Il web 2.0 e la cecità

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Spesso non ci pensiamo, ma il web 2.0 non ha cambiato solo la qualità della nostra vita. Il nuovo modo di concepire il web, infatti, ha portato molti vantaggi anche nella quotidianità delle persone disabili, rendendo possibili azioni e interazioni a loro prima negate.

Per ricorrere immediatamente a un esempio pratico, basta pensare ai passi da gigante che ha compiuto negli ultimi anni l’informatica per permettere alle persone ipovedenti di navigare in internet. L’accessibilità al web da parte dei non vedenti oggi è quasi del tutto equiparabile a quella che hanno le persone normovedenti. Basta avere un comune computer e un programma di screen reader (software che permette di vocalizzare tutto ciò che appare e che avviene sullo schermo) e il gioco è fatto.

Inoltre, con qualche accorgimento da parte di chi gestisce i siti internet, si può rendere la navigazione dei non vedenti ancora più completa, ad esempio etichettando o descrivendo le immagini e permettendo quindi allo screen reader di leggerle. Stesso discorso per i link o per i grafici.

Anche il mondo dei blog, uno degli strumenti chiave del web 2.0, può essere sfruttato da un non vedente, soprattutto attraverso l’utilizzo e la lettura di blog testuali, o di immagini opportunamente etichettate.

Ma non esistono solo i blog per non vedenti: negli ultimi anni sono nati anche dei social network, come FreeRumble, il social audio fondato da Sonia Topazio, che è stato costruito appositamente per gli utenti non vedenti o ipovedenti. Basato sullo scambio di file audio, FreeRumble è stato concepito per permettere agli studenti non vedenti di ascoltare testi scolastici, così come libri di letteratura o pubblicazioni scientifiche.

Anche il più diffuso Facebook in tempi recenti è stato oggetto di studio da parte dei ricercatori dell’Università di Granada, i quali stanno mettendo a punto un pacchetto di software per rendere il social network di Zuckerberg accessibile anche agli utenti non vedenti.

E la cecità è solo una delle forme di disabilità rese un po’ più “leggere” grazie agli strumenti della tecnologia 2.0.

Marta Farruggia

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