Molti di noi conoscono il “carosello” solo per fama, per sentito dire, in quanto l’ultima puntata andò in onda il primo gennaio del 1977.

Ebbene, il carosello , nato nel 1957 era una trasmissione televisiva della Rai che consisteva in una serie di filmati ai quali faceva seguito un messaggio pubblicitario , chiaro e breve. Era una società, quella italiana degli anni sessanta e settanta, profondamente diversa da quella di oggi. La Rai era veramente una “madre” che entrava in punta di piedi nelle case degli italiani e , pur dovendo pubblicizzare e vendere un prodotto commerciale, lo faceva portando avanti allo stesso tempo un messaggio intrinseco di valori educativi ( educativo nell’accezione più pura in quanto insegnava l’italiano alle centinaia di migliaia di analfabeti degli anni ’50).

Il messaggio pubblicitario ha avuto un ruolo dominante nel panorama televisivo italiano dalla nascita della tv pubblica, a quello della tv privata a scopo commerciale sino al satellite e ad oggi al digitale terrestre. E’ stato , lo spot tv, un mediatico dal potenziale enorme nell’influenzare la società e spostare i suoi valori di riferimento. Ad un certo punto sembra però che i creativi siano andati oltre. Negli ultimi anni si assiste alla diffusione di spot non solo il cui messaggio risulta incomprensibile ma traligni il normale senso etico dell’ “uomo comune” , dell’ “uomo della strada” per usare un’espressione cara a Fabris. Questo travisamento si riscontra soprattutto in spot che reclamizzino prodotti dall’utilità discutibile o comunque non di prima necessità come profumi (soprattutto nel periodo natalizio) e automobili.


Feste gioielli ville vivere negli eccessi ancora di più. Cos’è il successo? E’ ciò che possiedi? L’ostentazione è morta! Allora che cos’è il lusso? E’ il piacere che ti dà una cosa o il fatto di possederla? E’ puntare al massimo, volere sempre di più non essere soddisfatti mai. E’ avidità. tu non sai di cosa parli? A volte il vero lusso sta nelle cose più semplici. Sei solo un sognatore. A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo? Il lusso è un diritto!”

Questo spot sembra esemplare per poter analizzare la sua valenza comunicativa a più livelli. Può piacere o non piacere ma di certo non lascia indifferenti. Ciò perché il messaggio è studiato perché ad una lettura o meglio una visione disattenta e frettolosa non sia possibile comprenderne al meglio il significato ( ammesso che ce ne sia uno). Vincent Cassel soffre nello spot di uno sdoppiamento della personalità, sembra una specie di “gollum” certo più affascinante esteticamente ma anche più superficiale. Il dialogo ( che dovrebbe essere interiore ma sembra più tra Cassel e il cameraman che lo riprende) gioca su una serie di domande a cui fanno seguito risposte che cercano di far emergere due visioni diverse di intendere il lusso : una più grandiosa, fatta di sfarzo e di eccessi e una più contenuta. Il popolo del web su questo spot ha dibattuto parecchio e si trovano commenti utili a chiarire alcuni leciti dubbi: innanzitutto a molti (compreso il sottoscritto) questo spot ha fatto rabbia. Ha fatto rabbia perché innanzitutto la nostra generazione ha o dovrebbe aver acquisito una consapevolezza tale da aver intuito che l’automobile , da un punto di vista storico sarà stato un esperimento infelice durato un secolo e mezzo; poi se uno ha in odio l’inquinamento e lo sfruttamento del pianeta non può che vedere di mal’ occhio uno spot di un prodotto di un’industria di una famiglia, anzi la più importante famiglia che scelse l’automobile al posto del treno come scelta capitalista al solo scopo economico e non sociale e ambientale; e, in ultima analisi, continuare a parlare di “lusso” in un Italia che non è mai stata così povera dal dopoguerra ad oggi pare una scelta quantomeno infelice. D’altro canto i pareri favorevoli , espressi da quei giovani che ancora, (grazie a “mammà”?) possono permettersi dei commenti favorevoli hanno detto, anzi scritto, che il messaggio che traspare è invece fortemente etico e “pulito” perché insegna che il lusso può stare anche nelle piccole cose, come una piccola utilitaria italiana (Ricordo che l’automobile in questione parte da un listino di 12.510 € e che la disoccupazione giovanile è superiore al 30%, e se uno non ha neanche il lusso del lavoro, dell’Alcantara se ne fa poco o niente).

