Archive for settembre 2012

Clickjacking e Likejacking, anche il click viene rubato

settembre 24, 2012

Il numero di click che facciamo ogni giorno è altissimo e molto spesso non ci accorgiamo nemmeno dove questi ci stiano indirizzando.
Il Clickjacking è una tecnica poco pulita e fastidiosa che va abbastanza di moda negli ultimi anni, soprattutto sui social network (in particolare, ovviamente, su facebook). Il termine indica il “furto del click”. Questa sottrazione avviene attraverso pagine web preparate appositamente e fa leva proprio sulla facilità con cui l’utente, navigando sempre più massicciamente, elargisce click con facilità, senza prestare nemmeno troppa attenzione, vuoi per una questione di tempo trascorso online, vuoi per la sempre maggior familiarità e confidenza nell’approccio al web.
Approfittare della disattenzione dell’utente e della sua curiosità: ecco l’accoppiata su cui si basa questa strategia.

Dal punto di vista tecnico il procedimento sfrutta uno script di Javascript che consente di nascondere all’utente un iframe che contiene un determinato oggetto: di solito si tratta di un link pubblicitario.
Questo frame segue continuamente i movimenti del mouse, perciò è indifferente il punto in cui l’utente andrà effettivamente a cliccare, perché in ogni caso si cliccherà automaticamente su ciò che è nascosto nell’iframe.
Questa tecnica poco pulita può essere sfruttata in tanti modi differenti, uno di questi prende il nome specifico di LikeJacking, ossia del “furto” del like su facebook.
Altre tecniche ancora fanno leva sulla curiosità dell’utente: di solito promettono la visione di un video interessante o un articolo importante solo dopo aver accettato di mettere un “mi piace”: che sarà mai, un “mi piace” non costa nulla!

Il contenuto promesso solitamente punta su gossip, soggetti sexy o grandi offerte (perché no, magari un IPhone 5 a soli 49 euro!): insomma, tutti temi che in un modo o nell’altro possono fare breccia nella curiosità di chi è seduto davanti al monitor.
Il “mi piace” in realtà non avrà nulla ha che fare con il video e con quello che avevamo richiesto.
L’utente, senza accorgersene, si iscrive così a pagine non desiderate e, in alcuni casi, potrebbe ritrovarsi a condividere sulla propria bacheca un contenuto a cui non ha consapevolmente dato autorizzazione.
In questo secondo caso potrebbe anche venirne un certo danno all’immagine, soprattutto se il contenuto condiviso dovesse risultare poco ortodosso.

Ovviamente, un utente mediamente esperto capirà subito che cosa si trova davanti e si limiterà ad ignorare l’annuncio o a chiudere la pagina.
Ma non per tutti è così: i primi a cadere in trappola sono ovviamente i più giovani e chi ha poca dimestichezza online.
Al loro click partirà un meccanismo che nella maggior parte dei casi non farà vedere alcun contenuto interessante, ma farà guadagnare certamente qualcuno, anche solo in numero di fan.

È bene comunque ricordare che se questo metodo può risultare efficace per incrementare il numero di fan in un tempo molto ridotto è anche vero che si tratta di numeri senza reale valore. L’incremento sarà quantitativo, non qualitativo e, in fin dei conti, inutile.

Utenti, state attenti. Fidatevi. Ma non troppo.

Veronica Marzolla

La boutique del copy

settembre 24, 2012

Un Copy al Volo (uncopyalvolo.it) è la prima boutique online di copy, ovvero di testi e idee per il mondo pubblicitario. Nasce dalla mente ed esperienza di Paolo Mensitieri, il quale nome però non compare sul sito in questione.
Ragione per cui quando è apparsa la notizia che un copywriter anonimo vendeva i suoi servizi in Rete, usando un’interfaccia e-commerce per pagare i testi al volo e un tariffario limpido ed economico, la polemica non ha esitato a esplodere. Molti hanno sostenuto l’idea geniale e competitiva di proporsi in tempi di crisi; molti altri, invece, hanno criticato l’effetto ‘supermercato’, dove idee e testi si acquistano un tot al chilo, con l’aggiunta dell’anonimato e dell’assenza di un portfolio di lavori.

Dalla presentazione sul sito si può dedurre che Paolo Mensitieri ha un’esperienza di otto anni come copywriter e più di trent’anni d’età.
Il progetto ‘Un Copy al Volo’ nasce ad aprile 2012, e da allora sta continuando a crescere, con le relative difficoltà di ogni startup, ma con l’entusiasmo di fare qualcosa di diverso e nuovo.
Il servizio funziona in modo molto semplice, per dare la possibilità a tutti coloro che necessitano di una consulenza, la professionalità e semplicità della nuova idea.
Il brief, ovvero il documento che contiene le coordinate di riferimento per una pubblicità, avviene via Skype, mail o telefono, si discute del progetto e delle idee; immediatamente dopo avviene il lavoro di copy, nel frattempo si chatta, si allegano file, si mandano sms, ci si tiene sempre in costante contatto. Tutte le correzioni sono incluse nel prezzo, e per i progetti impegnativi, il copy manda prima una bozza per far capire lo stile e i contenuti, e solo dopo l’ok del cliente, procede con la stesura dei testi.

La scelta di mantenere l’anonimato solo sul sito, infatti Mensitieri firma tutte le mail, vuole essere funzionale all’idea di base dell’e-commerce di testi.
Voglio che i visitatori siano concentrati su quello che ho scritto sul sito di ciascun prodotto (che è già tanta roba)’ così il copy giustifica la sua scelta, ‘Non devono distrarsi andando a sbirciare su Facebook se sono bello o brutto oppure guardando la campagna di questo o di quello, una campagna assolutamente decontestualizzata, che ha dietro mille motivazioni difficili da riassumere, dove loro al 90% non sono il target, e dove l’unica cosa che gli interessa davvero (ovvio) è capire per quali clienti ho lavorato.
Ogni tanto qualcuno mi chiede di vedere i miei lavori e io sono felicissimo di mostrare delle cose ad hoc, guidandone la lettura. Tra l’altro per il primo brief adotto la formula soddisfatti/rimborsati, quindi il rischio fregatura è davvero pari a zero.
In questo modo si cerca di abbattere il famoso muro di ‘timore della fregatura’ che si nasconde dietro a ogni acquisto online.

