Archive for the ‘Editoriali’ Category

Sottotitolando con inchiostro elettronico… si va perdendo la passione per i libri pop-up

maggio 22, 2012

Per i ferrati di tradizione come me, la definizione di eBook, libro in formato elettronico, come un semplice file PDF, riporta alla mente l’odore di carta umida, sporca, nuova, anche quella che trovano gli habitués degli archivi, gialla, essendo un habitat ed un ecosistema di foxing.

Un ebook può essere letto su un computer oppure su un dispositivo di lettura dedicato. Quando ci si riferisce a quest’ultimo si parla di eBook reader oppure più semplicemente eReader

by Gartner

L’eBook reader è dunque un dispositivo, non retroilluminato (cioè che non emette luce), che utilizza una tecnologia ad inchiostro elettronico chiamata e-Ink, completamente diversa da quella LCD in uso nei tablet e nei display LCD che normalmente utilizziamo. Un eBook Reader permette di caricare un gran numero di testi e di leggerli e fare ricerche. I più evoluti permettono anche di connettersi tramite Wi-Fi o 3G e attraverso tale connessione, scaricare nuovi titoli. In genere gli eBook readers permettono di inserire note e sottolineature nel testo e inserire segnalibri nelle pagine.

Con mia grande sorpresa, nella mia scoperta del “Salone del libro per ragazzi” nella città della Zizzola (Bra, Piemonte), durante la chiusura musicale accompagnato dalla “Banda di Piazza Caricamento” sono i bambini che alzano, tirano, voltano, scoprono… e la pagina animata, in rilievo, a tre dimensioni, “salta su”. Diventa gioco, teatro, magia, scoperta. I libri pop-up (così chiamati dall’editore Blue Ribbon Press negli anni Trenta) fecero la loro prima comparsa come strumenti didattici per la spiegazione di teorie e ricerche in campo scientifico, quindi destinati agli adulti. È solo verso la fine del ’700 che si cominciarono a pubblicare i primi libri destinati “a passare il tempo” in modo “dilettevole”.
Sicuramente un impulso a questa produzione derivò dalla confezione dei giocattoli ottici. La lanterna magica, gli specchi curvi, le macchine ottiche (strumenti di origine scientifica) riconvertirono la propria destinazione, diventando molto popolari per la loro spettacolarità, così preparando i tempi della stampa dei libri animati per l’infanzia di metà Ottocento. Quando la Dean & Son, per prima, ne avviò la produzione, pubblicando Dame Wonders Transformation.

Con questa secolare tradizione alle spalle, i libri pop-up sono un fenomeno commerciale di successo recente; va fatto risalire a non molti anni fa il boom di questa produzione. C’è da sottolineare che la loro progettazione ingegnosa e complessa è appannaggio pressoché esclusivo di paesi quali l’America e l’Inghilterra. Anche se in Italia potete contare, da qualche anno a questa parte, su Massimo Missiroli che, già famoso come collezionista, ora si fa apprezzare come paper engineer a livello mondiale. Suoi i pop-up Pinocchio, su disegno di Lucia Salemi, e La mucca Moka e Fred Lingualunga su disegno di AgostinoTraini, pubblicati da Emme Edizioni.

 Questo forte contrasto mi preocupa, accetto l’uso di libri elettronici per evitare di sottolineare e prendere note sui volumi cartacei (forse è l’etica di un archivista che parla in questo momento), e lo rifiuto perche, come ben sappiamo, tanti e-readers hanno la capacità di condividere informazioni di importante rilevanza commerciale relative alla privacy per i produttori, come fanno i gentili signori di Amazon offrendo dati statistici più che interessanti, essendo così schiavi di questo sistema di condivisione di informazione con fine di uso e crescita commerciale esclusivamente per i produttori.

The Global eBook Market 2011

Sotto questo gruppo ritroviamo informazioni sui passi più sottolineati su Kindle. Sembra che una delle frasi più evidenziate dai lettori sia la leggendaria citazione di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen:

“È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.”

Inizia così il romanzo capolavoro della scrittrice ottocentesca che ha come protagonista la famiglia Bennet: padre, madre e le cinque figlie Jane, Elizabeth, Mary, Kitty e Lydia. Fino a oggi, questa frase è stata sottolineata da più di 8800 utenti di Kindle. In realtà non si tratta della più gettonata bensì della terza classificata.

Essendo la frase più sottolineata nella storia di Kindle, uno dei formati di lettura eletronica più popolari nel mondo:

“Perché a volte succedono cose che non si è preparati ad affrontare.”

Tratta della trilogia di Hunger Games di Suzanne Collins.

