Archive for maggio 2012

Dal Flash Mob al Cash Mob: dagli Stati Uniti sbarca in Italia la ricetta salvacrisi?

maggio 28, 2012

In molti conoscono i Flash Mob, ma forse non tutti saprebbero dire cos’è un Cash Mob.

Da poche settimane, i palermitani ne hanno avuto la prima prova. Infatti nel cuore di Palermo l’11 maggio s’è svolto il primo Cash Mob siciliano. Il secondo, in Italia, dopo che quello di Milano ha spezzato il ghiaccio.

Un tam tam su Facebook. Un gruppo di sconosciuti che si trovano in una piazza con 10 euro in mano. Obiettivo: spenderli in una piccola azienda della zona, rigorosamente a conduzione famigliare. Il negozio è stato scelto con relativa casualità. Unica condizione: fare la spesa in un’attività in difficoltà.

Il Cash Mob è un appuntamento al buio. Ovvero – alla moda dei Flash Mob – un incontro informale di un gruppo di persone che si danno appuntamento in un dato luogo a una data ora, con un obiettivo comune. Il negozio beneficiario è segreto per tutti, anche per l’imprenditore stesso. Chiaro l’intento: generare un flusso di cassa improvviso, imprevisto e provvidenziale per il piccolo imprenditore a sua insaputa predestinato. Per chi partecipa agli appuntamenti, oltre alla soddisfazione di potere contribuire ad un progetto imprenditoriale positivo, anche un’occasione d’incontro e di divertimento.

Mentre il primo Cash Mob della palermitana piazza Sant’Oliva è stato l’ultimo in Italia a livello di tempo, solo del 14 aprile il primo Cash Mob italiano: di Milano il primo gruppo. Appuntamento in piazzale Bacone: poi, la ricetta resta la stessa. I partecipanti sono entrati in massa e hanno speso almeno 10 euro a testa in una “bottega” del quartiere in difficoltà economiche. Segreto fino all’ultimo il beneficiato. Il tutto, per aiutare un negozio in crisi.

L’anima del gruppo milanese è Luca Valzania, romano trasferitosi a Milano, professionista di internet, che negli scorsi mesi si è interessato a questa forma solidale di aiuto al commercio al dettaglio. Una volta deciso di aprire questo gruppo, inevitabile dotarsi di tutti gli strumenti internet per promuoverlo: sito, blog, Facebook, Twitter. Come nel caso dei ben più noti Flash Mob infatti, per trovare chi parteciperà gli strumenti utilizzati sono i messaggi e le mail tra amici, ma soprattutto internet e i social network: insomma il passaparola e il web, ma soprattutto il passaparola via web.

Per ora Cash Mob Milano e Cash Mob Palermo sono i soli gruppi italiani attivi. Ma il leader del movimento milanese è alla ricerca di collaboratori (volontari) per ampliarne i confini e reclutare le storiche botteghe – meneghine e non – bisognose di aiuto. I progetti prevedono nuovi Cash Mob che seguiranno il primo su piazza milanese, e probabilmente a breve una seconda città – Torino – si unirà ai gruppi internazionali e promuoverà i primi eventi anche nel capoluogo piemontese.

Un’iniziativa, quella del Cash Mob, nata la scorsa estate negli Stati Uniti. E che, a giudicare da quanto interesse ha scatenato a soli due mesi dalla nascita, non sembra destinata a esaurirsi in pochi episodi isolati.

Frequenze digitali, il Far West continua

maggio 27, 2012

Da oltre trent’anni le frequenze radio-televisive sono materia di scontro politico a causa degli enormi interessi, non solo economici, che ruotano attorno ad esse. Tutto ha inizio nel 1976 quando una sentenza della Corte Costituzionale ammette la trasmissione televisiva in ambito locale, intaccando il monopolio della Rai e scatenando la corsa alle frequenze, ciò che venne definito il Far West dell’etere. Complice il vuoto legislativo in materia si afferma il più forte: Silvio Berlusconi, outsider nel campo dell’editoria, sbaraglia concorrenti del calibro di Rusconi e Mondadori e costruisce quello che diventerà il suo impero televisivo. Si assiste poi ad un lungo periodo di inerzia del legislatore fino alla prima legge organica sull’emittenza commerciale nel 1990, la legge Mammì, che tuttavia non riesce a portare ordine nel Far West delle frequenze limitandosi sostanzialmente a “fotografare l’esistente”, legalizzando il duopolio RAI-Fininvest. Si susseguono poi altre leggi di settore la Maccanico nel 1997, la legge Amato nel 2001, la Gasparri nel 2004, rinviata alle Camere da Ciampi, e la legge Gentiloni, che avrebbe dovuto eliminare le storture dovute all’abuso di posizione dominante di RAI e Mediaset, provocate dalla legge Gasparri, ma che non vide la luce a causa dell’interruzione prematura della legislatura. In mezzo anche quattro quesiti referendari e diciotto sentenze della Consulta. Fino ai giorni nostri quando il passaggio dall’analogico al digitale sembrava aver scritto finalmente la parola fine su un’anomalia tutta italiana, figlia di quell’iniziale occupazione selvaggia dell’etere. Come sappiamo, infatti, la tecnologia digitale, moltiplicando i canali disponibili, grazie a tecniche di compressione dati che permettono di occupare solo un sesto circa della larghezza di banda utilizzata per la trasmissione di un canale analogico, ha risolto il problema della penuria di frequenze, che nel vecchio regime aveva di fatto impedito l’affermarsi della concorrenza in ambito televisivo.