E se il prezzo è standard, l’idea è sempre ad hoc, andando contro coloro che sostengono che invece questo sistema manca di progetti ritagliati su misura per l’azienda e personalizzati anche nei prezzi.

Ma quale sarà il futuro nel mercato della comunicazione in Italia nei prossimi anni? Nel settore della comunicazione visiva ci si chiede se l’intero settore (designer, copywriter, fotografi, illustratori) tenderà sempre di più a frammentarsi in piccole realtà autonome e interconnesse, o piuttosto ritorneranno i gloriosi anni delle gigantesche agenzie multifunzionali. Secondo Mensitieri: ‘ci sarà un po’ di selezione naturale. Credo che, al di là di alcune piccole realtà molto localizzate, vinceranno le agenzie che sapranno sfruttare al meglio tutte le potenzialità del web a favore dei propri clienti.
Internet permette di misurare in maniera più oggettiva il risultato di una determinata operazione di marketing. È una grande occasione anche per imporre alle aziende scelte più innovative. Se un video nato a scopo virale è talmente moscio da attirare solo tre click, ci sono maggiori probabilità che la prossima volta il cliente decida di osare di più.

Questi sono gli ultimi consigli ai futuri copywriter: ‘avere molti amici e pochi pregiudizi, perché anche il primo che passa può trovare una frase o un’idea più bella della tua: la grandezza sta nel saperla cogliere e scriverla.

L’idea di Paolo è una ventata di novità in un mercato, che a detta degli esperti, si sta sedendo un po’ su se stesso; un modello di business che sfrutta le potenzialità del web 2.0, riuscendo a mettere in contatto il copywriter e il cliente in modo nuovo, veloce, economico, e (spero) efficace.
Funzionerà? Non funzionerà? Secondo le regole del mercato, saranno i clienti a decidere.

Federica Stirone

Bip Mobile e la rivoluzione mancata

settembre 23, 2012

Lo scorso 20 settembre è stato ufficialmente lanciato sul mercato italiano Bip Mobile, un nuovo operatore virtuale di telefonia per cellulari che si appoggia alle reti di 3 Italia. Si tratta di un full MVNO (Mobile Virtual Network Operator), ossia di una società che non possiede tutte le infrastrutture necessarie per erogare il servizio, ma che può emettere SIM e dotarsi di un proprio prefisso telefonico. È un modello di gestione ancora poco diffuso nel nostro paese, in cui oltre ai colossi “reali” Vodafone, Tim e Wind, che da soli detengono una quota superiore al 90% del mercato, esistono diversi altri operatori (sono oltre una ventina), sempre virtuali, ma che stipulano accordi di altro tipo con i proprietari delle reti, limitandosi spesso alla commercializzazione del servizio e al branding.

Tuttavia il vero elemento di novità su cui punta Bip Mobile è il fatto che si tratterebbe del primo operatore low cost in Italia, che attraverso l’adozione di tariffe particolarmente convenienti potrebbe destabilizzare il mercato costringendo i competitor ad abbassare i prezzi a vantaggio dei consumatori (e della stessa Bip Mobile, che prevede una forte affluenza di nuovi utenti attratti dalla possibilità di risparmiare).

Un precedente simile si è già verificato nel 2011 in Francia, dove la neonata Free Mobile in meno di tre mesi è riuscita a conquistare oltre due milioni di nuove utenze, grazie ad un’offerta flat da 19,99€ al mese comprensiva di traffico telefonico verso numeri fissi di trenta paesi, verso cellulari in Francia, Canada e Stati Uniti, e traffico UMTS. Tutto senza limiti né costi aggiuntivi. E le altre compagnie, dopo aver perso centinaia di migliaia di abbonamenti, hanno dovuto rimodellare le proprie tariffe al ribasso per essere competitive.

L’amministratore delegato e fondatore di Bip Mobile, Fabrizio Bona, ha dichiarato che l’obiettivo dell’azienda è di raggiungere il milione di utenze nel primo anno di attività, per poi arrivare a 5 milioni nell’arco di quattro anni. Una conquista molto ambiziosa, soprattutto se si pensa che PosteMobile, leader incontrastato nel settore MVNO in Italia, in quattro anni ha raggiunto 2 miloni di abbonamenti, per di più sfruttando il già vasto portafoglio di clienti di Poste Italiane.

È evidente come le aspettative siano di ottenere risultati più vicini a quelli di Free Mobile, a cui la compagnia italiana si è dichiaratamente ispirata. In effetti la semplicità del piano tariffario è la stessa: un’offerta unica e chiara, facile da comprendere senza doversi perdere in troppi calcoli per determinare il profilo più adatto alle proprie esigenze. Quello che cambia però è la tipologia dell’offerta. Si chiama 3×3 e prevede un costo di 3 centesimi al minuto verso tutti i numeri con tariffazione a scatti di 30 secondi, a cui va aggiunto uno scatto alla risposta di 16 centesimi. SMS e MMS costano rispettivamente 12 cent e 1€, e per la navigazione UMTS è previsto un abbonamento da 2€ a settimana per 300 MB di traffico, superati i quali ci sarà un ulteriore addebito di 1€ al giorno per ogni 50 MB. Niente tariffe flat a prezzi davvero stracciati come in Francia quindi, e probabilmente non ci saranno nemmeno conseguenze dirompenti sul mercato. Semplicemente le altre compagnie dovranno fare i conti con un concorrente in più e far fronte alla crescita, ancora lenta ma costante, degli operatori virtuali. Pare quindi che la “bip revolution” annunciata su bip.it sarà piuttosto un flop, salvo cambiamenti radicali nella formulazione delle offerte.

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Una piccola nota sulla strategia di marketing del nuovo MVNO: il taget di riferimento di Bip Mobile, come annunciato sul comunicato stampa diramato dall’azienda, è un pubblico giovane. Lo dimostra anche la scelta del testimonial, il famoso Road Runner o Beep Beep, “assoldato” in seguito a un accordo milionario con la Warner. La campagna pubblicitaria prevede un investimento di 100 milioni destinati esclusivamente a inserzioni sui canali televisivi di Mediaset, che ha un’audience di età media più bassa rispetto alle altre reti generaliste. Stupisce però che nel planning promozionale sia del tutto escluso il web, dato in controtendenza con l’andamento attuale del mercato delle inserzioni. L’aspetto dei social media infatti è del tutto trascurato: voce su wikipedia ancora inesistente, nessun canale uffiale su youtube, profili facebook e twitter sommersi da commenti di consumatori delusi che non ricevono neanche risposta dagli amministratori. Una scelta insolita per chi pretende di raggiungere utenti di giovane età, considerando anche il costo elevato degli SMS e lo scatto alla risposta, che in caso di telefonate brevi fra ragazzi risulta tutt’altro che conveniente.

