Archive for luglio 2013

Post appello 16 luglio

luglio 14, 2013

Attenzione!

Il post appello fissato per il giorno 16 ore 9 si terrà presso Via Balbi 5 – terzo piano, aula VI anzichè nelle tradizionali sedi.

 

Gli italiani e gli “ebook”: una storia in crescita

luglio 12, 2013

Anche noi italiani alla fine ci siamo convertiti agli e-book, infatti secondo l’Aie, l’associazione degli editori, quasi l’8% dei titoli italiani è in formato e-book.
In pratica questo significa che nel mercato libraio italiano, un titolo su dieci è un e-book. Una percentuale molto bassa, qualcuno potrebbe obiettare, ma significativa.
Infatti sono sorprendenti i dati che emergono quando si fa una ricerca su come stanno andando effettivamente gli questi “nuovi” libri nel nostro Paese. Basti pensare che è emerso che il 27% dei lettori ha dichiarato di leggere di più dopo la conversione al libro digitale.
Inoltre la spesa degli italiani per l’acquisto di e-Reader, se esiste ancora qualcuno che non lo sapesse, si tratta dei dispositivi appositi per leggere e comprare ebook, è aumentata a ritmo sempre più sostenuto negli ultimi anni, arrivando a circa 120 milioni di euro nel 2012. Facendo qualche calcolo, questo equivale ad un aumento del 650% in più negli ultimi due anni. Oltretutto non bisogna dimenticare che anche la spesa per i famigerati tablet, che servono comunque anche da supporto per i libri digitali, è sempre in impennata. E, mentre queste cifre aumentano, dall’altra parte sono in picchiata i costi degli ebook che ora si trovano in commercio a poco più di un euro, contro la media dei vecchi cartacei di euro 12.
Allora guardando bene questi dati e riflettendo sulle cifre, quel libro digitale su dieci citato sopra, non sembra più una percentuale così poco considerevole.
Secondo la ricerca dell’Aie ancora noi italiani, non stiamo dietro alle cifre degli altri paesi d’Europa, non parlando poi degli Usa, ma è bene che gli editori nostrani siano preparati all’avvento del digitale perché i lettori\consumatori italiani sono già cambiati notevolmente.
A proposito di questo, è curioso anche che sia risultato che, se normalmente e cioè con la carta stampata, la maggioranza dei lettori è donna, nel mondo del digitale invece, la maggioranza dei lettori sono uomini (il 61,5% contro il 38,5%).
Sarà perché: “gli uomini e i loro gadget”…?
Dunque se ci si riflette appare tutto chiaro, gli ebook sono più economici, sono trasportabili facilmente intere librerie, i tablet sono divertenti e pratici, e si potrebbe andare avanti snocciolando tutti i lati positivi del digitale e oltre, ma la cosa sorprendente è la rapidità con la quale si siano insinuati nella vita di tutti i giorni, fra di noi.
Quasi fossero una “naturale” evoluzione del libro cartaceo, così ovvia la loro funzione, il loro funzionamento, che anche agli occhi di un over 70 nato e cresciuto senza nemmeno la televisione, appaiono come una cosa semplice e senza bisogno di tante spiegazioni.
<<Ma lì, ci studi anche?>> è stata la prima preoccupazione di mia nonna quando le ho mostrato il nuovo tablet, e quando l’ho rassicurata spiegandolo che sì, ci avrei ANCHE studiato, mi ha liquidata con un semplice “va bene allora”.

Margherita Graziani

Zucano: la nuova frontiera dei social travel

luglio 8, 2013

Se è vero che un viaggio costituisce sempre un’avventura, è altrettanto vero che un ingrediente essenziale per la sua buona riuscita sono i compagni: amici di vecchia data solo da collegare attraverso l’ intreccio di account social. O amici potenziali trovati prima della partenza. A creare i collegamenti tra utenti, compagnie aeree e hotel ci pensa Zucano. Una piattaforma, e presto un’ applicazione per i principali sistemi operativi, per programmare il proprio viaggio in totale flessibilità.   Marco Turchini, trentenne fiorentino, CEO e co-fondatore  di Zucano, è convinto della bontà dell’idea e dell’interesse che suscita; d’altronde, lui stesso ha conosciuto la fidanzata sui mezzi di Milano.

