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‘Sex, Social Web e Appliances’

settembre 21, 2013

Con l’avvento della globalizzazione e con l’evoluzione del costume, il web si è adeguato agli standard di mercato. Infatti nei tempi più recenti, anche internet, oltre al mondo televisivo attraverso i filmati, con l’ ausilio dei vari supporti che si sono evoluti sino ad arrivare al DVD, sono stati realizzati siti web e app a sfondo sessuale di cui alcuni gratuiti ma qualcuno a pagamento.

Per ciò che concerne il mondo del sesso, è uscita di recente la notizia relativa a quanto sia le riviste Penthouse e Playboy siano in crisi. La prima è sulla soglia del fallimento mentre la seconda è in forte crisi e a un passo dalla chiusura. Entrambe si sono arrese di fronte al colosso You Porn & company, cedendo a questo tipo di approccio il primato delle consultazioni e di conseguenza del profitto. Grazie alla facile accessibilità e alla loro gratuità, i siti internet pornografici hanno sfondato nel web. Infatti il prodotto editoriale è considerato obsoleto e soprattutto non risponde più alle esigenze del mercato. Come si suol dire, ormai le riviste hanno fatto il loro corso e probabilmente anche l’eros editoriale, per adeguarsi alla domanda di mercato, nel futuro radicherà le sue fondamenta nel web.

La certezza è che You Porn & company hanno rivoluzionato il mercato, offrendo agli utenti la possibilità di consultare un ricchissimo database vario e vasto.

YouPorn è un sito web di ‘pornographic video sharing’ (cioè condivisione libera di materiale video pornografico) della famiglia del Porn 2.0, simile, nella disposizione grafica, a YouTube.

youporn schermata EN oscurata

Come illustra l’immagine qui accanto, oscurata per motivi di liceità, si individuano le pagine ‘Categorie’, ‘Video Popolari’, ‘Raccomandati’, ‘I più votati’, ‘I più visti’ e per finire l’‘upload’. Alcune di queste, a loro volta sono composte da sotto pagine che includono contenuti video alquanto bizzarri e/o eccentrici. Negli ultimi tempi YouPorn ha deciso di riconvertire tutto il suo infinito parco di video hard professionali e amatoriali nel formato HTML5 per raggiungere gli utenti con iPad e incrementare ulteriormente il profitto. Nel 2012 You Porn ha pubblicato un’indagine statistica dal titolo ‘Big numbers, hard facts’ in cui si riporta la classifica dei paesi che consultano più assiduamente la piattaforma web. L’Italia è piazzata al quarto posto dietro a USA, Germania e Francia.

Il quesito che mi pongo è:

Le piattaforme web a sfondo sessuale bastano a soddisfare le esigenze degli utenti? 

La continua domanda di mercato ha offerto lo spunto agli sviluppatori per progettare nuovi prodotti da introdurre nel commercio via web: le Sex App.

Prima di parlare di queste nuove appliance, apro una breve parentesi sulle app in generale. Le APP, ovvero Appliance, consentono di interagire, comunicare e informare attraverso l’ uso dei dispositivi in grado di connettersi al web e grazie a una specifica applicazione creata ad hoc. Le app permettono di ottenere vantaggi perché, oltre a fornire il software di utilizzo, forniscono un servizio in continuo aggiornamento. Inoltre i contenuti e i servizi possono essere riutilizzati dagli utenti. Negli ultimi anni, ma in particolare nel periodo più recente, si è verificato un notevole sviluppo di applicazioni in svariati ambiti, tra cui in quello dell’ informazione, come per esempio la giornalistica, l’ internet banking oppure nel campo social di cui si può citare l’ app di Facebook.

In merito alla tematica che ho scelto di trattare, cliccando in rete ho letto diverse notizie che citano le ‘Sex APP’. Esse sono nuove appliance nate di recente e apparse da pochi mesi nel web, il cui scopo è di migliorare la prestazione sessuale utilizzando curiosi accorgimenti o più semplicemente per cercare un partner. pure-takes-the-dating-out-of-dating-apps-and-just-helps-you-get-sex-on-demand

In questo periodo in rete si parla molto dell’app ‘Pure’ ideata da due giovani russi, R.Sidorenko e A.Kuthtenko, e pensata per facilitare gli incontri a semplice scopo sessuale. Questa applicazione, ancora in fase di valutazione da parte di Apple e Google, consente di creare un profilo, inserire un’immagine, la propria città e indicare le proprie preferenze accompagnate da un  contatto personale. L’utente vedrà solo le persone che hanno espresso un gradimento nei suoi confronti, rispondendo con un semplice ‘ok’ o ‘no way’. Inoltre ‘Pure’ offre una particolare attenzione alla privacy dei suoi iscritti. Infatti le foto e le informazioni sono visualizzabili solo agli utenti iscritti e con le stesse preferenze.

Per pubblicizzare e diffondere il prodotto, i due giovani russi hanno creato un cortometraggio, visibile al seguente link:

Anche il colosso Google quest’anno ha soddisfatto la domanda degli utenti sviluppando “Sex Locator”. L’applicazione è descritta come un eccitante app in grado di localizzare i luoghi in cui le persone cercano partner disponibili per appuntamenti occasionali. Infatti, il presunto scopo di questa funzione è quella di far socializzare persone singole con altri utenti di questa particolare comunità. Sex Locator è stata progettata e realizzata per supporti che utilizzano il sistema operativo Android ed è completamente gratuita. L’app è disponibile nella libreria ‘Google Play’. Altre app riguardo al tema sono:

