Il caso Repubblica.it

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Intervista a Giuseppe Smorto, direttore di Repubblica.it

Giuseppe Smorto, direttore di Repubblica.it, racconta in un’intervista nell’ambito dell’edizione 2013 dell’International Journalism Festival di Perugia l’iter che ha portato alla formazione del grande contenitore di notizie online.

Nato il 14 gennaio 1997, il sito web di uno dei principali quotidiani italiani (Repubblica.it), è stato un antesignano nel genere dei siti internet associati a testate cartacee: in questo contesto, Repubblica ha capito prima e meglio degli altri competitors le potenzialità della rete e ha potuto affermarsi in questo settore come leader. Repubblica.it è oggi il principale sito d’informazione italiano, con oltre 10 milioni e 600 mila utenti unici.

Giornalismo 2.0: tra crisi e nuove potenzialità. Qual è la posizione di Repubblica circa l’utilizzo dei nuovi media?

Il giornalismo non è crisi di per sé: ad essere in crisi è un certo modo di fare giornalismo, quello che si basa solo ed esclusivamente sulle notizie che compaiono sulla carta stampata.  Si vede che c’è un bisogno estremo di giornalismo, ma il modo di fruirne è cambiato. Repubblica ha un offerta informativa che non viaggia piu solo sulla carta, ma su un sito che conta ogni giorno più di 2,5 milioni di persone e su una web tv ancora in via di sviluppo. Il grande nodo di questi tempi è capire però come finanziare questo giornalismo. L’errore fatto 15 anni fa, al tempo in cui queste innovazioni tecnologiche hanno preso piede, è stato pensare che tutto ciò potesse essere gratis, ma con il passare del tempo ci si è resi conto che non può essere così e che questa non  è la formula adeguata a supportare questo tipo di operazioni. Il giornalismo non è gratis: devo avere la possibiltà di pagare i collaboratori, gli inviati e i corrispondenti, ad esempio in America, in Siria, ecc.; inoltre, questa è una garanzia di indipendenza per chi fa comunicazione, che deve aver modo di svolgere il proprio lavoro senza essere legato a sponsor e finanziatori di varia natura. Proprio negli ultimi mesi gli operatori di Repubblica.it si sono trovati davanti a un nodo insoluto, una questione spinosa: dando un’informazione completa, 7 giorni su 7, 24 ore al giorno, è giusto far pagare i propri lettori o no? il sito di Repubblica e quello del Corriere della Sera sono attualmente gli unici che sarebbero in grado di autofinanziarsi grazie agli introiti provenienti dagli investimenti pubblicitari e che potrebbero benissimo continuare su questa strada, senza gravare i lettori di un carico e senza chiedere un contributo. Attualmente la tendenza anche dei giornali americani è quella di mettere un paywall, un muro oltre il quale il lettore dovrà pagare una minima cifra per continuare nella lettura e accedere a determinati articoli. Questo è indispensabile se si vuole che l’informazione progredisca e vada avanti autonomamente, senza cadere in mano a inserzionisti, gruppi di potere, fondazioni (in USA) che finanziano i giornali. Se i conti funzionano, grazie anche alla collaborazioni degli utenti e di un pubblico di lettori affezionato e  fideizzato, è possibile essere sì indipendenti ma anche fare investimenti per migliorare il giornale, incrementare l’organico, mantenere corrispondenti esteri e inviati in scenari “caldi” del pianeta. Cose che, altrimenti, senza un entrata monetaria, non sarebbero possibili, e che con un entrata derivante dagli investimenti da parte di gruppi di potere, sarebbero limitate sotto il profilo decisionale.

Ma che cos’è Repubblica.it?

