Archive for giugno 2013

L’Osservatore in poltrona

giugno 30, 2013

In un mondo virtuale in cui tutto si può ottenere e creare con un clic, anche una passione può trasformarsi in realtà. Un sogno che due ragazzi genovesi, grazie alle innumerevoli possibilità fruibili da internet, hanno concretizzato con L’Osservatore in Poltrona. Un sito nuovo, battezzato lo scorso marzo, che nasce dalla passione di Chiara e Marco per il calcio e dalla loro intuizione di applicare le logiche del web ad un settore decisamente tradizionale come quello dello scouting dilettantistico. L’idea di base è quella di offrire quindi un servizio che permetta agli osservatori e ai procuratori di squadre di calcio di visualizzare video e profili dei giocatori comodamente dal proprio pc, smartphone o tablet. Il risultato concreto è  un marchio legalmente registrato e un sito internet losservatoreinpoltrona.it, realizzato adattando un template Joomla preesistente. La grafica, semplice e diretta, è stata ideata da uno studio grafico e poi adattata attraverso la personalizzazione dei CSS e dell’html. Il Content Management System Joomla consente l’aggiornamento autonomo dei contenuti del sito e di tutti i video pubblicati che possono essere presenti sul server losservatoreinpoltrona.it o su siti e server esterni.

Tutti i video  sono  realizzati dallo staff dell’Osservatore in Poltrona che, dopo aver ottenuto la delibera  da parte dei medesimi giocatori ripresi e dai club di appartenenza, si occupa del montaggio del filmato, della condivisione sul canale di YouTube e della pubblicazione sul sito. L’utilizzo della tecnologia permette quindi di mettere in relazione e comunicazione le diverse realtà del mondo del calcio dilettantistico dislocate su tutto il territorio nazionale a partire da allenatori e presidenti per arrivare  ad osservatori e procuratori passando dai giocatori. Il servizio, interamente gratuito e fruibile facilmente da tutti, permette di far risparmiare tempo e denaro a chi il lavoro di scouting lo fa per professione e di regalare ai protagonisti il sogno di essere conosciuti e visualizzati sul web. Il sito ha toccato le 400 visualizzazioni in un solo giorno e, come confermato dai due ideatori del progetto Chiara Kielland e Marco Lucentini, sono numerose le segnalazioni ricevute dagli appassionati del settore per consigliare talenti da scoprire.

Il punto di forza del sito è infatti proprio quello di rispecchiare perfettamente la mentalità di condivisione e interazione tipica del Web 2.0 sfruttando anche la complementarietà dei social network in particolar modo di Facebook e Twitter. La pagina Fb permette inoltre di commentare tutti i video e creare quindi spazi di comunicazione e dialogo tra i vari utenti.

Per gli appassionati del settore, L’Osservatore in Poltrona potrà ricordare WyScout, un eccezionale esempio di progetto di due giovani neolaureati nato in Italia, a Chiavari, nel 2004 e che ha acquisito negli anni un’importanza tale da permettere notorietà in tutto il mondo calcistico e un fatturato di oltre 2 milioni di euro. Anche in questo caso è la Liguria il luogo natale del progetto come se, ai piedi della Lanterna, il calcio e la tecnologia rappresentassero le uniche attività svolte dai giovani. L’idea di base è la stessa, ossia quella di offrire un servizio di scouting in rete. Le modalità però risultano differenti. WyScout è una società che collabora direttamente con i Club di calcio. Dopo una breve parentesi tra le società liguri, la svolta è arrivata con la partecipazione del Genoa, della Sampdoria e dell’Udinese per espandere la collaborazione con ben trecento club professionisti. Inizialmente il servizio offerto era quello di produrre Dvd contenenti filmati di giocatori. Poi dal 2009 si è passati a produrre degli streaming delle partite con video di analisi personalizzati attraverso l’utilizzo di set-top box. Dal 2010 è stata creata la Piattaforma Wyscout disponibile sul web e anche come App su App Store di Apple. Da allora l’azienda ha iniziato a crescere ed espandersi con l’apertura anche di altre sedi in Europa. Ma la grande differenza con l’ancor giovane progetto dell’Osservatore in Poltrona è l’accessibilità. La mentalità di base dell’azienda WyScout è: “un numero non elevatissimo di clienti che pagano tanto piuttosto che tanti che pagano poco”. Il servizio è infatti garantito solo su abbonamento e i club collaborano con l’azienda con versamenti annui di circa 7000 euro.

Il sogno dello staff dell’Osservatore in Poltrona invece è quello di ottenere certamente notorietà e guadagno ma di riuscirci con la possibilità di ricoprire un ruolo professionale come intermediario tra osservatori e squadre di calcio per contribuire alla scoperta di nuovi talenti. Una passione. Un sogno che vale la pena tentare sul web. Magari con la stessa fortuna degli altri due giovani liguri.

Camilla Andrianopoli

Annunci

giugno 29, 2013

L’evoluzione del web

Ricordo quando ho ricevuto il primo modem in regalo. Di per sé l’oggetto non aveva particolare attrattiva ma mi apriva un mondo fino ad allora totalmente sconosciuto: grazie a quell’apparecchio potevo navigare su internet.

Accedevo alle pagine web e mi sembrava di avere qualunque cosa a disposizione. A pensarci ora fa sorridere, la struttura e i comportamenti di una pagina web di allora erano nulla in confronto a ciò che si può fare adesso, ma analizzando l’evoluzione di un sito si capisce bene anche come siamo cambiati noi e il nostro modo di fruire dei servizi. Quando cercavo qualcosa in passato il mio atteggiamento di fronte al monitor era in un certo senso “passivo”, io fruivo dell’informazione ma non interagivo in nessun modo con essa. Oggi invece è tutto diverso, ogni utente può modificare le informazioni, wikipedia ne è un esempio chiaro, ma non solo, chiunque può modificare il comportamento e le reazioni del sito in base a determinate scelte oltre che scambiarsi messaggi con altri utenti e lasciare feedback su praticamente qualunque cosa, acquisti online, ristoranti, alberghi, foto di altri utenti. Il passaggio da allora ad oggi è stato tutt’altro che semplice, il linguaggio di marcatura html è stato modificato in lungo e in largo e numerosi strumenti sono comparsi al suo fianco per permettere lo sviluppo di svariati servizi tanto che internet è cambiato dal mettere al centro l’informazione al porre l’utente davanti a tutto il resto. Oggi tramite il web si può fare praticamente qualunque cosa: ricerche di mercato, mantenimento di attività commerciali, guardare la tv, scaricare una canzone, incontrare altre persone, condividere interessi comuni. Ci sono dei limiti? Idealmente no, praticamente molti. Il futuro del web prevede connessioni sempre più veloci e performanti, ci sono servizi che hanno una richiesta di banda minima (sia in download che in upload) che l’Italia non è in grado di garantire nella maggior parte delle regioni, al di fuori dell’Italia esistono paesi che non hanno nemmeno copertura. E’ il problema del digital divide che in molti stanno cercando di affrontare. In questi giorni Google ha presentato un progetto che prevede l’utilizzo di palloni aerostatici per portare il segnale dove non arriva.

