Archive for maggio 2013

La dura vita del community manager.

maggio 31, 2013

Image«Vive le Roi des fous !»

La professione di community manager è per molti una risposta contro la crisi economica globale che da quasi sei anni sta attanagliando la maggior parte della Terra. Un modo di lavorare innovativo, slegato dalle ovvie logiche del posto fisso, anche nell’accezione di “ubicato in un solo luogo”, con pochi limiti di orari e differenze tra giorno lavorativo e festivo. Un tipo di lavoro per gente sveglia, meglio se giovane e plurilingue, molto curiosa e in grado di destreggiarsi non con la spocchia dell’esperto, ma con la passione dell’innamorato, tra i nuovi modi di comunicare. Datemi uno smartphone e solleverò il mondo. Ma se siamo in Italia le cose stanno diversamente.

Da almeno un anno a questa parte i giornalisti  che si occupano delle pagine social di La Repubblica e Xl (mensile  “musical-culturale” del suddetto giornale) subiscono tutti i giorni maree di critiche e commenti piccati per ogni contributo, post, foto o video che caricano. Tutto è cominciato dal 2009, all’epoca delle bollenti intercettazioni telefoniche che riguardavano l’allora premier Silvio Berlusconi. La Repubblica (soprattutto il giornale cartaceo, ma non lesinò il carico massimo anche la versione digitale) fu la testata che più di tutte andò a riportare, indagare e segnare il maggior numero di particolari scabrosi, scene osé e gossip imbarazzanti sul caso. Le vendite, per un buon anno e mezzo, si gonfiarono a dismisura, ma al contempo montò una feroce critica, talvolta montata ad arte dai gruppi politici e editoriali concorrenti, di un graduale abbassamento della qualità di Repubblica, imbarbaritasi ormai e caduta nel guano del gossip senza limiti. Tutto questo si è andato a riflettere, ma con una forza ancora più virulenta, per i contenuti che i community manager inseriscono di volta in volta, quotidianamente sui social. Basta fare una piccola cernita, anche limitata nel tempo e nel numero dei post selezionati, per accorgersi che il pubblico, forse abituato ancora a considerare Repubblica solo come giornale di carta per un pubblico di radical chic, ben istruito e che ama l’eleganza, forse infuriato per la collusione che il gruppo editoriale ha dimostrato sia con il quadro dirigente del Partito Democratico che anche con aree di Scelta Civica e dell’esecutivo Monti, oppure per semplice “partito” preso, critica fortemente tutto i contenuti.

Ma vediamo quali sono i messaggi più comuni. Poniamo il caso che il cantante X durante un Festival culturale di qualsiasi tipo (musicale, cinematografico o letterario) rilasci una dichiarazione curiosa come “Io amo le patatine al formaggio”. Una notizia frivola, che magari corredata di fotografia del cantante intento a divorarsi una porzione extra delle suddette patatine, può muovere ad un sorriso. Ma per dieci persone che sorridono, ce ne sono almeno altre cento che inveiscono contro la scelta dei community manager con commenti di questo tono” Ma chi se ne frega? Repubblica era un giornale serio! Meno gossip più notizie! Chi ca@@o se lo fila quello! Drogati di m@@@a!” e altre antipatiche ingiurie.

Quello che balza chiaramente agli occhi è che molte persone, forse non ancora pronte per una reale svolta social, non hanno compreso che il ruolo del community manager non è tanto un ruolo per promuovere la qualità di un certo prodotto (partito, band o giornale) ma ha compito eminentemente quantitativo: cercare di alimentare in maniera costante il flow delle notizie sul prodotto curato, fidelizzare (soprattutto nel bene, ma talvolta anche nel male” ) i lettori, cercare di far nascere la curiosità. Insomma è “ la somma che fa il totale” direbbe Totò. Un gruppo come quello di Repubblica, per non finire ad essere “il giornale più letto nelle case per anziani” (primato lodevole, ma forse limitante) deve saper mutare pelle e magari “sporcarsi un poco le mani” per rimanere saldamente al vertice. Un grande giornale, nell’era della digitalizzazione facile, è fatto da grandi firme come Eugenio Scalfari, Corrado Augias o Roberto Saviano, ma anche dai tanti e infaticabili community manager che corrono dietro alle mode del momento (come i video virali), che non esitano a postare una foto in cui Madonna è senza cerone (con l’avvertenza “vietato ai deboli di cuore”) oppure che riportano le imbarazzate dichiarazioni di Zlatan Ibrahimovic sulla qualità del  Paté de foie gras con pere caramellate che si consuma sulla rive droite di Parigi.

Perché un community manager, come ci ricorda il buon Victor Hugo nella preface della sua commedia “Cromwell”, è nell’intimo un artista moderno : un personaggio curioso, in bilico tra sacro e profano, che “Sentirà che tutto nella creazione non è umanamente bello, che il brutto vi esiste accanto al bello, il deforme accanto al grazioso, il grottesco sul rovescio del sublime, il male col bene, l’ombra con la luce”.        