La cosa curiosa è che Collins occupa anche il secondo il quarto, il quinto, il sesto, l’ottavo, il nono ed anche il decimo posto.

 Siamo preparati ad affrontare tutto ciò che sorge ogni minuto nel mondo dell’editoria, dell’ informazione e del mondo digitalizzato ? O dobbiamo decidere di gestirlo affinchè non vada aldilà della capacità cognitiva umana?

Zine El Abidine Larhfiri                                                      zine@usal.es

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L’Italia nella morsa del freddo (e dell’idiozia).

febbraio 5, 2012

Dove sono in questi giorni i climatologhi del Cnr, i fantomatici esperti che prevedono l’inesauribile e inarrestabile aumento della temperatura terrestre? Meno sei, meno sette, meno nove gradi centigradi in questi giorni, in provincia di Genova. Ha nevicato ottanta centimetri in una sola notte e mezza giornata la scorsa settimana, eppure nessuno si è abbandonato allo sconforto. Siamo abituati. E’normale, in Valle Stura,che  quando nevica,  i giovani precari si sveglino alle cinque del mattino, ingrassino i badili e si diano da fare per il bene della comunità. O, con meno presunzione, per continuare a vivere nella normalità. Roma in queste ore è letteralmente impazzita per una sporca dozzina di centimetri di neve, e i giornalisti ci sguazzano, riempendo pagine e ore di tv sull’argomento. E’ inverno e fa freddo, dicono i nostri nonni. Non c’è da scandalizzarsi, semmai c’è da reagire nel modo più efficacie ed efficiente possibile. Non come sta avvenendo nella nostra capitale in queste ore. Anche nella più piccola Genova basta poco per creare il delirio. E il cittadino si chiede “perché”. Perchè la gente della strada si spaventa, si lascia trasportare da un panico ingiustificato e ingiustificabile, gli autobus non sono attrezzati perchè per attrezzarli ci vuole il personale che immancabilmente manca, soprattutto in questi casi.

Nei comuni di provincia esistono gruppi organizzati dal municipio, di giovani volontari, regolarmente retribuiti, che in caso di emergenza intervengono tempestivamente con badile e olio di gomito a fronteggiare la crisi climatica e perspone più esperte che salgono su scavatori e cingolati attrezzati di vomero e pala meccanica per togliere la neve che per forza di cosa se lasciata sul manto stradale creerebbe disagi al cittadino. Ma non tutt’italia è paese e fa tristezza vedere che da Nord a Sud ci siano realtà cittadine , anche importanti che vadano completamente in default per pochi centimentri di neve. Un tempo come facevano? Basterebbe raccogliere le testimonianze dei più anziani per essere tranquilizzati: nevica? Si scende in strada col badile e si fa la calata. Semplice. Come una volta.

E i giornalisti continano a scrivere che l’italia è nella morsa del freddo presentando il fatto come una passo dell’apocalisse di Giovanni e i climatologhi continuano a parlare del surriscaldamento globale. Quando avranno scongelato lingua e penna col cannello.

d.o.

Le ferrovie e la crisi dello Stato

febbraio 4, 2012

Esiste un metodo veloce e affidabile per valutare la qualità della vita di un paese , in qualsiasi emisfero si trovi : considerare il livello dei trasporti pubblici. In Italia questo argomento è spinoso e fa penare milioni di pendolari ogni giorno , ma non è sempre stato così. Mio padre lavora per le ferrovie dello Stato e suo padre prima di lui e ho ben presente la flessione verso il basso che ad ogni livello ha toccato l’intero comparto.Una volta erano ufficiali. Vigeva un rispetto reverenziale verso un lavoro utile e serio e questo rispetto partiva dallo Stato che considerava il trasporto pubblico come essenziale per lo sviluppo dell ʼeconomia e della salute sociale dei propri cittadini. Non vi erano dunque tagli spropositati ai bilanci , non vi erano speculazioni , non vi erano imprenditori aggressivi ed egoisti, non vi era concorrenza sleale, non vi era rassegnazione nei lavoratori. Oggi, leggi economiche travalicanti lʼaspetto morale del servizio pubblico ha ribaltato il rapporto fiduciario che esisteva tra ferrovia e cittadino. Eì di questi giorni la notizia che la regione Liguria ha denunciato le FFSS per disservizio nei giorni di grande gelo che stiamo vivendo. Ma come può una regione denunciare un ente dello Stato? Lo può fare e lo deve fare grazie al concetto di liberalizzazione, a quello di federalismo e a quello più profondo di pensiero debole. E ʼ infatti grazie ad esso se oggi non esiste una spina dorsale unica, almeno in servizi dall ʼimportanza strategica fondamentale come quelli ferroviari che garantiscano servizi efficienti ai milioni di pendolari senza il quale spostamento quotidiano lʼeconomia italiana si bloccherebbe definitivamente. Facile prendersela con il controllore di turno ma unʼanalisi poco più approfondita del disagio quotidiano che vive ogni (o quasi) pendolare, porterebbe ad individuare colpevoli vicini alla politica e alle grosse sfere economiche. Le sfere del taglio cieco e assurdo che colpisce un servizio che dovrebbe essere invece il primo in cui non tagliare, anzi, in virtù della qualità della vita che potrebbe garantire se funzionasse. Eʼ infatti bene ricordare che il treno inquina solo a monte, nella centrale elettrica ma che poi viaggia “pulito” nel rispetto delle valli che attraversa e che è un mezzo sicuro se paragonato ai mezzi privati e che per un secolo ha unito lʼItalia da Sud a Nord e ha permesso di studiare e di lavorare ad almeno tre generazioni senza il quale sarebbero rimasti al paese a fare i contadini. Dietro alle soppressioni, ai ritardi che ci affliggono ogni giorno non pensiamo che ci sia lʼerrore umano, o lʼumana inefficacia, pensiamo piuttosto che il materiale rotabile arriva ad avere anche mezzo secolo e che i quattrini per cambiarli e quindi cambiarci la qualità della vita ogni giorno, ancora una volta, sono nell ʼauto blu del politico che un treno non lo prenderà mai.