Dalla pratica alla teoria, ci siamo trovati improvvisamente col passare del tempo di fronte a un oggetto misterioso e competitivo rispetto a tutte le altre forme di giornalismo: non c’è paragone tra l’offerta informativa data dal sito di Repubblica e dal suo equivalente cartaceo. Da una parte c’è infatti un oggetto statico, non aggiornato, che devi andare a cercare in edicola e per il quale devi tirare fuori dei soldi; dall’altra c’è un oggetto nuovo, dinamico, aggiornato, con foto e video e tutto il materiale interattivo, in cui gli utenti sono protagonisti: una user experience, che vede le persone protagoniste sia nella fruizione (con l’ampliamento dell’offerta), sia nella creazione (UGC – User Generated Content). Si leggono le news in tempo reale, corredate da supporti multimediali audio, video e fotografici, in cui io utente posso intervenire nel flusso della comunicazione o inviando il mio personale supporto, o dicendo la mia opinione, anche criticando e dicendo che le informazioni sono, ad esempio scorrette. L’oggetto digitale è competitivo, chiaramente, e ciò comporta uno sconvolgimento all’interno delle redazioni classiche: intanto, il giornalista di per sé deve reimparare a scrivere, secondo quelle che sono le esigenze di questi nuovi mezzi, misurarsi con questo nuovo modo di fare giornalismo. All’inizio, anche all’interno della redazione di Repubblica, internet veniva considerato come la “brutta copia” del giornale: Repubblica.it era la sorellina minore, un po’ sfortunata, in cui andavano a confluire quei 4, 5 articoli di interesse variabile, mentre tutto il succo dell’informazione continuava a confluire sulla carta. Non si è puntato da subito sui nuovi mezzi, ma adesso Repubblica.it è considerata l’immagine principale di Repubblica. Per capire che cosa pensa la testata si guarda il sito! C’è una gerarchia politica, di cronaca, di attenzione ai fatti del giorno che è costante e ne fa la faccia più visibile del giornale. Il lavoro si è trasformato completamente: da piccola appendice, il mondo digitale è diventato grande locomotiva che traina anche il giornale di carta, vagone di lusso. La parola chiave oggi per noi è “diversificazione”: stiamo allontanando sempre di più i contenuti del giornale di carta da quelli dell’online, che oggi si occupa di informazione in tempo reale. Su Repubblica.it non vedrete mai lo stesso titolo del giornale cartaceo, e se lo vedrete vuol dire che non stiamo facendo bene il nostro lavoro! Sul sito, c’è valorizzazione della multimedialità, sulla carta invece ci sono contenuti di grandissima e eccezionale qualità, ci sono gli scoop, ci sono i grandi contenuti, ma se sappiamo che la notizia sarà “bruciata” noi la inseriamo subito sul sito. Le inchieste giudiziarie e le notizie in esclusiva per repubblica le teniamo invece per la carta. In ogni caso, sulla carta andranno a confluire sempre meno notizie –declinate sull’online- e sempre più contenuti di alto livello e di approfondimento. Anche all’interno della redazione, ad ogni modo, ancora oggi non sappiamo spesso come comportarci e come dividere il carico delle notizie e delle informazioni tra carta e internet.

Velocità vuol dire anche alto margine di errore. Come si rapporta repubblica.it a questo problema?

Per noi la velocità e l aggiornamento continuo sono più importanti della forma. Abbiamo un margine di errore altissimo sul sito, ma abbiamo scelto di privilegiare la velocità, mentre la qualità la mettiamo tutta sul giornale di carta. Sull’online, invece, accade che ci siano errori, che ci siano una serie di smentite e di rettifiche, o correzioni, ma non è sbagliato, non è indice di scarsa professionalità.  Tuttavia, ci sono anche momenti diversi sul sito: si pensi all’editoriale di Scalfari del venerdì mattina, che da un grande apporto qualitativo alla testata.

Come funziona Repubblica.it?

