AAA – Trovare lavoro (e mantenerlo) nell’era dei social networks

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Tempi di crisi, la disoccupazione aumenta a pari passo con il precariato, e nessuno può dirsi veramente al sicuro. Soprattutto nell’era dei social network, dove una frase in più sul capo ingrato, o sull’inaffidabilità dell’azienda per cui si lavora, può costare cara. Vale la pena analizzare questo fenomeno, soprattutto alla luce di un testo pubblicato dalla Robert Half, la più antica tra le società americane di ricerca e selezione di personale specializzato. La pubblicazione, scaricabile gratuitamente in formato .pdf dal sito dell’azienda, si intitola «Business Etiquette: the new rules in a digital age». Si tratta di un vero e proprio vademecum su come comportarsi online quando si è alla ricerca di un lavoro, o quando si è già impiegati in qualche azienda. Il fatto che siano dedicati interi capitoli ai social networks (in primis Facebook, Twitter e Linkedin) non stupisce: sono già tanti i casi in cui gli “ingenui” dell’informatica hanno perso il lavoro. Basta cercare un po’ sui quotidiani online, per trovare titoli come: «Scrive su Facebook: “Il mio lavoro è noioso”. Licenziata»; «Dipendenti criticano Virgin Atlantic su Facebook: licenziati»; «Tra gli amici di Facebook 13 criminali: licenziato»; «Facebook, un “Mi piace” porta al licenziamento di sei persone». Di conseguenza, sul social network non poteva mancare il gruppo ufficiale “Fired By Facebook“, che ad oggi conta 520 iscritti.

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E così, la prima riflessione della Business Etiquette (volendo fare un gioco di parole, si potrebbe dire “Business Netiquette”) della Robert Half è :«Occorre pensare attentamente prima di invitare i contatti di lavoro a far parte della tua lista di amici sui social network». Continuando, si può leggere che «puoi condividere dettagli della tua vita privata con un cliente durante un pranzo insieme, puoi constatare che diventare amico dei colleghi su Facebook può aiutarti a consolidare le relazioni. A seconda dell’azienda in cui lavori, puoi anche accorgerti che Facebook è un utile mezzo per farsi dei contatti che possono portare a concludere nuovi affari». L’altra faccia della medaglia è che il Grande Fratello è in agguato: gli “amici” dei social network (più di nome che di fatto) possono vedere, condividere, e catturare con uno screenshot qualsiasi cosa decidiamo di postare sulle nostre bacheche. E si sa che i social networks funzionano un po’ come il gioco del telefono senza fili: una frase un po’ colorita, decontestualizzata, un’immagine fuori luogo, fanno in fretta il giro della rete. La cosa può nascere come una presa in giro, un gioco, un’azione in buona fede, senza pensare che si sta mettendo potenzialmente nei guai una persona. Basta ricordare quel vecchio detto latino, “verba volant, scripta manent”, per fare i conti con il fatto che i social network sono un ottimo esempio della seconda frase, scripta manent.

Da qui, la regola numero uno suggerita dalla Robert Half: non postare nulla su Facebook che non si voglia rendere pubblico. «La gente continua a fare l’errore di postare commenti negativi o pettegolezzi su capi, supervisori, colleghi e così via. Non fatelo, sui vostri commenti potrebbero posarsi gli occhi sbagliati. Come fare? Contate fino a 10 e considerate le conseguenze». Naturalmente, le chances che gli “occhi sbagliati” si posino sui commenti aumentano se si accettano tra gli amici colleghi, clienti e capi. E se il profilo è totalmente pubblico. Nel caso in cui siano i capi a chiedere l’amicizia? Un consiglio è ignorarla, non rispondere né si né no.

Su Twitter i comportamenti da tenere sono analoghi, senza contare che lo spazio per “twittare” è ristretto, con appena 140 caratteri, quindi è più facile scrivere cose poco approfondite, che verrebbero travisate.

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Nel 2009 a dire la verità ci aveva già pensato l’Enel a scrivere un breviario per i suoi dipendenti con alcuni consigli: «Tenere presente che i dati personali, le informazioni e le immagini contenuti nel profilo utente possono essere copiati e utilizzati per costruire profili personali o per essere ripubblicati altrove. Anche a distanza di tempo», «Leggere attentamente le condizioni d’uso e le garanzie di privacy offerte dal sito», «Evitare sempre comportamenti che possono risultare lesivi della riservatezza e delle libertà individuali di altri soggetti, delle disposizioni sul diritto di autore o che violino la legge in qualsiasi modo». Inoltre vengono date direttive ai dipendenti come non utilizzare contenuti riservati o che possano gettare discredito sull’azienda, non menzionare nominativi di dipendenti, clienti, partner o fornitori, e così via. I trasgressori possono subire conseguenze «sul piano giuridico per violazione di norme di legge, nonché, ricorrendone i presupposti, anche sul piano disciplinare».

Un mese fa, il Business News Daily ha pubblicato un articolo dal titolo «Facebook posts that could ruin your career»: vale la pena citare alcuni dei sette ironici consigli. Al primo posto “Ricorda tua madre”: immagina che tua madre possa vedere i tuoi post. Se alcuni di questi ti potrebbero mettere in imbarazzo, meglio non pubblicarli del tutto.  Poi “Stop ai giochi”: i cliccatissimi giochi su Facebook possono portare qualche problema, specialmente quando il tuo capo leggerà sulla bacheca che hai appena completato un livello di “Gangster Wars” o “Getting Drunk”. Anche i gruppi e le pagine sono da tenere d’occhio, i “mi piace” sono da distribuire con parsimonia: non si vorrà che il capo scopra che si è parte del gruppo “Odio il mio lavoro” oppure “Adolf Hitler Fan Club”.

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È interessante notare che – negli anni – i social network e Facebook in particolare si siano talmente integrati nella vita delle persone che i datori di lavoro in alcuni casi non solo possono (più o meno giustamente) risentirsi vedendo pubblicati alcuni commenti, ma chiedono anche ai candidati di mostrare il loro profilo durante i colloqui di lavoro: è successo negli Usa, dove nel 2011 il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Maryland chiese a 2600 candidati i dati di accesso al loro profilo Facebook. Dopo le proteste dell’Aclu (American Civil Liberties Union), la pratica fu sospesa, ma ancora oggi questa amministrazione chiede ai candidati di aprire davanti agli esaminatori il loro profilo sui social network per controllare insieme amici, fotografie, post e link.

Troppa invadenza dei datori di lavoro, troppa ingenuità da parte di persone che sperano di trovare amici solidali quando scrivono le proprie frustrazioni lavorative sulla rete, o troppo peso dato a un social network? Certo è una materia nuova, difficile fare di tutta l’erba un fascio: è improbabile non indignarsi di fronte a un’azienda che chiede la password di Facebook, così come non ci si può non arrabbiare con un dipendente che insulta il capo sui social network, vale a dire alla luce del sole. Il caso dei post inappropriati è emblematico, forse simbolo di una società sempre più alla ricerca dei “15 minuti di gloria”, che rende pubblico – con tutti i pro e i contro – il diario che una volta si teneva sotto chiave in un cassetto.

 

Valentina Bocchino

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