  1. Durex Sexperiment, ideata da Durex, il noto marchio della multinazionale Reckitt Benckier che produce e distribuisce profilattici in tutto il mondo. L’app è scaricabile gratuitamente da iTunes e Play Store. L’obiettivo è  incentrato sulla scoperta di nuovi scenari e stimolanti esercizi per allenarsi.
  2. Passion, che valuta la prestazione sessuale dell’utente utilizzando i sensori di movimento del cellulare e il microfono;
  3. The Porn star guide to great sex è un’ applicazione a pagamento. L’app è un manuale/guida che offre un approccio pratico per raggiungere un elevato livello nella vita sessuale dell’utente. Inoltre suggerisce come ottenere una maggiore intimità con il partner e il modo per aumentare la creatività in ​​camera da letto.
  4. Sex drive, in grado di aumentare il desiderio sessuale attraverso il suono;
  5. iKamasutra consente di sperimentare diverse posizioni sessuali. Illustra più di cento posizioni divise in 9 categorie, ognuna elegantemente interpretata e spiegata. Inoltre l’applicazione registra i progressi dell’utente e attribuisce un livello di performance. Ultimamente l’app  ha introdotto una novità: i luoghi di sperimentazione. Oltre ai classici ambienti consuetudinari per praticare l’attività sessuale, sono presenti luoghi piuttosto strani come per esempio l’ambulanza, la tenda da campeggio, l’ aereo etc.

Con lo sbarco del sesso virtuale in rete anche la società è cambiata. Alcuni utenti delle piattaforme web prese in considerazione, non valutano i possibili rischi a cui ogni soggetto è potenzialmente esposto. Infatti uno dei probabili pericoli che l’utente può manifestare, dovuti alla consultazione costante ed eccessiva di questi siti, è la dipendenza da pornografia che si può concretizzare con lo sviluppo di altri disturbi in ambito psicologico.

Fairphone. Quando l’innovazione tecnologica incontra l’etica

settembre 9, 2013

Non più solo caffé, zucchero, cotone e cioccolato, ma uno smartphone “equo-solidale”. Questa la scommessa di un gruppo di giovani attivisti europei, molti dei quali provenienti da diverse ONG (Waag, Action Aid e Schrijf-Schrijf). Tutto è nato nel 2010 da un progetto di sensibilizzazione sui conflitti nella Repubblica Democratica del Congo dovuti allo sfruttamento minerario di varie regioni per l’approvvigionamento elettronico nel Nord del mondo. Dal 2013, dopo tre anni di ricerche, il gruppo si è costituito come impresa sociale, con lo scopo di creare e produrre il primo fairtrade smartphone, un telefono in linea con gli standard tecnologici dei giganti coreani e nordamericani, ma attento al pianeta e ai diritti dei lavoratori e distante dalle logiche speculative di mercato.

Il progetto è semplice quanto ambizioso: creare un prodotto competitivo ponendo alla base dei propri valori d’impresa la consapevolezza dell’impronta dell’uomo sul mondo che lo circonda e promuovendo uno sviluppo tecnologico coerente e rispettoso della persona umana. Una logica che si oppone fieramente alla produzione delle multinazionali del settore e che, dal basso, potrebbe convincere anche i più strenui detrattori dell’ipertecnologia. Finalmente connessi al mondo e coerenti.

Già con le scelte sui finanziamenti, rigorosamente ispirate al crowdfunding, il gruppo intende chiamare i consumatori a un impegno responsabile, promettendo in cambio della fiducia un processo produttivo trasparente ed ecologico in ogni sua fase, dall’estrazione mineraria all’assemblaggio dei componenti, e con al centro le persone e non i profitti. Alla maggior complessità dei prodotti  di consumo, si può leggere sul sito www.fairphone.com, corrisponde infatti un più intricato processo di tracciabilità dei singoli componenti e dei singoli apporti umani, dietro ai quali si celano spesso guerre lontane e sfruttamento di mano d’opera a basso costo e priva di diritti.

Trovato il sostegno di ben 14.000 acquirenti “al buio” in pochi mesi – una ventina dei quali durante la redazione di quest’articolo – il problema era quello di coniugare le esigenze produttive (dunque prima di tutto i tempi rapidi della filiera) con la prerogativa irrinunciabile delle condizioni eque di lavoro. Proprio per questo, la project manager Mulan Mu, non nuova ad esperienze di management sostenibile, ha deciso di andare a vivere proprio a Chongqing, città cinese dove ha sede la la fabbrica produttrice, per garantire uno stretto e continuo monitoraggio della catena produttiva.

Anche la scelta di produrre in Cina, apparentemente in linea con le più ovvie e rodate logiche di decentramento produttivo alla ricerca dei bassi costi di produzione, è stata frutto di un’intensa attività di analisi e ricerca. Al termine di vari mesi di indagini è stata un’azienda cinese di nome A’Hong ad aggiudicarsi la partnership. «Scegliere di produrre in Europa – afferma Miquel Ballester, designer industriale e Product strategy Fairphone – avrebbe significato spostare un’intera fabbrica cinese oltreoceano giacché il ciclo produttivo di uno smartphone, oggi, non può che passare per la Cina (soprattutto per la fase dei test); inoltre gran parte dei componenti sono di produzione cinese, quindi produrre in Europa avrebbe comportato troppe rinunce sul piano della sostenibilità e dell’impatto ambientale. A’Hong ci ha garantito la condivisione dei valori fairphone, l’intenzione di investire in un rapporto a lungo termine e dimostrare un impegno per migliorare, se necessario, le pratiche sociali e ambientali, in consultazione con i lavoratori, la garanzia della trasparenza nel processo di produzione, la capacità di produrre un buon telefono, con eccellenti prestazioni tecniche e caratteristiche di design, e possiede inoltre una solida esperienza di fabbricazione per il mercato europeo. Infine, questione per noi fondamentale, il nostro partner cinese ci ha garantito di accettare l’utilizzo di materiali senza conflitti sia per ciò che riguarda i componenti elettronici che nelle linee di montaggio». 