Su Zucano l’utente agisce proprio come su un social classico: accede, crea e condivide l’itinerario e le altre informazioni oppure ne cerca uno esistente, in altre parole organizza. Il settore dei viaggi si conferma tra i più gettonati nel mondo delle start-up anche perché il viaggio in sé è diventato un’esperienza più accessibile  dal punto di vista economico. Un vero mercato globalizzato nel quale Zucano si inserisce al fianco di altre realtà come ad esempio CityGlance. Da cui si differenzia, tuttavia, perché Zucano non si concentra sul trasporto cittadino, almeno per ora e, inoltre, il servizio è focalizzato sul momento della prenotazione, antecedente al viaggio stesso, oltre che sulla fruizione dell’esperienza di viaggio, proprio per facilitare l’aggregazione e l’utilizzo dell’informazione sociale come fattore di scelta.  

Nata come piattaforma destinata al mercato b2b, allo scopo di offrire un servizio alle compagnie legate al turismo, in seguito Zucano ha sviluppato una versione consumer slegata dalle varie compagnie e presto uscirà con  delle app specifiche per i principali sistemi operativi mobile. 

Il dubbio che si pone, come al solito in questi casi, è la gestione della privacy che è tutta affidata agli utenti. “Se l’utente decide di rendere pubblica la propria presenza su un determinato viaggio o di renderla privata e utilizzare l’applicazione come un’agenda personale di viaggio, Zucano lo permette senza forzature”, è il commento di Turchini. A prevalere, in ogni caso, sembra fin qui il desiderio di aggregazione e di fare nuove conoscenze o approfondirne di già esistenti. Non si dica, poi, che i social network non stimolano i contatti nella vita reale: ogni community, infatti, ha sempre una dimensione off-line accanto a quella on-line e questo è ancor più vero quando si usano piattaforme come Zucano, che consentono di fare il percorso inverso, cioè creare una potenziale community off-line a partire da quella on-line.

Michele Archinà

Yahoo! come il Psg: scatenato sul “mercato”

luglio 4, 2013

L’estate è solitamente dominata dalle notizie di tipo sportivo, specie dal cosiddetto calciomercato, ossia gli acquisti e le cessioni di giocatori da parte delle varie società. Pare che Yahoo! si sia dato a una specie di “socialmercato” o “webmercato” a volerlo etichettare in qualche modo. La notizia è ormai uscita su tutti i blog e le riviste specializzate, ma non solo perché anche quotidiani come  “Il Secolo XIX” e “La Stampa” hanno riportato la news. La società di Sunnyvale è di certo tra le più attive del “mercato estivo” delle app e nell’acquisizione di social. Oltre al (non trascurabile) rilancio di Flickr , l’ultima notizia riguarda l’acquisizione di Qwiki, un’applicazione per smartphone che consente di convertire musica, immagini e videoclip in un mini film. L’operazione dovrebbe avere un costo di circa 50 milioni di dollari, che si aggiungono ai circa 1,1 miliardi spesi nello scorso maggio per l’acquisto del sito di micro blogging Tumblr. Ma la campagna acquisti di Yahoo! non finisce qui perché pare sia già stata fatta un’offerta per Hulu, sempre lo scorso maggio. Hulu è un sito di video streaming a pagamento di proprietà di colossi come la Walt Disney, Nbc Universal e la News Corp di Rupert Murdoch. Secondo le stime, l’offerta sarebbe stata compresa tra i 600 e gli 800 milioni di dollari, ma per ora tutto ancora è fermo. Lungi dallo scoraggiarsi la società di Sunnyvale, secondo il sito americano AllThingsD, sarebbe sulle tracce dell’app Xobni (Inbox al contrario). L’applicazione crea una rubrica di contatti in base alle proprie e-mail e ai contatti nei social network. Yahoo! sarebbe pronta a sborsare per essa tra i 30 e i 40 milioni di dollari.

