Archive for giugno 2012

Penny auctions: un modello di business 2.0

giugno 23, 2012

In questi ultimi anni è letteralmente esploso il fenomeno delle aste online, in particolare delle cosiddette penny auctions, o aste al centesimo. Basta una semplice ricerca su Google e ci si trova davanti una lista lunghissima di siti che reclamizzano prodotti a prezzi nettamente inferiori a quelli di mercato. E sui blog proliferano le discussioni in merito, tra commenti entusiastici, lamentele e tentativi più o meno riusciti di spiegare il funzionamento di questa particolare forma di e-commerce. Addirittura sono nati portali dedicati, blog che mettono in guardia dalle truffe o diffondono improbabili strategie per massimizzare le vincite, servizi che indicizzano i siti di aste a pagamento e ne riportano statistiche, classifiche, storico delle vincite. Tanto per dare un’idea, allpennyauctions.com rileva l’esistenza di più di mille siti, di cui la metà circa sono attivi oggi (dati aggiornati al 22/06/2012).

C’è una folta webgrafia che spiega il meccanismo su cui si fonda questo tipo di vendita. Si tratta comunque di un sistema piuttosto semplice: l’utente si registra al sito, acquista un pacchetto di puntate (o bid) e può cominciare subito a partecipare alle aste che ritiene più interessanti. A differenza delle aste tradizionali, i prodotti non hanno un prezzo di partenza fissato dal venditore, ma il valore di ogni oggetto parte da zero e sale di un centesimo per ogni puntata effettuata. Alla prima offerta inizia un conto alla rovescia, solitamente della durata di qualche decina di secondi, che ricomincia ad ogni nuova puntata. Allo scadere del timer, si aggiudica il prodotto l’utente che ha puntato per ultimo. La maggior parte delle aste si chiude in effetti con la vendita di oggetti a costi apparentemente stracciati. Tuttavia, ogni puntata viene acquistata a un prezzo che può variare dai 10 ai 70 centesimi circa, a seconda del sito che offre il servizio e delle varie promozioni, ma nel momento in cui viene giocata fa aumentare il valore del prodotto di un centesimo soltanto. Per fare un esempio, se un utente si aggiudica un iPad a 100€ significa che sono state fatte 10.000 puntate; ipotizzando un valore medio di 40 cent a puntata, il sito in questione ha un ricavo di 0,40€ x 10.000, ossia di 4000€, più il prezzo di vendita dell’iPad, in questo caso i 100€ di cui sopra. E’ facile intuire quali siano le prospettive per un business di questo tipo: i clienti vengono attratti dalla possibilita di accaparrarsi prodotti hi-tech (ma si vende un po’ di tutto, perfino le automobili) facendo ottimi affari, e naturalmente maggiore è il numero dei partecipanti (e delle puntate), maggiori sono i guadagni per il gestore.

Si tratta di un modello a dir poco geniale, ma allo stesso tempo “diabolico”, soprattutto per gli utenti più sprovveduti. Succede anche che alcuni giocatori, un po’ per fortuna, un po’ per abilità, riescano a fare acquisti davvero vantaggiosi. Ma la vittoria di uno è pagata da tutti gli altri partecipanti che hanno fatto una o più puntate, dato che queste non sono in alcun modo rimborsabili. E’ più o meno come se tutti pagassero una parte di un prodotto che però finirà nelle mani di uno solo (per questo motivo le aste al centesimo vengono chiamate anche, in modo forse un po’ eufemistico, aste sociali). E infatti ci sono anche persone che pur continuando a giocare (e a pagare) non riescono a portare a casa nulla, o che si trovano a dover corrispondere un prezzo a prima vista conveniente, ma che sommato al valore delle puntate, anche di aste passate, oltre a IVA e spese di spedizione, può risultare molto vicino, se non superiore, a quello di listino di un qualunque negozio.

In alcuni siti, ad esempio su madbid.com o prezzipazzi.com, c’è anche la possibilità di partecipare ad aste per aggiudicarsi dei pacchetti di puntate extra. Questa è senza dubbio una strategia di marketing molto raffinata: si vende un bene che al gestore non costa nulla, e in più permette di guadagnare ulteriormente sulle aste successive. Infatti, anche se alcuni bid risultano gratuiti per un utente, una volta giocati contribuiscono a far alzare il prezzo di vendita e il numero di puntate complessive da parte degli altri giocatori.

Per la facilità con cui si possono spendere soldi quasi senza accorgersene, le scarse probabilità di vittoria e la concreta possibilità di perdere denaro senza ottenere nulla, la pratica delle aste al centesimo è stata accomunata da alcuni a quella del gioco d’azzardo (in effetti gli stessi termini utilizzati, come “puntata”, “vincita” ecc…richiamano in maniera inequivocabile il campo semantico del gioco). Altri aspetti che suscitano le perplessità di blogger e associazioni dei consumatori sono la pubblicità, spesso considerata ingannevole, e la presunta non-trasparenza dei sistemi di gestione di puntate e vincite. Si tratta comunque di un’attività del tutto legale, che muove un volume d’affari complessivo di 380 milioni di dollari americani, ed è in continua crescita. Per qualcuno può anche essere un’occasione per risparmiare, o semplicemente per divertirsi, l’importante è essere consapevoli di come funziona il sistema e dei rischi che comporta.