d.o.

27 Gennaio di ogni anno

gennaio 27, 2012

E’ il giorno della memoria che torna ogni anno, con il freddo dell’inverno a farci fermare per un attimo a riflettere sul passato e a gelarci il sangue, come doveva essere ghiacciato quello di quei pochi superstiti che quel giorno di sessantasette anni fa furono portati via in extremis da Auschwitz.

Ogni anno cerimoniali, articoli di giornali, film sulla Shoah riempiono questa giornata significativa di argomentazioni che di retorico hanno solo la forma.

E’ infatti essenziale essere informati ed è giusto che le nuove generazioni sin da piccoli, nelle prime classi di scuola imparino la tragedia e conoscano a memoria date e avvenimenti storici di quel periodo perché solo una cultura attenta può far maturare uno spirito critico con cognizione di causa.

Troppe volte invece questa giornata viene vissuta invece come una sorta di obbligo morale, come far visita agli anziani sotto Natale. Non è questo lo spirito. Il ricordo sottintende comprensione e per comprendere bisogna studiare. Chi ne ha la possibilità, dovrebbe almeno una volta nella vita visitare quei luoghi, Auschwitz, Mauthausen , Maly Trostenet , mettere il dito nella piaga, non temere di andare sino in fondo nel conoscere le pratiche aberranti che vi si svolgevano perché solo così, lasciandosi scioccare dalla brutalità si può cercare di provare empatia per quei disgraziati e provare a capire cosa abbia significato per loro e per la storia.

La storia a volte prende pieghe oscure , terribili ma non per questo bisogna lasciarsi intimidire e girarsi altrove, anzi, è necessario proprio in queste circostanze addentrarsi nei meandri e sviscerarne i fatti, perché sebbene nella sofferenza, siano chiari e servano da monito a tulle le generazioni future, affinché lo spirito critico sia sempre attento e vagli ogni mossa di ogni attore che potrebbe portare in scena un’altra tragedia.

d.o.