Mattia Nesto

Rivoluzione militare, ma solo virtuale: nasce il sito “Esercito della Libertà” per sostenere Silvio Berlusconi

maggio 29, 2013

ESERCI~1

Nostalgici della naja di tutta Italia, riunitevi… o meglio, iscrivetevi! Apposta per essere assimilato da coloro che piangono la scomparsa della leva obbligatoria e della cartolina di precetto oppure dagli amanti delle battaglie e delle gerarchie militari senza l’uniforme mimetica è nato esercitodellalibertà.it, l’ultima idea concepita da Silvio Berlusconi. L’Esercito della Libertà, detto anche Esercito di Silvio, balza agli occhi del curioso internauta come una piattaforma web organizzata a mo’ di modulo di arruolamento e di caserma multimediale. Sorvolando sugli ideali e sulla filosofia di tale strumento, una sorta di Risiko virtuale dove la Jacuzia e l’Europa Meridionale lasciano il posto alle Toghe Rosse e ai nemici della Costituzione (e naturalmente della Libertà), è interessante analizzare il contenuto tecnico e la strategia comunicativa dei webmasters e dei community manager al soldo del Cavaliere, fra i quali troneggia l’artefice massimo Simone Furlan, trentasettenne imprenditore veneto. (more…)

Dopo Flickr e Tumblr, Yahoo! punta Hulu

maggio 29, 2013

Continuano le strategie di ripresa di Yahoo!. Dopo Flickr e Tumblr, il motore di ricerca con il punto esclamativo pare sia in trattativa per l’acquisizione di Hulu, una piattaforma di video in streaming.

La filosofia se non puoi farlo tu, allora compralo, è molto in voga tra i colossi del mondo dell’informatica. È ciò che ha spinto Microsoft a rilevare Skype, Google ad avere YouTube e Facebook ad accaparrarsi Instagram, con lo scopo finale di aumentare i profitti e gli users. E Yahoo!, che non vuole essere da meno, ha puntato gli occhi su Hulu.

Il motore di ricerca Yahoo!, fondato a metà degli anni Novanta da Jerry Yang e David Filo, due studenti di Stanford, ha all’inizio vissuto anni d’oro. Con il nuovo millennio però, a causa della bolla delle dot-com e della crescente concorrenza di Google, Yahoo! non mai più raggiunto quei livelli. Qualcosa è cambiato nel luglio 2012, quando viene nominata al vertice Marissa Mayer, manager molto stimata e una tra le 50 donne più potenti nell’imprenditoria americana. La Mayer accetta subito l’incarico e la missione/sfida di far rinascere il motore di ricerca. Le sue prime mosse sono state dirette a cambiare la cultura del gruppo di Sunnyvale, rendendolo più simile a Google.

Ed è così che, il 20 maggio 2013, la nuova chief executive di Yahoo!, sborsando ben 1.1 miliardi di dollari, ha acquistato il sistema di microblogging Tumblr. Il nome deriva da tumblelog, ovvero blog corti, creativi e arricchiti da materiali multimediali. Un’alternativa al classico blog, ma che consente comunque di postare articoli, commenti e di esprimere la propria identità online. Un acquisto quello della Mayer che mira ad avvicinare il motore di ricerca agli utenti, i quali possono utilizzare una piattaforma social in concorrenza, quindi, con Google+ e Facebook. In questo modo, potrebbe aumentare il numero dei visitatori complessivi e, di conseguenza, anche quello degli inserzionisti.

Nel 2005, Yahoo! aveva comprato anche Flickr, la piattaforma web 2.0 di photo sharing, ma solo con l’arrivo della Mayer, la quale ha deciso di cambiarne il layout, aggiungere nuove funzionalità ed espandere a un terabyte lo spazio disponibile per la condivisione di foto, Flickr è stato sfruttato in funzione anti Instagram.

Una strategia d’attacco, dunque, quella della Mayer che mira a consolidare il brand Yahoo!. Hulu, l’ultima piattaforma sulla quale ha puntato gli occhi, è un servizio internet di video su richiesta che offre film e spettacoli televisivi in diretta, attualmente disponibili solo negli Stati Uniti. Yahoo!, il quale aveva fatto un pensierino anche su YouTube prima che finisse nelle mani di Google, ora sarebbe dunque in trattativa per Hulu. La notizia non è stata ancora confermata ufficialmente e non è stata fatta un’offerta definitiva, anche se la cifra potrebbe aggirarsi tra i 600 e gli 800 milioni di dollari. Ma l’intento è chiaro: Yahoo! punta al settore video per far fronte alla concorrenza di YouTube, controllato dal rivale Google. C’è da dire, però, che Hulu è già da tempo sotto mira anche di Google stesso, Microsoft e Amazon.

Selena Zamarian

Se l’editoria non accetta i nuovi arrivati (geolocalizzati)

maggio 29, 2013

Che non si dica più che il Salone Internazionale del Libro di Torino non è foriero di innovazioni, per favore. Che non si provi più a tacciare la chiacchieratissima fiera di allergia al rinnovamento, per la carità.

Dopo la plateale apertura all’e-book, l’introduzione della nuovissima App, la promozione affidata alle quattro blogger torinesi e gli orgogliosi approcci alla realtà aumentata, non è più consentito lamentarsi della presunta insofferenza tecnologica degli irriducibili dell’editoria italiana.