Eccesso di Social: quando la diagnosi è Facebook

giugno 22, 2012

La diffusione di Facebook, ma anche di altri social network come per esempio MySpace o Twitter, ha avuto negli ultimi anni un incremento esponenziale e inarrestabile di iscritti, desiderosi di poter mettere online la propria persona, in modo da poter ricontattare amici persi di vista o conoscere persone nuove, condividendo video, foto, opinioni, e pensieri. Pochi strumenti di Internet sono stati presi d’assalto e usufruiti come i social network, allettanti con la loro promessa di mettersi in gioco in prima persona, dando la possibilità di collegarsi con conoscenti anche lontanissimi con pochi click, pura espressione del web 2.0. Nel 2008 l’Italia deteneva il record mondiale di utenti iscritti a Facebook, al quale fanno parte anche personalità di spicco (nota e al centro di numerose polemiche è la pagina del cantante Vasco Rossi, che se ne servì per rassicurare e ragguagliare i suoi numerosi fan sulle sue condizioni di salute) come attori, scrittori, ma persino politici, importanti manager. Le potenzialità di Facebook, nato dalla mente di Mark Zuckerberg, sono sicuramente strabilianti, innovative, rapide e divertenti, qualità che fanno ben capire il suo successo globale.
Come tutte le cose, però, anche i social network possiedono un lato oscuro, soprattutto se utilizzati in maniera inappropriata o eccessiva. Se da un lato sono capaci di creare aggregazioni, formare gruppi di persone con le medesime passioni, contattare a costo zero amici e parenti, i social network al pari del fumo e dell’alcol possono insospettabilmente creare forme di dipendenza più o meno gravi. Si sta parlando della Social Network Addiction, della Friendship Addiction e della Nomofobia, e malgrado la cosa possa far sorridere i più, non sono da prendere alla leggera: si tratta infatti di vere e proprie dipendenze dal web, che portano a un ossessivo controllo delle nuove notifiche, degli aggiornamenti, e la ricerca patologica di nuove amicizie da poter inserire nel proprio profilo. Per meglio definire la gravità di queste condizioni, basti pensare che anche esse sono suscettibili dei sintomi di Craving: il soggetto pensa e ripensa frequentemente al momento in cui potrà connettersi, in maniera ossessiva, impulsiva, al punto da condizionare la propria vita privata e lavorativa in base ai momenti in cui potrà accedere al social network al quale si è iscritto.
Nelle persone colpite da tali dipendenze vengono inoltre riscontrati casi di assuefazione al web, ossia la necessità di restare collegati alla propria pagina per un certo periodo di tempo, che prosegue in un crescendo di ore, fino a raggiungere un livello di appagamento (stessa cosa accade ai drogati, che per sentirsi bene devono obbligatoriamente assumere quantità giornaliere di droga sempre maggiore). Oltre all’assuefazione i soggetti colpiti da tali sindromi mostrano anche sintomi di astinenza: un disagio fisico più o meno intenso che si scatena nell’impossibilità di collegarsi al proprio profilo per un certo periodo.
Cosa fa scaturire nelle persone tali nuove forme di dipendenza? I social network rappresentano nella nostra modernità un mondo sicuro e controllato dove istaurare rapporti sociali, amichevoli e affettivi molto più facilmente e senza rischi a confronto con i legami che possiamo realizzare nella realtà oggettiva, che presuppongono un contatto diretto che per taluni riesce ostico; non a caso, infatti, i rapporti sociali veri vanno via via diminuendo, rimpiazzati da quelli digitali forniti dai social network. Tuttavia, i social network non forniscono alle persone vera stima di se stesse o senso di controllo, ma solo sensazioni fittizie e poco durature, che svaniscono quando si scollegano dal pc e si confrontano nella vita reale, dove il controllo sfugge loro di mano: proprio qui scatta la dipendenza, forse traducibile in un maggior senso di fiducia in noi stessi derivante dal fatto di postare commenti e link molto apprezzati dai nostri contatti.
Anche l’ossessiva ricerca di un numero sempre crescente di amici online è da considerarsi come forma patologica, in certi contesti: può capitare, a volte, che alcuni utenti instaurino una sorta di competizione per accaparrarsi il più alto numero di contatti, che arrivano a sfiorare cifre inenarrabili, impossibili da gestire. Il soggetto è erroneamente persuaso che un numero elevato di amici corrisponda a un alto valore di se stessi agli occhi delle altre persone. Gli amici, spesso, sono conoscenti visti raramente nella vita vera, oppure mai visti, persone ‘pescate a caso’ nell’infinito mondo cibernetico: la maggior parte delle amicizie formatesi tramite social network non sconfineranno mai al di fuori del mondo virtuale, restando vere solo all’interno del contesto del web. Ogni persona perde il suo status di essere umano, riducendosi a una sorta di punteggio. Le richieste di amicizia ossessive sono un sopperire alla poca stima personale del soggetto, a un senso di inadeguatezza e solitudine; raggiungere quindi livelli abnormi di contatti (si parla di casi in cui si arriva ad avere persone che hanno una lista di amici superiore alle tremila unità) si ha una soddisfazione e un rafforzamento del proprio ego.
A dimostrazione di quanto questi malesseri possano diventare seri e duraturi, portando a conseguenze anche importanti come le sedute psicologiche, sta il fatto che la dipendenza dai social network causa vere e proprie stimolazioni neurologiche che vanno a colpire le aree del piacere cerebrale, della soddisfazione personale e dell’appagamento. In caso di mancata connessione al web si hanno attacchi di panico, agitazione, ansia, tutti sintomi tipici delle crisi di astinenza, fino a raggiungere irritabilità, disturbi del sonno e depressione. E questi sono solo i sintomi a livello psicologico: quelli a livello fisico possono essere emicrania, stress ottico, dolori muscolari, tutti derivati dalle troppe ore trascorse seduti di fronte al monitor.
Ovviamente tutto ciò ha ripercussioni anche gravi sulla vita al di fuori del social network: la dipendenza dal web, l’ossessione di essere sempre connessi al proprio profilo causa un distacco dalla realtà che a lungo termine si traduce in perdita di contatti sociali, famigliari e lavorativi. Numerosi soggetti, in seguito a questi disturbi, hanno visto la disgregazione del loro matrimonio, del rapporto con gli amici reali, fino al punto di perdere il posto di lavoro a causa dei deficit di attenzione.
La nomofobia (termine che deriva dall’inglese no-mobile), anche nota come sindrome da disconnessione, è la paura immotivata di restare tagliati fuori dalla rete. I suoi sintomi ricalcano molto quelli provocati dalla social network addiction, ovvero uno stato psicopatologico caratterizzato da un’intensa e insopprimibile ansia e paura. Per scatenare questi attacchi di panico è sufficiente che il proprio cellulare oppure un notebook, a causa di una momentanea assenza di segnale o un guasto imprevisto, smetta di funzionare o sia impossibilitato alla connessione. Non solo: in taluni casi anche essere lontani dal proprio telefonino o dal computer può dare origine a tali sintomi, generando forti emozioni di stress.
Da cosa deriva questa fobia? In primo luogo dal bisogno deviato di sicurezza che deriva dal poter essere sempre in grado di rintracciare qualcuno, sia telefonicamente quanto in rete. Secondariamente, tale sindrome può nascere dall’eccessivo timore di restare soli e di gestione di certi sentimenti difficili da controllare; online il contatto fisico si azzera, pertanto, non avendo direttamente a che fare con un’altra persona, viene più facile e spontaneo parlare dei propri problemi, anche imbarazzanti. Può apparire paradossale, ma un soggetto che soffre di nomofobia non considera le persone attorno a sé come vere persone: anche in mezzo a una folla, privato dell’accesso al web, continuerà a sentirsi solo.
La questione dei social network e dei disturbi che possono causare in certi individui è vasta e complessa. Non è sicuramente una buona soluzione demonizzarli e farli apparire come strumenti che portano alla pazzia o all’isolamento, semplicemente è bene tener presente che gli effetti negativi esistono e ignorandoli o sottovalutandone la portata si commetterebbe un grave errore. Gli psicologi consigliano di praticare attività sociali che possano controbilanciare questi effetti, come l’iscrizione a palestre o a centri ricreativi, in modo tale da crearsi una propria vita soddisfacente al di fuori di Internet. Come quasi tutti gli elementi connessi al web, anche i social network, dopo la loro creazione e diffusione, sono stati resi accessibili alla popolazione globale senza però che questa fosse adeguatamente educata a utilizzarli, vedendo in essi un metodo sostitutivo e comodo dei rapporti sociali, una sorta di maschera dietro il quale celarsi per sentirsi libera di esprimere se stessa.