Con un case interamente assemblato con policarbonato riciclato, Fairphone offre, per ben un terzo del proprio peso, una consistente riduzione delle emissioni di CO2 in fase produttiva. Ha una linea accattivante, è ultrapiatto, è dual-sim, con un ampio display HD da 4.3 pollici, e una doppia fotocamera rear-front. Processore Quadcore Mediatek 6589 e tecnologia Android promettono ottime prestazioni, dietro un’interfaccia intuitiva e unica sviluppata appositamente dalla Kwame Corporation, un partner portoghese impegnato in vari progetti open-source.

Se non puoi aprirlo, non lo possiedi. Uno slogan che mira a risvegliare le coscienze degli utenti rispetto alla passività che caratterizza sempre di più la fruizione dei prodotti tecnologici. Un invito, anche, ad estendere il consumo responsabile a tale settore, fino ad oggi preda di scelte imposte dall’alto dalle multinazionali e che, interrogando il nostro senso critico, per lo meno questo ne è l’auspicio, rivoluzionerà uno dei mercati più floridi e crescenti del nostro tempo.

La soluzione al digital divide potrebbe arrivare dal cielo: Project Loon

giugno 25, 2013

È stato presentato ufficialmente pochi giorni fa il progetto che potrebbe rivoluzionare la vita di miliardi di persone.

Google ha infatti annunciato Project Loon, un’iniziativa che ha dell’incredibile ma che garantirebbe l’accesso a Internet a tutte quelle persone che vivono in zone rurali o remote del pianeta e dovunque le connessioni via cavo siano impedite, come ad esempio i luoghi colpiti da calamità naturali.

L’originale idea prevede l’impiego di palloni aerostatici, realizzati con una plastica sottile, del diametro di 15 metri e alimentati a energia solare, che volano nella stratosfera a circa 20 chilometri d’altezza sfruttando le correnti aeree. Essi ricevono il segnale Internet da apposite stazioni a terra e lo ritrasmettono agli utenti, che possono captarlo installando un’antenna sul tetto della propria abitazione. I palloni comunicano fra di loro e quindi, secondo Google, sarebbe possibile creare un anello di palloni volanti intorno al mondo. Ogni mongolfiera fornirebbe la connessione ad una superficie del raggio di 40 chilometri ad una velocità simile a quella delle reti 3G.

L’opera è in piena fase di sperimentazione, finora sono stati lanciati trenta palloni in Nuova Zelanda, nella regione di Canterbury, e rimangono ancora molte questioni da verificare, prima fra tutte quella di riuscire a regolare in modo sicuro le loro traiettorie dato che, sebbene continuamente monitorati e dotati di un sistema di controllo dell’altitudine, sono pur sempre in balia dei venti stratosferici.

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I detrattori parlano di una strategia d’immagine, di una trovata pubblicitaria che avrà vita breve, alcuni avanzano dei dubbi riguardo l’effettiva sostenibilità del progetto, altri temono addirittura lo sfruttamento di questa tecnologia a fini spionistici.

Senza dubbio si tratterà di un percorso lungo e complesso ma la disuguaglianza digitale che impedisce ai due terzi della popolazione mondiale di accedere alle nuove tecnologie, sia a causa di impedimenti di tipo tecnico (non esiste la connessione) sia di tipo economico (c’è connessione ma i costi di navigazione sono troppo elevati), verrebbe in questo modo drasticamente ridotta, se non azzerata, e potremmo finalmente considerare Internet una rete “globale” nel vero senso della parola.

L’azienda di servizi online più famosa del mondo, pur assicurando che il progetto poggia su solide basi scientifiche, sembra essere cosciente dell’audacia dell’impresa, infatti loon in inglese significa pazzo. Dopo le Google’s driverless cars, le automobili senza conducente, e i Google Glasses, gli occhiali dotati di realtà aumentata, il colosso di Mountain View punta sempre più in alto e non è un male se lo fa utilizzando un pizzico di sana follia, d’altronde solo così si vincono le sfide che sembrano impossibili.

Gisella Siri

 

 

 

Le PMI scelgono l’outsourcing per combattere la crisi

giugno 17, 2013

Per oltre 2000 PMI italiane il 2012 è stato l’anno del outsourcing e l’inizio del 2013 sta confermando questa tendenza.

Ad affermare questa tesi è Freelancer.com (la più grande piattaforma al mondo di outsourcing) che, attraverso la ricerca condotta tra moltissime PMI italiane, ha rivelato la strategia scelta da quest’ultime per combattere la crisi e per sopravvivere in un mercato sempre più competitivo.

Grazie ad internet, esternalizzare progetti ed attività aziendali diventa semplice, ma anche molto efficace. Molti imprenditori hanno dichiarato addirittura che, senza questa possibilità, non sarebbero stati in grado neanche di avviare il loro business. Avere a disposizione consulenti qualificati – e poter scegliere il migliore per ogni singolo progetto – garantisce maggiore crescita ed elimina la preoccupazione di assumere personale anche per tutte quelle attività limitate nel tempo. Senza dimenticare che molti, lasciati a casa a causa della crisi, hanno trovato una nuova soluzione lavorativa proprio riproponendosi sul mercato come freelance.

I dati della ricerca Freelancer parlano chiaro: il 56% dei proprietari di piccole imprese ha dichiarato di aver affidato parte del lavoro a consulenti e liberi professionisti, una scelta che ha garantito la crescita aziendale nel corso degli ultimi 12 mesi.

Avvalersi delle competenze di un freelance rappresenta – per il 54% degli intervistati – la soluzione ideale per non scendere a compromessi in fatto di qualità del lavoro, avendo a disposizione notevole elasticità. In un mercato del lavoro sempre più ingabbiato in normative stringenti e con contratti sempre meno flessibili, le aziende optano per una soluzione che offra rapidità e ottimo rapporto qualità/prezzo.