Eppure, eppure.

Eppure quando, durante il primo giorno di fiera, gli standisti hanno visto avvicinarsi quattro temibilissimi informatici di nero vestiti, è scattata l’immancabile diffidenza: cosa vorranno fare con quella scatoletta? Non vorranno mica mettersi vicino a me con quel fastidioso Roll Up? Alla larga! Io lo pago, il mio stand, e pure tanto!

Il Salone Internazionale del libro e il suo primo approccio all’editoria geolocalizzata.

I quattro informatici bistrattati, infatti, sono gli sviluppatori di “In Acto”, una start up internazionale con sede a Torino che promuove brand di qualità attraverso la diffusione di contenuti durante eventi culturali. Per l’occasione ha deciso di presentare Magic Dp, un progetto che si basa su tecnologie innovative, anche se di per sé già conosciute, applicate a un ambito tanto vecchio quanto potenzialmente svecchiabile: il mondo dei libri.

 Magic, infatti – la misteriosa scatoletta – permette di connettersi a una rete Wi-fi privata, attraverso la quale è possibile accedere ad alcuni contenuti prestabiliti. Privata, ma non protetta. In pratica, girando per la fiera, gli utenti hanno la possibilità di connettersi con il tablet o lo smartphone a una rete gratuita e visualizzare solo il materiale che la casa editrice ha deciso di mostrare. Catalogo, presentazioni ed eventi legati alla fiera stessa, logicamente.  Ma anche, e soprattutto, capitoli, sezioni o libri interi, sunti in pillole, immagini suggestive, concorsi.

Intanto la rete è gratuita per gli utenti, quindi leggere non costa nulla (una tantum). Ed è pure temporanea, quindi per l’editore il danno è limitato, preventivabile e, si spera, inferiore al guadagno.

Gli standisti restano perplessi, fiutano l’inganno, non demordono.

Lo stesso progetto è già stato collaudato in alcune scuole del paese, aggiungono gli esperti, tentando un timido sorriso. Funziona così: un tecnico gestisce dal suo ufficio diversi modem Magic, fisicamente distribuiti in istituti diversi. Gli insegnanti forniscono il materiale che vogliono condividere e il tecnico lo carica nella rete della scuola in questione. Le informazioni sono così fruibili secondo le condizioni dettate dall’istituito, contenutisticamente e geograficamente parlando: ti offro internet gratis, ma solo qui e ti mostro solo quello che scelgo io.

Insomma, è «Magic Dp, geolocalized contents. Sistema integrato per la distribuzione di contenuti WI-FI in grandi ambienti».

Niente da fare, le case editrici chiudono le orecchie. E lo stand.

E così, mentre l’App viene scaricata poco e funziona malino (interfaccia semplice, struttura confusa), gli e-book vengono presentati come forme aliene mediamente scorbutiche e la realtà aumentata resta un’iniziativa sporadica di qualche piccolo editore, i programmi cartacei all’ingresso vanno maldestramente a ruba.

E le idee come Magic? Piacciono al pubblico, molti si fermano e chiedono delucidazioni. C’è da scommetterci che, presto o tardi, qualcuno ne coglierà il potenziale e lo applicherà a un altro ambito.

Un ambito, manco a dirlo, ben lontano dai libri. 

 

 

Come l’hacking condiziona la raccolta del consenso nel sistema elettorale

maggio 29, 2013

Voto, raccolta e manipolazione online a fini politici: Claudio Agosti, presidente del Centro Hermes, e Giovanni Ziccardi dell’Università degli Studi di Milano presentano un seminario sull’hacking nella raccolta del consenso nel sistema elettorale. Un’analisi delle diverse tipologie di voto, da quella elettronica a quella online vera e propria, e una riflessione sui limiti di questi sistemi.

Il primo esempio di sistema di raccolta del consenso online riguarda l’analisi della sicurezza del voto su internet per mezzo di un sistema denominato SERVE – Secure Electronic Registration and Voting Experiment: si tratta di un sistema sviluppato da Accenture, in collaborazione con altri partner e utilizzato per primo dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per il suo Federal Voting Assistance Program. Lo scopo era quello agevolare con il voto elettronico quelle decine di migliaia di americani che –come i militari, i corpi diplomatici e le loro famiglie- non sono residenti sul territorio USA e non avrebbero diritto di voto. Il fine di SERVE era quello di permettere a questi soggetti di registrarsi su una piattaforma e poter accedere al voto via internet, da qualsiasi posizione. SERVE voleva essere anche una Testing Authority qualificata e certificata dallo Stato, per la raccolta di “voti reali”. Il sistema prevede tre fasi: dall’iscrizione a SERVE, alla registrazione per il voto e l’iscrizione nelle liste elettorali, al voto vero e proprio, effettuabile grazie a un server via internet da qualsiasi parte del mondo ( tramite l’uso di un sistema MS Windows ed Explorer o Netscape, Javascript, Java e activeX e session cookies) senza hardware o software aggiuntivo. I votanti trasmettono con questo sistema il loro voto completo di tutti i dati al server centrale, tramite sistemi SSL (Secure Sockets Layer, protocolli crittografici per la comunicazione sicura sorgente-destinatario, fornendo autenticazione e cifratura dei dati). Le preferenze espresse dai cittadini, in storage su un server centrale, vengono recuperate da uffici locali in fase di spoglio.