Meno pubblicizzata ma comunque da sottolineare è invece la promozione Bip International, offerta gratuita che consente di chiamare con la stessa tariffa nazionale numeri fissi in Albania, Marocco e Romania, oltre a fissi e cellulari in Cina e India. Il fatto che tutte queste nazioni, sommate insieme, rappresentino la provenienza della maggior parte degli immigrati in Italia lascia presumere che l’azienda voglia piuttosto sfondare in un mercato etnico in espansione. Questo sembrerebbe giustificare la scelta di puntare tutto sulla tv, dato che un sondaggio, anche se ormai vecchio di qualche anno, di Tormorrow Swg rivela che il mezzo di comunicazione maggiormente fruito dagli stranieri in Italia sia proprio la televisione.

I Winklevoss lanciano una nuova sfida a Facebook: SumZero

settembre 22, 2012

I gemelli Winklevoss tornano a far parlare di sé e lanciano una nuova sfida al social network Facebook.
Tyler e Cameron, campioni olimpici di canottaggio, nonché ex compagni di college di Mark Zuckerberg ad Harvard, nel febbraio del 2008 lo avevano accusato di essersi appropriato di una loro idea e avevano rivendicato in tribunale la paternità di Facebook. La battaglia legale intrapresa dai Winklevoss non ha avuto successo, ma ora i due fratelli hanno deciso di ritornare nel business dei social network… anche grazie ai 65 milioni di dollari ricevuti dal patteggiamento con Zuckerberg.
La diatriba legata a Facebook ha portato alla causa record da 600 milioni di dollari contro Mark Zuckerberg. La storia è nota a tutti, grazie anche al film del 2010 diretto da David Fincher “Social Network”: a Tyler e Cameron Winklevoss, aiutati dal loro socio Dyvia Narendra, venne l’idea di creare una comunità on-line che riunisse gli studenti dell’Università di Harvard. Per la realizzazione di questo progetto, i tre chiesero la collaborazione di una matricola, il giovane Mark, il quale aveva alle spalle già diversi anni di esperienza nella progettazione di siti web e di software. Zuckerberg prese spunto da questa idea e realizzò un nuovo progetto con il nome di TheFacebook. I Winklevoss e Narendra intentarono una causa civile contro di lui per furto di proprietà intellettuale, accusandolo di aver rubato i loro codici informatici per realizzare il social network più famoso del pianeta.
Ora, i gemelli Winklevoss ci riprovano con SumZero, una rete sociale dedicata agli investitori professionisti, ideata nel 2008 proprio da Dyvia Narendra e da un altro alunno di Harvard, Aalap Mahadevia.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, i fratelli hanno investito un milione di dollari per finanziare questo nuovo progetto:  è il primo investimento effettuato con i fondi della loro impresa, la Winklevoss Capital, creata lo scorso febbraio e che presto trasferirà la propria sede a Manhattan, così da consentire ai gemelli e a Narendra di lavorare insieme.
SumZero è una sorta di bacheca nella quale i partecipanti discutono idee per avviare iniziative finanziarie ed imprenditoriali. Narendra ritiene che l’esclusività sia uno dei requisiti chiave di un’idea di successo: gli investitori possono diventare membri solamente se si impegnano attivamente nell’investimento e se sono nel ‘Buy Side’, ovvero se appartengono a hedge fund, fondi comuni o società di private equity. Questa restrizione è paragonabile alle prime versioni di Facebook, quando per registrarsi era necessario avere un indirizzo di posta elettronica universitario. Chi non è del settore può aspirare solo a una membership parziale, con accesso a una quantità limitata di informazioni e a questi utenti è richiesto un contributo mensile di 129 dollari.
Lo stesso Narendra sovrintende personalmente all’ingresso dei nuovi membri, bocciando ben il 75% delle candidature: anche gli stessi Winklevoss hanno dovuto fare un po’ di anticamera prima di riuscire a entrare nel club; attualmente, SumZero conta circa 8 mila iscritti.

Nonostante la notizia di questo progetto ‘social’ risalga a pochi giorni fa, c’è già chi parla di SumZero come un possibile ‘anti-Facebook’. Se aggiungiamo i problemi in borsa e il crollo del titolo di Facebook nello scorso agosto, è facile comprendere come gli avversari di Zuckerberg possano vedere in SumZero una novità e un degno concorrente del social blu.
Per ora, è senz’altro prematuro considerare la piattaforma dei gemelli Winklevoss l’alter ego di Facebook, anche perché non bisogna dimenticare il target di utenti a cui sono rivolti i due social network: il primo può essere considerato un social d’élite, limitato ad un bacino di utenti ristretto e con determinate caratteristiche; il secondo, il cui successo è innegabile, è aperto a tutti e gratuito… insomma, differenze non da poco.
Solo in futuro avremo la possibilità di verificare se l’idea di esclusività applicata al social network dai Winklevoss potrà riscuotere lo stesso successo ottenuto da Facebook. E, anche se raggiungere il miliardo di utenti del loro rivale storico non sarà affatto facile, i due fratelli hanno intenzioni serie e sono pronti a riprendersi la rivincita sull’ex compagno di università Zuckerberg.