L’avanzata di LinkedIn in tempi di crisi: quando il lavoro diventa un affare “social”

giugno 21, 2012

Effetto crisi, spread, disoccupazione. Termini, “tag” che riassumono una situazione economica fallimentare a livello globale. Ecco allora che blog, social network animano il web: dibattiti, scambi di battute, opinioni a confronto. In pieno spirito “2.0” si condivide, si partecipa, si cercano soluzioni. La riforma dell’art. 18 sembra non sortire alcun effetto anzi… I precari aumentano e i giovani laureati, la generazione 800/1000 euro per intenderci, continua ad inviare curriculum nella speranza di trovare un’occupazione.

In un sistema sociale e culturale che premia poco la meritocrazia, ma conta molto l’esser figlio del potente di turno, i giovani si affidano sempre più al web e cercano risposte. D’altronde condividere un’esperienza con chi vive lo stesso problema o suggerire nuovi scenari che potrebbero offrire buone opportunità sembrano essere le caratteristiche dell’innovativa filosofia del web 2.0. Non ci si stupisce allora se LinkedIn, il primo social network professionale, scala sempre più posizioni nel “ranking”, acquisisce consensi ed è pronto ad ingaggiare la sfida contro le corazzate Facebook e Twitter. Con i suoi 22 milioni di iscritti in terra europea e gli oltre 135 milioni in tutto il mondo, quotato in borsa dal 2011 suscita interesse e merita attenzione. Si, perché LinkedIn cresce. Cresce, soprattutto, nell’interesse di chi ne ha fiutato le potenzialità, le possibilità.

 

Creato su iniziativa di Reid Hoffmann, Allen Blue, Jean-Luc Vaillant, Eric Ly e Konstantin Guericke, Linkedin è presente in rete già dal 2003 grazie alla lungimiranza e intraprendenza dei suoi cinque fondatori. Il numero degli utenti è destinato ad aumentare. Negli ultimi mesi le registrazioni hanno raddoppiato il loro volume e dati alla mano, cresce alla velocità di un milione di iscritti a settimana. Tra le nazioni europee che mostrano maggiore interesse, guarda caso, c’è l’Italia. Dopo la Turchia, il nostro paese è quello che presenta il maggior tasso di crescita nelle iscrizioni: sono oltre 2 milioni gli utenti registrati. Raddoppiati in un solo anno. Dunque, il fenomeno LinkedIn nel Bel Paese ha spinto la società ad aprire la prima sede italiana a Milano lo scorso novembre. Scelta strategica, la loro.

 

Allora ci si chiede qual’è la forza di questa piattaforma? LinkedIn è nato come servizio orientato al business e in pieno spirito social per accrescere contatti di lavoro o instaurare nuove relazioni professionali. La “mission” della società di Palo Alto è permettere agli utenti la creazione di una lista di persone conosciute e ritenute affidabili in ambito lavorativo. Ma non solo. Punto di forza è la possibilità di stabilire un’interazione con i conoscenti dei propri contatti, fino al terzo livello di profondità. Un sistema, dunque, innovativo ed efficace per promuovere al meglio la propria attività e mettere al servizio degli altri le proprie risorse. Un consiglio? Mai lesinare nella presentazione delle competenze, LinkedIn dà peso al merito, le userà per indicizzare il profilo. Come per le migliori agenzie di reclute professionali, anche qui, è possibile ottenere raccomandazioni. Il sito ha guadagnato popolarità anche grazie al sistema delle referenze. Ad ogni attività svolta dall’utente è associato uno spazio che puo’ essere compilato da colleghi, datori di lavoro che potranno fornire, così, la loro opinione riguardo abilità e capacità professionali.

Il risultato? Una conferma in più equivale ad una maggiore reputazione acquisita. Bastano dieci buone recensioni, magari una in inglese, per ottenere un ottimo bigliettino da visita “virtuale”. Ciò che fa veramente la differenza è il proprio valore, mettere a disposizione degli altri le proprie conoscenze, poco importa se si è ricercatori, operai o ingegneri chiunque potrebbe avere bisogno di aiuto. Manager, direttori marketing possono ricercare potenziali candidati e LinkedIn li facilita favorendone il monitoraggio. E questo è, senza dubbio, un buon motivo per iscriversi e non cancellare il proprio account perché in un sistema caratterizzato dalla precarietà e dalle incertezze future, la ricerca di un lavoro (anche se lo si ha già) deve essere un’attività costante. Ma LinkedIn non è solo un valido strumento per la ricerca di un impiego o di nuove reclute. C’è di più. È soprattutto uno spazio di interazione virtuale e qui il confronto tra professionisti affermati e giovani alle prime armi non puo’ che essere fonte di suggerimenti, indicazioni, consigli utili per essere sempre informati sulle novità del mercato del lavoro. Filantropia? Assolutamente no. Il web non è popolato da filantropi. Tutto ha un prezzo, tutto è generato per ricavare un introito, un utile. Così LinkedIn, a differenza di Facebook e Twitter, prevede il pagamento di un abbonamento per poter usufruire di alcuni servizi Premium. Canone a parte, registrazione e molte funzionalità sono fruibili gratuitamente. È pur sempre una consolazione!