Sennonché proprio attorno alla liberazione dello spettro si innesca l’ennesima battaglia. Oggetto del contendere sei multiplex da dieci frequenze che il precedente Governo Berlusconi aveva deciso di assegnare gratuitamente attraverso il cosiddetto beauty contest (letteralmente concorso di bellezza), cioè agli operatori con forte presenza sul mercato nazionale ritenuti in grado di svolgere al massimo livello qualitativo sia il ruolo di operatore di rete che quello di fornitore di contenuti. Una soluzione, adottata anche in altri paesi europei, richiesta all’Italia dalla Commissione Europea per eliminare le anomalie provocate dalla legge Gasparri, responsabile secondo l’Europa, che per questo ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese, di aver traghettato il sistema televisivo dall’analogico al digitale mantenendo le posizioni dominanti; una soluzione per aprire dunque il mercato a quegli operatori in grado di rinfrescare un quadro immobile. Ma al concorso sono stati ammessi anche gli incumbent RAIe Mediaset (Sky, in polemica, si è ritirata dalla gara) oltre a Telecom Italia Media, 3 Italia, Canale Italia, Prima Tv ed Europa 7 sulla quale c’è poi da aprire una parentesi. Di fatto tutto sarebbe rimasto come prima: Rai e Mediaset avrebbero consolidato le proprie posizioni dominanti spartendosi ascolti e pubblicità, il contrario di quanto richiesto dall’Europa per chiudere la procedura d’infrazione. Da notare che Rai e Mediaset possiedono già quattro multiplex per la trasmissione digitale terrestre Dvb-T ciascuna (contro i tre di Telecom Italia Media che ne reclama uno in più), oltre ad un’ulteriore frequenza per il Dvb-H, la trasmissione televisiva sui cellulari, che, grazie alle recenti modifiche regolamentari, eventualmente possono convertire per la trasmissione digitale terrestre. In questo modo raggiungerebbero il tetto dei cinque mux fissato dall’Ue.

Il beauty contest sembrava ormai in dirittura di arrivo quando l’avvicendamento del novembre scorso a Palazzo Chigi spariglia le carte della partita. Al Ministero dello Sviluppo economico, titolare della materia frequenze, arriva Corrado Passera al posto di Paolo Romani. Il neo ministro, conscio della crisi che il Paese sta attraversando, comprende che è uno spreco regalare un bene pubblico come le frequenze. Congela perciò il beauty contest fino ad un mese fa, quando ecco il colpo di scena: un emendamento al decreto sulle semplificazioni fiscali approvato alla Camera, proprio su proposta di Passera, annulla definitivamente il concorso di bellezza. Le frequenze saranno assegnate, come avvenuto per quelle della telefonia, tramite un’asta pubblica al miglior offerente, da indire entro quattro mesi e divisa in due “pacchetti”: il primo (composto dai canali 6 e 7 VHF, 23, 25, 24, 28 UHF) sarà riservato alle emittenti televisive per un periodo di almeno 4 anni. Il secondo pacchetto, composto dai canali 54, 55, 58 e 59 UHF (frequenze a 700 MHz che saranno destinate dopo il 2015 alla banda larga mobile), sarà riservato sempre alle emittenti, ma per una durata inferiore: al massimo tre anni. Inevitabili le polemiche sollevate dal Biscione ma anche da Europa 7, da oltre 10 anni impossibilitata a trasmettere sulla frequenza regolarmente vinta a causa della posizione abusiva di Rete 4, mai migrata sul satellite come disposto dalla legge Maccanico. Di fatto l’unica ad essere penalizzata dall’annullamento del beauty contest. L’emittente, già ricorsa al Tar del Lazio visti gli impegni presi con le banche, denuncia che i veri favoriti dallo stop al concorso sono sempre RAI e Mediaset e che le polemiche di quest’ultima sarebbero strumentali. Non è vero – tuona Francesco Di Stefano, patron di Europa 7 – che RAI e Mediaset non possono partecipare all’asta: basta che non chiedano di convertire la frequenza Dvb-H e non arriveranno al tetto dei cinque mux. In realtà – è convinto Di Stefano – a Mediaset non interessano ulteriori frequenze poiché potrebbe già convertire gratuitamente il Dvb-H invece di pagarne un’altra. L’unico motivo che spingerebbe l’azienda di Cologno Monzese a partecipare all’asta sarebbe quello di arginare la temuta concorrenza di Sky (che come detto si era invece ritirata dal beauty contest).

Nel delirio dell’etere si inserisce anche il problema del coordinamento con i paesi confinanti, che l’Italia non ha effettuato. Sarà difficile mantenere le tv in banda 700 MHz fino al 2018. La Tunisia, ad esempio, utilizzerà tali frequenze per la banda larga mobile dal 2015. Alcuni canali saranno, da quel momento inutilizzabili dalle tv italiane in Sicilia e parte della Calabria. Il canale 56 sarà utilizzabile solo a Messina e ad Enna, il canale 58, uno di quelli che verrà messo all’asta, solo a Trapani.