La Costa Concordia e la tragedia mediatica

gennaio 26, 2012

Sono passati tredici giorni dalla sciagura che ha portato al naufragio la nave da crociera della Costa e dal punto di vista mediatico , ancora una volta, gli “addetti ai lavori” hanno perso l’occasione di dimostrare professionalità e decenza. Non sono certo criticabili i giovani giornalisti che hanno passato giorni e nottate intere all’agghiaccio sui moli del porto dell’isola del Giglio, affannati a cercare quale giovane guardiamarina, quale sommozzatore, quale allievo sottufficiale potesse con la sola presenza compiacere in studio Barbara D’urso o Mara Venier o qualsiasi altra o altro conduttore del pomeriggio televisivo italiano; non loro, giovani precari hanno la responsabilità di discernere la notizia dall’intrattenimento morboso del'”uomo della strada” (o della casalinga pomeridiana). Ma dov’è allora il giornalismo? Sui giornali non è passato un giorno dal disastro in cui non sia stato detto tutto ciò che poteva essere detto, anche di falso. Falsità come il lancio di un agenzia , due giorni dopo la sciagura, presa per buona in cui si leggeva che gli accertamenti per l’assunzione di sostanze psicotrope su Schettino risultavano negativi. La notizia viene smentita pochi giorni dopo, infatti per avere i risultati  occorrono almeno dieci giorni e quindi era improbabile dare un risultato a quella data. I protagonisti , i militari, i vigili del fuoco e tutte quelle figure che ruotano in questi giorni intorno al relitto al Giglio, fanno più buon giornalismo che non tanti professionisti , loro attendono che la magistratura proceda, che l’indagine o le indagini seguano i propri percorsi senza essere inquinate da un vociare inutile e fastidioso. E’ il giornalista da salotto che prevale nel nostro paese ogni qual volta accada qualcosa di insolito e su cui servirebbe invece sterzare la professionalità sull’inchiesta e trasformarsi in giornalisti da guardia. Chi infatti ha preteso un’intervista ai piani alti di Costa? Chi ha assediato l’azienda cercando di rubare un sospiro, una reticenza, un errore capace di incuriosire e di fare da sola notizia? Tante storie umane di superstiti invece, parenti e amici di vittime che diventano vittime un’altra volta, del sistema mediatico paranoico che vuole la sofferenza in bella mostra ad ogni costo. La vicenda si presta perfettamente al modus operandi del giornalismo italiano: il mostro, l’eroe negativo da sbattere in prima pagina, l’eroe buono e diligente, il comandante al telefono che prende le redini nella situazione difficile, la bionda che ha la tresca col cattivo e gli oggetti misteriosi che spariscono, come il portatile e la cassa forte di Schettino. Il giornalismo sembra da questo punto di vista nella stessa posizione della nave: per metà fuori e metà in acque torbide. Se potrà tornare a galla e seguire rotte meno accomodanti a molti, farà notizia.

d.o.

Alluvione a Genova

novembre 13, 2011

I miei colleghi di Milano mi hanno chiesto di scrivere due cartelle per il  nostro giornalino interno. Le copio qua nel nostro Blog: tanti “non genovesi” lo visitano e così possono capire la situazione drammatica che abbiamo vissuto.   Nel documento che ho preparato ho inserito delle foto per fare capire a chi non è di Genova la situazione. Qua non riesco a inserirle.

Genova, 10 novembre 2011.

Il cielo è blu. Di un blu intenso. Alla fermata dell’autobus poche persone. Sono le 8, i ragazzi sono già in classe e chi va a lavorare, forse, esce ora di casa.  Il 36[1] arriva. Salgo. È quasi vuoto. Mi tengo e penso  agli impegni di oggi. È un attimo, guardo per terra, qualcosa mi colpisce. Qualcosa di strano, qualcosa che di solito non c’è sull’autobus.  Fango, fango per terra, e più in alto.  Fango  che sembra tirare una riga all’altezza dei  posti a sedere, quelli più in alto, quelli contromano in cui la gente si siede mal volentieri.   Fango, acqua, tanta, troppa. Acqua che mette in ginocchio Genova.  Acqua che uccide, acqua che sconvolge tutto, che travolge tutto. Acqua che di solito disseta,  pulisce,  ristora. Acqua che invece uccide. Ecco, ritorna in mente. L’inquietudine, la desolazione, sale come è salito il livello dei torrenti, del Fereggiano, del Bisagno. Per un attimo era andata via. Forse il sole, la bella giornata. Invece, è lì ancora più viva nel ricordo, consapevole che non andrà più via. Erano giorni, prima del 4 novembre,  che sui display in più punti della città   c’era  scritto “Venerdì 4 novembre ALLERTA2”. Due, se andiamo in ordine, viene dopo uno, dicevo tra me e me in quei giorni, prima del 4 novembre.  Quindi non sarà così  grave pensavo. Su questo non c’era stata informazione precisa. Eppure Tg, alla radio e alla tv, ne avevo sentiti parecchi. Per noi qua a Genova l’alluvione è un ricordo sempre vivo. Qui conosciamo  troppo bene la furia del maltempo: disastri e morti. Ottobre 1970. Ricordi ancora profondi nella memoria di Genova. La paura è tanta.

Due è qualcosa di inimmaginabile. Almeno lo era fino a venerdì all’una.   Venerdì, venerdì  4 novembre Genova,la mia Genova, va  sott’acqua. In poche ore sono caduti530 millimetri di pioggia. I torrenti Bisagno e Fereggiano in piena  rompono  gli argini. Una valanga di fango copre la città. Genova cambia  faccia. E deve contare i suoi morti. Sei. Sei vite, quattro donne e due bambine, con storie ed esistenze diverse.  Con una  fine comune, tragica.