Quotazione in borsa e ingenti costi operativi, per garantire la copertura di 200 paesi nel mondo, non hanno frenato il più grande network professionale. E se il mercato parla il linguaggio delle App anche per la LinkedIn Corporation configurarsi agli standard dei concorrenti era una necessità. Nonostante gli sforzi economici per assicurare il servizio, collegarsi al network con tablet, smartphone è possibile. La società californiana ha creato applicazioni efficaci, semplici e gratuite. Basta scaricarle e si è subito pronti a promuovere e aggiornare il profilo.

Relationships Matter è lo slogan del primo social network dedicato al mondo del lavoro. Come non essere d’accordo. Le relazioni contano. E le piattaforme sociali ne sono massima espressione. Possono essere usate per svago, per parlare di sé, per offrire e cercare supporto dagli utenti, per scopi commerciali e professionali. Possono raggiungere un gran numero di persone. Ma devono essere gestiti in modo opportuno. La fusione tra reti reali e virtuali è un punto fondamentale. Apparentemente il web è virtuale, fondamentalmente è la proiezione di una realtà. La nostra.

Lucy Principato

Youtubers fenomenali

giugno 21, 2012

Esiste persino una voce di Wikipedia dedicata alle “YouTube personalities”. Okay, per il momento non disponibile in lingua italiana, ma è facile ovviare a questa mancanza con un minimo di padronanza dell’inglese o spulciandosi, in alternativa, tutta una serie di siti web in cui si parla anche degli Youtubers più famosi d’Italia. Immagine

Ad ogni modo, “youtube personalities are those persons or groups who have grown to prominence because of their appearance in videos on Youtube”, ci illumina Wikipedia, e io aggiungerei che alcuni di loro hanno la fortuna di ottenere un ingaggio nell’ambito per cui si erano proposti su questa vetrina virtuale di straordinaria efficacia.

Tra gli Youtubers italiani che possono dirsi fortunati, poiché hanno avuto un qualche tornaconto da questa esposizione autoimposta al pubblico ludibrio, indicati come i più famosi da WebSelecta, ho riconosciuto molti dei miei miti degli ultimi anni: Maddalena Balsamo, Willwoosh, Clio, LaMenteContorta. Il numero altissimo delle visualizzazioni e dei fan iscritti ai vari canali parla chiaro. Mancano, nell’elenco di WebSelecta, poiché non hanno ancora raggiunto la notorietà che gli spetta, i The Pills.

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Questi quattro disgraziati – mi permetto di apostrofarli così perché l’interattività del mezzo mi ha dato modo di scambiare più di due parole con Luca Vecchi, il regista – dallo scorso 5 novembre caricano su Youtube gli episodi spassosissimi di una web serie che racconta stralci di vita quotidiana.

I temi sono i più disparati. Dal momento che i nostri non lavorano e non sembrano neppure impegnarsi nello studio, si direbbe che abbiamo a che fare con un gruppo di simpatici fuori corso che non vivono con mamma e papà, per cui vicini anche alla vita dei fuori sede, alla prese con problemi esistenziali del calibro dell’Erasmus, delle bollette da pagare, dell’eventualità terribile di trovarsi un lavoro, ecc.

Di norma si tratta di video a sé stanti ma non sono mancate storie a puntate, la cui risoluzione finale ha tenuto con il fiato sospeso me e gli altri 3700 e passa adepti sul canale Youtube loro omonimo, cui vanno sommati i 230 su quello creato appositamente per la prima stagione della serie, perché ormai si sono montati la testa, e gli oltre 6500 sulla pagina fan di Facebook; tutti numeri che crescono di continuo.

La democraticità, del web in generale, di Youtube nel caso particolare, e l’interattività del mezzo Facebook non sono naturalmente le sole ragioni del successo di questi ventiseienni romani. I The Pills sono dotati di una discreta faccia tosta, all’occorrenza pure “piaciona”, perché pure l’occhio vuole la sua parte, di un innegabile talento per le gag comiche estemporanee, di una mimica facciale non da poco, di inventiva, specialmente; il tutto infarcito di citazioni cinematografiche più o meno colte e rigorosamente in un b/n-ignorante -nel senso che non avevano chi si occupasse della fotografia- di cui si fanno vanto.

Se questo fosse un mondo giusto, i The Pills lavorerebbero da un pezzo nel cinema, o magari in televisione, che sarebbe naturalmente diversa da com’è ridotta oggi. Nel mondo -mediatico- insoddisfacente che ci è toccato, perlomeno ci è data l’opportunità di goderci i nostri miti da vicino. Mi auguro che il piccolo spazio che i The Pills si sono conquistati fino ad ora con le loro capacità si allarghi sempre più e che prima o poi “du spicci” entrino in queste tasche, come incentivo a lavorare il doppio, s’intende, per un pubblico che già li adora.

Sabrina Colandrea

Mappi-amo la città

giugno 21, 2012

Si chiama Genova Mappe, è attivo da poco più di un mese e si presenta come un affascinante progetto web 2.0, per di più made in Genova. L’idea, recensita anche dal Corriere della Sera, è molto semplice: vedete qualcosa che non va in città? Avete qualche proposta che pensate possa essere valida ma temete di perderla nella giungla della burocrazia? Con Genova Mappe basta uno smartphone (o fotocamera + pc), si fotografa l’oggetto in questione, si compila un breve report, si geolocalizza sulla mappa e in poche “ditate” aggiungerete la vostra segnalazione a quelle degli altri utenti, creando una  mappatura sempre più completa delle criticità del territorio. Per una città di mugugnoni come Genova, praticamente un sogno!