Il caos delle frequenze televisive investe anche gli operatori della telefonia mobile. Con un’asta da circa 4 miliardi di euro Telecom, Vodafone, Wind e H3G si sono aggiudicati lo scorso settembre 24 lotti Lte (nuova generazione per i sistemi di accesso mobile a banda larga che si colloca tra le attuali tecnologie come l’Umts e quelle 4G ancora in fase di sviluppo) a 800 MHz (le più pregiate, servono a mandare il segnale lontano e a coprire aree vaste), 1200, 2000 (quest’ultimo andato deserto) e 2600 MHz, in arrivo dalle tv locali (nove frequenze a 800 MHz, dalla 61 alla 69) e  dal ministero della Difesa (2.6 GHz), da liberare entro fine 2012 secondo il termine imposto dall’ex ministro Romani. Quest’ultimo, secondo il settimanale l’Espresso, avrebbe ignorato la proposta del suo predecessore Paolo Gentiloni di utilizzare il beauty contest per restituire alcune frequenze alle tv locali, espropriate delle nove frequenze a vantaggio della telefonia, invece di far regali al duopolio Rai-Mediaset. Così sarebbe stato necessario far traslocare solo una parte delle tv locali interessate dall’esproprio, le quali avrebbero rinunciato alla guerra perché gli indennizzi (175 milioni di euro contro i 400 richiesti) sarebbero stati sufficienti, e la banda larga sarebbe partita senza intoppi. Così stando le cose, invece, la saturazione dello spazio potrebbe comportare interferenze tra tv e telefonia nelle zone in cui gli operatori lanceranno, a partire dalla seconda metà del 2012, la nuova generazione di rete mobile di cui si è detto: se non si trova una soluzione nelle zone in cui il segnale Lte sarà più forte di quello televisivo la tv non prenderà più il segnale digitale terrestre, perché entrambi utilizzano la frequenza di banda 800 MHz. Il rischio insomma è che per questo motivo venga ritardata l’evoluzione della banda larga mobile, utile a cittadini e imprese, come ricordato di recente dall’Unione Europea.

Mentre infatti gli altri Stati membri dell’UE investono sulla connettività l’Italia è tristemente ferma al palo anche a causa della spartizione del dividendo digitale tra i soliti soggetti. Questi ultimi d’altra parte continuano a investire su piattaforme di broadcasting passivo senza sfruttare a pieno le opportunità offerte dal digitale. Si pensi ad esempio ai nuovi concetti interattivi quali il T-Banking, il T-Governement e il T-Learning che consentirebbero ai telespettatori di accedere comodamente e direttamente da casa mediante il telecomando ad alcuni servizi di utilità quotidiana come la richiesta di certificati, il pagamento di bollette, la richiesta di estratti conto. Nella guerra per le frequenze a rimetterci, ancora una volta, sono gli utenti.

 

Federico Zappone

Occhi puntati su Tim Cook: l’erede di Jobs accusato di “normalità”

maggio 27, 2012

Fortune, nota rivista americana di business, punta i riflettori su un mondo a lei caro, fatto di mele sgranocchiate e amabili Ceo, dedicando copertina e articolo principale dell’ultima edizione alla figura di Tim Cook e a Apple.

Lo scorso marzo gli Editor del magazine non hanno avuto alcun dubbio nell’assegnare alla azienda di Cupertino il primo posto all’interno della classifica delle compagnie più ammirate al mondo. A convincerli avvenimenti salienti che hanno caratterizzato il 2011, come il lancio dell’iPhone 4S e dell’iPad 2, ma soprattutto il raggiungimento di una capitalizzazione di mercato da record che ammonta a 500 miliardi di dollari.

Questo mese, invece, il giornalista Adam Lashinsky firma di svariati articoli dedicati alla sfera Apple, ma soprattutto autore dell’enorme successo editoriale “Inside Apple”, esamina come stia cambiando Cupertino sotto la gestione di Tim Cook a nove mesi dalla morte di Steve Jobs.

Ma facciamo un passo indietro: Tim Cook, chi è costui? Origini modeste, figlio di un operario e di una casalinga, si laurea in ingegneria industriale all’università di Auburn (Alabama) per poi spiccare il volo verso una carriera folgorante in IBM, seguita da una breve permanenza in Compaq, fino alla chiamata di Jobs nel ’98 con il compito di ammodernare l’intero assetto produttivo e logistico di Apple. Dedito al lavoro come il suo “boss”, in poco tempo Cook nel campus di Cupertino diventa secondo solo al genio dal dolcevita nero, andando a sostituirlo la prima volta nel 2004, durante i due mesi di assenza dovuti all’intervento chirurgico subito, poi ancora nel 2009 e a inizio 2011.