Sempre Google è impegnata in America nel potenziamento delle infrastrutture (Google fiber a Kansas City permette velocità inarrivabili nel resto del mondo).

Insomma qualcosa si sta facendo ma il superamento di alcuni limiti al momento sembra vincolato all’iniziativa privata. La sensazione è comunque che ci sia ancora un universo da esplorare.

Silvia Civano

Facebook punta alle news personalizzate con Reader

giugno 28, 2013

Facebook è sempre più vicino al lancio di un aggregatore di notizie sul modello di Flipboard, Pulse e Zite. Dopo le prime indiscrezioni a riguardo comparse sui blog, arriva la conferma dal Wall Street Journal. Il servizio si chiama Reader e permetterà agli utenti di costruirsi un giornale su misura attraverso la condivisione delle notizie pubblicate su siti e social, poi aggregate e ordinate in un formato adatto al mobile. Reader è il prossimo passo, dopo la comparsa degli hashtag su modello di Twitter e dei mini video su Instagram: Facebook potrà così avere un feed completo di testi, immagini e contributi filmati.

Al momento Reader è ancora in fase di sviluppo e non ci sono indiscrezioni sulla possibile data del futuro lancio. Dietro il progetto c’è Michael Matas, che si occupa di design delle interfacce e ha iniziato a lavorare a 19 anni in Apple contribuendo alla creazione della prima versione del sistema operativo mobile di Cupertino.  Matas creò poi anche la Push Pop Press, un publisher di libri digitali che sviluppò un’applicazione ricca di funzioni e fu venduto nel 2011 a Facebook. Facebook sta lavorando da un anno a questo programma, come rende noto il Wall Street Journal, e il suo principale obiettivo è di portare dalla sua parte tutti quegli utenti che non potranno più usufruire dal 1 luglio di Google Reader, sistema che ha permesso fino ad adesso agli utenti di rimanere informati su tutti i contenuti grazie ai feed Rss.

Il giornale di Facebook prenderà spunto anche graficamente dalle già note app Flipboard e Pulse che permettono, dopo una scelta degli argomenti di interesse, di riunire le notizie condivise in rete creando un giornale su misura per l’utente. Flipboard conta al momento 50 milioni di utenti, mentre Pulse circa 20 milioni. L’introduzione di Reader sarebbe poi per Facebook un’ulteriore mossa verso il mobile; infatti negli ultimi mesi sono stati 700 milioni gli utenti che si sono connessi a Facebook tramite dispositivi mobili, smartphone o tablet. Ancora non è chiaro se si tratterà di una feature ottimizzata per usufruirne dai dispositivi mobili o di una vera e propria applicazione, ma comunque il focus sul mobile rimane centrale. L’obiettivo di Facebook è infatti quello di portare gli utenti a trascorrere più tempo sulle piattaforme mobili e di conseguenza a vedere più pubblicità, aumentando così i ricavi dal mobile e aprendo nuovi modelli di business.

Il colosso di Menlo Park, con il lancio di questa feature, ha probabilmente anche l’obiettivo di rifarsi rispetto agli ultimi progetti non proprio riuscitissimi: Facebook Home, scelto da un milione di persone ma con poco entusiasmo, Graph Search e gli hashtag, strumenti in realtà più utili alle aziende che agli utenti. Invece per quanto riguarda Reader a guadagnarci potranno essere veramente gli utenti, con una maggiore possibilità di engagement e interazione.

Facebook è però in ritardo rispetto a Linkedin che, successivamente all’acquisizione di Pulse, ha rilasciato un ottimo servizio personalizzabile di news, in ritardo rispetto a Google News e in ritardo rispetto a Twitter che aggrega le news attraverso gli hashtag. Che probabilità ha Zuckerberg di vincere in questa attualissima battaglia? Molte, perché il vincitore non è chi rilascia un killer service per primo ma, piuttosto, chi lo fa meglio rispetto ai desideri dei suoi utenti e, soprattutto, chi può vantare numeri notevoli, come il miliardo e cento milioni di iscritti che può mettere sul tavolo Facebook. L’impressione è, infine, che i publisher e le aziende editoriali debbano iniziare a “preoccuparsi” non più solo di Google, che a detta loro fa soldi con i contenuti di altri, ma anche di Facebook, che farebbe più o meno lo stesso, con la complicità degli utenti.

20lin.es e social publishing : editoria nel Web 2.0

giugno 26, 2013

Una piattaforma web che raccoglie tante storie e offre la possibilità di scriverle collettivamente, anche poche righe alla volta. Questo è 20lin.es, l’originale progetto di una startup italiana, nata quando quattro ragazzi tra i 24 e i 26 anni hanno deciso di trasformare la loro passione per la lettura e la scrittura in un progetto imprenditoriale che punta già al mercato internazionale. La United Ventures, investment  company fondata da Massimiliano Magrini e Paolo Gesess  per  sostenere nuove imprese  e scovare talenti  nel digitale italiano, ha stanziato un finanziamento di 250 mila Euro perché vede in 20lin.es l’editoria del futuro. “Esiste una generazione di giovani italiani di talento che preferisce avere l’opportunità di crearsi un lavoro piuttosto che di cercarne uno. Per farlo dovranno fondare la propria impresa  e per questo al sistema serve capitale di rischio”- dice Magrini, forte della partecipazione di investitori istituzionali come il Fondo Italiano di Investimento. Dal canto suo, Alessandro Biggi, uno dei fondatori di 20lin.es, fa notare come i numeri del sito di social publishing siano in continua crescita : più di 5.000 scrittori, dei quali il 60% scrive una seconda volta (a dimostrazione del fatto che gli utenti apprezzano la scrittura collettiva), 500 storie, 30.000 lettori, più di 1.000 visite al giorno, un sito ridisegnato e un’app per  iPhone  che ha raggiunto grandi numeri di download.  In risposta, la startup ha invitato scrittori affermati a regalare  “incipit d’autore” e a collaborare con i 20liners, sperando nell’attenzione delle grandi case editrici.