http://www.sumzero.com

Deborah Campioni

AAA – Trovare lavoro (e mantenerlo) nell’era dei social networks

settembre 20, 2012

Tempi di crisi, la disoccupazione aumenta a pari passo con il precariato, e nessuno può dirsi veramente al sicuro. Soprattutto nell’era dei social network, dove una frase in più sul capo ingrato, o sull’inaffidabilità dell’azienda per cui si lavora, può costare cara. Vale la pena analizzare questo fenomeno, soprattutto alla luce di un testo pubblicato dalla Robert Half, la più antica tra le società americane di ricerca e selezione di personale specializzato. La pubblicazione, scaricabile gratuitamente in formato .pdf dal sito dell’azienda, si intitola «Business Etiquette: the new rules in a digital age». Si tratta di un vero e proprio vademecum su come comportarsi online quando si è alla ricerca di un lavoro, o quando si è già impiegati in qualche azienda. Il fatto che siano dedicati interi capitoli ai social networks (in primis Facebook, Twitter e Linkedin) non stupisce: sono già tanti i casi in cui gli “ingenui” dell’informatica hanno perso il lavoro. Basta cercare un po’ sui quotidiani online, per trovare titoli come: «Scrive su Facebook: “Il mio lavoro è noioso”. Licenziata»; «Dipendenti criticano Virgin Atlantic su Facebook: licenziati»; «Tra gli amici di Facebook 13 criminali: licenziato»; «Facebook, un “Mi piace” porta al licenziamento di sei persone». Di conseguenza, sul social network non poteva mancare il gruppo ufficiale “Fired By Facebook“, che ad oggi conta 520 iscritti.

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E così, la prima riflessione della Business Etiquette (volendo fare un gioco di parole, si potrebbe dire “Business Netiquette”) della Robert Half è :«Occorre pensare attentamente prima di invitare i contatti di lavoro a far parte della tua lista di amici sui social network». Continuando, si può leggere che «puoi condividere dettagli della tua vita privata con un cliente durante un pranzo insieme, puoi constatare che diventare amico dei colleghi su Facebook può aiutarti a consolidare le relazioni. A seconda dell’azienda in cui lavori, puoi anche accorgerti che Facebook è un utile mezzo per farsi dei contatti che possono portare a concludere nuovi affari». L’altra faccia della medaglia è che il Grande Fratello è in agguato: gli “amici” dei social network (più di nome che di fatto) possono vedere, condividere, e catturare con uno screenshot qualsiasi cosa decidiamo di postare sulle nostre bacheche. E si sa che i social networks funzionano un po’ come il gioco del telefono senza fili: una frase un po’ colorita, decontestualizzata, un’immagine fuori luogo, fanno in fretta il giro della rete. La cosa può nascere come una presa in giro, un gioco, un’azione in buona fede, senza pensare che si sta mettendo potenzialmente nei guai una persona. Basta ricordare quel vecchio detto latino, “verba volant, scripta manent”, per fare i conti con il fatto che i social network sono un ottimo esempio della seconda frase, scripta manent.

Da qui, la regola numero uno suggerita dalla Robert Half: non postare nulla su Facebook che non si voglia rendere pubblico. «La gente continua a fare l’errore di postare commenti negativi o pettegolezzi su capi, supervisori, colleghi e così via. Non fatelo, sui vostri commenti potrebbero posarsi gli occhi sbagliati. Come fare? Contate fino a 10 e considerate le conseguenze». Naturalmente, le chances che gli “occhi sbagliati” si posino sui commenti aumentano se si accettano tra gli amici colleghi, clienti e capi. E se il profilo è totalmente pubblico. Nel caso in cui siano i capi a chiedere l’amicizia? Un consiglio è ignorarla, non rispondere né si né no.

Su Twitter i comportamenti da tenere sono analoghi, senza contare che lo spazio per “twittare” è ristretto, con appena 140 caratteri, quindi è più facile scrivere cose poco approfondite, che verrebbero travisate.

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Nel 2009 a dire la verità ci aveva già pensato l’Enel a scrivere un breviario per i suoi dipendenti con alcuni consigli: «Tenere presente che i dati personali, le informazioni e le immagini contenuti nel profilo utente possono essere copiati e utilizzati per costruire profili personali o per essere ripubblicati altrove. Anche a distanza di tempo», «Leggere attentamente le condizioni d’uso e le garanzie di privacy offerte dal sito», «Evitare sempre comportamenti che possono risultare lesivi della riservatezza e delle libertà individuali di altri soggetti, delle disposizioni sul diritto di autore o che violino la legge in qualsiasi modo». Inoltre vengono date direttive ai dipendenti come non utilizzare contenuti riservati o che possano gettare discredito sull’azienda, non menzionare nominativi di dipendenti, clienti, partner o fornitori, e così via. I trasgressori possono subire conseguenze «sul piano giuridico per violazione di norme di legge, nonché, ricorrendone i presupposti, anche sul piano disciplinare».

Un mese fa, il Business News Daily ha pubblicato un articolo dal titolo «Facebook posts that could ruin your career»: vale la pena citare alcuni dei sette ironici consigli. Al primo posto “Ricorda tua madre”: immagina che tua madre possa vedere i tuoi post. Se alcuni di questi ti potrebbero mettere in imbarazzo, meglio non pubblicarli del tutto.  Poi “Stop ai giochi”: i cliccatissimi giochi su Facebook possono portare qualche problema, specialmente quando il tuo capo leggerà sulla bacheca che hai appena completato un livello di “Gangster Wars” o “Getting Drunk”. Anche i gruppi e le pagine sono da tenere d’occhio, i “mi piace” sono da distribuire con parsimonia: non si vorrà che il capo scopra che si è parte del gruppo “Odio il mio lavoro” oppure “Adolf Hitler Fan Club”.

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È interessante notare che – negli anni – i social network e Facebook in particolare si siano talmente integrati nella vita delle persone che i datori di lavoro in alcuni casi non solo possono (più o meno giustamente) risentirsi vedendo pubblicati alcuni commenti, ma chiedono anche ai candidati di mostrare il loro profilo durante i colloqui di lavoro: è successo negli Usa, dove nel 2011 il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Maryland chiese a 2600 candidati i dati di accesso al loro profilo Facebook. Dopo le proteste dell’Aclu (American Civil Liberties Union), la pratica fu sospesa, ma ancora oggi questa amministrazione chiede ai candidati di aprire davanti agli esaminatori il loro profilo sui social network per controllare insieme amici, fotografie, post e link.