L’indagine, inoltre, ha rivelato che il 46% dei piccoli imprenditori ha deciso di affidarsi a programmatori e sviluppatori web per migliorare le performance ed essere competitivi. Il 35%, invece, utilizza risorse esterne per attività di segreteria, pareri legali ed amministrativi.

Freelance, d’altra parte, non è sinonimo di bassa qualità, anzi. Il 67% degli imprenditori ha dichiarato di essere pienamente soddisfatto dal lavoro svolto dal consulente. Proprio per questo motivo, dunque, il 47% degli intervistati afferma che affiderà sempre più progetti ai liberi professionisti.

Dai risultati ottenuto si evidenzia come le piccole imprese stiano cercando di essere competitive sul loro mercato di riferimento. Le attività affidate a professionisti esterni, sono le più svariate: dalla progettazione di sistemi intelligenti per gestire i processi in modo più efficiente, ai siti e-commerce, dal marketing alle attività finanziarie e amministrative.

Affidarsi a risorse esterne consente un risparmio economico notevole per le PMI che, con questo sistema, evitano scomode spese dovute all’affitto di spazi da adibire a ufficio e tutti quegli esborsi economici collegati ad avere “una sede” inoltre, grazie a portali come Freelancer.com, in primo piano non manca la tutela dal punto di vista dei pagamenti per tutti i freelance.

I “nodi” della rete: fra cyber-guerra e Grande Fratello

giugno 11, 2013

Internet costituisce oggi, e sempre di più costituirà nel futuro, una piattaforma insostituibile e di importanza massima per l’economia e per gli equilibri politici di tutto il pianeta. Alla rete affidiamo poi una gran quantità di segreti personali di non trascurabile importanza… possiamo stare tranquilli?

Proprio attraverso la rete vengono giornalmente scambiati miliardi di dati che hanno immenso valore, e non solo per i mittenti e per i destinatari della comunicazione. Basti pensare banalmente a password di account, dati di bancomat o carte di credito, per arrivare fino a segreti industriali, documenti riservati di natura politica o militare.

Ovviamente carpire informazioni di questi generi è illegale, ma sono ingenti le  possibilità di guadagno; il giro d’affari mondiale riferibile ai crimini compiuti attraverso la rete è difficilmente quantificabile con precisione, ma si parla di miliardi di dollari. Alcune stime parlano addirittura di 300 miliardi di dollari. Si può affermare che il numero dei crimini informatici e la rilevanza di ciascuno di essi sia cresciuta, e crescerà, di pari passo con l’importanza strategica di Internet. In Italia, ad esempio, nel 2012 l’Osservatorio per la Sicurezza Nazionale ha reso noto che si è registrato un incremento dei crimini informatici del 200% e, contestualmente, il Ministero della Difesa ha fatto sapere che avrebbe aumentato il budget destinato agli apparati di difesa informatici.

Le attività illegali sulla rete non sono però messe in atto sempre per un profitto economico personale, ma spesso possono avere altri fini. Soggetti individuali o collettivi (come Anonymous) hanno messo sovente in atto veri e propri atti di “disobbedienza civile virtuale”, o hanno sottratto dati riservati per poi renderli pubblici in maniera gratuita, mossi da una spinta etica o ideologica. Aziende e governi non sono stati da meno nel comprendere le potenzialità della rete in quanto  canale di spionaggio e controllo; infatti oggi molti hacker sono assunti per i loro servizi e pagati profumatamente.

Oltre l’Atlantico il tema desta molta preoccupazione e ampio dibattito:  sono proprio di questi giorni due notizie degne di nota sul tema.

La prima riguarda il recente incontro tra il presidente USA Barack Obama e leader cinese Hu Jiintao, in cui è stato dato molto spazio alla discussione circa norme comuni in materia di sicurezza digitale. In realtà queste pacate trattative sono da considerare come un atto di diplomazia in quella che è una vera e propria cyber-guerra che contrappone la Cina agli Stati Uniti; tanto che nello scorso ottobre la situazione era già considerata così grave da far dichiarare all’allora segretario della Difesa statunitense Panetta che  il rischio fosse quello di una “Cyber Pearl Harbour”. Pare accertato che fossero oggetto delle attenzioni degli hacker arruolati dal gigante asiatico soprattutto notizie di carattere militare, come segnalato dal Wall Street Journal per quanto riguarda i progetti degli aerei da combattimento Joint Strike Fighter e F-35 Lightning 2, o dalla azienda omonima del famoso anti -virus “McAffe” in merito ad attacchi hacker a numerose società ed apparati governativi americani; fra questi  Lockeed e Martin Corporation, due importanti industrie d’ armamenti.

La seconda notizia riguarda il dibattito che si è sviluppato negli Stati Uniti circa l’utilizzo di un sistema di controllo di Internet chiamato Prism da parte dei servizi di sicurezza. L’obiettivo dei controlli erano mail, foto, login, video, chat,  e file memorizzati di cittadini stranieri e statunitensi ottenibili  grazie all’accesso diretto ai server delle varie compagnie che operano sul campo; questi miliardi di dati vengono scansionati in maniera automatica secondo un sistema di parole chiave, così da poter  sottoporre al controllo umano dati risultati sospetti. Secondo una diffusa opinione un tipo di intercettazione così indiscriminata e senza autorizzazione di alcun giudice sarebbe  una palese violazione dei diritti civili dei cittadini americani.

Per quanto ormai grazie alla rete  governi, banche e aziende facciano funzionare i propri apparati ,e navigare su internet sia pratica quotidiana per gran parte della popolazione, non si può dire che le acque siano tranquille e prive di pericoli. Questo video del sito di Repubblica ci mostra quanto sia facile reperire e mettere in funzione un programma in grado di fornirci tutti i dati sensibili di un qualunque bersaglio.