Uno dei punti di forza di 20lin.es è il fatto che nessuno ha per ora lo stesso editor di testo, ma questa è solo l’ultima delle soluzioni che il social publishing offre agli editori per la conquista di una vasta readership e di nuove opportunità di guadagno, e ai lettori per una maggiore interattività. Oggi sono infatti attive moltissime piattaforme di pubblicazione che sfruttano l’interazione tra Flash e Javascript, linguaggi per la grafica e la programmazione. Fra le più note ci sono Yudu, libreria online, vero e proprio marketplace che permette di leggere, acquistare, pubblicare, condividere e vendere  e-Book, riviste, contenuti  audio e video; Docstoc, community per la condivisione di documenti professionali che integra la sottoscrizione di un account AdWords e quindi permette di vendere i propri progetti; Vuzit Document Viewer per la creazione di biblioteche digitali e la distribuzione di documenti protetti da copyright senza il timore della pirateria online;  Scribd, social network dedicato alla scrittura e alla condivisione di e-Book, tesi di laurea, articoli, newsletter e testi musicali;  Issuu, “edicola” online con un editor che permette di pubblicare e sfogliare riviste. Le differenze fra i diversi ambienti di social publishing sono per lo più legate alle opzioni di ricerca all’interno del sito; quasi tutti offrono soluzioni per tablet e smartphone.

Gli ideatori di 20lin.es sono convinti che ci sia ancora molto da fare per educare i lettori italiani al digitale, ma ammettono la necessità di un approccio nuovo, segnato inevitabilmente dal social networking,  anche nell’editoria, settore ancora troppo aggrappato alla tradizione.

Giulia Sciola

Il caso Repubblica.it

giugno 26, 2013

Intervista a Giuseppe Smorto, direttore di Repubblica.it

Giuseppe Smorto, direttore di Repubblica.it, racconta in un’intervista nell’ambito dell’edizione 2013 dell’International Journalism Festival di Perugia l’iter che ha portato alla formazione del grande contenitore di notizie online.

Nato il 14 gennaio 1997, il sito web di uno dei principali quotidiani italiani (Repubblica.it), è stato un antesignano nel genere dei siti internet associati a testate cartacee: in questo contesto, Repubblica ha capito prima e meglio degli altri competitors le potenzialità della rete e ha potuto affermarsi in questo settore come leader. Repubblica.it è oggi il principale sito d’informazione italiano, con oltre 10 milioni e 600 mila utenti unici.

Giornalismo 2.0: tra crisi e nuove potenzialità. Qual è la posizione di Repubblica circa l’utilizzo dei nuovi media?

Il giornalismo non è crisi di per sé: ad essere in crisi è un certo modo di fare giornalismo, quello che si basa solo ed esclusivamente sulle notizie che compaiono sulla carta stampata.  Si vede che c’è un bisogno estremo di giornalismo, ma il modo di fruirne è cambiato. Repubblica ha un offerta informativa che non viaggia piu solo sulla carta, ma su un sito che conta ogni giorno più di 2,5 milioni di persone e su una web tv ancora in via di sviluppo. Il grande nodo di questi tempi è capire però come finanziare questo giornalismo. L’errore fatto 15 anni fa, al tempo in cui queste innovazioni tecnologiche hanno preso piede, è stato pensare che tutto ciò potesse essere gratis, ma con il passare del tempo ci si è resi conto che non può essere così e che questa non  è la formula adeguata a supportare questo tipo di operazioni. Il giornalismo non è gratis: devo avere la possibiltà di pagare i collaboratori, gli inviati e i corrispondenti, ad esempio in America, in Siria, ecc.; inoltre, questa è una garanzia di indipendenza per chi fa comunicazione, che deve aver modo di svolgere il proprio lavoro senza essere legato a sponsor e finanziatori di varia natura. Proprio negli ultimi mesi gli operatori di Repubblica.it si sono trovati davanti a un nodo insoluto, una questione spinosa: dando un’informazione completa, 7 giorni su 7, 24 ore al giorno, è giusto far pagare i propri lettori o no? il sito di Repubblica e quello del Corriere della Sera sono attualmente gli unici che sarebbero in grado di autofinanziarsi grazie agli introiti provenienti dagli investimenti pubblicitari e che potrebbero benissimo continuare su questa strada, senza gravare i lettori di un carico e senza chiedere un contributo. Attualmente la tendenza anche dei giornali americani è quella di mettere un paywall, un muro oltre il quale il lettore dovrà pagare una minima cifra per continuare nella lettura e accedere a determinati articoli. Questo è indispensabile se si vuole che l’informazione progredisca e vada avanti autonomamente, senza cadere in mano a inserzionisti, gruppi di potere, fondazioni (in USA) che finanziano i giornali. Se i conti funzionano, grazie anche alla collaborazioni degli utenti e di un pubblico di lettori affezionato e  fideizzato, è possibile essere sì indipendenti ma anche fare investimenti per migliorare il giornale, incrementare l’organico, mantenere corrispondenti esteri e inviati in scenari “caldi” del pianeta. Cose che, altrimenti, senza un entrata monetaria, non sarebbero possibili, e che con un entrata derivante dagli investimenti da parte di gruppi di potere, sarebbero limitate sotto il profilo decisionale.

Ma che cos’è Repubblica.it?