Troppa invadenza dei datori di lavoro, troppa ingenuità da parte di persone che sperano di trovare amici solidali quando scrivono le proprie frustrazioni lavorative sulla rete, o troppo peso dato a un social network? Certo è una materia nuova, difficile fare di tutta l’erba un fascio: è improbabile non indignarsi di fronte a un’azienda che chiede la password di Facebook, così come non ci si può non arrabbiare con un dipendente che insulta il capo sui social network, vale a dire alla luce del sole. Il caso dei post inappropriati è emblematico, forse simbolo di una società sempre più alla ricerca dei “15 minuti di gloria”, che rende pubblico – con tutti i pro e i contro – il diario che una volta si teneva sotto chiave in un cassetto.

 

Valentina Bocchino

Uno sguardo alle finestre della libera editoria virtuale

settembre 20, 2012

Personalmente mi è capitato di osservare più da vicino il mondo della libera editoria per la mia passione da grafomane e così ho cominciato recentemente a sondare la possibilità di stampare i miei scritti, con o senza ISBN, al di fuori di situazioni quali sito web o blog personale. Forse perché non mi sentivo ancora pronta per uscire allo scoperto, nel primo caso, oppure a confrontarmi direttamente con il vasto mondo virtuale dei giudizi mettendo a nudo le mie capacità attraverso l’incertezza dei feedback.

La mia curiosità si è spostata velocemente dai siti on line, che offrivano servizi a pagamento print on demand, a piattaforme che mettevano a disposizione programmi multimediali per la creazione di fotolibri, ricettari e persino libri di poesia secondo cornici prestabilite ma con margini di personalizzazione. Ritenevo alcune proposte squisitamente commerciali strutturate per “fare guadagno” sul desiderio di materializzare quello che il web riesce a promettere così bene: l’espressione della propria interiorità. Si sa che la dialettica vede sempre il confronto degli opposti con l’alternarsi di spinte di rinnovamento e reazioni verso vecchie tendenze. Così il virtuale che non si disgiunge nettamente dal cartaceo secondo la formula pubblicitaria “tutto intorno a te” oppure “tu vali”!

Il sito “Blurb” mi è sembrato proprio questo, un provider che consente il download di tre programmi per gestire la creazione di fotolibri anche con l’aggiunta del testo, secondo livelli crescenti di difficoltà, per calzare a misura sulle capacità ed esigenze dell’utente. Ovviamente a capacità maggiori corrisponde la possibilità di prestazioni maggiori. L’utente deve registrasi ed è tenuto all’acquisto del libro realizzato pena la cancellazione, dopo un tempo prestabilito, del progetto stesso dal sito. Questa soluzione non ha catturato per molto la mia attenzione perché non mi offriva quella libertà di manovra, stilistica ed espositiva che cercavo, neppure una vetrina che permettesse visibilità alle mie realizzazioni.

Altre piattaforme, come “Il mio libro” promosso da Repubblica.it oppure “Lulu”, permettono una personalizzazione delle scelte grafiche più flessibile e trasversale. E’ da premettere che in questi casi esiste veramente un community. Questo si riscontra sia nell’assistenza che offrono all’utente, per l’utilizzo del programma grafico della piattaforma e per qualunque tipo di difficoltà ed esigenza che si riscontra durante il collegamento al sito, sia nello scambio di curiosità, proposte e iniziative letterarie, forum di discussioni, possibilità d’amicizia e confronto sulle opere proprie e di altri. Ovviamente si alletta l’autore all’acquisto e alla visibilità della propria opera attraverso l’acquisto a pagamento di servizi aggiuntivi ma questo, a differenza della casistica precedente, non è necessario e sufficiente per poter lasciare in rete la propria realizzazione e permettere la diffusione/confronto del proprio pensiero. L’opera creata, in questi casi rispetto al precedente, può anche essere scaricata ed è salvabile nella propria postazione in formato PDF.

Trovo particolarmente interessante il sito “Lulu” per una serie di soluzioni pratiche che proverò ad elencare: l’utente non deve scaricare nessun programma e non deve prevedere uno spazio web personale dove salvare i dati. Viene guidato pazientemente ad ogni passo in modo semplice e automatico e solo prendendo esperienza, all’interno di ogni area di lavoro, si acquisiscono con la pratica astuzie e accorgimenti nel modo d’utilizzo del programma. Occorre solo decidere cosa fare e il sito ci guida all’interno di differenti finestre per realizzarlo. Puoi scegliere di creare fotolibri, calendari, libri, libri di poesie, ricettari clicchi il bottone e il sito dirige sul programma grafico per allestire l’interno e poi la copertina, chiede se deve rimanere un progetto privato, se si preferisce un accesso generale e ancora se deve assegnare gratuitamente un codice ISBN. E’ vero che occorre l’accettazione di un minimo contratto di licenza ma in cambio ti si spalanca la possibilità di condividere la tua opera, non solo attraverso il forum e la community del sito stesso, ma con altri siti di pubblicità come Amazon e più in generale su motori di ricerca come Google!

Mi sono chiesta, in un momento di moralismo, se fosse “onesto” questo modo di procedere che metteva allo smercio qualunque idea prima di verifica e valutazione sulla sua presunta qualità…poi però ho riflettuto su quanto la fonte, da cui proviene una manifestazione di pensiero, sia imprescindibile dalla natura della cosa che così poi si manifesta…forza e debolezza insieme, della realtà del web 2.0, è la condivisione delle idee. Un brainstorming che passa dalla quantità e che legittima la qualità in maniera non sempre univoca e lineare.

Spesso, infatti, la visibilità passa da un canale squisitamente pubblicitario che si nutre della sapiente conoscenza degli strumenti proposti dalla piattaforma web 2.0: presenza e trasversalità nei social network, collegamenti attraverso blog e wiki, l’abile utilizzo di tag e mashup, etc che finiscono col diventare, abbastanza naturalmente, criteri qualitativi di valutazione nella premiazione delle opere di concorsi organizzati per i fini più variopinti e le più svariate iniziative. L’imperativo diventa lo scambio e il fondamento del successo l’accettazione e il riconoscimento della vasta community virtuale rispetto al parere dell’esperto.

Il giudizio che mi sono fatta del web 2.0, seppur alle prime armi, è che vale la pena di conoscerlo meglio. Un pò come il passaggio dalla chitarra acustica a quella elettrica, mi suggerisce un amico, è sempre una chitarra ma la cassa di risonanza è differente quindi il modo di suonare è differente, il risultato finale è differente: non c’è un meglio o un peggio dipende che cosa vuoi suonare.