CHI C’ È DIETRO
L’ideatore di Genova Mappe è Enrico Alletto,  un programmatore, ma soprattutto un cittadino in rete, che segue con molta attenzione tutto ciò che orbita attorno al web 2.0 attraverso il suo blog personale. Lanciato il progetto online ha subito trovato la convinta collaborazione di Mentelocale che si è fatta promotrice di Genova Mappe curando una rubrica apposita sul proprio portale. A breve partirà anche una collaborazione con il Politicometro che, dopo aver seguito da vicino le amministrative genovesi dichiarazione per dichiarazione, lancerà una nuova rubrica di inchieste partendo proprio dalle segnalazioni di Genova Mappe per portarle sui tavoli dell’amministrazione pubblica.

COME NASCE
Genova Mappe usa la piattaforma Ushahidi, un software free e open source nato in Kenya nel 2008 a seguito degli scontri post-elettorali. Il principio con cui è nato Ushahidi (che in Swahili significa “testimonianza”), è molto semplice, ovvero adoperare  crowdmap per raccogliere tutte le segnalazioni di violenze nel paese e aiutare a coordinare gli aiuti. Dal Kenya, Ushahidi è stato esportato ad Haiti per il terremoto del 2010, dove ha conosciuto la consacrazione per il significativo supporto che ha fornito nell’organizzazione dei soccorsi. Negli ultimi anni la piattaforma è stata miglorata e ampliata, rimanendo sempre open source, e recentemente, dopo esser stata presentata nel libro La scimmia che vinse il Pulitzer di Bruno e Mastrolonardo, è arrivata anche in Italia dove ha fatto la sua comparsa a fine 2011 con Emergenza Neve e Anpas (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze). Genova Mappe, rispetto ai casi precedentemente illustrati ha la peculiarità di non essere nata per far fronte ad un’emergenza, ma per porsi come strumento di partecipazione online, la quintessenza del web 2.0.

COME FUNZIONA
Il punto di forza di Ushahidi, e quindi di Genova Mappe, è la versilità, che consente di operare in condizione logistiche di comunicazione diverse, adattandosi a utlizzi differenti. La funzione di base è rendere disponibili, anche in tempo reale, informazioni geolocalizzate relative a diverse categorie sulla mappa, permettendo di analizzare il flusso temporale degli avvenimenti attraverso una timeline. È possibile ricevere notifiche via mail sulle segnalazioni, scegliendo di seguire anche solo una categoria (ad esempio lo stato delle strade) e una sola zona (il quartiere di Castelletto).  Per quanto riguarda gli smartphone, Genova Mappe è facilmente utilizzabile scaricando gratuitamente la app di Ushahidi dall’Android Market o dall’App Store. Se invece si vogliono solamente seguire le segnalazioni, altri due mezzi utilizzabili sono i social network, con la pagina su Facebook e su Twitter (@GenovaMappe).

RISULTATI
Il tempo trascorso dal lancio di Genova Mappe è ancora troppo poco per poter fare un bilancio attendibile dei risultati raccolti. Merita però una menzione il fatto che, seppur in poco tempo, una segnalazione su un attraversamento pericoloso in zona Manin è arrivata lo scorso 19 giugno  sui banchi del Consiglio comunale di Genova. Che si stia muovendo qualcosa? L’importante – parafrasando De Coubertin – è…partecipare!

Matteo Agnoletto

 

Easyvoyage VS Tripadvisor

giugno 20, 2012

Quando Easyvoyage.com è nato, nel 2001, era un prodotto all’avanguardia, talmente all’avanguardia che il concetto non era stato subito compreso dal suo mercato di riferimento, quello francese, ancora digiuno da esperienze di questo tipo. Consacrato al mondo dei viaggi, si proponeva come sito di infomediazione, un neologismo che sta ad indicare la sua duplice inclinazione: quella commerciale da un lato e quella di canale informativo dall’altro.

Attraverso dei contratti con diversi partner commerciali (agenzie di viaggio on line, tour operator che vendono i loro prodotti in linea, compagnie aeree…), Easyvoyage.com offriva, e offre ancora, un servizio di comparazione su voli e pacchetti vacanza.

Una redazione si occupava, e si occupa, invece di alimentare i contenuti del sito, dalle guide viaggio di tutti i Paesi del mondo ai reportage, da rubriche di informazioni pratiche a notizie aggiornate quotidianamente, dai dossier tematici alle recensioni degli hotel, visitati personalmente dai giornalisti.

L’idea era buona e abbastanza visionaria da sopportare l’iniziale freddezza del mercato per proiettarsi in un futuro di successo, tant’è che, qualche anno più tardi, tra il 2007 e il 2010, la società decise di affiancare al portale francese i suoi gemelli spagnolo, italiano, tedesco e inglese, pubblicati nelle rispettive lingue e ciascuno con una propria redazione.

In tempi non sospetti, quando le novità del Web 2.0 erano ancora fantascienza, Easyvoyage poteva vantare un posizionamento di tutto rispetto nel campo dell’infomediazione di viaggio. Nel 2010, malgrado l’apertura dei nuovi siti internet, un fatturato considerevole e una visibilità (seppur forse ritoccata all’eccesso) di sei milioni di visitatori unici al mese, il gruppo non fu più capace di reggere il confronto, nemmeno su scala europea, con il neo-affermato leader del settore, Tripadvisor.

Il colosso americano era nato su per giù nello stesso periodo del gruppo francese ma il suo concetto era completamente diverso. Se i contenuti di Easyvoyage.com e le sue recensioni di hotel si basavano sul giudizio espresso da una redazione di una ventina di professionisti, in linea con le direttive top-down del Web 1.0, quelli di Tripadvisor erano generati direttamente dagli utenti, in perfetta filosofia Web 2.0.

Immensi i vantaggi di questo secondo approccio, anche dal punto di vista dei guadagni per l’azienda: i contenuti sono generati automaticamente, senza bisogno di pagare gli stipendi dei giornalisti né le loro trasferte in giro per il mondo con l’obiettivo di visitare gli hotel da recensire, e la quantità di avvisi è potenzialmente infinita, vista la completa apertura del sito ad ogni contributo, senza considerare il potere intrinseco della community, la vera chiave di volta del successo, perché i suoi componenti virtuali si danno fiducia l’un l’altro sulla veridicità dei commenti.