Quando nell’ottobre scorso Jobs lascia questo mondo insieme alla sua creatura da miliardi di dollari tocca proprio a Cook, nominato nuovo Ceo pochi mesi prima, prendere in mano le redini della azienda, considerato ormai da tempo il più adeguato, forse l’unico, a ricoprire un tale incarico. Voci e opinioni contrastanti segnano questo storico passaggio, da alcuni visto come la fine di un’epoca, da altri la sua miglior prosecuzione. Due uomini, due figure, due leader totalmente differenti: Jobs, nato per essere protagonista, istrione destinato a calcare il palcoscenico del successo, noto per il suo carattere fortemente temperamentale; Cook, riflessivo, freddo, abituato a stare nell’ombra e a non alzare la voce.  Ma l’ex braccio destro di Jobs gioca ormai da anni un ruolo chiave nella azienda e se apparentemente la scelta di Cook come successore  desta in alcuni paura e perplessità (non ancora scomparse), attualmente i risultati ottenuti dal nuovo Ceo le rendono giustizia. Nessuno pensa che sostituire Jobs sia compito facile, per molti è un compito impossibile, ma ciò nonostante Tim Cook ha dimostrato di avere tutte le competenze per poterlo fare, o almeno di aver saputo fin’ora gestire l’eredità lasciatagli dal caro amico senza farne sentire la mancanza.

Leggendo l’ articolo di Adam Lashinsky, pubblicato su Fortune di giugno, vediamo come il business della Mela sotto la direzione del nuovo Ceo sia sensibilmente cresciuto grazie al lancio di nuovi prodotti, quali iPhone 4 e iPad 3, i due articoli Apple di maggior successo fino ad oggi. Ma per i risultati più interessanti lasciamo che siano i numeri a parlare: nel periodo di gestione Cook il valore di Apple è aumentato di 140 milioni di dollari, il fatturato annuale della compagnia ha raggiunto i 108 miliardi, spinto da un aumento dell’81% nelle vendite di iPhone e un picco del 334% in quello degli iPad; rialzi su tutta la linea a spiegazione dell’aumento del 75% delle azioni durante questo ultimo periodo.

Dal punto di vista dei risultati, dunque, Cook ha più che soddisfatto e anche oltrepassato le aspettative di Wall Street e anche gli investitori, come i dipendenti della azienda, sembrerebbero apprezzare il carattere più mite, pacato, disponibile del nuovo Ceo rispetto ai silenzi stampa di Jobs, volutamente assente da quasi tutti gli incontri pubblici che non fossero i tanto attesi keynote di lancio dei nuovi prodotti.

Un’impostazione, quella adottata da Cook, che nell’ottica di Lashinsky starebbe però trasformando la fabbrica dell’avanguardia e del rischio lungimirante, in un’azienda dall’organizzazione interna maggiormente conservativa e tradizionale, aperta e corporativa rispetto al passato: più “normale”, considerata la sua struttura precedente. Secondo la testimonianza di Max Paley, ex ingegnere dipendente per 14 anni della Apple, il volere e le decisioni della categoria da lui rappresentata, fino a poco tempo fa di fondamentale importanza nella gestione delle scelte, non sarebbero più così preminenti. Questo cambiamento, insieme alla maggior propensione di Cook alla razionalizzazione, renderebbero l’azienda un “motore esecutivo” guidato da dirigenti orientati agli affari e meno dipendenti caratterizzati da esperienza tecnica e di progettazione.

In realtà Cook sta rispettando la maggior parte della cultura aziendale unica di Apple, mettendo in atto solo alcuni cambiamenti necessari e che la maggior parte degli impiegati auspicava profondamente da tempo ma sempre rifiutati, forse per estrema ostinazione, dal suo predecessore.

Insomma, sembrerebbe un lavoro meritevole e degno di lodi quello portato avanti fino ad ora dall’ingegnere cinquantunenne, coronato da un ultimo gesto che apparentemente potrebbe stupire e portare a definirlo addirittura un filantropo. A seguito del comunicato stampa del 25 maggio con cui Apple ha ufficialmente confermato di voler pagare i dividendi aziendali già dal 1 luglio, Cook ha espresso apertamente l’intenzione di voler rinunciare alla propria parte che ammonterebbe a circa 75 milioni di dollari. Una scelta definibile onorevole, ma forse non tutti sanno che a differenza di Jobs che percepiva formalmente un dollaro l’anno di compensi, Cook incassava già uno stipendio di 900.000 dollari l’anno, salito a ben 378 milioni di dollari (di cui 900.017 di salario annuo di base, 900.000 dollari di incentivi e 376,18 milioni di dollari in azioni vincolate) con la “promozione”, aggiudicandosi così il posto di amministratore delegato più pagato d’America nel 2011, almeno per quanto concerne le entrate effettive, secondo un’inchiesta condotta dal Wall Street Journal in collaborazione con Hay Group.

Tornando in conclusione alla visione fornita da Fortune, Cook non sembrerebbe voler imitare Jobs, ma guidare Apple secondo il proprio stile, le competenze accumulate negli anni e un approccio pacato e disponibile rispetto all’idolatrato, ma innegabilmente duro e collerico Jobs. E se nella visione di Lashinsky l’azienda sta diventando più “normale”, in conformità con le tradizionali corporation statunitensi, con più riunioni e forse anche dissidi interni, innegabile è che Cook stia lavorando bene, meritandosi montagne di dollari; non dimentichiamo che a indicare Cook come suo sostituto fu proprio Jobs otto anni fa, quando decise di affidare a lui il timone della nave durante la sua prima assenza forzata e la scelta di nominarlo Ceo ad agosto, molto probabilmente, è stata solo l’ufficializzazione di una delle tante lungimiranti decisioni che hanno reso Jobs unico e inimitabile.