La prima prova risale al 2004 (su base volontaria, con la gestione di 100 mila voti nel giro di un anno, tra primarie e elezioni generali). Il target era di 6 milioni di votanti, denominati UOCAVA, parola usata per designare tutti quei cittadini USA “bloccati” all’estero. Da allora sono emersi i limiti del modello online: i DRE (direct recording electronic) voting systems sono stati criticati per i problemi di sicurezza insorti. In pratica, il software non veniva controllato con cura durante il processo di certificazione dello stesso ed erano altamente probabili i rischi di attacchi da parte di insider durante il processo. Inoltre, il voto, per quanto utilizzi piattaforme online, deve avere comunque un riscontro fisico tramite feedback cartaceo per la verifica del percorso di voto. Ai rischi “tipici” e congeniti del sistema (come il rischio di falsificazione dei voti e switch), se ne aggiungono altri, come il furto di identità, spoofing (falsificazione dell’identità), virus e phishing (tipo di truffa online in cui un utente viene convinto a fornire una serie di dati sensibili), derivanti dall’uso di un pc e internet.

Ancora di recente, nel 2012, a Washington DC si è verificato un caso simile: un sistema di e-voting pilota per soldati e residenti all’estero. Prima delle votazioni, il Distretto di Columbia propone un test, una finta elezione in cui chiunque è invitato a cercare di hackerare il sistema, provande l’insicurezza. Risultato: nemmeno 24 ore dopo un team di studenti dell’Università del Michigan, cordinati dal Professor Haldeman, ha violato la segretezza dei voti già espressi, divertendosi anche a sbeffeggiare il sistema, aggiungendo tra i candidati HAL 9000 e Bender (intelligenza artificiale di “Odissea nello Spazio” e robot di “Futurama”) e inserendo il motivetto musicale che contraddistingue l’Università nella pagina di ringraziamento per aver effettuato la votazione.

Nonostante gli strumenti sofisticati impiegati (per esempio, la messa a punto di DRE che prevedono l’uso di una smart card personale e un POS che rilascia uno scontrino come ricevuta di voto) e gli ingenti finanziamenti stanziati, il sistema non è ancora così perfezionato da evitare attacchi su larga scala, lanciati da ogni parte del mondo e con qualsiasi motivazione. Il rischio è quello di creare un clima di sfiducia e disaffezione nel sistema, di paura di compravendita dei voti e switching per alterare gli esiti delle votazioni. Gli attacchi, inoltre, possono essere anche semplici e condotti da una sola persona, non per forza attuati da un gruppo organizzato, da una fazione politica, da uno Stato estero, ecc.: basta un esiguo gruppo di studiosi per compromettere il sistema di un’intera nazione.

Per scongiurare queste problematiche servirebbe un sistema di auditing, che permetta al votante di verificare che il voto registrato dalla macchina sia lo stesso immesso e mostrato sullo schermo. Se occorre, l’auditing per la verifica dell’attendibilità delle informazioni dovrebbe essere coadiuvato da un sistema ulteriore che permetta al votante di verificare l’espressione della sua preferenza. Inoltre, deve esserci la tutela della privacy tramite sistemi crittografati che consentano la trasmissione cifrata dell’informazione in transito, da decifrarsi solo al momento dello spoglio. Inoltre, anche la compravendita viene facilitata in questo contesto: vendendo ID e password dell’utente, si possono falsificare i voti e cambiare l’esito finale.

Ne consegue che il sistema basato sul web è insicuro. Quando si parla di voto elettronico e consenso online, si parla di sondaggi facilmente alterabili e non trasparenti. Le elezioni cartacee per ora sono uno strumento molto più sicuro e voto elettronico fisico, voto online e sondaggi sul web sono cose molto differenti sotto il profilo istituzionale e politico. Si può, tuttavia, tracciare un’ulteriore differenziazione tra i sistemi di voto online: diversi sono i casi di voto elettronico (con sistemi tecnologicamente più avanzati, ma sempre con l’integrazione di una cabina elettorale fisica all’interno di un seggio vero e proprio) e di voto online (“democrazia liquida”, in cui è necessario possedere solo un pc collegato a internet). Per quanto riguarda il voto elettronico con cabina elettorale preposta, è stato testato in Europa e USA ed è considerato abbastanza sicuro. Le sperimentazioni sono iniziate negli anni ’90 in Olanda ma il sistema è stato abbandonato poiché comunque in parte ancora insicuro e impraticabile. Se si vuole avere più efficienza, serve un meccanismo ibrido, tra elettronico e fisico: questa strada viene praticata negli Stati Uniti in cui, mantenendo le garanzie della carta e portando l’efficienza dell’integrazione tecnologica, si ottiene un sistema ottimale. Le garanzie mancanti rilevate in questi 10 anni di voto elettronico riguardano la possibilità di attacchi tempest alla segretezza del voto; attacchi all’integrità e modifica dei dati memorizzati; attacchi alla verificabilità postuma, per cui non si possono fare ulteriori conteggi dei voti in caso di brogli. Nel caso del voto online (liquid feedback e sistemi di voto proprietari), invece, c’è un maggior margine di rischio, dato dalla falsificabilità del voto, dal rischio di furto delle credenziali, dalla manipolazione dell’interfaccia di voto (tipico dei processi bancari online, trojan), dalla mancanza di feedback sulle proprie scelte.