Carlo Ramoino

Come l’hacking condiziona la raccolta del consenso nel sistema elettorale

maggio 29, 2013

Voto, raccolta e manipolazione online a fini politici: Claudio Agosti, presidente del Centro Hermes, e Giovanni Ziccardi dell’Università degli Studi di Milano presentano un seminario sull’hacking nella raccolta del consenso nel sistema elettorale. Un’analisi delle diverse tipologie di voto, da quella elettronica a quella online vera e propria, e una riflessione sui limiti di questi sistemi.

Il primo esempio di sistema di raccolta del consenso online riguarda l’analisi della sicurezza del voto su internet per mezzo di un sistema denominato SERVE – Secure Electronic Registration and Voting Experiment: si tratta di un sistema sviluppato da Accenture, in collaborazione con altri partner e utilizzato per primo dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per il suo Federal Voting Assistance Program. Lo scopo era quello agevolare con il voto elettronico quelle decine di migliaia di americani che –come i militari, i corpi diplomatici e le loro famiglie- non sono residenti sul territorio USA e non avrebbero diritto di voto. Il fine di SERVE era quello di permettere a questi soggetti di registrarsi su una piattaforma e poter accedere al voto via internet, da qualsiasi posizione. SERVE voleva essere anche una Testing Authority qualificata e certificata dallo Stato, per la raccolta di “voti reali”. Il sistema prevede tre fasi: dall’iscrizione a SERVE, alla registrazione per il voto e l’iscrizione nelle liste elettorali, al voto vero e proprio, effettuabile grazie a un server via internet da qualsiasi parte del mondo ( tramite l’uso di un sistema MS Windows ed Explorer o Netscape, Javascript, Java e activeX e session cookies) senza hardware o software aggiuntivo. I votanti trasmettono con questo sistema il loro voto completo di tutti i dati al server centrale, tramite sistemi SSL (Secure Sockets Layer, protocolli crittografici per la comunicazione sicura sorgente-destinatario, fornendo autenticazione e cifratura dei dati). Le preferenze espresse dai cittadini, in storage su un server centrale, vengono recuperate da uffici locali in fase di spoglio.

La prima prova risale al 2004 (su base volontaria, con la gestione di 100 mila voti nel giro di un anno, tra primarie e elezioni generali). Il target era di 6 milioni di votanti, denominati UOCAVA, parola usata per designare tutti quei cittadini USA “bloccati” all’estero. Da allora sono emersi i limiti del modello online: i DRE (direct recording electronic) voting systems sono stati criticati per i problemi di sicurezza insorti. In pratica, il software non veniva controllato con cura durante il processo di certificazione dello stesso ed erano altamente probabili i rischi di attacchi da parte di insider durante il processo. Inoltre, il voto, per quanto utilizzi piattaforme online, deve avere comunque un riscontro fisico tramite feedback cartaceo per la verifica del percorso di voto. Ai rischi “tipici” e congeniti del sistema (come il rischio di falsificazione dei voti e switch), se ne aggiungono altri, come il furto di identità, spoofing (falsificazione dell’identità), virus e phishing (tipo di truffa online in cui un utente viene convinto a fornire una serie di dati sensibili), derivanti dall’uso di un pc e internet.

Ancora di recente, nel 2012, a Washington DC si è verificato un caso simile: un sistema di e-voting pilota per soldati e residenti all’estero. Prima delle votazioni, il Distretto di Columbia propone un test, una finta elezione in cui chiunque è invitato a cercare di hackerare il sistema, provande l’insicurezza. Risultato: nemmeno 24 ore dopo un team di studenti dell’Università del Michigan, cordinati dal Professor Haldeman, ha violato la segretezza dei voti già espressi, divertendosi anche a sbeffeggiare il sistema, aggiungendo tra i candidati HAL 9000 e Bender (intelligenza artificiale di “Odissea nello Spazio” e robot di “Futurama”) e inserendo il motivetto musicale che contraddistingue l’Università nella pagina di ringraziamento per aver effettuato la votazione.

Nonostante gli strumenti sofisticati impiegati (per esempio, la messa a punto di DRE che prevedono l’uso di una smart card personale e un POS che rilascia uno scontrino come ricevuta di voto) e gli ingenti finanziamenti stanziati, il sistema non è ancora così perfezionato da evitare attacchi su larga scala, lanciati da ogni parte del mondo e con qualsiasi motivazione. Il rischio è quello di creare un clima di sfiducia e disaffezione nel sistema, di paura di compravendita dei voti e switching per alterare gli esiti delle votazioni. Gli attacchi, inoltre, possono essere anche semplici e condotti da una sola persona, non per forza attuati da un gruppo organizzato, da una fazione politica, da uno Stato estero, ecc.: basta un esiguo gruppo di studiosi per compromettere il sistema di un’intera nazione.

Per scongiurare queste problematiche servirebbe un sistema di auditing, che permetta al votante di verificare che il voto registrato dalla macchina sia lo stesso immesso e mostrato sullo schermo. Se occorre, l’auditing per la verifica dell’attendibilità delle informazioni dovrebbe essere coadiuvato da un sistema ulteriore che permetta al votante di verificare l’espressione della sua preferenza. Inoltre, deve esserci la tutela della privacy tramite sistemi crittografati che consentano la trasmissione cifrata dell’informazione in transito, da decifrarsi solo al momento dello spoglio. Inoltre, anche la compravendita viene facilitata in questo contesto: vendendo ID e password dell’utente, si possono falsificare i voti e cambiare l’esito finale.

