Archive for settembre 2013

GhOP | plant your project ! – Piattaforma di collaborazione e scambio d’idee.

settembre 23, 2013

Tra le varie piattaforme sociali fornite dal cosiddetto web 2.0, desidero presentare una interessante iniziativa di un gruppo di studenti di diverse città europee. Il suo nome è GhOP | plant your project ! (www.ghop.eu)

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GhOP è lo sviluppo di una piattaforma di presentazione e collaborazione di progetti delle più svariate forme e connotazioni. Si passa dall’architettura pura, al design, alla fotografia e qualsiasi altra categoria.

 

Come cita il suo statuto GhOP  :

 

GhOP non è un blog, non è una compilazione di portfolio on-line, non è un sito di architettura o di design.

GhOP è una piattaforma virtuale, un terreno di coltura in cui i nostri progetti possono svilupparsi, ibridarsi e proliferare, una realtà che apre finestre e proietta verso altre realtà, un’Eterotopia*.

GhOP è uno strumento per creare connessione tra idee e approcci diversi e contraddittori, piantare le basi di una crescita collettiva.

GhOP, pianta il tuo progetto !

*Michel Foucault, «Des espaces autres», Dits et écrits (1984), Gallimard, Paris 1994

 

In questo luogo virtuale vengono presentati i progetti e le iniziative dei vari utenti che compilando un form sul sito possono caricare i materiale e scrivere un articolo di presentazione del progetto. La parte più interessante di questo progetto è l’obbligo da parte degli utenti che vogliono pubblicare di assegnare, oltre una categoria al loro progetto,  delle tags. Attraverso le tags i promotori di questa piattaforma, vogliono creare una mappa concettuale che unisca i vari progetti attraverso non solo le categorie ma anche attraverso le diverse tags assegnate. Attraverso una mappa concettuale i lettori potranno così creare dei percorsi di ricerca attraverso i progetti e trovare punti di contatto tra i diversi utenti. Questo progetto nasce con l’intento di creare delle connessioni tra gli utenti per sviluppare una collettività del sapere e una condivisione delle idee.

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Questa iniziativa, ancora in fase Beta, è stata resa possibile grazie all’elasticità ed economicità di piattaforme CMS opensource. Siamo difronte a un ennesimo esempio del utilizzo del web come mezzo di relazione ove l’utente crea collegamenti e collabora con altri utenti nel vasto mare della rete.

‘Sex, Social Web e Appliances’

settembre 21, 2013

Con l’avvento della globalizzazione e con l’evoluzione del costume, il web si è adeguato agli standard di mercato. Infatti nei tempi più recenti, anche internet, oltre al mondo televisivo attraverso i filmati, con l’ ausilio dei vari supporti che si sono evoluti sino ad arrivare al DVD, sono stati realizzati siti web e app a sfondo sessuale di cui alcuni gratuiti ma qualcuno a pagamento.

Per ciò che concerne il mondo del sesso, è uscita di recente la notizia relativa a quanto sia le riviste Penthouse e Playboy siano in crisi. La prima è sulla soglia del fallimento mentre la seconda è in forte crisi e a un passo dalla chiusura. Entrambe si sono arrese di fronte al colosso You Porn & company, cedendo a questo tipo di approccio il primato delle consultazioni e di conseguenza del profitto. Grazie alla facile accessibilità e alla loro gratuità, i siti internet pornografici hanno sfondato nel web. Infatti il prodotto editoriale è considerato obsoleto e soprattutto non risponde più alle esigenze del mercato. Come si suol dire, ormai le riviste hanno fatto il loro corso e probabilmente anche l’eros editoriale, per adeguarsi alla domanda di mercato, nel futuro radicherà le sue fondamenta nel web.

La certezza è che You Porn & company hanno rivoluzionato il mercato, offrendo agli utenti la possibilità di consultare un ricchissimo database vario e vasto.