Dunque, chissà che lasciandoci in eredità il suo più fidato collaboratore come suo successore, pienamente consapevole di quanto fosse diverso da lui, il -non troppo- buon vecchio Steve non abbia voluto farci un ultimo regalo, allineandosi fino alla fine con la filosofia che lo contraddistingueva da sempre: stupire affidandosi al cambiamento, riuscendo a vedere oltre prima degli altri. Solo il tempo potrà dirlo con certezza. Per adesso, anche da una “iCloud” a forma di Apple, ancora una volta Steve rulez. 

Carolina Piola

Come ottenere una buona indicizzazione dei post?

maggio 25, 2012

 

 

Come ottenere una buona indicizzazione dei post? è stata la domanda che ha accompagnato il mio tirocinio universitario.

Ho svolto il mio tirocinio  presso la libreria commissionaria di Corso Firenze (Genova) E. S. Burioni Ricerche Bibliografiche. L’azienda, oltre a essere la fornitrice delle biblioteche di alcuni importanti atenei italiani (Genova e Bologna per esempio) e a lavorare quindi all’interno di un circuito di clienti “istituzionali”, gestisce un portale di e-commerce vendendo libri ai “privati” attraverso il suo sito web Libon.it. Inoltre, l’azienda gestisce un blog i cui post sono pubblicati sulla homepage del sito aziendale. Il blog si chiama Libon News Blog e i suoi post sono di argomento editoriale-letterario: i libri in uscita (sia italiani che stranieri), le classifiche dei libri più letti o venduti (in Italia, Francia, Germania, UK, USA), i premi letterari, gli autori premiati ecc…

Da subito, la mia mansione all’interno dell’azienda è stata più o meno mirata: gestire il blog aziendale Libon News Blog e redigerne i post. Allo stesso modo, da subito è stato chiaro  l’obiettivo che mi sarei dovuto prefiggere: aumentare la visibilità dei post sul web, quindi aumentare la visibilità del sito aziendale cui i post rimandano. In altre parole, l’intenzione era quella di arrivare a far leggere i post a un numero maggiore di utenti web e quindi di far conoscere il sito a utenti “nuovi”.

Che cosa vuol dire “aumentare la visibilità dei post sul web”?

Ogni post pubblicato da un blog registrato quindi “riconosciuto” da un motore di ricerca (Google, Yahoo, Ask.com ecc…) viene indicizzato all’interno del database del motore di ricerca stesso.  Il termine ‘indicizzazione‘ indica l’assorbimento di un sito web o, in questo caso, di un post all’interno delle pagine di un motore di ricerca e implica che l’elemento “assorbito”, da quel momento in avanti, possa comparire nelle pagine di risposta del motore di ricerca alle interrogazioni degli utenti web. Tuttavia, per aumentare la visibilità di un post non basta la semplice indicizzazione. Occorre invece un buon ranking o posizionamento. Qui il discorso cambia: non si tratta semplicemente di inserire un post nella Rete, ma di garantirne un buon posizionamento nelle pagine del motore di ricerca in modo tale che compaia “in alto”, tra le prime risposte del motore, a seguito di una ricerca dell’utente.

Questo è l’obiettivo da perseguire per aumentare la visibilità di un blog sul web: migliorare il posizionamento dei suoi post.

Come garantire un buon posizionamento ai post?

Innanzitutto, occorre tenere presente che la ricerca dell’utente web viene condotta attraverso poche parole-chiave o keywords. L’utente web che non conosce già la URL del sito, o, in questo caso, del blog cui vuole arrivare, spesso svolge una ricerca “a tentativi” utilizzando alcune parole-chiave inerenti all’argomento di suo interesse. Per questa ragione, penso che il blogger che voglia raggiungere nuovi lettori debba restringere l’argomento di pertinenza del suo post e costruirlo attorno a poche parole-chiave in merito alle quali il suo post risulti tra le prime risposte del motore di ricerca. In altre parole, secondo la mia esperienza il blogger dovrebbe per prima cosa (1) restringere il campo tematico del suo post, e poi, una volta fatto questo, (2) pensare a dare al suo post un alto posizionamento all’interno del motore di ricerca.

1. Per quanto riguarda il primo punto, nel mio caso ho deciso di postare soprattutto in merito alla pubblicazione di un singolo libro. Così facendo, ho ristretto l’argomento dei post al singolo prodotto editoriale e al suo autore, e ho ristretto notevolmente la fascia dei possibili lettori circoscrivendola agli utenti web che conoscono già il prodotto editoriale e ne cercano notizie in merito sul web. Solo tra costoro cerco nuovi lettori. Ecco alcuni esempi: 1.2.3.

2. Per quanto riguarda il posizionamento del post nelle pagine del motore di ricerca, occorre fare un discorso più specifico alla tecnica di scrittura. Secondo la mia esperienza e secondo quanto ho appreso consultando il sito web di consulenze SEO Goatseo.com, un post deve:

  1. essere composto da un numero totale di parole non supeiore a 200;
  2. avere 2 o 3 keywords inserite nel titolo e riprese (almeno) nella prima frase del testo;
  3. avere un alto numero di collegamenti ipertestuali ad altri siti web ma, soprattutto, al sito web di afferenza del blog.