Dalla pratica alla teoria, ci siamo trovati improvvisamente col passare del tempo di fronte a un oggetto misterioso e competitivo rispetto a tutte le altre forme di giornalismo: non c’è paragone tra l’offerta informativa data dal sito di Repubblica e dal suo equivalente cartaceo. Da una parte c’è infatti un oggetto statico, non aggiornato, che devi andare a cercare in edicola e per il quale devi tirare fuori dei soldi; dall’altra c’è un oggetto nuovo, dinamico, aggiornato, con foto e video e tutto il materiale interattivo, in cui gli utenti sono protagonisti: una user experience, che vede le persone protagoniste sia nella fruizione (con l’ampliamento dell’offerta), sia nella creazione (UGC – User Generated Content). Si leggono le news in tempo reale, corredate da supporti multimediali audio, video e fotografici, in cui io utente posso intervenire nel flusso della comunicazione o inviando il mio personale supporto, o dicendo la mia opinione, anche criticando e dicendo che le informazioni sono, ad esempio scorrette. L’oggetto digitale è competitivo, chiaramente, e ciò comporta uno sconvolgimento all’interno delle redazioni classiche: intanto, il giornalista di per sé deve reimparare a scrivere, secondo quelle che sono le esigenze di questi nuovi mezzi, misurarsi con questo nuovo modo di fare giornalismo. All’inizio, anche all’interno della redazione di Repubblica, internet veniva considerato come la “brutta copia” del giornale: Repubblica.it era la sorellina minore, un po’ sfortunata, in cui andavano a confluire quei 4, 5 articoli di interesse variabile, mentre tutto il succo dell’informazione continuava a confluire sulla carta. Non si è puntato da subito sui nuovi mezzi, ma adesso Repubblica.it è considerata l’immagine principale di Repubblica. Per capire che cosa pensa la testata si guarda il sito! C’è una gerarchia politica, di cronaca, di attenzione ai fatti del giorno che è costante e ne fa la faccia più visibile del giornale. Il lavoro si è trasformato completamente: da piccola appendice, il mondo digitale è diventato grande locomotiva che traina anche il giornale di carta, vagone di lusso. La parola chiave oggi per noi è “diversificazione”: stiamo allontanando sempre di più i contenuti del giornale di carta da quelli dell’online, che oggi si occupa di informazione in tempo reale. Su Repubblica.it non vedrete mai lo stesso titolo del giornale cartaceo, e se lo vedrete vuol dire che non stiamo facendo bene il nostro lavoro! Sul sito, c’è valorizzazione della multimedialità, sulla carta invece ci sono contenuti di grandissima e eccezionale qualità, ci sono gli scoop, ci sono i grandi contenuti, ma se sappiamo che la notizia sarà “bruciata” noi la inseriamo subito sul sito. Le inchieste giudiziarie e le notizie in esclusiva per repubblica le teniamo invece per la carta. In ogni caso, sulla carta andranno a confluire sempre meno notizie –declinate sull’online- e sempre più contenuti di alto livello e di approfondimento. Anche all’interno della redazione, ad ogni modo, ancora oggi non sappiamo spesso come comportarci e come dividere il carico delle notizie e delle informazioni tra carta e internet.

Velocità vuol dire anche alto margine di errore. Come si rapporta repubblica.it a questo problema?

Per noi la velocità e l aggiornamento continuo sono più importanti della forma. Abbiamo un margine di errore altissimo sul sito, ma abbiamo scelto di privilegiare la velocità, mentre la qualità la mettiamo tutta sul giornale di carta. Sull’online, invece, accade che ci siano errori, che ci siano una serie di smentite e di rettifiche, o correzioni, ma non è sbagliato, non è indice di scarsa professionalità.  Tuttavia, ci sono anche momenti diversi sul sito: si pensi all’editoriale di Scalfari del venerdì mattina, che da un grande apporto qualitativo alla testata.

Come funziona Repubblica.it?

Se la squadra funziona bene, quando arriva la notizia ciascuno in redazione sa benissimo cosa fare: la notizia è un grappolo, un potenziale multimediale. Oltre alla notizia, infatti, si apre la possibilità di creare un video, inserire un file audio, i precedenti, un video-ritratto, i contenuti dei lettori, e tutti i contributi multimediali che una notizia inserita su una piattaforma online comporta. Questo fa del sito un prodotto completo e competitivo rispetto al giornale, che prende pochi fatti del giorno e li sviluppa attraverso editoriali e approfondimenti, mentre noi che lavoriamo sulla velocità non possiamo permetterci di fare la stessa operazione. Quello che è passato oggi è che l’offerta informativa è una sola, tra Repubblica.it e Repubblica: c’è grande responsabilità perché il lettore oggi identifica i due prodotti e le offerte informative. La grande novità, poi, è rappresentata dai social networks: Facebook e Twitter in particolare. Su Facebook noi abbiamo oltre 1 milione e 100 mila fan, 800 mila follower su Twitter, numeri pazzeschi. Però ancora non abbiamo capito qual è il business-plan dietro questi numeri: ora raggiungiamo sì lettori cui prima non arrivavamo, però basta questo? Quanto incide sul nostro giornalismo e sul nostro modo di finanziarci? Come possiamo sfruttare questa situazione per incrementare i nostri fondi e le nostre professionalità? Certo, ora con un link possiamo arrivare a un pubblico di lettori sterminato e sconosciuto fino a pochissimo tempo fa, e questo giova alla cultura e all’informazione, a livello sociale. Ma ancora non è chiaro come questa offerta e la richiesta possano essere coniugate in termini economici. È fastidioso chiedere soldi ai lettori (si pensi al caso Whatsapp), ma questo sarà prima o poi necessario perché dietro al nostro lavoro cc’è una professionalità che necessita di essere ricompensata.

Inoltre, c’è un’esplosione delle forme della tecnologia: l’abbassamento dei costi nei fare video, la permanenza delle immagini e dei testi rispetto ai testi  e una serie di altri fattori, che portano alla conclusione che internet sta creando un tipo di giornalista che non sa più solo scrivere ma che è una figura multi-tasking, un “mobile journalist”, che deve non tanto o non solo saper scrivere ma sapere anche fare un video, montarlo, tagliarlo, ecc. questo è il contrario della specializzazione, e porta sì tanta superficialità (non più giornalisti di settore, esperti un determinato campo), ma anche una capacità e una versatilità maggiore. Ognuno deve saper giudicare tutte le notizie, anche in settori di cui non si occupa direttamente, per decidere cosa deve effettivamente uscire sul sito e cosa no. L’informazione in tempo reale, come si vede, ha creato una nuova professionalità che prima non c’era.

Qual è la soluzione?