Da un lato gli esperti, dall’altro la community, da un lato il Web 1.0, dall’altro il Web 2.0. E sono i secondi a vincere. Se ne sono resi conto anche quelli di Easyvoyage, che hanno lanciato a loro volta una sezione dedicata ai commenti dei viaggiatori, cercando di affiancarsi tardivamente alla filosofia del loro principale concorrente.

Ma la domanda è questa: ci si può fidare davvero delle recensioni scritte da viaggiatori anonimi su hotel in cui non possiamo essere sicuri abbiano soggiornato veramente?

Anche lasciando perdere lo scandalo sollevato dallo studio psico-linguistico della Cornell University che nell’agosto del 2011 ha messo in evidenza come molte delle recensioni siano palesemente false e, secondo l’inchiesta del francese inRocks, costruite a tavolino da agenzie prezzolate, si può dire che Tripadvisor è rimasto vittima del suo successo. Con i suoi 50 milioni di visitatori unici al mese, il portale ha assunto un potere talmente alto sulle scelte dei viaggiatori che l’idea di base non poteva che degenerare. Per gli albergatori era diventato troppo importante comparire ai primi posti nella classifica del sito per permettere che avvisi negativi mettessero in discussione la qualità delle loro strutture. Inevitabile quindi il ricorso a recensioni entusiastiche costruite a tavolino magari non per forza da agenzie assoldate allo scopo, ma anche semplicemente dal proprietario e da suo cugino.

C’è da chiedersi dunque se, dietro all’utopia democratica che sta dietro ad alcuni dei concetti del Web 2.0, non si nasconda nella pratica un loro completo travisamento, a causa dello sfruttamento commerciale e mediatico di un prodotto nato con le più nobili intenzioni.

Non è forse il caso, a volte, di rifugiarsi nel bozzolo rassicurante e vagamente autoritario del conservatorismo Web 1.0? Quello dell’informazione impartita dall’alto, ma, si spera, verificata e attendibile? Quello delle redazioni in cui i giornalisti sono pagati per il loro sacrosanto lavoro? 

Silvia Cher

E tu il tarlo del libro ce l’hai?

giugno 19, 2012

Leggere: una passione solitaria, un momento di evasione privato, ma se da oggi fosse possibile condividerlo anche con altri? La risposta si chiama Anobii.

Anobii è il primo social network che permette di condividere con altri utenti le proprie letture, creando una vera libreria virtuale. La scelta del nome è abbastanza particolare: deriva da Anobium punctatum, il tarlo della carta, nemico giurato per eccellenza dei libri!

L’approccio al social network è semplicissimo: basta creare il proprio profilo con pochi dati e il gioco è fatto. L’utente può iniziare a inserire i libri nel proprio spazio usando il codice ISBN dei libri oppure il motore di ricerca che la piattaforma mette a disposizione. Inoltre è possibile commentare, recensire, iscriversi a gruppi di discussione e quant’altro senza bisogno di conoscere personalmente gli utenti con i quali si entra in contatto.

Anobii calcola le affinità e la compatibilità tra le varie librerie e tramite l’opzione “Vicini” consente di tenere “sottocontrollo” le librerie degli utenti che riteniamo più interessanti, così da essere sempre aggiornati sui loro ultimi inserimenti. Ovviamente c’è anche la possibilità di aggiungere gli utenti come “Amici”, Anobii in fondo è sempre un social network.

Greg Sung ha creato la piattaforma nel 2006 ad Hong Kong. Dopo aver letto un libro sul web 2.0, sente il desiderio di condividere le sue opinioni sull’argomento con altre persone che lo avevano già letto. Ma come fare? Gli anni sono gli stessi in cui Facebook vede la luce e Sung, prendendo l’idea dalla creatura di Zuckerberg, mette sul web il fratello minore del social network più famoso, Anobii appunto.

Attualmente la piattaforma è tradotta in 15 Paesi, tra i quali anche l’Italia, che vanta una delle comunità più numerose presenti al suo interno, ma ha un grande  successo anche in Spagna, Taiwan e Asia.

Purtroppo molti utenti si lamentano di un malfunzionamento del sito, spesso lento e di difficile accesso; negli ultimi anni sono, infatti, nate altri siti sullo stile di Anobii, come Goodreads, in grande crescita ma non ancora in Italia.

Questa cattiva reputazione potrebbe avere i giorni contati. La piattaforma è stata infatti comprata da una nuova società fondata a Londra dall’unione di tre grandi editori anglosassoni Penguin, The Random House Group e HarperCollins, il cui amministratore delegato è Matteo Berlucchi. Greg Sung fa ancora parte del progetto, occupandosi della parte social e legata a Facebook di Anobii.

Il progetto di Berlucchi è quello di mantenere una struttura social ma aggiungendo nuove funzioni, come gruppi tematici dove i lettori possano ad esempio eleggere la lettura migliore su un certo argomento. Ma l’elemento più innovativo sembrerebbe essere il social retailer: l’acquisto direttamente da Anobii di ebook.

Anobii è disponibile anche su iPad e smartphones.

Forza Anobii vi aspetta!

 

Cinzia Delprete

 

Dal segno della croce al segno della rete

giugno 18, 2012

Venerdì 15 giugno ho partecipato alla conferenza del filosofo Massimo Cacciari, dal titolo “Pensare il presente” all’interno della rassegna Passepartout che si è svolta nella città di Asti. In conclusione di serata, dopo aver affrontato attraverso una complessa analisi storico – filosofica, la situazione della società contemporanea, Cacciari ha esposto un concetto davvero singolare e interessante riguardante i segni.