YouPorn è un sito web di ‘pornographic video sharing’ (cioè condivisione libera di materiale video pornografico) della famiglia del Porn 2.0, simile, nella disposizione grafica, a YouTube.

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Come illustra l’immagine qui accanto, oscurata per motivi di liceità, si individuano le pagine ‘Categorie’, ‘Video Popolari’, ‘Raccomandati’, ‘I più votati’, ‘I più visti’ e per finire l’‘upload’. Alcune di queste, a loro volta sono composte da sotto pagine che includono contenuti video alquanto bizzarri e/o eccentrici. Negli ultimi tempi YouPorn ha deciso di riconvertire tutto il suo infinito parco di video hard professionali e amatoriali nel formato HTML5 per raggiungere gli utenti con iPad e incrementare ulteriormente il profitto. Nel 2012 You Porn ha pubblicato un’indagine statistica dal titolo ‘Big numbers, hard facts’ in cui si riporta la classifica dei paesi che consultano più assiduamente la piattaforma web. L’Italia è piazzata al quarto posto dietro a USA, Germania e Francia.

Il quesito che mi pongo è:

Le piattaforme web a sfondo sessuale bastano a soddisfare le esigenze degli utenti? 

La continua domanda di mercato ha offerto lo spunto agli sviluppatori per progettare nuovi prodotti da introdurre nel commercio via web: le Sex App.

Prima di parlare di queste nuove appliance, apro una breve parentesi sulle app in generale. Le APP, ovvero Appliance, consentono di interagire, comunicare e informare attraverso l’ uso dei dispositivi in grado di connettersi al web e grazie a una specifica applicazione creata ad hoc. Le app permettono di ottenere vantaggi perché, oltre a fornire il software di utilizzo, forniscono un servizio in continuo aggiornamento. Inoltre i contenuti e i servizi possono essere riutilizzati dagli utenti. Negli ultimi anni, ma in particolare nel periodo più recente, si è verificato un notevole sviluppo di applicazioni in svariati ambiti, tra cui in quello dell’ informazione, come per esempio la giornalistica, l’ internet banking oppure nel campo social di cui si può citare l’ app di Facebook.

In merito alla tematica che ho scelto di trattare, cliccando in rete ho letto diverse notizie che citano le ‘Sex APP’. Esse sono nuove appliance nate di recente e apparse da pochi mesi nel web, il cui scopo è di migliorare la prestazione sessuale utilizzando curiosi accorgimenti o più semplicemente per cercare un partner. pure-takes-the-dating-out-of-dating-apps-and-just-helps-you-get-sex-on-demand

In questo periodo in rete si parla molto dell’app ‘Pure’ ideata da due giovani russi, R.Sidorenko e A.Kuthtenko, e pensata per facilitare gli incontri a semplice scopo sessuale. Questa applicazione, ancora in fase di valutazione da parte di Apple e Google, consente di creare un profilo, inserire un’immagine, la propria città e indicare le proprie preferenze accompagnate da un  contatto personale. L’utente vedrà solo le persone che hanno espresso un gradimento nei suoi confronti, rispondendo con un semplice ‘ok’ o ‘no way’. Inoltre ‘Pure’ offre una particolare attenzione alla privacy dei suoi iscritti. Infatti le foto e le informazioni sono visualizzabili solo agli utenti iscritti e con le stesse preferenze.

Per pubblicizzare e diffondere il prodotto, i due giovani russi hanno creato un cortometraggio, visibile al seguente link:

Anche il colosso Google quest’anno ha soddisfatto la domanda degli utenti sviluppando “Sex Locator”. L’applicazione è descritta come un eccitante app in grado di localizzare i luoghi in cui le persone cercano partner disponibili per appuntamenti occasionali. Infatti, il presunto scopo di questa funzione è quella di far socializzare persone singole con altri utenti di questa particolare comunità. Sex Locator è stata progettata e realizzata per supporti che utilizzano il sistema operativo Android ed è completamente gratuita. L’app è disponibile nella libreria ‘Google Play’. Altre app riguardo al tema sono:

  1. Durex Sexperiment, ideata da Durex, il noto marchio della multinazionale Reckitt Benckier che produce e distribuisce profilattici in tutto il mondo. L’app è scaricabile gratuitamente da iTunes e Play Store. L’obiettivo è  incentrato sulla scoperta di nuovi scenari e stimolanti esercizi per allenarsi.
  2. Passion, che valuta la prestazione sessuale dell’utente utilizzando i sensori di movimento del cellulare e il microfono;
  3. The Porn star guide to great sex è un’ applicazione a pagamento. L’app è un manuale/guida che offre un approccio pratico per raggiungere un elevato livello nella vita sessuale dell’utente. Inoltre suggerisce come ottenere una maggiore intimità con il partner e il modo per aumentare la creatività in ​​camera da letto.
  4. Sex drive, in grado di aumentare il desiderio sessuale attraverso il suono;
  5. iKamasutra consente di sperimentare diverse posizioni sessuali. Illustra più di cento posizioni divise in 9 categorie, ognuna elegantemente interpretata e spiegata. Inoltre l’applicazione registra i progressi dell’utente e attribuisce un livello di performance. Ultimamente l’app  ha introdotto una novità: i luoghi di sperimentazione. Oltre ai classici ambienti consuetudinari per praticare l’attività sessuale, sono presenti luoghi piuttosto strani come per esempio l’ambulanza, la tenda da campeggio, l’ aereo etc.

Con lo sbarco del sesso virtuale in rete anche la società è cambiata. Alcuni utenti delle piattaforme web prese in considerazione, non valutano i possibili rischi a cui ogni soggetto è potenzialmente esposto. Infatti uno dei probabili pericoli che l’utente può manifestare, dovuti alla consultazione costante ed eccessiva di questi siti, è la dipendenza da pornografia che si può concretizzare con lo sviluppo di altri disturbi in ambito psicologico.

Astroturfing, l’erba artificiale del Web

settembre 21, 2013

Partiamo da un dato di fatto. Il Web 2.0, come è ormai noto, ha trasformato in modo radicale il nostro modo di comunicare e di interagire con la società, l’economia e la politica. Gli esempi sono innumerevoli ma la cifra fondamentale di questa rivoluzione in atto è senza dubbio per l’individuo il passaggio da soggetto passivo a soggetto attivo e partecipativo.

I principali social media, da Facebook a Twitter passando per Youtube, blogs e svariati forum, sono diventati infatti l’humus ideale per la nascita di community che si aggregano spontaneamente attorno una causa, un tema, un personaggio politico o un brand. Attraverso queste comunità ci si scambia pareri su un prodotto, si lascia un commento o una recensione positiva o negativa, si condividono preziose informazioni a un livello di interazione impensabile per i media tradizionali. Da un lato gli utenti hanno non solo la sensazione ma anche la possibilità reale di influire sulle tematiche preferite con il proprio bagaglio di esperienze, critiche e suggerimenti. Dall’altro le aziende o gli attori politici hanno tutto l’interesse di dialogare con le community di riferimento per incrementare parametri quali la fiducia nel proprio marchio o una reputazione altamente positiva nei confronti delle proprie azioni. E’ questa infatti la nuova frontiera della pubblicità e della comunicazione politica. Ma cosa succede per esempio se su un portale come Tripadvisor.it un ristoratore scrive commenti entusiastici sul proprio locale o al contrario screditi la concorrenza con un falso nick e con recensioni faziose e totalmente artefatte? O peggio, pensiamo a un noto brand, una multinazionale che assolda un manipolo di web writers e bloggers per costruire un sentiment positivo nei propri confronti o silenziare eventuali critiche?