C’è da registrare anche il cosiddetto “mercato in uscita”, ossia la chiusura di alcuni servizi, diventati obsoleti, troppo dispendiosi o semplicemente non concorrenziali sull’agguerrito campo del web. Tra questi citiamo AltaVista il motore di ricerca fondato nel 1995 dal trio Paul Flaherty, Louis Monier e Briton Micheal Burrows non può più sostenere l’impari lotta con Google e con altri motori di ricerca troppo forti. Più di 15 anni di onorata carriera che iniziò sbaragliando la concorrenza di Lycos ed Excite portando nelle casse di Yahoo! milioni di dollari. Insieme ad AltaVista ecco gli altri “giocatori prossimi al ritiro” di Yahoo!: Yahoo! Axis, Yahoo! Browser Plus, Citizen Sports, Yahoo! WebPlayer, FoxyTunes, Yahoo! RSS Alerts, Yahoo! Neighbors Beta, Yahoo! Stars India, Yahoo! Downloads Beta, Yahoo! Local API e Yahoo! Term Extraction API.

D’altronde bisogna fare cassa per comprare i giovani campioni…parola di Adriano Galliani ah no di Marissa Mayer a.d. di Yahoo!

Diego Cambiaso

Vendere online con i social? No grazie, meglio le mail

luglio 1, 2013

Per vendere via web le e-mail sarebbero il mezzo migliore. Custora ha realizzato lo studio dei dati sull’e-commmerce che farà parecchio discutere, perché rivela che il più forte canale di vendita online è rappresentato dalle vecchie mail, canale che è anche quello che negli ultimi anni ha registrato i maggiori tassi di crescita, al punto di quadruplicare la sua portata negli ultimi quattro anni, l’unico canale in grado di tenere il passo delle Organic Search, le ricerche personalizzate dall’inserzione di link correlati tra i risultati dei motori di ricerca, vere dominatrici dell’e-commerce, del quale intercettano circa il 15,8% dei clienti. Le mail raccolgono un discreto 7% dei clienti, lasciando a distanza sia i tradizionali banner pubblicitari che raccolgono circa il 2% e lasciando al palo i social network, con percentuali da prefisso telefonico e poca o nessuna differenza tra i due maggiori player, Facebook e Twitter. La base dati è composta da 72 milioni di clienti di 86 diversi siti di e-commerce e rivela che i canali più percorsi sono anche quelli che procurano in proporzione i clienti che concludono gli acquisti in percentuale maggiore. Questo non significa necessariamente che i social network siano un terreno minato per il marketing, ma più probabilmente che attraverso i social network si possa incidere di più sull’immagine dei prodotti o dei brand di quanto si possano poi concludere delle vendite reali. Una conclusione che trova conferma empirica nell’esperienza quotidiana, per la quale risulta evidente che i frequentatori dei socialcosi sono particolarmente refrattari all’advertising, che vivono più come un’intrusione che come un’opportunità.

Diego Cambiaso

Le nuove app per difendere la privacy

luglio 1, 2013

SNAPCHAT è un’applicazione con cui è possibile inviare foto e video che svaniscono pochi secondi dopo essere stati ricevuti e visualizzati, ideata da Evan Spiegel e Bobby Murphy nella primavera del 2012. Il meccanismo è semplice: si scatta e si invia una foto, che può essere anche modificata con disegni, o un video; il messaggio si elimina automaticamente pochi secondi dopo essere stato aperto e se il destinatario prova a fare uno screenshot, l’app avverte il mittente, facendogli fare una figuraccia.