Sei persone sepolte da una valanga d´acqua e di fango. Erano mamme e sorelle maggiori di ritorno da scuola con i loro bimbi. Quattro donne e due bambine, la più piccola aveva undici mesi. Era l´una e un quarto, pioveva forte da ore, rami e detriti hanno tappato l´imboccatura del torrente che corre sotto la strada, trecento metri più a monte. È stata come un´esplosione, e all´improvviso tonnellate d´acqua si sono riversate nella via, travolgendo tutto. Macchine, moto, cassonetti dell´immondizia, il chiosco di un´edicola, due autobus pieni di gente. Un inferno. Una marea alta quasi due metri che ha accumulato pressione durante la corsa e si è sfogata con una violenza spaventosa poco prima di uno slargo, all´altezza di corso Sardegna […]

Loro erano lì, ognuna con la sua storia. Hanno sentito quel suono sordo della valanga, ed hanno guardato indietro terrorizzate. Troppo tardi. Cinque corpi sono stati ripescati nell´androne di un palazzo, il civico numero 2b. Il sesto era poco lontano, schiacciato sotto un´auto.[2]

Erano passati solo dieci giorni dall´alluvione nelle Cinque Terre e in Lunigiana, solo cento chilometria levantelungo la costa ligure. Dieci morti e tre dispersi.

Francesco Plateroti, 45 anni, benzinaio, aveva concluso il turno di notte. Dalla sua stanza, proprio sopra l´androne della morte, sente gridare aiuto. Scende in basso, vede Domenico, il figlio di Angela Chiaromonte: lei non ce la farà, invece il ragazzo lo salva passandogli un pezzo di legno, il ramo di un albero, perché si aggrappi e non s´arrenda. «Mi urlava “salvami, ti prego, salvami!”, e poi “prendete mia madre, è la sotto!”, abbiamo fatto il possibile. Serena Costa, 19 anni, che aveva preso il fratellino Danilo a scuola: «È annegata per riportarmi a casa, avevo la sua mano stretta tra le mie, poi l´ho sentita andare», e così Serena è morta schiacciata tra due auto.[3]

Genova in ginocchio. Genova che subito si rialza, anche se continua a piovere fino a martedì 8 novembre. Grazie ai suoi angeli, gli angeli del fango che 40 anni dopo  tornano in strada a spalare fango. A ridare speranza. A chi ha perso tutto. Quarant’anni fa era stato il passaparola a mobilitare giovani- e meno giovani-, figli del Sessantotto. Oggi, ci si affida a Internet. Il tam tam che parte da Facebook arriva ovunque nella città. La parola d’ordine è questa, scendere per strada,  non compiangersi,  non rimpiangere. Piangere sì, ma tra una palata e l’altra, mentre ci si rimbocca le maniche. Giovani, tanti, giovani. Giovani disoccupati, giovani in cassa integrazione. Quei giovani a cui non sappiamo dare un lavoro sono lì, scavano, puliscono, lavano. Si commuovono. Ma continuano a spalare, a pulire. Poi vedi due occhi più scuri, che ti guardano e sai che nel suo paese acqua ce n’è poca. Ma lui è lì, vicino a quei giovani, perché si sente genovese, spezzino, italiano. Insomma, un´Italia orgogliosa, fino a  ieri invisibile, che tenta di rialzarsi.

Genova  è stata messa in ginocchio da un’eccezionale ondata di maltempo e da scelte urbanistiche di lontana origine. Il primo pensiero va alle sei vittime innocenti e ai loro cari.

La perdita anche di una sola vita  non ha prezzo. Ogni danno materiale che un disastro del genere può causare non è nulla in confronto. Acqua e fango che sradicano  una persona dal suo mondo, feriscono per sempre nell’animo, i parenti, gli amici, i figli. Per tutti niente sarà più come prima.

C’è poi il dramma di chi, con sacrifici, ha avviato un’attività, ha trovato lavoro, ha acquistato casa o macchina e in un attimo ha visto scomparire tutto. Chi risarcirà, e quando, queste persone? In questi giorni sono state indirizzate accuse agli amministratori. Si sono sprecate analisi su come si è costruito, su quanto cemento è stato “autorizzato”, sulla pericolosità dei torrenti, sull’anomalia di Genova. Possibile che queste discussioni si fanno solo quando siamo di fronte a drammi? Mai prima?