In Usa è in voga un preciso termine per etichettare simili comportamenti: l’astroturfing. La parola deriva da una nota marca di erbe sintetiche utilizzate per la copertura di campi da football o baseball. Si intende infatti sottolineare il carattere artificiale dell’azione in contrapposizione alle dinamiche naturali del web 2.0 costituite da relazioni e interazioni assolutamente spontanee. Come è facile intuire si tratta di una pratica altamente scorretta ma che è sempre più diffusa e strisciante. La guerra tra brand per accaparrarsi sempre più ampie fette di mercato comporta la manipolazione di community e forum. Le aziende sanno quanto valore strategico contiene un feedback positivo, un like, dieci post di un blogger che esalta l’ultimo prodotto o la nuova trovata pubblicitaria. Il precursore di questi discutibili comportamenti fu nel 1998 la Microsoft http://it.wikipedia.org/wiki/Astroturfing. Ma l’occhio dei più attenti osservatori si è concentrato in questi ultimi tempi sulle campagne pubblicitarie dei più noti luxury brand quali Bulgari e Cartier. La questione può assumere dei connotati drammatici se si sposta lo sguardo all’ambito politico. Anche in questo caso l’attività di lobby, movimenti, partiti e gruppi d’interesse trova nel web uno strumento formidabile per indirizzare e manipolare l’opinione pubblica su un tema, una campagna o un progetto. In Italia, aldilà di qualsiasi giudizio di valore, abbiamo avuto le prove tangibili di cosa comporti questo mix esplosivo di web e politica con l’affermazione del Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni. Ma non mancano esempi molto più discutibili. In Cina è ormai noto il “partito dei 50 centesimi”, ovvero commentatori e bloggers che dietro compenso indirizzano le discussioni nei forum secondo i dettami dell’autorità governativa spacciandoli per opinioni spontanee dei cittadini cinesi. O ancora, ricordate le primavere arabe? Masse di giovani studenti occidentalizzati connessi a Internet che in Egitto e Tunisia rovesciarono i rispettivi dittatori? Non infatti è molto chiaro infatti se gli influencer di tali rivoluzioni 2.0 partorite sul web siano nati spontaneamente o dietro strategie accuratamente pianificate dall’esterno http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/alfredo-macchi/200498/.

A questo punto il nodo fondamentale è capire quali armi ha a disposizione l’ingenuo cittadino-consumatore di fronte a questo pericoloso doping di informazioni. La risposta non è affatto semplice. La consapevolezza di riconoscere il problema è già un buon punto di partenza. Un consiglio a dir poco banale è quello di non fidarsi di utenti che abbiano prodotto pochi commenti o poche recensioni all’interno della community. Ma non basta. Forse l’unico strumento di difesa potrebbe essere l’effetto boomerang dello stesso astroturfing. Qualora infatti venisse a galla una pratica del genere, la dimensione virale del crack in termini di fiducia e reputazione sarebbe devastante per l’azienda in questione. E’ chiaro che si tratta di un rischio che non tutti si sentono in grado di correre. Di certo non mancherebbero neppure gli strumenti giuridici. La direttiva europea 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali recepita in Italia dal d.Lgs. 146/07 sembra offrire per lo meno un quadro normativo di riferimento. Ma l’evolversi continuo del panorama informatico e la crescente abilità delle agenzie di marketing online di dotarsi di raffinati strumenti di pianificazione complicano ogni giorno la situazione. Chiedersi allora quale sia il confine tra una legittima attività di web marketing o community management e una pratica di manipolazione tout court diventa una domanda di estrema importanza che merita una risposta chiara e quantomeno definitiva.

Salvatore Gaglio

Editoria impalpabile: la rivoluzione eBook nel mercato dell’editoria

settembre 15, 2013

La forte crisi che sta investendo il settore dell’editoria contemporanea trova nell’avvento dell’eBook uno dei settori in costante crescita. Anche se nel nostro Paese il prodotto risulta ancora limitato, rappresenta uno strumento ricco di vantaggi, decisamente più economico rispetto alla carta stampata e mai definitivo, poiché sempre soggetto ad aggiornamenti.