 

A inizio febbraio 2012 Snapchat era già la seconda app per la condivisione di foto o video più scaricata negli USA, subito dopo YouTube e prima di Istagram, e la diciannovesima app più scaricata in assoluto. Il dato riflette la preoccupazione sempre più diffusa degli utenti del web per la protezione della loro privacy e dei contenuti privati che producono. Secondo un’indagine del Pew Research Center il 57% degli utenti di app ne ha disinstallata una per paura di condividere informazioni personali. Un sondaggio dell’Università della California a Berkeley mostra che l’88% degli intervistati, fra ragazzi dai 18 ai 24 anni, sostiene che la legge dovrebbe obbligare i siti web e le agenzie di pubblicità a cancellare su richiesta tutte le informazioni personali, e fra le persone dai 45 ai 54 anni intervistate il 49% è d’accordo. Il successo di Snapchat è probabilmente anche dovuto al fatto che il suo lancio è stato immediatamente successivo allo scandalo che ha coinvolto il parlamentare statunitense Antony Weiner, scoperto a scambiarsi foto indiscrete con donne conosciute su Twitter.

 

Il sistema di autodistruzione di Snapchat, tuttavia, non è a prova di bomba: già subito dopo la sua invenzione, il web si è popolato di manuali che spiegano come salvare il messaggio senza che il mittente se ne accorga. L’app è infatti considerata un sistema sicuro solo per scherzare con gli amici, al contrario di un’altra applicazione, WICKR, che ha le stesse funzionalità di Snapchat, ma offre un sistema di protezione più solido. Essa si presenta come la versione più seria, ideata per difendere il diritto universale della comunicazione privata. Tuttavia, essa è solo al 174° posto della app più scaricare negli Stati Uniti.

 

La pericolosità che applicazioni del genere si diffondano è stata fiutata dalle grandi aziende proprietarie di piattaforme di condivisione e di social network, che permettono loro di registrare e utilizzare i dati degli utenti. Nel 2007 è stata fondata Drop.io, una start up che si occupava di files sharing e che permetteva di determinare un tempo al termine del quale i files condivisi si cancellavano. Tre anni dopo la sua creazione, l’azienda è stata acquistata da Facebook.

 

Wikipedia, l’enciclopedia definitiva: ma a che prezzo?

luglio 1, 2013

logo modificato articolo

Il grande Italo Calvino, preparando le proprie Lezioni Americane sosteneva già nel 1985, quasi inconsapevolmente, l’idea di un’enciclopedia aperta, cumulativa, combinatoria, gratuita e collaborativa come quella che, a partire dal 2001, ha cominciato a diffondersi nel web sotto il nome di Wikipedia.

 

Nata dalla mente di Wales e Sanger, Wikipedia fu la naturale evoluzione di un servizio di libera enciclopedia più limitato e con regole d’inserimento più restrittivo delle voci chiamato Nupedia (I rimandi alla tecnologia GNU sono fin troppo evidenti nel nome!). In Nupedia vi erano degli esperti, nelle varie discipline, che controllavano minuziosamente i contenuti caricati e messi in rete ma, il processo di validazione delle voci in sette passaggi, era lentissimo e non prevedeva modifiche e interventi da parte dei semplici utenti: non stupisce che produsse solo 24 voci all’anno.

 

Wikipiedia.com (in principio solo in lingua inglese) non era altro che “una costola”, un servizio aggiuntivo di Nupedia: infatti il neo nato servizio si appoggiava a Nupedia da cui, dopo breve tempo, si staccò poiché la concezione dei servizi offerti e la loro erogazione era diametralmente opposta.

 

Il funzionamento di Wikipedia era, ed è rimasto, molto semplice: un’imponente enciclopedia contenente qualsiasi notizia possibile (si passa da Storia, Letteratura, Tecnologia e Scienza, allo Sport, al costume fino al gossip) costruita in rete grazie agli inserimenti delle voci da parte dei semplici utenti. Chiunque infatti può aggiungere, aggiornare, modificare, correggere e soprattutto arricchire la piattaforma di contenuti.