Continuando a parlare di spot di auto…


Ecco, forse l’unico commento possibile a questo spot lo propone proprio lo spot stesso: “sfacciatamente unico” . Magari rimanesse unico quest’esempio di arroganza pubblicitaria il cui scopo dovrebbe essere quello di convincere chi ambisce al Suv a spendere poco. Sarebbe interessante capire se dietro a fenomeni del genere esistano approfonditi studi di psicologia o di analisi transazionale miranti a convincere il pubblico all’acquisto o se invece siano solo il frutto di qualche creativo intellettualoide che , magari perché pagato poco e male, segua la prima idea che gli passi in mente.

E ancora..

Questo, forse, è ancora più grave. E ci consente di fare una riflessione sulla dicotomia dei significati dei messaggi che ci “bombardano” continuamente. Questo spot utilizza un primo messaggio che ha una portata oggigiorno seria ed eticamente correttissima: si tratta del “downshifting” o (tradotto) “semplicità volontaria”, è il “tornare alle origini” proposto dallo spot stesso, ovvero persone che stufe degli eccessi, dell’ipocrisia che viviamo in questa rivisitazione del terzo secolo dopo Cristo (quello per intenderci dove tutti bevevano, mangiavano e giravano su quadrighe di lusso e poi sono arrivati i barbari e l’impero ha fatto flop, o crack se vogliamo) ebbene, queste persone rifuggono la vita stressante e si lasciano alla natura (non come gli hippies agli eccessi della natura) ma come contadini, pastori, taglialegna e quant’altro di semplice e genuino ci sia . Persone che prendono decisioni di tale drammatica portata (abbandonare tutto “sul più bello” e ricominciare da capo) siamo sicuri che si lascerebbero riportare alla “non-vita” da una mercedes tra l’altro dal dubbio valore estetico? Ecco quindi che un messaggio pubblicitario, pur partendo da un messaggio di grande valore etico riesce a ribaltarne completamente i contenuti e gli effetti.

Questi pochi esempi di comunicazione pubblicitaria vanno poi messi in relazione considerando che il fruitore del mezzo tv viene sottoposto, 30 secondi dopo 30 secondi, di spot in spot a una serie di messaggi più diversi e dai contenuti più distanti tra loro. Per fortuna non esistono solo esempi negativi di pubblicità, sebbene ad una sensibilità umanistica e romantica possano sembrare i maggioritari, ma talvolta, ci si imbatte anche in spot dall’ampio valore etico e morale, come per esempio tutta la sfera della pubblicità progresso o di quegli enti no profit che operano in situazioni del globo a rischio umanitario, come questo :


Questo genere di messaggio , perfettamente incastonato negli altri, di cui sopra, come può sopravvivere nel pensiero dello spettatore senza essere sopraffatto dalla mole dell’altro genere? Come può un tale sovrapporsi di messaggi così diversi, così antitetici lasciare lo spettatore indifferente nelle proprie considerazioni da consumatore, sia di tv che di prodotti da essa reclamizzata. Come può non accendersi un moto di disgusto nel vedere per 30 secondi la gaia famiglia della “mulino bianco” consumare l’ultima novità al cioccolato e dopo 30 secondi assistere a un bambino dell’Angola gonfio d’aria accasciato per terra morente di fame.

Sono questi i paradossi del messaggio pubblicitario. Sono queste le distorsioni gravi, ben più che non le campagne Benetton (ne abbiamo discusso in classe), che tuttavia si limitano a un “Patè de bourgeois” , sconvolgere il ben pensante tanto perchè si ricordi di essere stato sconvolto al momento dell’acquisto. Il cattivo messaggio pubblicitario è più subdolo, ha una carica “non-etica” distruttiva, si inculca spot dopo spot nella mente dell’utente e appiattisce ogni livello critico, disarma i sensori di attenzione e crea nichilismo per cui un auto di lusso o un bambino che muoiono valgono entrambi 30 secondi.   

d.o.

27 Gennaio di ogni anno

gennaio 27, 2012

E’ il giorno della memoria che torna ogni anno, con il freddo dell’inverno a farci fermare per un attimo a riflettere sul passato e a gelarci il sangue, come doveva essere ghiacciato quello di quei pochi superstiti che quel giorno di sessantasette anni fa furono portati via in extremis da Auschwitz.

Ogni anno cerimoniali, articoli di giornali, film sulla Shoah riempiono questa giornata significativa di argomentazioni che di retorico hanno solo la forma.