Secondo il suo pensiero il segno per antonomasia che connotava da duemila anni la civiltà occidentale, ovvero il segno della croce, è stato brutalmente soppiantato negli ultimi decenni da un altro segno, altrettanto potente e salvifico, individuato nel segno della rete. La potenza comunicativa del SEGNO è rimasta invariata ma ne è completamente cambiato l’orizzonte nella mentalità occidentale. Ho provato a riflettere velocemente su questa affermazione un pò bizzarra del filosofo.

il filosofo Cacciari

La croce, segno e simbolo per eccellenza nel mondo cristiano – occidentale, ha da sempre avuto un’enorme potenza comunicativa: la croce per la nostra civiltà è stata portatrice di valori, di simboli e di guerre, fin dalla morte di Gesù. La croce è stata il “mezzo” di comunicazione tra la terra e il cielo: la sua struttura, con sviluppo verticale, pone le sue “radici” nella terra, simbolo dell’umanità,  del mondo e svetta in alto, verso il cielo, simbolo del celeste, del divino, del dio cristiano.

La croce, intesa proprio come luogo della crocifissione di Gesù, punto di contatto nuovamente tra il divino e l’umano, tra Dio e l’uomo, tra la morte, che è giunta per colpa della croce e la vita, quella vita eterna che, attraverso questa crocifissione, si è generata.

La croce poi è stata il segno per eccellenza delle crociate, che traggono proprio dall’etimologia croce il loro nome e il loro grido di battaglia; quella croce, la reliquia della Vera Croce, che veniva portata in guerra dai “pii guerrieri” dell’esercito cristiano ed esibita e venerata, quasi fosse una sorta di amuleto più che una reliquia, e proprio per lei e grazie a lei che si è combattuta una “giustissima guerra” contro gli infedeli dell’oriente islamico, paese di nefandezze incredibili, di cannibali e di gente spregevole e senza dio, proprio perchè il capo del loro esercito, il temibile Saladino, si era permesso di rubare la preziosa reliquia ai cristiani.

Tutto questo può essere riassunto dal gesto del segno della croce che fa il fedele  e che sta proprio a simboleggiare il concetto di trinità cristiana, divenendo un vero e proprio segno di riconoscimento per un cristiano credente.

Riccardo Cuor di Leone e il Saladino

Grande, grandissima potenza comunicativa. E il segno della rete? Come spiegarsi questo raffronto?

Partiamo dall’affermazione che il segno della rete ha soppiantato il segno della croce nell’occidente cristiano..La croce fondamentalmente abbiamo detto essere il punto di contatto e di comunicazione tra divino e umano..la rete effettivamente non è così diversa da questi concetti..è un punto di contatto tra la gente e se pensiamo alla “filosofia” del Web 2.0, la rete è proprio un luogo di collaborazione, scambio e condivisione. Ovviamente non nel rapporto con dio, ma tra uomo e uomo. Attenzione: non più uomo – macchina come era stato all’inizio del web ma tra uomo – uomo. La rete è divenuta dunque il collegamento con un’altra realtà o con una molteplicità di altre realtà umane, in modo così forte da aver, se non soppiantato, almeno messo il crisi alcuni vecchi ideali occidentali.

Ciò che conta è essere in rete, essere in contatto con gli altri (pensiamo alla realtà dei social network), è poter accedere con facilità alla conoscenza grazie al web (ad esempio la realtà delle wiki). Nella società attuale importano le relazioni e le conoscenze ad essa connesse,  tra uomini e non con il divino. E’ l’uomo, o meglio, la somma della conoscenza di tutti gli uomini, facilmente fruibile grazie alla rete, a contare davvero nella civiltà contemporanea occidentale.

Il segno per eccellenza non è più dio, non abbiamo apparentemente più bisogno di lui, siamo in grado di affrontare tutta la vita e di raggiungere la conoscenza anche seduti comodamente davanti al proprio pc.

verso un nuovo mondo?

La rete è la nuova potenza salvifica?

Senza dubbio è una grande potenza ma credo sia temibile una società come quella pronostica dall’affermazione di Cacciari.

Elisa Piana

Lost in Google… quando la fiction la fai tu!

giugno 18, 2012

Avete mai pensato di cercare Google su Google? Il primo a provarci è stato Simone “Ruzzo” Russo, che, dopo aver digitato le sei lettere, viene trascinato dal mouse nel mondo della Rete. Le sue ultime parole all’amica prima di sparire sul web sono: “Cercamiiiiiiiiii……” e la cosa non dovrebbe essere difficile; quante volte, infatti, pronunciamo la frase “cerca su Google”?

Si apre così l’episodio zero di Lost in Google, la prima web-fiction dove gli spettatori possono partecipare davvero alla sceneggiatura. I veri attori della ricerca sono, infatti, gli utenti che hanno la possibilità di commentare ogni singolo episodio, e sono proprio i loro commenti a costruire la storia, le scene ed il finale a sorpresa. I commenti possono essere postati su YouTube o sulla pagina ufficiale di Lost in Google su Facebook, che conta ben 16.729 “mi piace”. L’utente, quindi, non si limita solo a giudicare le puntate, ma ha un ruolo attivo nella realizzazione degli episodi successivi; il viaggio nel mondo Internet, attraverso le ricerche più o meno strampalate che noi internauti effettuiamo ogni giorno, è un percorso che non esplora il mondo della rete dall’esterno, ma coinvolge direttamente gli spettatori attraverso la condivisione, l’osservazione e lo stimolo a suggerire sempre nuove scene. C’è anche chi ha attaccato questo progetto, considerandolo solo un chiaro esempio di narcisismo digitale, in cui tutti gli utenti, ormai ubriachi di Internet, Facebook e Twitter (solo per citarne alcuni), non riescono più solo stare a guardare, ma sono spinti sempre dal continuo bisogno di commentare, partecipare, condividere momenti – anche surreali.

L’originalità del progetto, forse, nasconde proprio questo interrogativo: fin dove siamo disposti a spingerci, oggi, per essere sempre al passo con le nuove tecnologie, per esplorare sempre nuove conoscenze e per essere – soprattutto – sempre presenti in Rete? Speriamo di non dover rispondere a tutte queste domande cercando su Google…

Il protagonista di questa web fiction in pieno stile web 2.0 è Simone Ruzzo, che viene risucchiato dal suo portatile, ma, essendo agorafobico, vuole uscire da Google a tutti i costi; ad aiutarlo ci sono, però, Proxi Riccio, l’unica davvero capace a satbilire un contatto tra web e realtà, e Ciro Priello, l’amico twitter-dipendente di Simone. Alla regia c’è Francesco Ebbasta, Alfredo Felco è agli effetti speciali, la sceneggiatura (e la lettura di tutti i commenti) è affidata a Fausto Rio, Danilo Turco è all’audio e Andrea  Leone è alla produzione esecutiva.