 

In questi dodici anni di esercizio Wikipedia ha vissuto una crescita esponenziale nel caricamento delle voci (si parla di un minimo di 1.000 fino a un massimo di 3.000 al giorno); a marzo 2008 Wikipedia ha raggiunto quota 105 lingue in cui è possibile leggerlo: ha toccato inoltre 10 milioni di voci. È possibile affermare che proprio Wikipedia sia uno dei più imponenti fenomeni di Web 2.0 proprio per le possibilità offerte. Non c’è quindi da stupirsi se, il fenomeno Wikipedia, ha destato l’attenzione dei media che ne hanno parlato in maniera talvolta esaltante: basti ricordare un articolo di Umberto Eco uscito su Repubblica nel 2004 dove, il noto Docente universitario, scrittore e linguista, pur sottolineando i possibili rischi dello strumento, ne offriva un’opinione molto positiva ed elogiativa.

 

Wikipedia quale prodotto del web 2.0 è da considerarsi un vero e proprio social network mascherato, ma fin dove può spingersi? Ogni giorno è consultato dal semplice studente che deve “copiare” la ricerca di Storia, all’universitario che “deve controllare una data”, al giornalista, al professionista, alla casalinga e, come da una ricerca effettuata da alcuni studiosi, perfino da docenti universitari! Ma quale attendibilità può avere un’enciclopedia modificabile da persone qualunque? Pur facendo leva Wikipedia sulla regola non scritta che: “Vi sarà sempre qualcuno che trova l’errore e corregge” questo sistema, ahinoi, si basa purtroppo sulla buona fede e tiene conto solo marginalmente di coloro che artatamente potrebbero inquinare le voci inserendo dati non veritieri. È altresì vero che Wikipedia abbia introdotto regole per tutelare le voci e, periodicamente, operi dei controlli consuntivi sulle informazioni immesse ma, questi controlli, sono abbondantemente limitati se paragonati alla mole di dati che dovrebbero monitorare.

 

In conclusione, dove arriverà Wikipedia? I più pessimisti sostengono che la piattaforma raggiungerà un punto di non ritorno, una linea di demarcazione che farà implodere il sistema una volta raggiunti numeri di non gestibilità a livello di storage (ma nessuno ha mai quantificato questi “numeri” e soprattutto non si tiene conto della velocità con cui si evolvono le nuove tecnologie) ma questo è poco plausibile. Wikipedia può soppiantare l’enciclopedia tradizionale? Apparentemente sì ma, in pratica, vi sono troppe variabili che rendono il sistema instabile dal punto di vista del valore scientifico delle informazioni che si possono reperire. Pensate per esempio alle discipline storiche: se cerchiamo la data di un particolare evento (battaglia, guerra, fatto generico) vi sono spesso discrepanze di datazione in base alla ricostruzione che si adotta (e in base allo storico che l’ha formulata) come ad esempio per quanto riguarda le Guerre Sannitiche oppure per decidere la data da cui far iniziare l’Età Moderna (vi sono varie ricostruzioni); come si dovrebbe regolare Wikipedia in merito, nel momento in cui cerco la data o il fatto? Un’altra osservazione esemplificativa è questa: chi inserisce i dati? Una voce può assumere maggiore o minore validità scientifica a seconda di chi la formula (pensiamo a delle nozioni di Chimica o Matematica inserite da un esperto della disciplina anziché dal primo venuto), ma come può “il fruitore” della voce enciclopedica comprendere la reale validità scientifica di ciò che legge, non sapendo minimamente se l’abbia inserita un docente o la tipica casalinga di Voghera? Infine… quanto tempo deve passare prima che una voce errata riportante dati incorretti, venga effettivamente “bonificata”?