La soluzione è un sistema integrato di informazione che ha anche dei contenuti a pagamento. Repubblica.it non sarà mai solo a pagamento, ma ci saranno contenuti per accedere ai quali sarà necessario pagare una simbolica cifra minima, una forma di abbonamento, che oltretutto contribuirà a riconoscere la professionalità dei giornalisti, il loro lavoro, la loro attendibilità nel fornire notizie che altrimenti sarebbero magari altrettanto reperibili online ma viziate dal circolo comunicativo (giornalismo partecipativo, citizen journalism, eccetera) tipico del web 2.0, in cui ciascun utente può produrre UGC. Molti contenuti digitali, come il giornale su ipad, ad esempio, sarà offerto a pagamento. Si adotterà un paywall sul sito, in futuro. Il tempo reale sarà sempre gratis ma pensiamo di mettere in vendita i contenuti del giornale stesso a cifre bassissime, e inferiori alle già basse cifre adottate ad esempio dal New York Times. Su ipad abbiamo sviluppato una versione di Repubblica Sera, esclusiva per questa piattaforma: una tipologia interessante di comunicazione, che è un po’ un ritorno alle forme di giornalismo del passato, con le edizioni serali, ma che è anche un prodotto innovativo, una sperimentazione. Noi abbiamo ritagliato all’interno della redazione una serie di professionalità che offrono l’evoluzione della giornata in stile Repubblica alle 7 di sera. È un prodotto che offriamo in abbonamento su ipad, per rendere questo prodotto fresco e aggiornato. C’è una grande attenzione poi proprio alla cura dell’immagine, delle foto, dell’impaginazione, nell’intento di creare un prodotto all’avanguardia, precursore magari di una serie di altri esperimenti simili.

Elettra Antognetti

SOCIAL NETWORK E CIBO: UN SODALIZIO ORMAI CONSOLIDATO!

giugno 25, 2013

Il cibo spopola sui media e non è difficile rendersene conto: dai cooking show presenti su moltissimi canali tv, ai numerosi food blog che stanno letteralmente invadendo la blogsfera. Il cibo quindi non è più solo un alimento, è diventato un driver importante nelle comunicazioni tra le persone. Poteva quindi il mondo dei social network uscirne indenne? Certo che no! Su questo trend infatti sono nati social network e app dedicati interamente alla cucina: in alcuni come Istagram o Pinterest il cibo è una delle categorie tematiche più condivise. I social network, da un lato, aiutano a soddisfare le curiosità dei consumatori (ormai sempre più abituati a conoscere gli alimenti online, ahimè, senza il bisogno di toccarli, sentirne odori o consistenza), dall’altro sono un potente e innovativo strumento per le aziende specializzate nel settore, per coinvolgere i clienti e rendersi maggiormente competitive. Quindi, anche le amanti della cucina più tradizionaliste (un pò mi ci riconosco, lo ammetto) devono accettarlo: c’erano una volta i ricettari di carta, prestigiosi e personalizzati, con ingredienti e segreti doc tramandati dalla nonna; oggi, invece, in un’atmosfera di condivisione online, ci pensano i food blogger ad appassionare a pentole e fornelli anche i più refrattari. Ma chi sono questi food blogger? Sono appassionati di cucina (che spesso trasformano la passione in lavoro), non necessariamente chef, e tantomeno necessariamente partecipanti di trasmissioni tv, semplicemente persone che attraverso blog personali o portali strutturati, “danno un assaggio” di ricette e consigli utili per esperti o meno esperti (i più diligenti lo fanno con cadenza quotidiana, altri, come me e le mie amiche, diciamo un pò più sporadicamente, tempo permettendo!) E così, in mezzo a critici gastronomici, giornalisti ed enologi, ecco farsi strada questi temerari blogger, la cui opinione è molto richiesta, forse per il taglio diverso che offrono.

Ecco alcuni dei più importanti operatori della comunicazione che utilizzano il food come leva di aggregazione:

-FOODLOKERS: il social dedicato alla gastronomia                                                    

Il social food per bloggers, ristoratori, gourmet e fotografi che vogliono condividere il loro spazio web dedicato alla cucina: “il cibo più bello da vedere, la foto più gustosa da mangiare”; è arricchito con immagini, affinchè chiunque possa cimentarsi nella realizzazione.

-GNAMMO: la community per incontrarsi a tavola                                                       

Il portale Gnammo (online da febbraio 2012), permette di organizzare o partecipare a eventi culinari che possono svolgersi in case private oppure in affascinanti location, come parchi o atelier. Il funzionamento è semplice e prevede la registrazione gratuita attraverso i social network; da una parte i cuochi , che stabiliscono la location, i posti disponibili e il prezzo, dall’altra gli gnammers, i consumatori, che selezionano le offerte di loro interesse e si propongono come ospiti.

-LETSLUNCH: la web app definita “il Linkedin della pausa pranzo”                  

L’obbiettivo è quello di ampliare la propria rete di contatti lavorativi, sfruttando appunto l’orario dei pasti: è sufficiente iscriversi, collegando i social network al proprio account e inserire posizione e disponibilità. L’app incrocia i dati degli utenti tra loro e tramite i feedback si determina la reputazione degli stessi.

-VINIX: il social dedicato all’enogastronomia                                                             

Creato con l’intento di formare una community di riferimento per è interessato al mondo del vino, della birra e del cibo; alcune delle risorse a disposizione degli iscritti sono: pubblicare annunci personali, video, archiviare pranzi o cene, inserire le proprie etichette e condividere foto.

-PEOPLECOOKS: dove mangiare genuino anche fuori dalla propria cucina!           

Il social network pensato per tutti coloro che, per necessità, si trovano spesso a dover mangiare fuori casa e vogliono consumare un pasto genuino e saporito ad un prezzo contenuto (€ 6 per un pasto completo). Prevede due tipologie di ruoli: i cookers, coloro che cucinano e aggiungono posti alla loro tavola, e i people, coloro che per necessità o piacere, gradiscono mangiare fuori casa per trascorrere un momento di convivialità a un prezzo sostenibile.

-I FOOD SHARE: il social network per evitare gli sprechi del cibo!                         

Nell’ottica sempre più diffusa della sharing economy, nasce questo social che permette a privati, rivenditori e/o produttori di offrire gratuitamente prodotti alimentari in eccedenza a persone che ne hanno invece bisogno. L’intento etico e sociale è evidente dall’homepage: “ogni anno in Italia vengono buttati via 12,3 milioni di euro di cibo”.