Fanno tutti parte di The Jackal, gruppo di videomaking indipendente nato a Napoli nel 2005, impegnato nella produzione di cortometraggi comici, videoclip musicali e, questa volta, nella prima fiction che accomuna web, cinema, riflessione sociale e fantasia. Lost in Google vanta il supporto anche di Fanpage, quotidiano partenopeo online, indipendente ed estraneo ai finanziamenti pubblici.

L’intraprendenza di The Jackal, però, non si ferma qui: la casa di videoproduzioni ha risposto all’iniziativa di Telecom Italia e vuole coinvolgere il pubblico web a raccontare Napoli su Twitter, utilizzando solo i 140 caratteri a disposizione ed un videoclip di 60 secondi.

Digital divide

giugno 15, 2012

A lezione si è spesso accennato al Digital Divide, come problema molto importante per la fruibilità di internet nella società attuale e, per caso, mi sono imbattuta in questo interessante libro:

” Il divario digitale. Internet e le nuove disuguaglianze sociali” di Laura Sartori.

la copertina del libro

Il Digital Divide è una forma di disuguaglianza che riguarda l’accesso alle nuove tecnologie di comunicazione e, in modo particolare, ad internet. Combattere il divario digitale è una delle principali sfide alle quali le società devono far fronte.

Il testo esordisce con una dichiarazione pungente, del 1999, di Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite: “(…) oggi essere tagliati fuori dai servizi di telecomunicazione di base è una difficoltà grave (…) e può veramente ridurre le possibilità di trovavi rimedio”. Si tratta, senza dubbio, di una frase di forte impatto, anche perchè nel discorso Kofi Annan aveva paragonato la mancanza di cibo e acqua alla mancanza di tecnologia.

Il testo di Laura Sartori, partendo da questa fortissima dichiarazione, analizza lo stretto parallelismo esistente tra divario sociale e divario tecnologico, osservando come le due variabili viaggino di pari passo. L’informazione sta, senza dubbio, assumendo un ruolo centrale nell’organizzazione economica e sociale, al punto tale da divenire un nuovo paradigma di riferimento, che tende a sostituire quello industriale. All’interno del testo, internet viene individuato proprio come la tecnologia capace di cambiare a fondo la società, a cavallo del nuovo millennio.

Il termine, ormai assolutamente popolare, di Digital Divide, ha radici oscure e relativamente lontane e inizialmente era anche legato ai problemi tecnici, come ad alcune incompatibilità tra le reti analogiche e quelle digitali e non solamente come divario tra coloro che hanno accesso alle nuove tecnologie e coloro che non lo hanno. E’ a partire dal 1999 che il termine assume il significato attuale. Ovviamente le tecnologie sono in continua evoluzione, il web è definito da alcuni addirittura beta perenne e quindi, per tale motivo, l’oggetto di studio diventa più complesso e legato ai continui cambiamenti che si verificano in ambito tecnologico.

Il discorso si fa davvero interessante nel momento in cui si passa a parlare del divario digitale intrinseco anche alle società tecnologiche e sviluppate: molto spesso siamo portati a pensare che il digital divide sia un fenomeno legato ad un mondo lontano, non ancora informatizzato o a realtà piuttosto rurali…la studiosa, invece, pone l’osservazione proprio sulle “nostre realtà” occidentali, osservando, con dati Istat alla mano, che il divario digitale è un fenomeno inserito pienamente anche nella civiltà occidentale. La distinzione tra quelli che sono gli haves e gli haves not spesso non tiene conto dei diversi gradi di accesso di accesso alla rete; questo perchè il divario digitale è un fenomeno mutidimensionale, sfaccettato e in continua evoluzione. Si è osservato, infatti, che paradossalmente, ci sono molti più individui che hanno accesso ad internet rispetto a quanti lo usano realmente (Lenhart, 2003): in tal caso diventa interessante parlare di disguaglianze digitali.

L’autrice ha delineato un vero e proprio identikit del fruitore internet italiano, individuato proprio come colui che appartiene “al sesso maschile, giovane, con un livello di istruzione medio – alto, una buona conoscenza della lingua inglese, dotata delle componenti tecniche necessarie nella sua casa in una grande città delle regioni del centro – nord Italia, dove esercita una professione a tempo pieno con discreti risultati in termini reddituali”. Analizzando quanto scritto ci si rende conto di quali possano essere i fattori di disuguaglianza nell’accesso: reddito, età, grado di istruzione, genere, etnia, regione, luogo di residenza..tutti elementi che divengono delle vere e proprie variabili che aiutano a far luce sull’esistenza del divario.

identikit del fruitore

Internet si configura, per ora, come un medium relativamente “giovane”, la  scarsa familiarità con il computer rappresenta oggi un ostacolo proporzionale all’età, accentuato, in alcuni casi, dal minor capitale culturale e/o sociale. L’età risulta un fattore discriminante, come anche il grado di istruzione: un bagaglio di risorse culturali più consolidato indirizza più facilmente  verso l’uso di questo strumento. Una conoscenza molto importante risulta anche essere quella dell’inglese, dato che oltre il 90 % dei contenuti presenti in rete sono scritti in inglese.

Consiglio a tutti questo saggio perchè offre davvero una panoramica interessante dell’argomento Digital Divide e soprattutto ne da una lettura un pò diversa: noi spesso siamo abituati a pensare al divario digitale come a qualcosa che riguarda popoli lontani, magari dell’Africa o di zone sperdute, invece la panoramica che viene offerta dal testo è davvero diversa. Il divario è anche tra di noi, l’accesso alla tecnologia cambia a seconda di molteplici variabili (l’età, il sesso, il luogo in cui si vive, l’istruzione, la conoscenza dell’inglese..), il divario non è solo dovuto al fatto che si vive in una zona in cui la tecnologia non è ancora pregnante nella società ma può dipendere anche da delle nostre capacità intrinseche o peggio da leggi di stato che ne vietano la diffusione, limitando la libertà personale.

digital divide?

Elisa Piana