Ne consegue che il sistema basato sul web è insicuro. Quando si parla di voto elettronico e consenso online, si parla di sondaggi facilmente alterabili e non trasparenti. Le elezioni cartacee per ora sono uno strumento molto più sicuro e voto elettronico fisico, voto online e sondaggi sul web sono cose molto differenti sotto il profilo istituzionale e politico. Si può, tuttavia, tracciare un’ulteriore differenziazione tra i sistemi di voto online: diversi sono i casi di voto elettronico (con sistemi tecnologicamente più avanzati, ma sempre con l’integrazione di una cabina elettorale fisica all’interno di un seggio vero e proprio) e di voto online (“democrazia liquida”, in cui è necessario possedere solo un pc collegato a internet). Per quanto riguarda il voto elettronico con cabina elettorale preposta, è stato testato in Europa e USA ed è considerato abbastanza sicuro. Le sperimentazioni sono iniziate negli anni ’90 in Olanda ma il sistema è stato abbandonato poiché comunque in parte ancora insicuro e impraticabile. Se si vuole avere più efficienza, serve un meccanismo ibrido, tra elettronico e fisico: questa strada viene praticata negli Stati Uniti in cui, mantenendo le garanzie della carta e portando l’efficienza dell’integrazione tecnologica, si ottiene un sistema ottimale. Le garanzie mancanti rilevate in questi 10 anni di voto elettronico riguardano la possibilità di attacchi tempest alla segretezza del voto; attacchi all’integrità e modifica dei dati memorizzati; attacchi alla verificabilità postuma, per cui non si possono fare ulteriori conteggi dei voti in caso di brogli. Nel caso del voto online (liquid feedback e sistemi di voto proprietari), invece, c’è un maggior margine di rischio, dato dalla falsificabilità del voto, dal rischio di furto delle credenziali, dalla manipolazione dell’interfaccia di voto (tipico dei processi bancari online, trojan), dalla mancanza di feedback sulle proprie scelte.

Democrazia liquida, quale futuro ci aspetta? La direzione intrapresa è quella verso l’utilizzo sempre più massiccio dell’online, ma è necessario apporre le giuste tutele, dai sistemi di ricevute e di feedback, all’uso di sitemi embedded di voto e di reti peer to peer per impedire la manipolazione e il single point of failure.

Elettra Antognetti

SHARING ECONOMY MANIA

agosto 2, 2012

Dopo il boom dei social network, la sharing economy diventa il vero business del  futuro: una nuova filosofia di vita che, complice l’attuale crisi, prende le distanze dalla mania dell’accumulo per passare alla condivisione.

Negli Sati Uniti, dove la sharing economy è nata, viene ovviamente già applicata a ogni tipo di bene e servizio, dal babysitting alla condivisione di case, spazi di lavoro ecc.

Lo stesso “The Week” in un articolo online di aprile 2012, la  definisce come la “nuova rivoluzione industriale”.

Vediamo alcuni esempi tra i più famosi:
Airbnb (www.airbnb.it) è una community marketplace che mette in contatto proprietari di appartamenti, case, ville, stanze ecc con viaggiatori alla ricerca di una sistemazione; è uno dei siti più famosi che ha raggiunto il record di 10 milioni di notti prenotate in 25 mila città!

La community ha regole precise da rispettare, un’assicurazione che copre i proprietari e un’applicazione I-phone con “wish list” per salvare le proprie preferenze.

Sicuramente il mondo della moda è quello che fin da subito ha dato origine allo scambio, dalla semplice bottega di rivendita di abiti usati, alla community su internet; gli esempi sono moltissimi, ma possiamo sicuramente citare “Refashioner” sito americano must per le modaiole che non buttano mai via niente e che si definisce appunto  “un’accurata community per acquistare, vendere e scambiare abiti e accessori di qualità!” Qui si possono davvero fare ottimi affari trovando il pezzo preferito e cercato da tempo o noleggiando borse e abiti per un tempo limitato.

Un esempio italiano di rilievo è quello di www.suiteatwork.it, l’ecologico guardaroba organizzato in grado di offrire un guardaroba femminile condiviso tutto l’anno: su abbonamento si possono scegliere abiti per ogni giorno che vengono scelti, indossati e riportati alla sede centrale  che si occupa di lavarli, stirarli e rimetterli a disposizione (per ora solo a Milano e Brescia).

O ancora scambio dei vestitini dei figli per le mamme eco fashion, su www.newtoyou.it  boutique di Milano.

Ma oltre ovviamente allo scambio di case, abiti, all’ancor più famoso “couchsurfing”  che permette  di trovare sistemazioni “di fortuna”, la vera rivoluzione della sharing economy è quella che riguarda i servizi: si può scambiare e condividere davvero di tutto!

Dal dogsitter, www.dogvacacy.co, alle macchine sempre più scelte a noleggio, soprattutto negli USA con http://www.zipcar.com, per arrivare alla condivisione degli spazi comuni di casa e lavoro: dal “co-housing” dove più famiglie acquistano case in complessi residenziali con servizi e aree comuni (asilo, orto, parcheggi, macchine, gruppi d’acquisto) – da citare l’esempio di Urban Village Bovisa di Milano – al “co-working” che permette di condividere uffici completamente accessoriati riducendo le spese e usufruendo di spazi comuni (www.coworkinproject.com).

Il problema fondamentale è sicuramente quello della “garanzia”, del “potersi fidare”, che ogni community cerca di rafforzare con regole precise, esclusioni dal sito per violazioni fino ad arrivare negli USA alla creazione di una sorta di “portal reputation system for internet” che funziona come database per utenti referenziati.

Il mercato si avvia cosi a un modello di peer marketplace. Sempre più spesso l’offerta di un bene proviene dal singolo, anziché da una società: è il caso di eBay che si emancipa da internet per entrare nel quotidiano e il consumatore diventa veicolo di pubblicità, non soltanto perché sceglie cosa e come acquistare, ma perché consiglia, suggerisce: non è soltanto un fenomeno di scambio materiale, quindi, ma anche e soprattutto di opinioni.