La versatilità di alcune piattaforme permette all’utente di creare, di giocare con le forme adattandole ai contenuti, io per esempio provo ad intrecciare programmi diversi per inserire le immagini grafiche al libro mutandone caratteri e spaziature prescindendo dall’idea della rigida divisione tra libro e fotolibro.

L’ibrido è la potenzialità e insieme la sorpresa inedita del web 2.0 perché non cristallizza possibilità e anzi, permettendo la libera espressione, non esclude l’emergere di eventuali linee di tendenza più ampiamente condivise.

In questo modo il “problema morale” scivola in secondo piano perché non è questa l’intenzionalità dell’approccio bensì quello della curiosità.

Liana Pisanu

La propensione di Google a restare in bilico.

settembre 17, 2012

La Grande G continua a camminare (e pare le riesca piuttosto bene) sul filo del rasoio.

Risale a pochi giorni fa la decisione di oscurare  in parte, o quantomeno di non favorire, il famoso sito di file sharing “The Pirate Bay“. Il nome della pagina non comparirà più nei suggerimenti di Google Instant,  e neppure nei risultati della ricerca. In effetti, ultimamente, il motore di ricerca si è dato molto da fare nel fronteggiare la pirateria online. Agli inizi del 2012 era infatti già scattato un provvedimento simile nei confronti di alcuni celebri siti e programmi di condivisione di Torrent, come BitTorrent, uTorrent, Megaupload  e Megafire. Google aveva già comunicato, ad Agosto, di essere intenzionato a penalizzare il ranking di tutti quei siti che avevano collezionato eccessive segnalazioni per violazione del copyright. E, a quanto pare, ha mantenuto la promessa: gli accessi alla Baia dei Pirati, almeno per quanto riguarda quelli effettuati dal motore di ricerca, sono calati rapidamente.

Un portavoce del sito, intervistato dalla webzine Torrent Freak, ha detto di non essere preoccupato del fenomeno. “Noi non abbiamo notato alcun calo nel numero di accessi provenienti da Google – ha affermato – e anche se ciò si verificasse non sarebbe un problema, perché soltanto una piccola percentuale dei nostri visitatori arriva dal motore di ricerca”.

Certo è che il motore di Mountain View sta giocando bene le sue carte, soddisfando le esigenze dei detentori dei copyright senza però inimicarsi l’enorme fetta di utenza a cui piace scaricare contenuti protetti senza pensarci troppo su.

Dopotutto, cosa si può pretendere da Google, che possiede un sito come Youtube, il quale riceve costantemente una marea di segnalazioni per violazione del diritto di autore? Non dovrebbe, per agire coerentemente, operare una sorta di “autopenalizzazione” nei risultati delle ricerche?

Eccoci quindi a discutere di quelle che il Corriere della Sera ha chiamato “Le geometrie variabili della censura“.

Altro caso, assai diverso, che tira in ballo il colosso californiano, è quello che riguarda il film “Innocence of Muslims“, una rivisitazione blasfema della vita di Maometto che ormai, purtroppo, tutti conosciamo. Alla richiesta della Casa Bianca di rimuovere il video, la grande G ha risposto con un secco NO. Eppure in Egitto, in Libia, in India e in Indonesia, esso è stato bloccato in brevissimo tempo.

Dunque chi è che decide quali sono le “situazioni delicate” per le quali un intervento censorio diventa giustificabile? Qui non si parla di governi censori. Non si tratta dell’oscuramento dei video offensivi a danno di Ataturk da parte del governo turco, né tantomeno del blocco delle immagini satiriche di Maometto attuato dall’Alta Corte di Lahore, in Pakistan. Qui si parla di un gruppo di ingegneri e matematici che decidono cosa sia giusto e cosa non sia giusto farci vedere.

E allora dov’è finita la libertà di scegliere cosa guardare e cosa no? Dove la libertà di espressione? Dunque internet è molto peggio di qualsiasi giornale e qualsiasi rete televisiva, dato che ci fa credere di essere plasmato (quasi) interamente da noi e dai nostri interessi?

Personalmente non vedo tutto in maniera così negativa. Temo, però, che stia lentamente crollando il caro vecchio mito della rete neutrale; poichè, se è vero che i parametri per filtrare i contenuti online vengono decisi dagli utenti, il processo, nella sua natura intrinseca, resta senza dubbio politico.

Enrica Basso

Brand Awareness: perché l’immagine è (quasi) tutto

settembre 15, 2012

Quando parliamo di brand awareness intendiamo il grado di conoscenza del marchio tra i consumatori. Alla brand awareness è connesso un altro termine importante, la brand image. Mentre con il primo termine intendiamo la notorietà di un certo logo, il secondo riflette il giudizio complessivo espresso dagli acquirenti relativamente al marchio stesso. La due variabili formano la cosiddetta brand equity.
La costruzione della brand awareness avviene come conseguenza di quello che, nel marketing, viene chiamato buzz, ovvero l’insieme di operazioni che punta a stimolare il passaparola tra gli utenti riguardo un determinato prodotto o servizio.

La creazione della brand awareness è chiaramente uno degli obiettivi principali che ogni azienda vuole raggiungere ed è uno degli scopi della pubblicità, soprattutto in una prima fase di lancio di un nuovo prodotto: si tratta infatti di un elemento che influenza pesantemente il comportamento d’acquisto dei consumatori.

Image

È quindi fondamentale applicare questi concetti anche nel web, dal momento che oggi solo grazie ad internet è possibile incrementare il valore di un prodotto, la sua reputazione (online reputation), e ancora correggere eventuali risultati negativi. Infatti, calata bruscamente la fiducia verso i canali di marketing classici, la formazione dell’opinione pubblica non è più così dipendente dai media tradizionali: la rete è ormai l’insuperabile protagonista (capita sempre più spesso di imbattersi in un prodotto prima su internet che non in televisione) e l’utente è diventato in prima persona promotore (o annientatore!) di prodotti, opinion leader e autore/editore del web. Il senso critico aumenta, così come il livello, la quantità e la completezza delle informazioni.
Nel web lo sviluppo della brand awareness avviene di solito attraverso una buona gestione SEO (ottimizzazione sui motori di ricerca), canali e-commerce e partecipazione sui social network, e ancora attraverso campagne pubblicitarie e campagne banner su grandi portali e siti.