Democrazia liquida, quale futuro ci aspetta? La direzione intrapresa è quella verso l’utilizzo sempre più massiccio dell’online, ma è necessario apporre le giuste tutele, dai sistemi di ricevute e di feedback, all’uso di sitemi embedded di voto e di reti peer to peer per impedire la manipolazione e il single point of failure.

Elettra Antognetti

Nel nord Italia anche la sanità diventa Web 2.0.

maggio 28, 2013

Cartelle cliniche elettroniche, archivi informatizzati per la raccolta e un’analisi più precisa dei dati amministrativi e sanitari dei singoli pazienti, ma anche il cosiddetto CUNICO, acronimo che sta ad indicare l’innovativo Centro unico preoperatorio informatizzato, dove i pazienti verranno divisi e indirizzati immediatamente verso reparti e strutture ottimali, senza inutili tempi di attesa.
Queste le incredibili innovazioni apportate dalla nuova era digitale nel mondo della sanità pubblica, accessibile a tutti e ricca di vantaggi sia per le strutture ospedaliere, sia per i cittadini stessi. La giuria di esperti nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) del Politecnico di Milano, tenendo conto di questi rivoluzionari provvedimenti adottati da alcune strutture ospedaliere del nord Italia, ha stabilito una classifica degli istituti più meritevoli, vincitori del Premio Innovazione ICT in Sanità 2013, sbaragliando ben 85 progetti presentati da altri centri sanitari: l’ospedale di Vimercate, in provincia di Monza e Brianza, il Sant’Anna di Ferrara, l’ospedale Meyer di Firenze e il prestigioso Istituto dei Tumori di Milano. I quattro progetti sono resi possibili dalla sinergia tra medici, infermieri, reparti amministrativi ospedalieri e, per quanto riguarda il settore informatico, tecnici del settore ICT.
All’interno di queste quattro strutture una vera e propria rivoluzione epocale sta prendendo campo, una rivoluzione che permetterà agli istituti ospedalieri un risparmio annuale di 6,8 miliardi di euro, mentre ai pazienti, e più in generale ai cittadini contribuenti, di 7,6 miliardi di euro. La spesa per la sanità digitale, nel corso del 2012, ha superato di poco il miliardo di euro, suddivisi tra strutture sanitarie (895 milioni), medici di medicina generale (54 milioni) e Regioni (280 milioni), con una spesa minima pari a 21 euro circa per ciascun abitante, decisamente inferiore alla media.
Entrando più nello specifico, Ferrara e Vimercate, introducendo il CUNICO e la cartella clinica digitale, hanno permesso una centralizzazione dell’insieme delle procedure standard, permettendo di avere liste d’attesa meglio gestite e trasparenti, non più divise per reparto, ma a livello aziendale, mentre l’iter per il ricovero e la permanenza all’interno degli ospedali diventerà più semplice e veloce, senza inutili cavilli burocratici. A Milano e Firenze è stato collaudato un sistema di supporto alle decisioni cliniche per lo sviluppo delle terapie per i pazienti affetti da tumori, oltre all’innovativo utilizzo di un database per l’archiviazione informatica dei dati sanitari, per ridurre i costi e migliorare l’efficienza nella gestione. In ciascuno di questi ospedali, il personale medico è fornito di tablet sui quali è possibile consultare la nuova cartella clinica elettronica, detta “Tabula”: attraverso la carta SISS (Sistema informativo socio sanitario), fornita dalla Regione Lombardia, si può consultare il profilo di ogni paziente durante il periodo di degenza. Gli operatori hanno il compito di riportare quotidianamente gli interventi nella cartella, che diventa un vero e proprio diario elettronico in grado di generare note automatiche, non modificabili da altri per motivi di sicurezza.
Terapie, visite, operazioni e informazioni su medici e pazienti diventano fruibili e reperibili in tempo reale, uno degli aspetti più rivoluzionari del Web 2.0, fornendo dati tracciabili sulla storia clinica dei degenti, sempre a portata di mano, da qualsiasi terminale. Questo processo ha portato alla quasi totale scomparsa di documenti in formato cartaceo, con un notevole risparmio, anche di tempo.
A questo punto, un dubbio potrebbe sorgere spontaneo: questo massiccio utilizzo della tecnologia, può ledere il rapporto medico-paziente, basato sulla fiducia e sulla possibilità di un dialogo diretto e costante?
In realtà no, perché in questo modo il medico acquisisce in anticipo le informazioni cliniche sul paziente che ha di fronte, e proprio per questo può dedicarsi all’esame e al colloquio con il malato, partendo dalla cartella sul tablet.
Un sistema complesso ed efficiente, insomma, dove medicina e informatica trovano il loro punto d’incontro, velocizzando i tempi d’attesa per i risultati di esami, le dimissioni dei pazienti, la prenotazione delle visite e la gestione delle sale operatorie. Infatti, oltre al registro informatico, un’equipe di tecnici informatici del Dipartimento Interaziendale gestionale ICT, guidata da Andrea Toniutti, ha realizzato un’interfaccia che consente ad anestesisti e chirurghi un collegamento diretto con il modulo di gestione delle sale operatorie.
Infine, entro luglio, entrerà in uso anche un’agenda informatizzata per la gestione diretta degli appuntamenti, e il braccialetto identificativo del paziente, dotato di barcode.