L’idea di un libro in formato elettronico, che si legge tramite appositi device, nasce per la prima volta nel 1971 negli Stati Uniti, dalla geniale intuizione di Michael Hart, giovane studente universitario e futuro informatico. Grazie al “Progetto Gutenberg” oggi tutte le pagine che compongono un libro possono essere racchiuse in un unico file e adattabili a ogni tipo di dispositivo, come computer, smartphone, tablet o eReader. Un eBook si presenta sotto diversi formati: l’ePub tra questi è supportato dal maggior numero di device presenti sul mercato, in quanto garantisce un formato sempre fluido nella lettura dei testi. Il Mobipocket rappresenta invece il formato storico, adoperato da Kindle, l’eReader più diffuso sul mercato, nonostante sia graficamente più povero rispetto al precedente, ma non per questo meno fluido. Esistono anche altri tipi di formati tra cui PDF, generalmente adatto a ogni dispositivo e eBook, di proprietà del colosso informatico Apple, creato esclusivamente per iPad.

Il miglior modo per acquistare un eBook risiede nelle applicazioni, soggette a vincoli poiché strettamente legate alla piattaforma per cui sono state sviluppate. Allo stesso tempo però hanno il vantaggio di poter essere vendute e comprate negli store pubblici e interni, in modo da sfruttare l’hardware per multimedialità e interazione. L’autore ha la facoltà di scegliere il metodo di distribuzione che può avvenire attraverso un editore che diffonde il prodotto mediante apposite piattaforme, store pubblici oppure store interni. Altro modo di distribuzione è il self publishing dove l’autore nel contempo utilizza due metodi di distribuzione mediante piattaforme e mediante store interni, senza passare per l’editore.

Per far fronte al problema della riproduzione illegale anche per gli eBook esistono alcuni sistemi di protezione, come il DRM che impedisce la lettura del file se non in possesso dell’autorizzazione del programma, o il watermark che inserendo informazioni sull’acquirente intimidisce, anche se non blocca la duplicazione. Il diritto d’autore a tutela della proprietà intellettuale nel digitale si può manifestare anche tramite anche altri sistemi chiusi che combattono la pirateria come le Applicazioni Edicola, nate per regolamentare la vendita e la diffusione dei testi, oppure dei blocchi detti “scuolabook”. Come per la carta stampata sono previsti abbonamenti e limitazioni temporali, che possono influire sulla commercializzazione degli scritti.

I vantaggi degli eBook sono molteplici: se in tutto e per tutto hanno le stesse funzionalità di un testo cartaceo, presentano alcune caratteristiche che solo il digitale può offrire. È possibile scegliere le dimensioni dei caratteri del testo, estrapolarne parti che più interessano, aggiungere note, segnalibri, link e rimandi multimediali. Proprio per le molteplici funzionalità l’eBook si presenta come un libro dinamico, in continua trasformazione e aggiornamento che si adatta molto bene a un certo tipo di lavoro giornalistico. Oltre a libri, riviste, periodici, quotidiani, il mondo dell’”editoria impalpabile” sta diventando la nuova frontiera del giornalismo d’inchiesta, attraverso la raccolta di articoli monotematici che andranno poi a confluire in un unico “Instant Book”. Resta da porsi la questione se il mondo dell’editoria tradizionale sarà in grado di far fronte a questo nuovo modo di concepire la lettura, non come un nemico ostile, ma integrandosi con esso. Se il pubblico italiano non ha mai avuto la fama di assiduo lettore, al di fuori dei giornali prettamente sportivi, questa nuova frontiera potrebbe rappresentare un piccolo passo per avvicinare le persone a molte opere e a firme illustri, magari attraverso la curiosità nel digitale che potrebbe catturare anche molti giovani.