La soluzione al digital divide potrebbe arrivare dal cielo: Project Loon

giugno 25, 2013

È stato presentato ufficialmente pochi giorni fa il progetto che potrebbe rivoluzionare la vita di miliardi di persone.

Google ha infatti annunciato Project Loon, un’iniziativa che ha dell’incredibile ma che garantirebbe l’accesso a Internet a tutte quelle persone che vivono in zone rurali o remote del pianeta e dovunque le connessioni via cavo siano impedite, come ad esempio i luoghi colpiti da calamità naturali.

L’originale idea prevede l’impiego di palloni aerostatici, realizzati con una plastica sottile, del diametro di 15 metri e alimentati a energia solare, che volano nella stratosfera a circa 20 chilometri d’altezza sfruttando le correnti aeree. Essi ricevono il segnale Internet da apposite stazioni a terra e lo ritrasmettono agli utenti, che possono captarlo installando un’antenna sul tetto della propria abitazione. I palloni comunicano fra di loro e quindi, secondo Google, sarebbe possibile creare un anello di palloni volanti intorno al mondo. Ogni mongolfiera fornirebbe la connessione ad una superficie del raggio di 40 chilometri ad una velocità simile a quella delle reti 3G.

L’opera è in piena fase di sperimentazione, finora sono stati lanciati trenta palloni in Nuova Zelanda, nella regione di Canterbury, e rimangono ancora molte questioni da verificare, prima fra tutte quella di riuscire a regolare in modo sicuro le loro traiettorie dato che, sebbene continuamente monitorati e dotati di un sistema di controllo dell’altitudine, sono pur sempre in balia dei venti stratosferici.

http://

I detrattori parlano di una strategia d’immagine, di una trovata pubblicitaria che avrà vita breve, alcuni avanzano dei dubbi riguardo l’effettiva sostenibilità del progetto, altri temono addirittura lo sfruttamento di questa tecnologia a fini spionistici.

Senza dubbio si tratterà di un percorso lungo e complesso ma la disuguaglianza digitale che impedisce ai due terzi della popolazione mondiale di accedere alle nuove tecnologie, sia a causa di impedimenti di tipo tecnico (non esiste la connessione) sia di tipo economico (c’è connessione ma i costi di navigazione sono troppo elevati), verrebbe in questo modo drasticamente ridotta, se non azzerata, e potremmo finalmente considerare Internet una rete “globale” nel vero senso della parola.

L’azienda di servizi online più famosa del mondo, pur assicurando che il progetto poggia su solide basi scientifiche, sembra essere cosciente dell’audacia dell’impresa, infatti loon in inglese significa pazzo. Dopo le Google’s driverless cars, le automobili senza conducente, e i Google Glasses, gli occhiali dotati di realtà aumentata, il colosso di Mountain View punta sempre più in alto e non è un male se lo fa utilizzando un pizzico di sana follia, d’altronde solo così si vincono le sfide che sembrano impossibili.

Gisella Siri

 

 

 

Verso la stratosfera, un blog in puro spirito web 2.0

giugno 25, 2013

Il blog musicale Verso la stratosfera – http://verso-la-stratosfera.blogspot.it/ – appare, fin da subito, come qualcosa di diverso e davvero particolare. Esiste un gran numero di blog musicali, ma a mia conoscenza nessuno che sia così impregnato dello spirito del Web 2.0.
Verso la stratosfera è un blog musicale monotematico, propone esclusivamente musica progressive italiana degli anni Settanta – il periodo d’oro di questo genere musicale -; pochissime le escursioni nei decenni contigui. Non ha nessun fine di lucro, non contiene pubblicità e i dischi che propone sono fuori catalogo e mai ristampati oppure registrazioni di concerti; questo per non danneggiare nessun artista. Lo scopo del blog è solo culturale, vuole condividere musiche ormai di nicchia, raramente ascoltabili attraverso i media tradizionali e ignorate dalle nuove generazioni.
La caratteristica più interessante e più orientata al Web 2.0, è la community che si è aggregata attorno all’amministratore. In poco più di due anni, il numero dei blogger che collaborano, postando regolarmente materiale sul blog, è arrivato a dieci. Un gruppo così ampio di persone che interagisce e condivide non può che rendere ricca e interessante la proposta del blog. Le visite al blog hanno superato il milione in poco più di due anni e i lettori fissi sono un gruppo consolidato e numeroso che interagisce con commenti a ogni post.
Quella che segue è un’intervista che Roberto – l’amministratore di Verso la stratosfera – mi ha concesso; è realizzata via mail, ha quindi tutti i limiti e le rigidità che caratterizzano questo modo di comunicare.

Quali sono state le motivazioni che ti hanno fatto decidere di aprire un blog musicale?

Il mio first touch nel blogging risale a circa cinque anni fa, quando venni invitato da un amico inglese a postare sul suo blog dedicato agli Uriah Heep e band simili. Insomma, le ossa me le son fatte su un blog in inglese, fino a che circa due anni e mezzo fa decisi di aprire un mio blog personale dedicato al rock progressivo italiano ed affini, passione di una vita, partendo dal materiale in mio possesso e da alcune collection di singoli rari e davvero introvabili rippati da Youtube. Ho cercato da subito di mantenere più aperto possibile alle collaborazioni esterne il blog, e piano piano, grazie anche ad una wishlist in continuo aggiornamento, i contributi hanno cominciato ad arrivare. Col tempo, alcune delle persone che mi avevano passato album rari sono diventati anch’essi blogger della Stratosfera. Se il primo anno ero solo io a gestire il blog e a postare i miei e gli altrui contributi, oggi siamo arrivati a dieci collaboratori, alcuni più attivi ed altri meno, ognuno con una particolare predilezione verso i sottogeneri che compongono quel fenomeno complesso che fu il rock progressivo italiano. Comunque la motivazione principale era quella di creare un blog che potesse sistematizzare in qualche modo il mondo del rock progressivo italiano nella blogosfera, visto che prima della Stratosfera album fuori commercio si potevano trovare in vari blog, ma non esisteva un blog specifico come lo è diventato il nostro. La spinta mia e di tutti gli altri collaboratori è stata chiaramente quella della grande passione che condividiamo verso il RPI.

Le tue conoscenze informatiche?