Tutte queste campagna generalmente prevedono la ripetizione visiva del logo dell’azienda legato al servizio/prodotto, in modo da permettere nel tempo la veloce associazione e il ricordo da parte dell’utente. L’ottimizzazione sui motori di ricerca è legata a determinate parole chiave che possono portare il prodotto in questione a scalare le SERP, ovvero i risultati della pagina del motore di ricerca. Il lavoro non si ferma qui. Dopo il lancio delle varie strategie è necessario un continuo lavoro di monitoraggio. Questa è una parte forse ancora più impegnativa, ma che non si può scansare.

In rete infatti gli utenti che scambiano le proprie opinioni su un servizio o un prodotto si sentono tutti allo stesso livello e mostrano sempre più fiducia tra di loro, perfetti sconosciuti, piuttosto che nella pubblicità sempre pronta a mostrare solo gli eccezionali pregi dell’oggetto in vendita. Privi (di solito) di secondi fini, se soddisfatti non faranno attendere i loro commenti positivi, se delusi sconsiglieranno l’acquisto, anche con toni aggressivi. È un dato di fatto: l’opinione degli altri sconosciuti consumatori ha un peso sempre più rilevante nella conclusione dell’acquisto. Proprio per questo il passaparola online deve essere positivo. Le ripercussioni per l’azienda in caso di troppi commenti negativi non deve essere mai sottovalutato, e non solo in termini di popolarità, ma proprio dal punto di vista economico.
Su internet vengono offerti molti strumenti, anche gratuiti, tutti mirati proprio al controllo dell’UGC, ossia User Generated Content (si intendono quindi tutti i contenuti nati dal basso, creati direttamente dall’utente, cioè dal fruitore, in modo autonomo e amatoriale) su social, blog, siti di opinioni et similia.

Nonostante gli strumenti messi a disposizione e la consapevolezza che, soprattutto nel campo delle vendite, “l’immagine è tutto”, pessime gestioni dell’online reputation sono sotto i nostri occhi, dall’altra parte del monitor, tutti i giorni. Valga su tutti l’episodio che ha coinvolto qualche mese fa Rtl su facebook: cancellare commenti negativi o, ancora peggio, bannare gli utenti scomodi e insoddisfatti significa non avere il controllo della situazione, non accettare il confronto e non essere in grado di esprimere le proprie ragioni. Tutte cose che i consumatori di oggi non accettano più.

Ma guardiamo l’altra faccia della medaglia: una cattiva gestione comporta perdite evidenti, una buona gestione della propria brand image invece può trasformarsi in una nuova opportunità.Costruire una valida identità online significa non solo presentare in modo corretto i proprio prodotti, ma anche poter controllare la reazione del consumatore, migliorare i servizi e difendersi da eventuali diffamazioni. Per esempio, un difetto di produzione scoperto in tempo può essere subito corretto, tamponando così le perdite economiche e facendosi perdonare dal consumatore che, se soddisfatto, certamente tornerà. Un marchio attento al giudizio dei consumatori guadagna credibilità e ha maggiori possibilità di fidelizzare il cliente. Sarà anche una banalità, ma è proprio così!

Veronica Marzolla

FACEBOOK E TWITTER: RISORSE O MINACCE?

settembre 13, 2012

Da qualche tempo molti gruppi editoriali stanno elaborando norme deontologiche che regolino l’uso dei social network per giornalisti, dipendenti e collaboratori. L’avanzare del Web 2.0, con le nuove forme di partecipazione e condivisione, sta creando problemi sconosciuti in passato.
Facebook, Twitter, social network e blog, da semplici raccolte di foto e mezzi per restare in contatto con gli amici, si sono trasformati in veri e propri strumenti per la raccolta e la diffusione dal basso di notizie e di immagini. È grazie alla rete, infatti, che si sta diffondendo sempre più il “citizen journalism”. Questa nuova tendenza permette anche ai non professionisti di scambiarsi contenuti e informazioni, trasformandosi da testimoni in reporter.
Ma quanto i giornalisti professionisti utilizzano le notizie e le immagini che trovano su blog, social network e simili? E, soprattutto, quanto possiamo fidarci di ciò che troviamo nella rete?
Per questi motivi, gruppi editoriali esteri hanno fornito ai propri dipendenti direttive su come comportarsi.
L’ASNE, American Sociaty of News Editors, l’associazione degli editori dei quotidiani statunitensi, ha raccolto un po’ di queste regole e ha classificato le principali in un decalogo: “10 Best Practices for Social Media”.
D’altra parte, non è la prima volta che vengono elaborate regole per un uso corretto degli strumenti forniti dalle nuove tecnologie. Alla fine degli anni ‘90 Arlene Rinaldi scrisse i 10 comandamenti dell’etica dell’uso del computer, tra cui il monito a non danneggiare altre persone o il loro lavoro tramite il computer, a non usare risorse senza autorizzazione e l’invito a usare il computer in modo da mostrare considerazione e rispetto. Un vero e proprio galateo informatico, insomma.
Il decalogo dell’Asne non ha valenza di legge. Per quanto riguarda l’apertura all’utilizzo dei social network nella redazione, le regole sono le seguenti:

1. Traditional ethics rules still apply online.
2. Assume everything you write online will become public.
3. Use social media to engage with readers, but professionally.
4. Break news on your website, not on Twitter.
5. Beware of perceptions.
6. Independently authenticate anything found on a social networking site.
7. Always identify yourself as a journalist.
8. Social networks are tools not toys.
9. Be transparent and admit when you’re wrong online.
10. Keep internal deliberations confidential.