Seguendo queste regole di scrittura, il post risulterà “gradito” al motore di ricerca e, relativamente alle keywords utilizzate dal redattore, raggiungerà alte posizioni di ranking nelle pagine del motore di ricerca stesso.

 

 

Alberto Cavallo

Sottotitolando con inchiostro elettronico… si va perdendo la passione per i libri pop-up

maggio 22, 2012

Per i ferrati di tradizione come me, la definizione di eBook, libro in formato elettronico, come un semplice file PDF, riporta alla mente l’odore di carta umida, sporca, nuova, anche quella che trovano gli habitués degli archivi, gialla, essendo un habitat ed un ecosistema di foxing.

Un ebook può essere letto su un computer oppure su un dispositivo di lettura dedicato. Quando ci si riferisce a quest’ultimo si parla di eBook reader oppure più semplicemente eReader

by Gartner

L’eBook reader è dunque un dispositivo, non retroilluminato (cioè che non emette luce), che utilizza una tecnologia ad inchiostro elettronico chiamata e-Ink, completamente diversa da quella LCD in uso nei tablet e nei display LCD che normalmente utilizziamo. Un eBook Reader permette di caricare un gran numero di testi e di leggerli e fare ricerche. I più evoluti permettono anche di connettersi tramite Wi-Fi o 3G e attraverso tale connessione, scaricare nuovi titoli. In genere gli eBook readers permettono di inserire note e sottolineature nel testo e inserire segnalibri nelle pagine.

Con mia grande sorpresa, nella mia scoperta del “Salone del libro per ragazzi” nella città della Zizzola (Bra, Piemonte), durante la chiusura musicale accompagnato dalla “Banda di Piazza Caricamento” sono i bambini che alzano, tirano, voltano, scoprono… e la pagina animata, in rilievo, a tre dimensioni, “salta su”. Diventa gioco, teatro, magia, scoperta. I libri pop-up (così chiamati dall’editore Blue Ribbon Press negli anni Trenta) fecero la loro prima comparsa come strumenti didattici per la spiegazione di teorie e ricerche in campo scientifico, quindi destinati agli adulti. È solo verso la fine del ’700 che si cominciarono a pubblicare i primi libri destinati “a passare il tempo” in modo “dilettevole”.
Sicuramente un impulso a questa produzione derivò dalla confezione dei giocattoli ottici. La lanterna magica, gli specchi curvi, le macchine ottiche (strumenti di origine scientifica) riconvertirono la propria destinazione, diventando molto popolari per la loro spettacolarità, così preparando i tempi della stampa dei libri animati per l’infanzia di metà Ottocento. Quando la Dean & Son, per prima, ne avviò la produzione, pubblicando Dame Wonders Transformation.

Con questa secolare tradizione alle spalle, i libri pop-up sono un fenomeno commerciale di successo recente; va fatto risalire a non molti anni fa il boom di questa produzione. C’è da sottolineare che la loro progettazione ingegnosa e complessa è appannaggio pressoché esclusivo di paesi quali l’America e l’Inghilterra. Anche se in Italia potete contare, da qualche anno a questa parte, su Massimo Missiroli che, già famoso come collezionista, ora si fa apprezzare come paper engineer a livello mondiale. Suoi i pop-up Pinocchio, su disegno di Lucia Salemi, e La mucca Moka e Fred Lingualunga su disegno di AgostinoTraini, pubblicati da Emme Edizioni.

 Questo forte contrasto mi preocupa, accetto l’uso di libri elettronici per evitare di sottolineare e prendere note sui volumi cartacei (forse è l’etica di un archivista che parla in questo momento), e lo rifiuto perche, come ben sappiamo, tanti e-readers hanno la capacità di condividere informazioni di importante rilevanza commerciale relative alla privacy per i produttori, come fanno i gentili signori di Amazon offrendo dati statistici più che interessanti, essendo così schiavi di questo sistema di condivisione di informazione con fine di uso e crescita commerciale esclusivamente per i produttori.

The Global eBook Market 2011

Sotto questo gruppo ritroviamo informazioni sui passi più sottolineati su Kindle. Sembra che una delle frasi più evidenziate dai lettori sia la leggendaria citazione di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen:

“È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.”

Inizia così il romanzo capolavoro della scrittrice ottocentesca che ha come protagonista la famiglia Bennet: padre, madre e le cinque figlie Jane, Elizabeth, Mary, Kitty e Lydia. Fino a oggi, questa frase è stata sottolineata da più di 8800 utenti di Kindle. In realtà non si tratta della più gettonata bensì della terza classificata.

Essendo la frase più sottolineata nella storia di Kindle, uno dei formati di lettura eletronica più popolari nel mondo:

“Perché a volte succedono cose che non si è preparati ad affrontare.”

Tratta della trilogia di Hunger Games di Suzanne Collins.

La cosa curiosa è che Collins occupa anche il secondo il quarto, il quinto, il sesto, l’ottavo, il nono ed anche il decimo posto.