Davvero di base, anni di navigazione sul web hanno affinato un po’ le mie conoscenze, ma nulla di speciale. Pensa che per le cover dei bootleg uso ancora Paint, con ottimi risultati ormai, ma niente Photoshop. Fortunatamente la piattaforma di Blogger è facile da usare e molto intuitiva.

Immagino che la tua collezione di musica sia ben dimensionata…

In effetti lo è, per anni ho speso gran parte dei miei stipendi in musica. Chiaramente la collezione si è ingigantita oltre misura nell’era di internet…

Oltre un milione di visite in poco più di due anni sono una grande soddisfazione, a cosa è dovuto questo successo?

Sicuramente ai motivi sopra espressi, un blog come la Stratosfera non esisteva e gli appassionati di rock progressivo italiano, non solo in patria, sono davvero molti. Mettici poi il fatto di aver proposto parecchi rarissimi album semi sconosciuti e mai apparsi sul web né ristampati (quindi irreperibili per tutti da anni), oltre che poter proporre, grazie agli amici bootlegari, registrazioni (spesso di ottima qualità) di concerti di varie epoche.

In questo momento sono dieci i collaboratori del blog, come si è formata questa community. Era preventivato o tutto è successo in corso d’opera?

Tutto è partito, come ti dicevo, dalla wishlist. Dei lettori del blog hanno cominciato a collaborare passandomi alcuni degli album della lista dei desideri per postarli sul blog. Alcuni di loro, quelli che se la sono sentita, sono con il tempo divenuti collaboratori, alzando oltremodo la qualità e l’eterogeneità dei post.

C’è una conoscenza, una frequentazione, tra i blogger di Verso la stratosfera?

La conoscenza è soprattutto virtuale. Ho ricevuto solo una visita da uno dei collaboratori del blog perché abitiamo abbastanza vicini. Ciò non toglie che, soprattutto con alcuni degli stratosferici blogger, sia nata un’amicizia ed i contatti siano frequenti.

Avete avuto grandi problemi con Mediafire. C’è stato un momento che hai pensato di chiudere questa esperienza, cosa ti ha convinto a proseguire?

La prendo un po’ larga perché vorrei chiarire alcuni presupposti del nostro blog: il nostro blog non ha alcun fine di lucro – neppure a livello pubblicitario – e non vuole assolutamente danneggiare nessun artista. Per questo motivo cerchiamo sempre di pubblicare album non più reperibili attraverso i normali circuiti commerciali, neppure come ristampe recenti. Discorso diverso lo meritano i bootleg, siamo convinti che rendere disponibili registrazioni di concerti non autorizzate sia un atto anti pirateria. Che senso ha stampare e lucrare su materiale liberamente scaricabile dalla rete? E’ per questi motivi, direi di genere etico, che, quando ci furono quei grossi problemi di cui parlavi, fui tentato di chiudere il blog. Centinaia di upload erano ormai irrecuperabili a causa della chiusura del mio account su Mediafire, dove era archiviato ogni file della Stratosfera fino a quel momento. Purtroppo ancora oggi buona parte dei primi post sulla Stratosfera hanno link non più validi, che forse un giorno pian piano sistemerò – se mai avrò una tregua da lavoro e impegni famigliari, sono papà di un bimbo piccino -. Quello che mi ha spinto ad andare avanti, of course, è stato l’affetto dimostrato da blogger e visitatori del blog. Insomma ho capito, come disse il mio amico George della Stratosfera, che avevamo creato una specie di piazza virtuale dove scambiare opinioni tra appassionati dello stesso genere musicale, e sarebbe stato un vero peccato privarcene.

Giancarlo Mangini

ResearchGate: scienziati 2.0

giugno 24, 2013

Condivisione e partecipazione. Se questi sono i principi cardine del web 2.0, anche la scienza non ha voluto essere da meno ed è nato ResearchGate (www.researchgate.net), il nuovo Facebook degli scienziati.

Fondato nel 2008 da Ijda Madish, il social gratuito è dedicato a tutte le discipline scientifiche e conta 2,8 milioni di utenti provenienti da centonovantadue paesi.

Gli iscritti hanno accesso ad applicazioni tipicamente Web 2.0, come la condivisione di file, la pubblicazione di testi e la possibilità di partecipare a discussioni su forum o nei topics.

Il sito si divide in finestre interattive: Home, Researches, Topics, Conferences, Litterature e Jobs. Ogni iscritto pubblica nel profilo il riassunto del proprio Curriculum Vitae con le informazioni di contatto, un indice delle sue pubblicazioni e l’elenco dei blogs a cui ha partecipato.

Questa piattaforma permette agli utenti di tenersi in contatto tra loro, nel caso in cui esista già una reciproca conoscenza nella vita reale o di creare nuove relazioni professionali. Il Network, infatti, provvede a suggerire altri membri con gli stessi interessi dell’utente.

Non può non risultare evidente la somiglianza con Facebook, anche per la presenza in ResearcheGate di una bacheca “simil Fb” con i relativi “Mi piace” e commenti al seguito.

Mentre il social network fondato da Zuckerberg, con ben 8 milioni di iscritti nel mondo, permette di aprire profili personali, pagine ufficiali, gruppi pubblici o privati ricreando la stessa rete di relazioni sociali che si formerebbe nella realtà, esiste un altro social che si avvicina di più a ResearchGate, se non altro per le stesse finalità.

Linkedin, infatti, è un social network professionale, che permette alle persone di caricare una versione aggiornata del proprio Curriculum e di entrare in contatto con colleghi o professionisti legati a questi ultimi, in una rete molto ampia di possibili collegamenti con persone che ancora non si conoscono ma alle quali è possibile dare visione del proprio profilo professionale.

Tra i servizi gratuiti di Linkedin, “Get a Job” offre la possibilità di cercare un impiego attraverso la piattaforma: un altro tratto in comune con ReserchGate, che propone una bacheca con offerte di lavoro e programmi di dottorato internazionali.

Mentre Linkedin si sta arricchendo con condivisioni di link, creazioni di gruppi e pubblicazioni di argomenti commentabili, ResearchGate, dal canto suo, permette il confronto con  i colleghi e l’instaurazione di collaborazioni a distanza anche grazie al facile accesso alle pubblicazioni di altri utenti o a quelle di database esterni.

Tre social network con un minimo comune denominatore, dunque: la partecipazione.