Arianna Borgoglio

L’istruzione ai tempi del web 2.0

maggio 26, 2013

L’avvento di internet sta rivoluzionando non solo il mondo della comunicazione e dell’informazione, ma anche il mondo dell’istruzione. Con il rapido sviluppo delle tecnologie che creano lavagne multimediali (LIM, Lavagna Interattiva Multimediale) e che trasformano i libri in file digitali, ci si domanda quale sarà il futuro della scuola e delle Università.
In un momento in cui l’accesso alle informazioni e alla conoscenza è facilitato dall’uso dei computer e della rete, in cui basta un clic per ottenere la risposta a una nostra domanda, ci domandiamo quale funzione possa svolgere ancora la scuola. Roberto Casati, direttore di ricerca del CNRS all’Institut Nicod a Parigi, scrive un libro Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere, nel quale afferma che: “Il vantaggio cognitivo della scuola è di fornire qualcosa che la Rete non potrà mai dare, ovvero un punto di vista diverso sulle informazioni, dato che i sistemi di raccomandazione che lavorano nella rete fanno di tutto per inchiodare una persona al suo profilo. O forse la scuola può semplicemente fornire l’idea che un punto di vista sia possibile, dato che le informazioni sono oggi soltanto prevalentemente subite. In questo senso la scuola ha un valore esemplare; serve come esempio. Per il semplice fatto di esistere, mostra che possono esistere cose che non sono sottoposte alle logiche dominanti in una società, e mantiene quindi aperta la possibilità di una società diversa”.

L’integrazione con i social media
Attualmente sono molte le università, come l’Università Cattolica di Milano e l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che hanno iniziato ad adottare i social network per le informazioni di servizio, comunicazioni docenti, gestione corsi, eventi, ecc. Addirittura un professore della prestigiosa università di Venezia ha creato una pagina Facebook come spazio didattico di supporto alle lezioni tradizionali del suo corso in matematica, un canale utile per dare agli studenti informazioni su orari, aule, programma d’esame, ma anche per condividere spiegazioni ed esercizi.
Un altro esempio dell’integrazione tra scuola e social media ci viene fornito dalla Francia, nel 2011 in alcune scuole elementari francesi le insegnanti adottano Twitter per insegnare a leggere e a scrivere. Veniva creato un account di classe, in cui i bambini pubblicavano i tweet; la maestra faceva scrivere la frase di 140 caratteri prima a mano su un quaderno, poi dopo averla corretta bisognava riscriverla su un documento digitale e infine veniva copiata e incollata su Twitter. Inoltre gli insegnanti con twitter propongono esercizi di riflessione su una parola o la creazione di neologismi.

Le conseguenze dell’introduzione delle tecnologie nell’insegnamento
Clotilde Pontecorvo, insegnante di psicologia dell’educazione all’Università di Roma, nota che l’utilizzo del computer per le attività di scrittura sviluppa tra i ragazzi attività di collaborazione e scambio, modificando il modo di apprendimento. Afferma che “i ragazzi hanno la sensazione di impadronirsi di qualcosa che serve, di qualcosa che servirà dopo, che potranno utilizzare, che sta nel mondo”.
Dall’altra parte Antonio Calvani, professore di Metodi e Tecnologie educative presso l’Università di Firenze, sostiene che le tecnologie non aiutano a migliorare l’apprendimento, anzi provocano disattenzione e sovraccarico mentale, per quanto poi ne ammetta l’utilità e la funzionalità in casi di disabilità, in cui la tecnologia può davvero essere di aiuto.

Zanichelli.it: strumenti multimediali per la didattica
Il sito della casa editrice Zanichelli può essere un esempio di come il web sia diventato uno strumento di supporto sia per gli studenti che per i professori.
La zanichelli organizza per gli insegnanti dei corsi di formazione su come insegnare con gli eBook multimediali. Inoltre nella sezione “area docenti” si possono trovare varie risorse didattiche riservate ai docenti iscritti a myZanichelli. Per gli studenti invece ci sono sezioni con testi interattivi di tutte le materie per la scuola secondaria di primo e secondo grado, esercizi per allenarsi agli esami di Stato, blog specializzati in inglese “From London” o nelle materie scientifiche “Aula di scienze”; per gli studenti universitari c’è una sezione dedicata al catalogo dei libri universitari e la possiblità di iscriversi al servizio newsletter per ricevere le novità pubblicate da Zanichelli editore in ambito universitario.

Maria Vittoria Dapino

#Customercare: a volte basta un tweet

maggio 25, 2013

L’utilizzo dei social media sta investendo sempre più la nostra quotidianità, ormai è un dato di fatto.