E’ infatti essenziale essere informati ed è giusto che le nuove generazioni sin da piccoli, nelle prime classi di scuola imparino la tragedia e conoscano a memoria date e avvenimenti storici di quel periodo perché solo una cultura attenta può far maturare uno spirito critico con cognizione di causa.

Troppe volte invece questa giornata viene vissuta invece come una sorta di obbligo morale, come far visita agli anziani sotto Natale. Non è questo lo spirito. Il ricordo sottintende comprensione e per comprendere bisogna studiare. Chi ne ha la possibilità, dovrebbe almeno una volta nella vita visitare quei luoghi, Auschwitz, Mauthausen , Maly Trostenet , mettere il dito nella piaga, non temere di andare sino in fondo nel conoscere le pratiche aberranti che vi si svolgevano perché solo così, lasciandosi scioccare dalla brutalità si può cercare di provare empatia per quei disgraziati e provare a capire cosa abbia significato per loro e per la storia.

La storia a volte prende pieghe oscure , terribili ma non per questo bisogna lasciarsi intimidire e girarsi altrove, anzi, è necessario proprio in queste circostanze addentrarsi nei meandri e sviscerarne i fatti, perché sebbene nella sofferenza, siano chiari e servano da monito a tulle le generazioni future, affinché lo spirito critico sia sempre attento e vagli ogni mossa di ogni attore che potrebbe portare in scena un’altra tragedia.

d.o.

La Costa Concordia e la tragedia mediatica

gennaio 26, 2012

Sono passati tredici giorni dalla sciagura che ha portato al naufragio la nave da crociera della Costa e dal punto di vista mediatico , ancora una volta, gli “addetti ai lavori” hanno perso l’occasione di dimostrare professionalità e decenza. Non sono certo criticabili i giovani giornalisti che hanno passato giorni e nottate intere all’agghiaccio sui moli del porto dell’isola del Giglio, affannati a cercare quale giovane guardiamarina, quale sommozzatore, quale allievo sottufficiale potesse con la sola presenza compiacere in studio Barbara D’urso o Mara Venier o qualsiasi altra o altro conduttore del pomeriggio televisivo italiano; non loro, giovani precari hanno la responsabilità di discernere la notizia dall’intrattenimento morboso del'”uomo della strada” (o della casalinga pomeridiana). Ma dov’è allora il giornalismo? Sui giornali non è passato un giorno dal disastro in cui non sia stato detto tutto ciò che poteva essere detto, anche di falso. Falsità come il lancio di un agenzia , due giorni dopo la sciagura, presa per buona in cui si leggeva che gli accertamenti per l’assunzione di sostanze psicotrope su Schettino risultavano negativi. La notizia viene smentita pochi giorni dopo, infatti per avere i risultati  occorrono almeno dieci giorni e quindi era improbabile dare un risultato a quella data. I protagonisti , i militari, i vigili del fuoco e tutte quelle figure che ruotano in questi giorni intorno al relitto al Giglio, fanno più buon giornalismo che non tanti professionisti , loro attendono che la magistratura proceda, che l’indagine o le indagini seguano i propri percorsi senza essere inquinate da un vociare inutile e fastidioso. E’ il giornalista da salotto che prevale nel nostro paese ogni qual volta accada qualcosa di insolito e su cui servirebbe invece sterzare la professionalità sull’inchiesta e trasformarsi in giornalisti da guardia. Chi infatti ha preteso un’intervista ai piani alti di Costa? Chi ha assediato l’azienda cercando di rubare un sospiro, una reticenza, un errore capace di incuriosire e di fare da sola notizia? Tante storie umane di superstiti invece, parenti e amici di vittime che diventano vittime un’altra volta, del sistema mediatico paranoico che vuole la sofferenza in bella mostra ad ogni costo. La vicenda si presta perfettamente al modus operandi del giornalismo italiano: il mostro, l’eroe negativo da sbattere in prima pagina, l’eroe buono e diligente, il comandante al telefono che prende le redini nella situazione difficile, la bionda che ha la tresca col cattivo e gli oggetti misteriosi che spariscono, come il portatile e la cassa forte di Schettino. Il giornalismo sembra da questo punto di vista nella stessa posizione della nave: per metà fuori e metà in acque torbide. Se potrà tornare a galla e seguire rotte meno accomodanti a molti, farà notizia.

d.o.