Ludovica Brunamonti

Obiettivo intelligente: Sony presentazione le ottiche per smartphone

settembre 9, 2013

Da quando Nokia ha presentato il suo Lumia 1020, il mondo dell’imaging tascabile è in grandissimo fermento. Si sta iniziando ad esplorare quella via intermedia fra il mondo degli smartphone e quello della fotografia con la F maiuscola. È in questo contesto che si inserisce una delle novità più interessanti apparse all’ultima IFA di Berlino: il progetto Sony QX10 e QX100. Si tratta di due obiettivi intelligenti realizzati da Carl Zeiss che si “attaccano” al telefonino per migliorarne le prestazioni fotografiche. Sono delle ottiche esterne universali pensate per trasformare qualsiasi smartphone Android e gli iPhone in una vera e propria fotocamera compatta di livello professionale. A guardarle sembrano delle semplici lenti, in realtà sono vere e proprie macchine fotografiche. Per attaccarle al cellulare basta usare l’apposita clip incorporata, ma entrambi i device possono essere usati anche staccati dagli smartphone grazie a un sistema di connettività integrato Nfc e Wi-fi. Entrambi dispositivi vengono pilotati tramite un’app sviluppata ad hoc e chiamata Play Memories Mobile. Quando si scatta una foto, questa viene subito trasferita sul device che telecomanda la Cyber-shot. Se invece si vogliono girare dei video (in full hd), il device deve avere installata una scheda microsd dove salvare in tempo reale il filmato.
Inoltre, le ottiche possono essere usate anche senza l’utilizzo dei cellulari per scattare fotografie “alla cieca”. Ma guardiamo le caratteristiche tecniche delle due ottiche. Con un peso di appena 105 g (con batteria e memoria Memory Stick Micro integrate), la Cyber-shot DSC-QX10 è dotata di sensore Cmos Exmor R da 18,2 megapixel effettivi con obiettivo G di Sony e zoom ottico 10x. Stabilità e messa a fuoco, regolabile anche manualmente al pari dello zoom, sono invece garantite dalla tecnologia Optical SteadyShot. Il modello più pregiato, la DSC-QX100, è invece equipaggiata con un sensore da un pollice da 20,2 megapixel effettivi, che promette immagini a bassissimo rumore anche in luoghi chiusi o in condizioni di scarsa luce. Entrambe saranno in commercio in Italia a partire da fine settembre, la prima a 200 euro e la seconda a 450 euro. Come si può notare, i prezzi sono il tasto più dolente della novità. Quanti utenti saranno disposti a spendere per acquistare un accessorio che, per quanto compatto, rappresenta pur sempre un secondo dispositivo (con la sua batteria e la sua autonomia) da portarsi dietro? Un utente medio di telefonia mobile perché dovrebbe ricorrere a scomode appendici per i suoi scatti, piuttosto costose? In fondo, il motivo per cui si fotografa con un cellulare è la rapidità e comodità di risposta.

Fairphone. Quando l’innovazione tecnologica incontra l’etica

settembre 9, 2013

Non più solo caffé, zucchero, cotone e cioccolato, ma uno smartphone “equo-solidale”. Questa la scommessa di un gruppo di giovani attivisti europei, molti dei quali provenienti da diverse ONG (Waag, Action Aid e Schrijf-Schrijf). Tutto è nato nel 2010 da un progetto di sensibilizzazione sui conflitti nella Repubblica Democratica del Congo dovuti allo sfruttamento minerario di varie regioni per l’approvvigionamento elettronico nel Nord del mondo. Dal 2013, dopo tre anni di ricerche, il gruppo si è costituito come impresa sociale, con lo scopo di creare e produrre il primo fairtrade smartphone, un telefono in linea con gli standard tecnologici dei giganti coreani e nordamericani, ma attento al pianeta e ai diritti dei lavoratori e distante dalle logiche speculative di mercato.

Il progetto è semplice quanto ambizioso: creare un prodotto competitivo ponendo alla base dei propri valori d’impresa la consapevolezza dell’impronta dell’uomo sul mondo che lo circonda e promuovendo uno sviluppo tecnologico coerente e rispettoso della persona umana. Una logica che si oppone fieramente alla produzione delle multinazionali del settore e che, dal basso, potrebbe convincere anche i più strenui detrattori dell’ipertecnologia. Finalmente connessi al mondo e coerenti.