I social media, però, non consentono solo la creazione di un profilo personale alle persone fisiche, ma permettono alle aziende di portare la loro immagine sul web, alimentando la loro influenza e garantendo maggiore visibilità ai propri prodotti (o servizi) e alle proprie iniziative. La comunicazione tra azienda e utente, qualora venga gestita secondo i giusti canoni, dà la possibilità al cliente di sentirsi non solo preso in considerazione, ma spesso anche “coccolato”. La Customer Care intesa nella sua accezione, meno comune, ma più profonda di “cura del cliente” sembra diventare magicamente realtà tra le pagine web.

Il web 2.0 ha portato con sé, oltre ad una ventata di innumerevoli novità, anche la possibilità di essere costantemente assistiti dalle aziende, attraverso quelli che ormai sono diventati i nostri strumenti preferiti: i social media.

Secondo una ricerca effettuata da Oracle – Consumer Views of Live Help Online 2012 – sono sempre più gli utenti che preferiscono ricevere supporto on line, e che ripongono nei social network le loro aspettative.

L’uso tradizionale del Servizio Clienti prevede, nella maggior parte dei casi, una chiamata ad un numero di servizio al quale ci rispondono voci non sempre cortesi, previo ascolto di melodie dal dubbio gusto. A questo punto esponiamo, finalmente, i nostri dubbi, i nostri problemi. Questo che cosa comporta? Spesso lunghe attese, vissute al solo scopo di “non perdere la priorità acquisita”, per poi spesso non risolvere totalmente i nostri problemi, e aver bisogno di una nuova chiamata, e di conseguenza di una nuova attesa.

Adesso il web ci propone altro. Le aziende più accorte, quelle che hanno saputo accogliere le novità a braccia aperte, notando il vantaggio sia per loro stesse che per il cliente, ci propongono un comodo servizio clienti a portata di click.

Il social network che sembra offrire maggiore rapidità di interscambio, e soprattutto maggior sintesi e semplicità, è Twitter. 140 caratteri per offrire assistenza, senza spreco di denaro e con pochissimo dispendio di energie da parte dell’utente, che in quel momento può persino continuare a navigare, occupandosi anche di altro.

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Basta un tweet, e spesso (dipende molto dall’azienda con la quale si ha a che fare) si viene invitati a contattare l’Assistenza tramite DM (direct message – messaggio diretto). In questo modo si espongono i propri problemi, nonché le proprie generalità, e a tutto il resto pensa l’azienda.

Più che al passaggio dello stesso servizio da un dispositivo ad un altro (il telefono prima e il pc poi) si assiste alla vera e propria evoluzione del servizio, che guadagna in cortesia, qualità e soprattutto velocità.

Questa è Customer Care!

Barbara Morello

L’asso nella manica di Microsoft

maggio 24, 2013

Alla fine hanno calato la carta vincente.

Il 21 maggio 2013 Microfoft ha presentato a Redmond, Whashington, una nuova consolle: Xbox One.

La piattaforma non è stata pensata solo come videogioco, come nelle precedenti versioni (l’ultima fu la Xbox 360, venduta in 77 milioni di esemplari), ma come il centro dell’intrattenimento casalingo.

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Nell’era della convergenza digitale, comodamente seduti in salotto, con l’Xbox One potremo giocare, ascoltare musica, vedere la televisione o film appena sfornati dal cinema in alta definizione con un lettore Blu-ray, ma soprattutto potremo usare Skype.

Ecco svelato il mistero di una compravendita così azzardata, attuata dal colosso di Bill Gates qualche tempo fa.

Skype sembrava condannata alla continua perdita in borsa, ma chissà che ora non ritorni a competere con le migliori applicazioni di messaggistica istantanea, ad esempio Whatsapp, o che non riesca addirittura a scalzare le linee telefoniche, soprattutto in chiamate verso l’estero.

In un’era di passaggio, infatti, non possiamo prevedere fino a che punto l’uomo riuscirà ad adattarsi alle videochiamate.

Sappiamo, però, che i viaggi all’estero e le distanze vengono incredibilmente ridotte da queste tecnologie. Una madre può, ad esempio, parlare e vedere attraverso uno schermo come sta il proprio figlio che lavora in Giappone oppure due amici possono riuscire a vedersi e raccontarsi le loro esperienze in erasmus con pochi clic.

Tutte queste applicazioni possono avvenire contemporaneamente, grazie alla nuova funzionare “Snap”.

Non molti però definiscono allettante l’idea di comprare l’Xbox One: primo perchè il nuovo hub, a detta degli hardcore gamer, presenta una grafica eccellente, ma la consolle non è né compatibile con i giochi della precedente generazione, né ha un’ampia varietà di nuovi giochi; secondo perchè il cambio dei canali tramite comandi vocali o di movimento potrebbe essere una nuova rivoluzione come un nuovo ostacolo per le non più tanto nuove generazioni.

Varrà, dunque, la pena comprare la Xbox One, attesa per fine anno? Molto dipenderà dal prezzo e da che tipi di dispositivi già si hanno in casa. Se, infatti, in casa disponiamo di un lettore Blu-ray e una smart tv nuova di zecca, ma non abbiamo interesse a giocare a Fifa con una grafica stratosferica, potremmo temporeggiare un po’, in attesa di qualche sconto od offerta.