Questi scienziati 2.0, infatti, sviluppano una scienza collaborativa sfruttando il concetto di “Open Access Journalism” che offre all’utente la possibilità di intervenire cooperando sulle pubblicazioni scientifiche di terzi, tramite una piattaforma Wiki.

ResearcheGate rappresenta l’ennesima risposta a chi cerca di dare una definizione unica e precisa di web 2.0: come spesso accade in Internet, a parlare sono sempre di più i fatti.

Sara Azza

 

 

Su Instagram arrivano i video e Facebook rincorre Twitter

giugno 23, 2013

Dopo gli hashtag anche i video? Facebook torna all’attacco e questa volta lo fa tramite Instagram. Ora l’app di foto, acquistata da Facebook nell’aprile del 2012 per 741 milioni di dollari, si apre anche ai video e permette a Zuckerberg e soci di sfidare Twitter e la sua applicazione Vine. L’annuncio è arrivato il 20 giugno scorso durante una conferenza stampa organizzata da Facebook.

L’app, con la nova versione 4.0, permetterà ora di realizzare caricare e condividere brevi video di 15 secondi, ben 9 in più rispetto ai 6 secondi previsti da Vine, ma soprattutto di poterli modificare attraverso 13 filtri diversi. “Giusto il tempo di un espresso” commenta Kevin Systrom, co-fondatore di Instagram, riferendosi alla durata dei video. L’obiettivo è quello di raddoppiare, attraverso l’introduzione dei video, la capacità del social network di immagini, utilizzato già da 130 milioni di persone ogni mese.

Punto di forza della novità sono i filtri, realizzati appositamente per i video, tra cui Normal Stinson Helena e Moon filter. Interessante è anche la funzione Cinema, per ora disponibile solo per iPhone, che permette di stabilizzare il video per le apparecchiature mobili e di migliorare la qualità dell’immagine. Grazie a questa funzione i video potrebbero diventare molto utili nel settore del micro-cinema che si sta diffondendo in occasione di molti festival.

Schermata 2013-06-24 a 00.06.05

Novità centrale è poi la possibilità di montare diversi spezzoni di riprese in un unico video. L’accoppiata Facebook-Instagram è stata anche molto attenta alla cura dell’utente nel lancio della nuova funzione video: la grafica rimane infatti la stessa, basta premere un semplice pulsante e si attiva la funzione video. “È un sistema facile e semplice da usare –assicura Systrom- è sempre il solito Instagram che conosciamo e amiamo, solo che ora si muove”. Anche la condivisione dei video funzionerà nello stesso modo di quella delle immagini, così come la possibilità di taggare amici e inserire commenti.

Zuckerberg risponde così al rivale Dorsey e rialza la testa; il fondatore di Twitter aveva infatti lanciato a gennaio l’applicazione video Vine che già a giugno aveva permesso di sorpassare il numero di condivisioni delle foto su Instagram. Il successo di Vine ha fatto riflettere il Ceo di Facebook, che ha compreso come il futuro del web siano i video e come aprire ai video il social fotografico potrebbe portare nuove prospettive anche sul fronte pubblicitario, aspetto da non sottovalutare per gli incassi di Menlo Park. Con 16 miliardi di contenuti condivisi nei primi giorni la piattaforma di Facebook fa gola ai signori del marketing e della pubblicità, che avranno notato gli ultimi dati pubblicati dalla società d’analisi eMarketer che prospettano una spesa complessiva attirata dalla pubblicità legata ai video di 4 miliardi di dollari entro la fine dell’anno, pronta a salire fino a 9 miliardi entro il 2017. Per adesso però la strategia di Instagram sembra poco aggressiva, dal momento che nessun messaggio pubblicitario è stato introdotto nella nuova funzione di video sharing. C’è chi ha sottolineato come comunque gli utenti fedeli a Vine e Twitter resteranno ancorati a questa applicazione, mentre sui video di Instagram saranno dirottati tutti coloro che già si divertono a condividere immagini su questo social, anche se i filmati saranno condivisibili su un numero maggiore di piattaforme terze, da Facebook a Twitter, Tumbrl, Flickr e Foursquare.

L’idea sembra per adesso dare i suoi frutti: nelle prime 24 ore di lancio dell’opzione sono stati infatti caricati circa 5 milioni di video clip, secondo i dati riportati da Cnet.com e ricevuti da un manager della società. Nel picco massimo di uso della funzione video, i 130 milioni di utenti attivi della piattaforma di San Francisco avrebbero caricato 40 ore di video al minuto. Il picco di uso di questa nuova feature si è raggiunto nella notte dello scorso giovedì, quando il Miami Heat ha sconfitto il San Antonio Spurs nella finale del NBA americana. Insomma nelle prime 8 ore di lancio della nuova funzione sono stati condivisi così tanti video che ci vorrà un anno per vederli tutti. Alla luce dei risultati ottenuti finora si potrebbe pensare che la sfida di Facebook-Instagram non sia rivolta solo all’app concorrente di Twitter Vine, ma addirittura a Google e alla sua piattaforma video Youtube.

Ma sembra limitativo considerare queste clip di 15 secondi come puro prodotto consumer, c’è chi pensa che diventeranno molto di più. Ne è convito ReadWrite che sottolinea come l’estetica delle immagini di Instagram abbia cambiato il fotogiornalismo, sia cartaceo che web, in breve tempo. Ora ci si chiede se potrà accadere anche con i video. Facebook ci crede e ha suggerito ai giornalisti alcuni utilizzi professionali dei video realizzati con Instagram: condividere il dietro le quinte delle breaking-news, individuare più contenuti attraverso il crowdsourcing, sfruttare gli hashtag e promuovere le storie attraverso una veloce anteprima del proprio lavoro.

Il nuovo dispositivo di Instagram, integrato con i video, è disponibile su tutti i dispositivi mobili di Apple e Google Android, ma potrebbero esserci anche altre novità. L’app potrebbe arrivare infatti anche sulla piattaforma Windows Phone, dopo una lunga trattativa e un invito ufficiale da parte di Nokia attraverso l’applicazione 2Instawithlove; il lancio è previsto per il 26 giugno. Con la versione Windows Instagram sarebbe quindi disponibile su tutte le piattaforme mobili ad eccezione di Blackberry.

Schermata 2013-06-23 a 23.32.26