Gli amministratori locali sono andati tra la gente, non si sono tirati indietro rispetto alle responsabilità. Certo è che  hanno ereditato una situazione già compromessa per colpa di scelte sbagliate, politiche dissennate e di un Governo che, incapace e colpevole, ha portato avanti negli anni. Tagli agli enti locali,  continua riduzione di risorse, impegni presi e mai rispettati, ripetuti condoni immorali, che, oltre a fare passare il concetto che è tutto lecito, basta pagare, hanno contribuito a destrutturare il territorio, in mancanza di una sana politica ambientale. La CGILda anni denuncia tutto ciò. Abbiamo chiamato lavoratori e pensionati a manifestare anche per questo. Non ci interessa iscriverci ora nella lista di coloro che “l’avevano detto”. È tardi. Vogliamo soffermarci su due avvenimenti che in questo dramma, ci hanno  colpito.  Due facce di un’unica medaglia.

La prima. Nessun esponente del Governo si  è presentatoa Genova inquesti giorni. Forse preoccupato dell’accoglienza  in Lunigiana, alcuni giorni fa, al Ministro Matteoli cacciato dalla popolazione. O, forse,   consapevoli  che il Governo è finito. Che il Paese  non ne può più di sentirsi raccontare bugie. Un Paese che soffre, che è in ginocchio. E lo era già prima delle alluvioni. O forse perché in altre faccende affaccendati.  E il dramma di una città, di una Regione non gli interessa.   Fatto è,  che nessuno si è presentato.

L’altra: c’erano invece i giovani. Quelli per la maggior parte precari, disoccupati, scoraggiati, indignati, gli studenti. Quelli che hanno perso anche lo stimolo e la speranza di cercare un lavoro in questa Italia disastrata. Senza chiedere nulla, senza essere stati chiamati, da una  società che li ignora quotidianamente e li penalizza con le scelte che fa. Si sono presentati  in tantissimi, equipaggiati magari in modo non  adeguato, precario, come le loro vite, a spalare fango, svuotare cantine, appartamenti, biblioteche, scuole, pieni di voglia di  fare, di esserci. Unico obiettivo,  far rivivere una città, simbolo di un paese, l’Italia,  finora poco attento al loro futuro. Giovani che non si sentono rappresentati da una politica e  da un sindacato che non riescono ad entrare con loro in sintonia perché non in grado di dare risposte concrete alle  loro esigenze.

Eppure,  per strada, in questi giorni li incontravi ovunque, erano lì, nel fango.

Ecco le due facce di quest’Italia.

Messi alla prova, questi giovani e  gli italiani, hanno dato  prova di straordinaria vitalità, voglia di fare per emergere dal precipizio, e sono  diventati  eroi.

Il 36 in un attimo è  a De Ferrari e gira verso  Via XX Settembre che oggi, fortunatamente, non è più come nelle foto 2 e 3. Scendo alla fermata,  vicino al negozio Fnac (foto 3: il negozio Fnac è a destra nel primo palazzo nella foto). L’acqua arrivava  lì venerdì, venerdì 4 novembre. Giro l’angolo e cosa vedo? Giovani, ancora giovani, in tuta,  in jeans, con gli stivali di gomma, con la pala in mano. E anche lì, due giovani emigrati con loro. L’acqua non c’è più. C’è polvere, fango, macerie. Ma la forza di quei giovani c’è.

 

 Questa è Genova, come non avrei mai voluto vedere,  4 Novembre 2011.

Foto 1: anziano trascinato dalla corrente: si salverà aiutato da passanti.

Foto 2: tratto iniziale di Via XX Settembre vicino alla stazione Brignole.

Foto 3: via XX Settembre, un po’ più  verso De Ferrari.

Foto 4:  stazione Brignole.

Foto 5: il Bisagno in piena e il Rio Fereggiano (in fondo al ponte a destra)  che entra nel Bisagno:


[1] Il percorso del bus 36 è  Piazza Merani- Brignole- Piazza Manin- Principe.

[2] Fonte: La Repubblica 5 novembre 2011.

[3] Fonte: La Repubblica 5 novembre 2011.

Tg3 Note a margine

novembre 6, 2011

Dal sito del Tg3, sull’ alluvione di Genova, “La colonna sonora della giornata, ispirata da fatti, persone, pensieri”, 5 novembre 2011.
Ecco il link:

http://www.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-a420b149-838d-4ee4-884a-ed118b3f7c7e.html

“Ombre di facce, facce di marinai,
da dove venite dov’è che andate
Da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l’asino c’è rimasto Dio.
Il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido
usciamo dal mare per asciugare le ossa dell’Andrea
alla fontana dei colombi nella casa di pietra
E nella casa di pietra chi ci sarà,
nella casa dell’Andrea che non è marinaio
gente di Lugano, facce da tagliaborse,
quelli che della spigola preferiscono l’ala
ragazze di famiglia, odore di buono,
che puoi guardarle senza preservativo
E a queste pance vuote cosa gli darà,
cose da bere, cose da mangiare
frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervelli di agnello nello stesso vino
lasagne da tagliare ai quattro sughi,
pasticcio in agrodolce di lepre di tegole
E nella barca del vino ci navigheremo, sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi negli occhi,
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere,
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d’acqua e di sale,
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare”