Non ci resta quindi che attendere l’uscita e vedere come reagisce il mercato: da lì capiremo se la Microsoft non ha avuto il coraggio di azzardare di più o se l’Xbox One è in realtà solo il preludio per un nuovo passo verso il progresso.

 

Manuela Prigelli

Il fantastico mondo dei Podcast

maggio 23, 2013

In una realtà fatta di smartphone, la tv e la radio hanno dovuto cedere il passo a qualcosa di più moderno, qualcosa che in qualche modo li coniugasse e permettesse di averli sempre con se.

Ecco allora la soluzione, rappresentata dai podcast, programmi, audio ma anche video pubblicati su internet sia da emittenti blasonate sia da privati indipendenti. Le singole “puntate” sono per lo più fruibili gratuitamente, scaricandole o riproducendole in streaming, ma in alternativa esistono gli abbonamenti, ovvero dei feed che ci avvisano dell’arrivo di nuovi contenuti.

Il lato pratico di queste applicazioni non è trascurabile: sarà possibile utilizzarle mentre ci spostiamo con i mezzi pubblici, riempiendo tempi morti, che sarebbero altrimenti noiosi, godendoci il nostro programma preferito. Inoltre sarà possibile riprendere la trasmissione in un secondo momento, dal punto in cui l’avevamo interrotta.

Il loro nome nasce dalla fusione di alcune parole, personal on demand (POD) e broadcasting, e comparve probabilmente per la prima volta il 12 febbraio 2004 in un articolo su The Guardian. In un primo momento associato solo allo scambio di file audio, venne poi esteso anche allo scambio di file video.

Con l’app giusta avremo la possibilità di creare playlist del tutto personalizzate, con gli episodi scaricati e “pronti all’uso” anche quando il collegamento alla rete internet sarà assente.

Le categorie di programmi sono davvero moltissime: i podcast ci portano informazioni da tutto il mondo, ci aiutano ad imparare una nuova lingua, ci fanno ascoltare cose che in radio non avremmo potuto sentire. Come già detto, provengono sia da emittenti radiofoniche, che hanno così l’occasione di ripubblicare alcuni dei loro programmi o creare iniziative apposta per il web, sia da privati.

Per quanto riguarda la lingua italiana, la Rai, la Rsi (ovvero la Radio televisione svizzera), Radio Deejay o Radio 24 sono le emittenti più gettonate, poiché molto conosciute e tecnicamente meglio prodotte. Osservando invece un panorama più vasto, tra le iniziative più degne di nota, troviamo moltissimi corsi di lingua straniera: in questo ambito i podcast, uniti magari a materiali pubblicati sui siti web che permettono la lettura, sono decisamente una formula vincente per consentire di apprendere la pronuncia e il suono di un nuovo idioma.

Il catalogo delle offerte è vastissimo: si va dagli audiolibri alle serie video dedicate al lancio di film, dalle iniziative delle etichette discografiche alle radio tematiche per la promozione di artisti, album o concerti. La scoperta di queste applicazioni può essere mediata dalle proposte contenute nel programma dedicato alla conservazione e fruizione oppure dal sito web di chi lo pubblica, che fornisce l’indirizzo per scaricare le puntate o abbonarsi ai feed.

Dopo la larga diffusione e l’ampia richiesta di questi strumenti, Apple ha infine deciso di dedicare loro un’applicazione apposita, che prima era relegata in una sezione della Musica. Analogamente all’edicola Apple, qui possiamo trovare una Libreria in cui conservare i nostri programmi preferiti e un catalogo in cui cercarne di nuovi. L’app è gratuita e discretamente funzionale, permette di fruire le singole puntate in streaming o scaricandole, ed essere avvisati quando vengono pubblicati nuovi episodi dei programmi che ci interessano, da ascoltare o guardare quando più ci aggrada.podcast  Apple

La scoperta dei programmi passa attraverso il Catalogo e la sezione Stazioni principali, nella libreria stessa, la quale è una sorta di vetrina curata dalla redazione dell’i Tunes Store. Si compone di varie sezioni  quali “Nuove e degne di nota”e  le classifiche dei Podcast più seguiti; la ricerca è facilitata grazie alla suddivisione in categorie, che spaziano da temi come l’arte, l’economia, la musica, le notizie, la politica e lo sport. Nei primi posti si troveranno i contenuti in italiano, seguiti poi dalla più nutrita selezione internazionale. Ogni singolo podcast si avvale poi di informazioni quali il nome, l’icona, l’editore, l’eventuale valutazione degli utenti, i titoli degli episodi e le relative date.

Tirando le somme, dunque, il loro successo è tributabile sicuramente a tre fattori: la comodità, data dalla possibilità di stoppare e riprendere gli episodi quando e dove si vuole, il costo, spesso pari a zero, che permette quindi anche ai meno appassionati del genere di avvicinarsi anche solo per curiosità, e la portabilità, in quanto grazie ai podcast possiamo avere le nostre serie e i nostri programmi preferiti sempre in tasca.

Alice Merlo