Poter accedere a beni e servizi è ormai diventato più importante che possedere e i vantaggi sono sempre più numerosi: meno costi, meno problemi e creazione di una comunità globale che condivide soprattutto una di  filosofia di base.

Luisa Gulluni

Mappi-amo la città

giugno 21, 2012

Si chiama Genova Mappe, è attivo da poco più di un mese e si presenta come un affascinante progetto web 2.0, per di più made in Genova. L’idea, recensita anche dal Corriere della Sera, è molto semplice: vedete qualcosa che non va in città? Avete qualche proposta che pensate possa essere valida ma temete di perderla nella giungla della burocrazia? Con Genova Mappe basta uno smartphone (o fotocamera + pc), si fotografa l’oggetto in questione, si compila un breve report, si geolocalizza sulla mappa e in poche “ditate” aggiungerete la vostra segnalazione a quelle degli altri utenti, creando una  mappatura sempre più completa delle criticità del territorio. Per una città di mugugnoni come Genova, praticamente un sogno!

CHI C’ È DIETRO
L’ideatore di Genova Mappe è Enrico Alletto,  un programmatore, ma soprattutto un cittadino in rete, che segue con molta attenzione tutto ciò che orbita attorno al web 2.0 attraverso il suo blog personale. Lanciato il progetto online ha subito trovato la convinta collaborazione di Mentelocale che si è fatta promotrice di Genova Mappe curando una rubrica apposita sul proprio portale. A breve partirà anche una collaborazione con il Politicometro che, dopo aver seguito da vicino le amministrative genovesi dichiarazione per dichiarazione, lancerà una nuova rubrica di inchieste partendo proprio dalle segnalazioni di Genova Mappe per portarle sui tavoli dell’amministrazione pubblica.

COME NASCE
Genova Mappe usa la piattaforma Ushahidi, un software free e open source nato in Kenya nel 2008 a seguito degli scontri post-elettorali. Il principio con cui è nato Ushahidi (che in Swahili significa “testimonianza”), è molto semplice, ovvero adoperare  crowdmap per raccogliere tutte le segnalazioni di violenze nel paese e aiutare a coordinare gli aiuti. Dal Kenya, Ushahidi è stato esportato ad Haiti per il terremoto del 2010, dove ha conosciuto la consacrazione per il significativo supporto che ha fornito nell’organizzazione dei soccorsi. Negli ultimi anni la piattaforma è stata miglorata e ampliata, rimanendo sempre open source, e recentemente, dopo esser stata presentata nel libro La scimmia che vinse il Pulitzer di Bruno e Mastrolonardo, è arrivata anche in Italia dove ha fatto la sua comparsa a fine 2011 con Emergenza Neve e Anpas (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze). Genova Mappe, rispetto ai casi precedentemente illustrati ha la peculiarità di non essere nata per far fronte ad un’emergenza, ma per porsi come strumento di partecipazione online, la quintessenza del web 2.0.

COME FUNZIONA
Il punto di forza di Ushahidi, e quindi di Genova Mappe, è la versilità, che consente di operare in condizione logistiche di comunicazione diverse, adattandosi a utlizzi differenti. La funzione di base è rendere disponibili, anche in tempo reale, informazioni geolocalizzate relative a diverse categorie sulla mappa, permettendo di analizzare il flusso temporale degli avvenimenti attraverso una timeline. È possibile ricevere notifiche via mail sulle segnalazioni, scegliendo di seguire anche solo una categoria (ad esempio lo stato delle strade) e una sola zona (il quartiere di Castelletto).  Per quanto riguarda gli smartphone, Genova Mappe è facilmente utilizzabile scaricando gratuitamente la app di Ushahidi dall’Android Market o dall’App Store. Se invece si vogliono solamente seguire le segnalazioni, altri due mezzi utilizzabili sono i social network, con la pagina su Facebook e su Twitter (@GenovaMappe).

RISULTATI
Il tempo trascorso dal lancio di Genova Mappe è ancora troppo poco per poter fare un bilancio attendibile dei risultati raccolti. Merita però una menzione il fatto che, seppur in poco tempo, una segnalazione su un attraversamento pericoloso in zona Manin è arrivata lo scorso 19 giugno  sui banchi del Consiglio comunale di Genova. Che si stia muovendo qualcosa? L’importante – parafrasando De Coubertin – è…partecipare!

Matteo Agnoletto

 

Easyvoyage VS Tripadvisor

giugno 20, 2012

Quando Easyvoyage.com è nato, nel 2001, era un prodotto all’avanguardia, talmente all’avanguardia che il concetto non era stato subito compreso dal suo mercato di riferimento, quello francese, ancora digiuno da esperienze di questo tipo. Consacrato al mondo dei viaggi, si proponeva come sito di infomediazione, un neologismo che sta ad indicare la sua duplice inclinazione: quella commerciale da un lato e quella di canale informativo dall’altro.

Attraverso dei contratti con diversi partner commerciali (agenzie di viaggio on line, tour operator che vendono i loro prodotti in linea, compagnie aeree…), Easyvoyage.com offriva, e offre ancora, un servizio di comparazione su voli e pacchetti vacanza.

Una redazione si occupava, e si occupa, invece di alimentare i contenuti del sito, dalle guide viaggio di tutti i Paesi del mondo ai reportage, da rubriche di informazioni pratiche a notizie aggiornate quotidianamente, dai dossier tematici alle recensioni degli hotel, visitati personalmente dai giornalisti.

L’idea era buona e abbastanza visionaria da sopportare l’iniziale freddezza del mercato per proiettarsi in un futuro di successo, tant’è che, qualche anno più tardi, tra il 2007 e il 2010, la società decise di affiancare al portale francese i suoi gemelli spagnolo, italiano, tedesco e inglese, pubblicati nelle rispettive lingue e ciascuno con una propria redazione.