Fabrizio De Andrè “Creuza de ma”

Forse l’Italia stavolta s’è desta

novembre 6, 2011

Vorrei condividere con voi l’editoriale di Eugenio Scalfari su La Repubblica di oggi. Credo debba essere l’auspicio di tutti. La nostra Italia, il nostro paese, merita uno scatto in avanti, un risveglio dal torpore in cui, per  troppi anni siamo stati. Che ci ha portati giù, sempre più giù, nel baratro. A non essere  più credibili  in Europa e nel mondo. Ad avere perso la dignità come  Paese. Ho ascoltato  il discorso fatto da Papandreou al Parlamento greco.  Offrendo le dimissioni per aprire a un governo nuovo e di larghe intese ha dato  una lezione di democrazia e responsabilità.

Un punto affrontato da Scalfari mi sta particolarmente a cuore   “…ricostruire l´etica pubblica devastata dal ventennio berlusconiano”. I giorni drammatici che  la nostra città e  la nostra regione ha vissuto e sta vivendo, la solidarietà   da tutta l’Italia,  da ogni persona,  la capacità di rialzarci un attimo dopo l’essere stati messi in ginocchio, sono il segnale dello splendido paese che siamo. “Messi alla prova, noi italiani diamo prova di straordinaria vitalità, emergiamo dal precipizio, diventiamo eroi…. E alla stessa reazione abbiamo assistito in tante altre città della penisola, dal Nord al Mezzogiorno. La reazione alle tragedie è sempre eroica. Segno di vitalità: ci si chiede di che cosa sarebbe capace questo nostro paese, se fosse sollecitato nel modo giusto. Ma è triste che siano le tragedie a trarre il meglio della nazione. E dobbiamo chiederci: fino a che punto sono ineluttabili?“.  Lo scriveva ieri Piero Ottone sempre su Repubblica.

Eugenio Scalfari, Forse l’Italia stavolta s’è desta La Repubblica, 6 novembre 2011.