 Siamo preparati ad affrontare tutto ciò che sorge ogni minuto nel mondo dell’editoria, dell’ informazione e del mondo digitalizzato ? O dobbiamo decidere di gestirlo affinchè non vada aldilà della capacità cognitiva umana?

Zine El Abidine Larhfiri                                                      zine@usal.es

Dior val bene un reato?

maggio 9, 2012

Ormai da qualche mese è divampata su YouTube una polemica tale da aver provocato commenti a raffica e  il caricamento di tantissimi video risposta. Tutto è nato a partire da questo video: http://www.youtube.com/watch?v=2BdIbjCGGXM

Riassumo per chi non fosse interessato a vedere il video per intero. La protagonista della vicenda è una ragazza che, sotto lo pseudonimo di TheVelena, carica su YouTube video di make up, seguendo quella che sembra essere l’irresistibile moda del momento, un boom già esploso, se pensiamo che la capostipite, Clio Makeup, ha già scritto libri e ha già condotto un programma in televisione. TheVelena è stata contattata da una donna a proposito del comportamento di sua figlia, che, ipnotizzata dai tutorial e dal luccichio dei costosi prodotti reclamizzati dalle cosiddette “guru”, è arrivata a rubarle ben cento euro dal portafoglio per spenderli in trucchi, nonostante conoscesse bene le precarie condizioni economiche della sua famiglia e i problemi di salute della sorellina.

Ecco che iniziano i guai. Centinaia di ragazze hanno espresso la loro opinione sull’argomento lasciando commenti sotto al video (cancellato e successivamente reinserito nel canale) e sotto alle decine di risposte di altre youtubers.  Il problema sollevato è grave: chi è che sbaglia? La ragazzina vanitosa ed egoista che ruba per farsi bella o chi nei video dà il cattivo esempio instillando invidie, falsi bisogni e desideri consumistici proibiti? O addirittura la demoniaca tecnologia che, nuovo oppio dei popoli, offusca la realtà “tastabile” in favore di una realtà virtuale in cui tutto è favolisticamente possibile? Chi è da bacchettare sulle mani?

Tutto ciò non suona affatto nuovo, perché l’abbiamo davanti agli occhi da una vita. Sono stata una bambina che sbavava davanti alla televisione per avere le videocassette Disney, la nave spaziale dei Lego e Lo Hobbit di Tolkien, e come me, la maggior parte dei bambini guardava sospirando le pubblicità dei giocattoli per poi chiedere con gli occhioni alla Gatto con gli Stivali “me lo compri, mamma?”.

Siamo cresciuti con le pubblicità, il cui scopo è proprio quello di accattivare, attivare bisogni secondari e, in ultima analisi, aumentare le vendite dei prodotti. È noto che il linguaggio pubblicitario utilizza strategie comunicative retoriche, spesso basate su falsi dilemmi del tipo: “ O compri il favoloso shampoo Persemprelisci&belli o ti accontenti di prodotti scadenti; ti accontenteresti di prodotti scadenti?Ma ovvio che no! Quindi compra il favoloso shampoo Persemprelisci&belli”. Siamo sopravvissuti tutti senza andare a vendere al mercato nero i lampadari della nonna e i cimeli di famiglia.

Le ragazze che caricano i video su YouTube non vanno bollate come perfide Pifferaie Magiche che attirano ragazzine innocenti nel baratro della perversione consumistica, condividono con la “YouTubesfera” le loro passioni spendendo i soldi che possiedono nel modo che desiderano, senza costringere nessuno all’emulazione. Nemmeno YouTube, d’altra parte, merita di essere condannato, è uno dei tanti mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione, ed essa di per sé ha una connotazione neutra, siamo noi a decidere in quale modo sfruttare le sue potenzialità e gli orizzonti che essa ci spalanca davanti (Nobel docet).

La polemica scoppiata sul canale di TheVelena è un campanello d’allarme, che mostra che molti giovani si avvicinano alla tecnologia in modo deviante, senza possedere i giusti strumenti per non essere risucchiati nel vortice della Rete. Sarò demodè, ma credo fermamente che soltanto una base costituita da un’educazione ferma e saldi principi possa essere il presupposto per un utilizzo corretto, cosciente e sicuro dei mezzi che abbiamo a disposizione.  Sembrano argomenti superati, ma qui non si tratta di fare brutta figura al circolo di bridge perché si beve il caffè con il mignolo sollevato, si tratta di conoscere il valore del denaro e delle cose, per non trovarsi nel Paese dei Balocchi e finire irrimediabilmente a far parte dello spettacolo delle marionette, senza essere padroni di se stessi e artefici del proprio futuro.

                                                                                                                                           Marta Paonessa

Il check-up del Guardian sullo stato di salute del web

maggio 6, 2012

E ancora una volta è il britannico The Guardian a spendere energie e talenti in nuovi progetti destinati a lasciare il segno. Di pIloche settimane fa l’ultimo step della sezione tecnologia: la OpenNet Initiative, un’inchiesta che si è snodata nell’arco della terza settimana di  aprile, ma che rimarrà online (e in home page) per il restante anno come un vero e proprio sotto-sito. Si tratta di una mappatura illustrata sullo stato dello sviluppo e delle libertà di internet in vari Paesi del mondo.