Già con le scelte sui finanziamenti, rigorosamente ispirate al crowdfunding, il gruppo intende chiamare i consumatori a un impegno responsabile, promettendo in cambio della fiducia un processo produttivo trasparente ed ecologico in ogni sua fase, dall’estrazione mineraria all’assemblaggio dei componenti, e con al centro le persone e non i profitti. Alla maggior complessità dei prodotti  di consumo, si può leggere sul sito www.fairphone.com, corrisponde infatti un più intricato processo di tracciabilità dei singoli componenti e dei singoli apporti umani, dietro ai quali si celano spesso guerre lontane e sfruttamento di mano d’opera a basso costo e priva di diritti.

Trovato il sostegno di ben 14.000 acquirenti “al buio” in pochi mesi – una ventina dei quali durante la redazione di quest’articolo – il problema era quello di coniugare le esigenze produttive (dunque prima di tutto i tempi rapidi della filiera) con la prerogativa irrinunciabile delle condizioni eque di lavoro. Proprio per questo, la project manager Mulan Mu, non nuova ad esperienze di management sostenibile, ha deciso di andare a vivere proprio a Chongqing, città cinese dove ha sede la la fabbrica produttrice, per garantire uno stretto e continuo monitoraggio della catena produttiva.

Anche la scelta di produrre in Cina, apparentemente in linea con le più ovvie e rodate logiche di decentramento produttivo alla ricerca dei bassi costi di produzione, è stata frutto di un’intensa attività di analisi e ricerca. Al termine di vari mesi di indagini è stata un’azienda cinese di nome A’Hong ad aggiudicarsi la partnership. «Scegliere di produrre in Europa – afferma Miquel Ballester, designer industriale e Product strategy Fairphone – avrebbe significato spostare un’intera fabbrica cinese oltreoceano giacché il ciclo produttivo di uno smartphone, oggi, non può che passare per la Cina (soprattutto per la fase dei test); inoltre gran parte dei componenti sono di produzione cinese, quindi produrre in Europa avrebbe comportato troppe rinunce sul piano della sostenibilità e dell’impatto ambientale. A’Hong ci ha garantito la condivisione dei valori fairphone, l’intenzione di investire in un rapporto a lungo termine e dimostrare un impegno per migliorare, se necessario, le pratiche sociali e ambientali, in consultazione con i lavoratori, la garanzia della trasparenza nel processo di produzione, la capacità di produrre un buon telefono, con eccellenti prestazioni tecniche e caratteristiche di design, e possiede inoltre una solida esperienza di fabbricazione per il mercato europeo. Infine, questione per noi fondamentale, il nostro partner cinese ci ha garantito di accettare l’utilizzo di materiali senza conflitti sia per ciò che riguarda i componenti elettronici che nelle linee di montaggio». 

Con un case interamente assemblato con policarbonato riciclato, Fairphone offre, per ben un terzo del proprio peso, una consistente riduzione delle emissioni di CO2 in fase produttiva. Ha una linea accattivante, è ultrapiatto, è dual-sim, con un ampio display HD da 4.3 pollici, e una doppia fotocamera rear-front. Processore Quadcore Mediatek 6589 e tecnologia Android promettono ottime prestazioni, dietro un’interfaccia intuitiva e unica sviluppata appositamente dalla Kwame Corporation, un partner portoghese impegnato in vari progetti open-source.

Se non puoi aprirlo, non lo possiedi. Uno slogan che mira a risvegliare le coscienze degli utenti rispetto alla passività che caratterizza sempre di più la fruizione dei prodotti tecnologici. Un invito, anche, ad estendere il consumo responsabile a tale settore, fino ad oggi preda di scelte imposte dall’alto dalle multinazionali e che, interrogando il nostro senso critico, per lo meno questo ne è l’auspicio, rivoluzionerà uno dei mercati più floridi e crescenti del nostro tempo.