In tempi non sospetti, quando le novità del Web 2.0 erano ancora fantascienza, Easyvoyage poteva vantare un posizionamento di tutto rispetto nel campo dell’infomediazione di viaggio. Nel 2010, malgrado l’apertura dei nuovi siti internet, un fatturato considerevole e una visibilità (seppur forse ritoccata all’eccesso) di sei milioni di visitatori unici al mese, il gruppo non fu più capace di reggere il confronto, nemmeno su scala europea, con il neo-affermato leader del settore, Tripadvisor.

Il colosso americano era nato su per giù nello stesso periodo del gruppo francese ma il suo concetto era completamente diverso. Se i contenuti di Easyvoyage.com e le sue recensioni di hotel si basavano sul giudizio espresso da una redazione di una ventina di professionisti, in linea con le direttive top-down del Web 1.0, quelli di Tripadvisor erano generati direttamente dagli utenti, in perfetta filosofia Web 2.0.

Immensi i vantaggi di questo secondo approccio, anche dal punto di vista dei guadagni per l’azienda: i contenuti sono generati automaticamente, senza bisogno di pagare gli stipendi dei giornalisti né le loro trasferte in giro per il mondo con l’obiettivo di visitare gli hotel da recensire, e la quantità di avvisi è potenzialmente infinita, vista la completa apertura del sito ad ogni contributo, senza considerare il potere intrinseco della community, la vera chiave di volta del successo, perché i suoi componenti virtuali si danno fiducia l’un l’altro sulla veridicità dei commenti.

Da un lato gli esperti, dall’altro la community, da un lato il Web 1.0, dall’altro il Web 2.0. E sono i secondi a vincere. Se ne sono resi conto anche quelli di Easyvoyage, che hanno lanciato a loro volta una sezione dedicata ai commenti dei viaggiatori, cercando di affiancarsi tardivamente alla filosofia del loro principale concorrente.

Ma la domanda è questa: ci si può fidare davvero delle recensioni scritte da viaggiatori anonimi su hotel in cui non possiamo essere sicuri abbiano soggiornato veramente?

Anche lasciando perdere lo scandalo sollevato dallo studio psico-linguistico della Cornell University che nell’agosto del 2011 ha messo in evidenza come molte delle recensioni siano palesemente false e, secondo l’inchiesta del francese inRocks, costruite a tavolino da agenzie prezzolate, si può dire che Tripadvisor è rimasto vittima del suo successo. Con i suoi 50 milioni di visitatori unici al mese, il portale ha assunto un potere talmente alto sulle scelte dei viaggiatori che l’idea di base non poteva che degenerare. Per gli albergatori era diventato troppo importante comparire ai primi posti nella classifica del sito per permettere che avvisi negativi mettessero in discussione la qualità delle loro strutture. Inevitabile quindi il ricorso a recensioni entusiastiche costruite a tavolino magari non per forza da agenzie assoldate allo scopo, ma anche semplicemente dal proprietario e da suo cugino.

C’è da chiedersi dunque se, dietro all’utopia democratica che sta dietro ad alcuni dei concetti del Web 2.0, non si nasconda nella pratica un loro completo travisamento, a causa dello sfruttamento commerciale e mediatico di un prodotto nato con le più nobili intenzioni.

Non è forse il caso, a volte, di rifugiarsi nel bozzolo rassicurante e vagamente autoritario del conservatorismo Web 1.0? Quello dell’informazione impartita dall’alto, ma, si spera, verificata e attendibile? Quello delle redazioni in cui i giornalisti sono pagati per il loro sacrosanto lavoro? 

Silvia Cher

Se facebook acquista Opera, avrà più utenti nuovi

giugno 4, 2012

Dopo esser andato in borsa, Facebook è molto attivo nel mercato. Esso ha comprato Karma in 80 milioni di dollari americani, poi pubblicato il proprio software di foto – Camera, attualmente vuole acquistare il celebre Browser di Norvegia – Opera.

Secondo il tecblog “The Next Web”, Opera sta cercando un acquistante, intanto, il Facebook si esprime l’interessa al browser famoso – Opera. Questa notizia aumenta la possibilità che Facebook acquisti Opera.

Se Facebook acquista con successo Opera, la guerra dei browser sarà diventata più ampia. Perché nella guerra dei browser, ci sono già tanti colossi internet, come Google, Apple e Microsoft, intanto Opera e Firefox partecipano anche a questa guerra.

Dietro questa guerra, i colossi vogliono controllano gli utenti, guidano gli utenti ad entrare il proprio sito, per lo più, potranno accumulare informazioni mirate riguardo alla pubblicità. Per aumentare il proprio mercato della pubblicità, ogni colosso partecipa attivamente a questa guerra, spera di diventare l’ultimo vincitore.

Opera è degno di essere acquistato da Facebook. Perché Apple e Google hanno il proprio negozio di operazione, invece attualmente non c’è l’ha il Facebook, se Facebook acquista Opera, Facebook può offire più applicazioni in questo brower, invece mediante il negozio di Apple e Google.

Nel mercato del mobile, Opera ha vinto il grande successo, Opera mobile e Opera mini hanno tanti tanti utenti, nel mercato nuovo come ad esempio India e Brasile Opera ha occupato una grande parte del mercato.

Per quanto riguardo Facebook, il mercato dei paesi sviluppati è maturo e pieno, può trovare i nuovi utenti nei paesi in via di sviluppo, ma in questi mercati nuovi, gli utenti usano i cellulari semplici anziché uno smartphone, non riescono a navigare nel negozio di applicazione. Quindi Facebook deve offrire servizio migliore mediante il browser. Per questo motivo, acquista Opera è una buona scelta per Facebook.