Il quotidiano ha scelto un’equipe di collaboratori per sondare il livello di trasparenza del web Paese per Paese, lo sviluppo della rete e lo stato delle libertà. Naturalmente, gli indici sono applicati in maniera diversa a seconda della situazione politica di ciascuno degli Stati analizzati.

All’interno di un impianto già pubblicato a inizio aprile – che contiene anche la stupenda mappa interattiva per colori che riproduce l’intensità delle violazioni sulla libertà della rete nei vari Paesi – durante la scorsa settimana ogni giorno è stata aggiunta una serie di articoli di approfondimento.

Frutto della “settimana speciale d’inchiesta” (così rinominata dallo stesso The Guardian), ecco completata la grande mappatura dell’universo web.  Con una mappa interattiva (che si può esplorare Paese per Paese), ad ogni stato è dedicato un approfondimento che si affianca ai dati crudi e alla situazione politica generale snocciolata attraverso servizi ad hoc di diversi corrispondenti. Per ogni Paese si può aprire – dalla mappa interattiva – un pdf abbastanza consistente, capace di dare dei voti su trasparenza e costanza del servizio internet, sulla penetrazione del web nel Paese e sulla legislazione vigente.

La OpenNet Initiative ha analizzato l’interferenza tra Governo e internet in ben 74 Paesi. Mantenendo la coerenza e precisione per cui è noto il quotidiano britannico, nell’inchiesta il livello di libertà del web è analizzato in base a diversi indicatori: politico, sociale, di coerenza, di trasparenza, di sicurezza e in base agli strumenti.

Il primo valuta il controllo, da parte del Governo, di siti web che esprimono opinioni in opposizione al Governo stesso, dando particolare attenzione a diritti umani, libertà d’espressione, diritti delle minoranze e dei movimenti religiosi. L’indicatore sociale rileva invece l’interferenza del Governo con i siti web contenenti materiale legato a sessualità, gioco d’azzardo, droghe e alcol, così come altri argomenti che possono essere socialmente sensibili o percepiti come offensivi. La coerenza misura le variazioni di filtraggio all’interno di un Paese tra diversi fornitori di servizio Internet, mentre la trasparenza è classificata sulla base del livello rispetto al quale il Governo si impegna apertamente nel filtraggio. La categoria del conflitto analizza l’interferenza del Governo con i siti web contenenti materiale relativo ai conflitti armati, dispute di confine, movimenti separatisti e gruppi di militanti, mentre la classe degli strumenti stima l’interferenza del governo con i siti web che forniscono servizi come la posta elettronica, internet hosting, ricerca, traduzione, Voice-over Internet Protocol (VoIP) servizio telefonico e metodi di elusione.

La cartella dedicata all’Italia si apre con note positive: “L’Italia promuove la libertà di espressione online permettendo l’accesso alla maggior parte dei contenuti”, subito stroncate da considerazioni importanti su legislazione e digital divide:

“Il Governo italiano è sempre stato molto lento ad affrontare e legiferare, sulle questioni della privacy e della libertà d’informazione e le preoccupazioni che lo riguardano. Inoltre, l’Italia è molto indietro, rispetto al resto dell’Europa, in termini di penetrazione della rete”.

Come molti dei paesi dell’Unione Europea, l’Italia regola determinate categorie di siti web, compresa la pornografia infantile e il gioco d’azzardo, e ultimamente è stata proposta una legge (recentemente chiamata la legge Levi-Prodi) che imponeva di registrarsi e di pagare le tasse a chiunque creasse contenuti ritenuti editoriali, compresi i blogger. La legge, che ha affrontato una significativa opposizione, fin’ora non è passata.

A corredo della scheda informativa, l’ultima creatura del The Guardian aggiunge un approfondimento su background politico, storia di internet in Italia e una dettagliata storia delle cornici legali e regolamentari di internet nel nostro Paese e dei casi giudiziari legati all’utilizzo di internet in Italia, per concludere poi con un report sullo stato della sorveglianza su internet. Le conclusioni cui arriva Il Guardian sullo stato del nostro web, ritraggono uno stato che – anche se in questo momento ha delle norme in corso per proibire l’accesso ad alcuni siti web in determinate categorie – mantiene un relativamente libero accesso alla rete, se si escludono alcuni filtri, , particolarmente quelli che riguardano il giochi d’azzardo.  Causa di preoccupazione il potenziale passaggio della legge Levi-Prodi, scintilla che potrebbe portare all’aumento degli sforzi del governo di sorvegliare internet.

Il quadro d’insieme di ogni Paese è descritto attraverso un confronto tra dati, situazione politica e stato del web. Lo stato di salute di internet non viene mai analizzato – dai corrispondenti del Guardian – senza tenere conto dalla situazione politica e sociale del contesto. Inoltre, a seconda dei Paesi, le informazioni dei corrispondenti sono pubblicate anche in lingua madre.  Particolarmente rari e preziosi gli studi che il Guardian sta pubblicando su Est Europa e Russia, da dove scrive la corrispondente da Mosca Miriam Elder, mentre sulla mappa di Internet l’Estonia, madre di Skype, è diventata una piccola superpotenza.