Si invita i giornalisti ad usare i social network con professionalità e a verificare tutte le informazioni raccolte sui blog e social network.
Non tutte le redazioni, comunque, impongono il rispetto di queste regole o hanno adottato un proprio regolamento. Il New York Times, per esempio, ha dichiarato che, sebbene in redazione ne abbiano parlato, non è stato imposto alcun codice da seguire. I dipendenti sono stati esortati a usare i social network con ponderatezza per non minare la credibilità loro e del giornale, con cui ovviamente sono identificati.
L’Associated Press, una delle maggiori agenzie di stampa a livello internazionale, ha invece fornito ai giornalisti delle linee guida sui post e tweet. In particolare, per tutelare l’integrità dell’agenzia, un giornalista può pubblicare proprie osservazioni ma deve porre molta attenzione nel retwittare opinioni terze, in special modo se non trova il modo di contestualizzarle.
E in Italia? Qualche mese fa ha suscitato polemiche il tweet pubblicato dal giornalista Sandro Ruotolo della trasmissione “Servizio Pubblico” che indicava il nome del presunto attentatore di Brindisi. Dopo qualche ore si è scoperto che l’uomo niente aveva a che fare con l’attentato alla scuola Morvillo Falcone. Ruotolo, al coro di proteste che si era levato per la sua informazione inesatta, ha risposto con un’alzata di spalle. Quali sono allora i criteri che seguono i nostri giornalisti?
L’ex direttore generale della Rai Lorenza Lei, con uno degli ultimi provvedimenti, ha inviato una circolare con cui vietava ai dipendenti di rilasciare dichiarazioni non autorizzate e che possano ledere l’immagine dell’azienda su social network. Circolare che ha suscitato le polemiche dei giornalisti che si sono sentiti minacciati nella loro libertà di espressione.
Marco Pratellesi, giornalista e autore del blog “Mediablog”, ha cercato di tracciare alcune linee guida per un uso consapevole dei nuovi mezzi di raccolta e diffusione di notizie. Tra le altre, Pratellesi invita a non perdere la fiducia e la credibilità dei lettori, a mantenere trasparenza e imparzialità, a specificare se una notizia presa da blog è confermata o meno. La sua conclusione è che “niente è privato nel web e i giornalisti sono adesso soggetti allo stesso livello di sorveglianza e controllo delle persone di cui sono abituati a scrivere.
E dunque il problema è ancora aperto: come possiamo fidarci delle notizie che circolano in rete? È giusto affidarsi, senza una verifica accurata, alle nuove fonti di informazione? Come si scopre una notizia falsa? Facebook e Twitter sono una risorsa o una minaccia per il buon giornalismo? Ai posteri l’ardua sentenza.

Alessandra Federica Palumbo

Rate your Music – Come crearsi il proprio panorama musicale

settembre 10, 2012

Rate your Music (RYM*) è un database musicale online che permette di catalogare, votare, eventualmente recensire e condividere con altri utenti la propria discografia. Da qualche anno è stato inoltre ampliato con la possibilità di inserire una filmografia.

La fortuna e la popolarità di cui il sito gode presso gli appassionati di musica, e non solo, è dovuta principalmente alla sua semplicità – grazie soprattutto ad una grafica essenziale e pulita – e alla completezza delle informazioni disponibili, fornite dagli stessi utenti (ma controllate, comunque, da un moderatore). Le possibilità di esplorazione sono infinite. Tanto per fare un esempio, sotto la voce in homepage “New Releases”, dedicata ai dischi in uscita, vedo che il 4 settembre è stato pubblicato l’album For my parents dei Mono. Non li conosco, ma decido ugualmente di cliccare sul nome della band per visualizzarne la scheda. Vengo così sapere che sono un gruppo post-rock di Tokyo (due chitarre, basso e batteria) e che si sono formati nel 1999. Nel campo “Artisti correlati” trovo i link ai loro progetti paralleli (nel caso volessi ulteriormente approfondire) e in “Note” leggo che hanno collaborato ad uno split con i Pelican, molto noti nel genere. Nel campo “Popolarità” ho la possibilità di vedere in quali paesi la band è conosciuta mentre, sotto la voce “Alias”, sono riportati gli pseudonimi utilizzati dalla band, fosse anche per un lavoro solo. Non mi interessano? Abbandono la pagina e torno alla homepage dove, cliccando per esempio su “Trova!”, posso orientare la mia ricerca per genere musicale, periodo storico, etichetta o altro. Restando sulla pagina dei Mono, invece, ho a disposizione la loro discografia completa suddivisa per album, EP e raccolte. Per ogni titolo sono mostrati anno di uscita, numero di recensioni e media dei voti su RYM*, ottenuta in base ad un sistema di votazione a stelline, da una a cinque. For my parents ha una media di 3.33 stelline. Accedendo alla scheda del disco trovo copertina, numero di edizioni disponibili (cd, vinile e vinile colorato a edizione limitata), eventuali commenti degli iscritti. E, nel caso il disco mi interessasse (arrivati a questo punto solitamente si ricorre a YouTube) e decidessi di acquistarlo online, ho a disposizione i link per farlo. Come accade per altri siti simili, questo livello di fruizione, compresa la consultazione delle collezioni personali, è accessibile a tutti. Nel caso si sia registrati, si ha invece la possibilità di inserire il disco nella propria “wishlist” o collezione, votarlo, recensirlo e inserirlo nelle statistiche personali. Grazie ad un collegamento a Google Maps, è possibile localizzare geograficamente i propri ascolti, gli amici o i concerti a cui si è partecipato; nella sezione “In arrivo” sono mostrate le uscite imminenti dei gruppi inseriti nella collezione personale. Questo secondo livello permette, in sostanza, di entrare in connessione con gli altri iscritti ed essere costantemente aggiornati sulle “novità”. Individuare le persone con gusti musicali (o cinematografici) simili non è difficile: basta cliccare su “Elenchi di compatibilità”. Andando invece su “Automatici” si avrà una lista di album che, in base alla propria collezione, RYM* ritiene potrebbero interessare e, da lì, cominciare una nuova ricerca. Diventando sottoscrittori del sito si accede infine a un terzo livello di fruizione che permette, qualora se ne sentisse l’esigenza, di personalizzare il profilo o incrementare le informazioni disponibili su amici o collezioni.

Grazie ai contributi degli utenti, su Rate your Music trova visibilità sia il gruppo famoso sia la piccola band locale. Ed è questo, a mio avviso, uno dei punti di forza del sito. Se integrato con altre tipi di fonti (webzine, siti ufficiali, enciclopedie online …) questo perfetto esempio di web 2.0 diventa uno strumento efficace per allargare i propri orizzonti culturali in una società dove, molto spesso, rigide regole di mercato e distribuzione sacrificano la qualità e la varietà dell’offerta alla logica “mainstream”. Il tutto in maniera facile, veloce e divertente. A “prova di pigri”, insomma.

 
Vanessa Consiglieri