Google al ribasso

settembre 9, 2013

Ancora una volta Google passa all’attacco ribassando il prezzo del Nexus 4 sul Play Device. Un ribasso che appare come al di fuori di ogni logica considerato che si passa da 299€ a 199€ per la versione da 8 GB e da 349€ a 249€ per la versione da 16 GB. Per farla corta: un prezzo a cui non siamo abituati se vogliamo uno smartphone di elevata qualità.

Un affondo che è una mazzata per la concorrenza che si vede proporre un ottimo prodotto, ancora attuale, a metà del prezzo rispetto alle proprie opzioni.

A quanto pare quando si è davvero dei colossi si possono fare dei “regali”, ovviamente aiutandosi anche a smaltire le rimanenze nei magazzini – preparandosi quindi per il lancio previsto tra un paio di mesi del nuovo Nexus 5 – e creando seri problemi ai concorrenti.

Allora, tutto stupendo? Assolutamente no, per noi italiani. Infatti il nostro paese vive nel terzo mondo del e-commerce: il Play Device è disponibile in Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Germania e… Spagna. Dovremo quindi sperare che qualche negozio abbassi i prezzi del Nexus 4 proponendolo d’importazione. Altrimenti è ancora una volta Google a venirci in aiuto: basta andare sul noto motore di ricerca e inserire parole chiave come “comperare nexus 4 a 199€” e analizzando la lista di risultati troveremo una serie di escamotage.

 

Marzio Balzarini

Il Seo è morto? Forse no

settembre 5, 2013

SEO is dead. Long live social media optimisation titola un articolo di Tim Anderson sul Guardian di qualche tempo fa. La sentenza nasce da un post di Aaron Harris, cofondatore di Tutorspree, il quale fa notare come cercando “auto mechanic” dal MacBook Air 13” del suo ufficio i risultati organici della ricerca occupino solamente il 13% della schermata, mentre AdWords, la barra di navigazione e la cartina di Google Maps si riservano rispettivamente il 29%, il 14% e il 7% dello spazio disponibile. Da cellulare le cose vanno ancora peggio: se si cerca “italian food” mentre da New York i primi risultati organici arrivano solo dopo quattro scorrimenti di pagina.

Anderson non ci pensa due volte: il mestiere del Seo ha imboccato il viale del tramonto, e non c’è niente che si possa fare per aiutarlo a uscirne. Il futuro, manco a dirlo, è in mano agli Smo (Social Media Optimisator). A rafforzare la tesi viene citata una recente ricerca di Forrester secondo la quale nel 2012 gli utenti statunitensi hanno scoperto nuovi siti web attraverso i social network nel 32% dei casi (in crescita dal 25% del 2011), contro il 54% dei motori di ricerca; non è più sufficiente trasmettere un messaggio, ma bisogna interagire con i possibili clienti, creare hashtag, rendersi attivi su quanti più fronti possibili.

A mio parere tuttavia la conclusione è alquanto affrettata: è vero, nell’anno 2013  stare su Facebook è diventato quasi-sinonimo di navigare su internet, ma per quanto il Social Media Optimizator o Community Manager stia diventando una figura via via più importante, Big G e gli altri motori di ricerca continuano a essere il crocevia attraverso il quale passa più della metà degli esploratori del web. La questione del 13% appare un falso problema, poiché quando le pubblicità non sono d’interesse per l’utente rimangono sulla schermata giusto il tempo di uno scroll-down. Non è da escludere, inoltre, il fatto che secondo una recente ricerca Nielsen il 94% degli utenti preferisce cliccare sui link non a pagamento in quanto li ritiene di maggior valore.

Il Seo quindi non è morto, anzi. Appare chiaro che col passare del tempo sarà sempre più necessario affiancare a esso nuove figure professionali che si occupino della gestione dei contenuti presenti sui social media, ma la vecchia Search Engine Optimisation ha la pellaccia dura, e non sarà così facile sbarazzarsene.

Simone Orsello