Se la squadra funziona bene, quando arriva la notizia ciascuno in redazione sa benissimo cosa fare: la notizia è un grappolo, un potenziale multimediale. Oltre alla notizia, infatti, si apre la possibilità di creare un video, inserire un file audio, i precedenti, un video-ritratto, i contenuti dei lettori, e tutti i contributi multimediali che una notizia inserita su una piattaforma online comporta. Questo fa del sito un prodotto completo e competitivo rispetto al giornale, che prende pochi fatti del giorno e li sviluppa attraverso editoriali e approfondimenti, mentre noi che lavoriamo sulla velocità non possiamo permetterci di fare la stessa operazione. Quello che è passato oggi è che l’offerta informativa è una sola, tra Repubblica.it e Repubblica: c’è grande responsabilità perché il lettore oggi identifica i due prodotti e le offerte informative. La grande novità, poi, è rappresentata dai social networks: Facebook e Twitter in particolare. Su Facebook noi abbiamo oltre 1 milione e 100 mila fan, 800 mila follower su Twitter, numeri pazzeschi. Però ancora non abbiamo capito qual è il business-plan dietro questi numeri: ora raggiungiamo sì lettori cui prima non arrivavamo, però basta questo? Quanto incide sul nostro giornalismo e sul nostro modo di finanziarci? Come possiamo sfruttare questa situazione per incrementare i nostri fondi e le nostre professionalità? Certo, ora con un link possiamo arrivare a un pubblico di lettori sterminato e sconosciuto fino a pochissimo tempo fa, e questo giova alla cultura e all’informazione, a livello sociale. Ma ancora non è chiaro come questa offerta e la richiesta possano essere coniugate in termini economici. È fastidioso chiedere soldi ai lettori (si pensi al caso Whatsapp), ma questo sarà prima o poi necessario perché dietro al nostro lavoro cc’è una professionalità che necessita di essere ricompensata.

Inoltre, c’è un’esplosione delle forme della tecnologia: l’abbassamento dei costi nei fare video, la permanenza delle immagini e dei testi rispetto ai testi  e una serie di altri fattori, che portano alla conclusione che internet sta creando un tipo di giornalista che non sa più solo scrivere ma che è una figura multi-tasking, un “mobile journalist”, che deve non tanto o non solo saper scrivere ma sapere anche fare un video, montarlo, tagliarlo, ecc. questo è il contrario della specializzazione, e porta sì tanta superficialità (non più giornalisti di settore, esperti un determinato campo), ma anche una capacità e una versatilità maggiore. Ognuno deve saper giudicare tutte le notizie, anche in settori di cui non si occupa direttamente, per decidere cosa deve effettivamente uscire sul sito e cosa no. L’informazione in tempo reale, come si vede, ha creato una nuova professionalità che prima non c’era.

Qual è la soluzione?

La soluzione è un sistema integrato di informazione che ha anche dei contenuti a pagamento. Repubblica.it non sarà mai solo a pagamento, ma ci saranno contenuti per accedere ai quali sarà necessario pagare una simbolica cifra minima, una forma di abbonamento, che oltretutto contribuirà a riconoscere la professionalità dei giornalisti, il loro lavoro, la loro attendibilità nel fornire notizie che altrimenti sarebbero magari altrettanto reperibili online ma viziate dal circolo comunicativo (giornalismo partecipativo, citizen journalism, eccetera) tipico del web 2.0, in cui ciascun utente può produrre UGC. Molti contenuti digitali, come il giornale su ipad, ad esempio, sarà offerto a pagamento. Si adotterà un paywall sul sito, in futuro. Il tempo reale sarà sempre gratis ma pensiamo di mettere in vendita i contenuti del giornale stesso a cifre bassissime, e inferiori alle già basse cifre adottate ad esempio dal New York Times. Su ipad abbiamo sviluppato una versione di Repubblica Sera, esclusiva per questa piattaforma: una tipologia interessante di comunicazione, che è un po’ un ritorno alle forme di giornalismo del passato, con le edizioni serali, ma che è anche un prodotto innovativo, una sperimentazione. Noi abbiamo ritagliato all’interno della redazione una serie di professionalità che offrono l’evoluzione della giornata in stile Repubblica alle 7 di sera. È un prodotto che offriamo in abbonamento su ipad, per rendere questo prodotto fresco e aggiornato. C’è una grande attenzione poi proprio alla cura dell’immagine, delle foto, dell’impaginazione, nell’intento di creare un prodotto all’avanguardia, precursore magari di una serie di altri esperimenti simili.

Elettra Antognetti

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