 

A conclusione di ciò, non dobbiamo mai dimenticare che Wikipedia non è l’assoluto: esistono siti internet scientificamente validi, più o meno specialistici, dove si affrontano, spesso in modo completo con molte e molte sezioni, approfondimenti e materiale, discipline come: Storia, Matematica, Chimica, Informatica, etc. e che sono senza dubbio una validissima alternativa. Questo non sminuisce l’importanza di Wikipedia ma ci aiuta a comprendere che per quanto riguarda il web, con l’avvento del web 2.0, l’utente deve imparare a mediare e a soppesare ciò che legge, ciò che scrive e ciò che cerca. Wikipedia è sicuramente uno strumento importante ma non è la panacea di tutti i mali.

 

 

 Elena Astengo

 

 

 

Gli attivisti del Web inseriti nella Internet Hall of Fame

luglio 1, 2013

Sono stati scelti i 32 nomi per la Internet Hall of Fame. Si tratta di un riconoscimento simbolico nato lo scorso anno per volontà della Internet Society. L’anno scorso a dominare fu (inevitabilmente) Tim Berners Lee, l’ideatore del WWW. Si potrebbe dire (data l’impari lotta dell’anno inaugurale) che la lotta per accedere al riconoscimento sia iniziata proprio quest’anno. Il premio è dedicato a quelle persone che hanno contribuito a sviluppare e allargare i confini della rete. Per il secondo anno i candidati sono ventisette uomini e sette donne. Ma non si pensi che a farne parte siano i cari vecchi nerd con occhialoni alla Rick Moranis. Ci sono ingegneri, ricercatori, ma anche attivisti e imprenditori. Personaggio che potrebbe diventare, un icona del mondo digitale è Aaron Swartz, attivista e hacker morto suicida a gennaio. Gli è stata riconosciuta un’incessante attività per rendere l’accesso a Internet libero e gratuito per tutti, combattendo tramite la rete, le ingiustizie sociali, corporative e politiche. Il presidente dell’associazione Lynn St.Amour ha dichiarato che la scelta dei vincitori ha premiato quelle persone “Diverse e dinamiche, come internet”. Perciò alla base delle personalità selezionate vi è stata un’osservazione sugli effetti e sugli scopi del lavoro di questi maghi del pc (o del Mac!).Il loro lavoro è stato giudicato da un punto di vista sociale e delle finalità, più che per un discorso di tipo tecnico. St.Amour spiega anche che si tratta di “Personaggi che hanno allargato i confini dell’innovazione tecnologica e sociale per connettere il mondo e renderlo un posto migliore. Non serve la tecnologia se non ha riflessi nel mondo in cui viviamo tutti i giorni. Come ogni cosa, se la conoscenza di un’innovazione della rete rimane chiusa e fine a sé stessa perde la sua utilità- e riguardo ai candidati ha sottolineato come – siano stati determinanti nella fondazione del web e nella sua espansione e/o innovazione. Noi tutti beneficiamo oggi della loro dedizione e preveggenza”. Il rapporto tra società reale e digitale è molto stretto se si osservano gli altri vincitori. C’è Kanchana Kanchanasut, detta la “lady internet thailandese”, che come una Aung San Suu Kyi del web, si impegna da anni per il libero accesso alla rete nei paesi asiatici; c’è anche il fondatore di Wikipedia, Jimmi Wales e Bob Metcalfe l’inventore del sistema di ethernet. Le categorie prese in considerazione sono 3:

  • Il circolo dei pionieri. Dedicato a coloro che hanno sviluppato la rete.
  • Global connectors. Sono gli autori di politiche, tecnologie o evoluzioni commerciali che sono risultate utili al World Wide Web.
  • Innovatori. Che hanno, tramite le loro battaglie, contribuito ad ampliare la rete.

La premiazione era prevista per il prossimo 3 agosto ad Istanbul, ma data la situazione attuale nella città turca, è stata trasferita a Berlino. Un’altra prova dell’inevitabile coesistenza della società digitale e reale.

Diego Cambiaso