Quando la privacy diventa merce…

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“Spendo ogni giorno diverse ore a navigare in Internet. Nel frattempo le grandi aziende usano le mie informazioni online (i siti che visito, cosa compro, i video che guardo etc..)per il loro profitto. Nel 2012 le entrate pubblicitarie negli stati uniti sono state di 30B di dollari. Io non ho guadagnato nemmeno un centesimo per i miei dati. Perché non trarre profitto dai miei stessi dati?”. E come dare torto a Federico Zannier, ingegnere torinese trasferitosi a Brooklin. La sua idea è semplice e intuitiva: internet funziona attraverso cookies che trasmettono informazioni su ciò che noi vediamo, compriamo, leggiamo sulla rete; inizialmente creati per salvare password o generare un’esperienza di navigazione personalizzata, oggi sono sfruttati dalle grandi aziende per garantirsi la possibilità di creare una campagna pubblicitaria mirata ad uno specifico target con una minore dispersione di costi e di tempo. Perché permettere ad altri di guadagnare vendendo i nostri stessi dati? Federico Zannier ha registrato se stesso mentre navigava in internet, ha fatto uno screenshot delle pagine che visitava e del posizionamento del mouse su ciascuna di esse, ha registrato la sua posizione attraverso i social network di geolocalizzazione e ha riunito e sistematizzato tutti i dati creando su Kickstarter la campagna “A BIT(E) OF ME”.

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Con un investimento minimo di 2 dollari si può comprare 1 giorno di dati, con 200 dollari l’intero archivio più i tool per analizzare i dati, l’applicazione per Iphone e l’estensione per Chrome. In circa una settimana ha raggiunto e superato il suo goal di 500 dollari, arrivando a guadagnarne, a fine campagna, 2733. Il suo fine, come spiega egli stesso in un’intervista via Skype a Repubblica (Intervista di Federico Zannier a Repubblica), non era arricchirsi, ma lanciare una provocazione: se più persone facessero la stessa cosa i venditori pagherebbero direttamente gli utenti per i loro dati, anziché i vari social network o motori di ricerca. Può sembrare folle e paradossale, ma il messaggio dell’ingegnere torinese è: “Riappropriamoci dei nostri dati, ma per rivenderli!”. Riappropriarsi della propria privacy non per sigillarla e impedire ogni accesso, ma per utilizzarla. Dopo lo scandalo Datagate negli Stati Uniti, dopo l’ultima relazione del garante per la privacy in Italia, che non rassicura in quanto a tutela dei nostri dati, soprattutto online, è utopia pensare di poter bloccare ogni accesso ai nostri pc e alle nostre vite telematiche. Che fare allora? Cercare di trarne vantaggio. Eppure Zannier stesso ammette: “Quando vedevo la webcam che ogni 30 secondi scattava, quando vedevo che ogni sito veniva registrato, mi sono sentito violare”. Siamo disposti a questo? La campagna di Zannier più che proporci un modo per guadagnare soldi in tempo di crisi, più che una critica nei confronti di Facebook o Google, va letta come un tentativo di sensibilizzare gli utenti meno esperti o più incauti sul funzionamento di internet e su come la nostra privacy, anche senza arrivare allo scenario di controllo orwelliano che si sta profilando negli Usa, viene quotidianamente intaccata.

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