Che il tempo di Berlusconi fosse scaduto era chiaro a tutti da un pezzo, ma la cosa singolare è che ormai è finalmente diventato chiaro anche allo stato maggiore del suo partito e, a quanto sembra, anche a lui.
Altrettanto chiaro è che la via delle elezioni anticipate non è praticabile; la sconfitta del Pdl e della Lega sembra inevitabile e catastrofica. Ma c´è anche un´altra e più stringente ragione: l´Italia non si può permettere due mesi di campagna elettorale con i mercati che porterebbero lo “spread” a 600 punti base e il rendimento dei titoli pluriennali all´8 per cento.
Non resta che un governo del Presidente guidato da una personalità al di fuori dei partiti, che abbia grande autorevolezza internazionale e l´appoggio di tutte le forze responsabili rappresentate in Parlamento. Tra queste ci deve essere anche il Pdl affinché la fiducia parlamentare sia solida e non esposta a trabocchetti che avrebbero un effetto devastante sulla crisi economica.
Questi sono i dati ormai certi della situazione. Incerte sono ancora – ma non lo saranno per molto poiché il tempo stringe – le modalità del “passo indietro” berlusconiano: farsi battere in Parlamento o dare le dimissioni prima che la sconfitta sia certificata da un voto?
Gianni Letta, che insieme ad Alfano e a Verdini ha informato il presidente del Consiglio che la sua maggioranza numerica non c´è più, propende per le dimissioni prima d´un voto di sfiducia. L´occasione potrebbe esser quella dell´8 novembre, giorno in cui si voterà alla Camera il Rendiconto economico dello Stato. Questo documento è essenziale perché, in mancanza della sua approvazione, non è possibile approvare la legge di Bilancio e quella di stabilizzazione economica.
Le opposizioni potrebbero astenersi e l´ex maggioranza approvare il Rendiconto, in tal modo apparirebbe chiaro che la maggioranza ha appunto cessato di esistere perché è scesa al di sotto dei numeri che la rendono tale.
A quel punto il presidente del Consiglio si presenterebbe dimissionario al Quirinale e la partita passerebbe nelle mani di Napolitano. Il resto riguarda il capo dello Stato verso il quale si concentra da tempo la fiducia del Paese e di tutti i governi dell´Europa e dell´Occidente.
Questo è uno dei possibili passaggi, ma altri ce ne sono che conducono allo stesso risultato: un nuovo governo presieduto da un “Papa straniero” con l´appoggio di tutti e in particolare dell´Europa, della Bce e del Fondo monetario internazionale. Con quale programma?
* * *
Alcuni dicono che il programma è quello contenuto nella lettera d´intenti che Berlusconi presentò pochi giorni fa alle Autorità europee e che queste avevano corretto e integrato prima ancora di riceverla. Ma quel documento era comunque assai vago e non conteneva alcuni elementi fondamentali.
Altri dicono che il programma sia quello contenuto nella lettera della Bce firmata da Trichet e da Draghi inviata al nostro governo lo scorso agosto e parzialmente recepita nelle successive e raffazzonate manovre berlusconiane (con Tremonti alla finestra).
Conclusione: il futuro governo dovrebbe assumersi un durissimo compito di macelleria sociale che aumenterebbe la disistima della pubblica opinione verso la “casta”, cioè verso tutti i partiti aumentando pericolosamente il solco tra il Paese reale e le istituzioni.
Ebbene, a mio avviso questa diagnosi è completamente sbagliata.
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Il nuovo governo dovrà fare una scelta di fondo prima ancora di metter mano ai concreti provvedimenti che la realizzino e dovrà farla in pochissimi giorni.
Ma io credo che questa scelta sia già stata fatta e coincida con quanto sostengono da tempo sia Draghi (ormai insediato alla guida della Bce) sia il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama: crescita e rigore, ma probabilmente prima crescita e poi rigore.
Francamente non so quanto questa scelta coincida con le ondivaghe indicazioni delle Autorità europee e soprattutto della Germania. Finora l´Europa e la Germania in particolare hanno privilegiato il rigore, ma gli effetti sono stati assai poco soddisfacenti.
Il rigore è certamente necessario per arrestare, anzi per far diminuire il peso dei debiti sovrani e il rischio d´un blocco del sistema bancario internazionale. I governi interessati – in particolare quello italiano – hanno cercato di eludere quella precettistica senza tuttavia imboccare la strada della crescita. Le conseguenze – già in parte verificatesi e ancor più incombenti – aggravano il rischio di una deflazione e insieme di un´emergente inflazione per mancata offerta di beni e servizi, cioè l´anticamera d´una devastante recessione.
La lettera della Bce dello scorso agosto e le numerose esternazioni successive di Mario Draghi segnalavano la necessità di abbinare rigore e crescita, ma per il primo indicavano anche misure e tempi, per la seconda formulavano solo esortazioni.
Successivamente, il 2 novembre, Draghi ormai nel pieno delle sue nuove funzioni, ha deciso con l´appoggio unanime del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, la diminuzione significativa del tasso di sconto dell´euro.
La sua prima mossa da Francoforte ha dunque indicato la via della crescita.
Obama dal canto suo è stato ancora più netto: ha esortato l´Europa a puntare sullo sviluppo produttivo, sulla creazione di nuovi posti di lavoro e su una rete di protezione dei disoccupati e dei lavoratori precari prima ancora di passare a nuove strette rigoriste.
Queste diagnosi e le conseguenti terapie dovrebbero – dovranno – costituire la base d´azione del futuro governo del Presidente. Lo definiamo così perché il nostro Presidente è il solo depositario della fiducia interna e internazionale ed è dunque il solo garante effettivo dell´azione di governo.
Uscito di scena Berlusconi non avremo più bisogno d´esser commissariati dalla Commissione di Bruxelles e dall´Fmi se non per il rispetto delle regole che abbiamo a suo tempo approvate con tutti i Paesi membri dell´Unione. Il controllo sulla situazione italiana sarà il Quirinale ad effettuarlo per quanto riguarda l´aderenza della sua politica alle scelte di fondo per uscire dal drammatico stallo in cui ci troviamo.
L´obiettivo è dunque chiarissimo: bisogna che il prodotto interno lordo cresca a ritmi più adeguati perché solo la sua crescita contribuisce a far diminuire il deficit e a far aumentare il saldo delle partite correnti.
Per ottenere questo risultato è necessario un aumento della domanda per consumi e investimenti e quindi uno sgravio fiscale consistente sul lavoro e sulle imprese. E poiché queste agevolazioni non possono esser fatte accrescendo il fabbisogno e quindi il debito, occorre spostare l´onere tributario dalle spalle dei più deboli a quelle dei più abbienti e degli evasori, dalle aziende alle persone, dai redditi ai patrimoni. Un´altra terapia riguarda i redditi dei disoccupati e dei precari affinché essi possano contribuire all´aumento della domanda. E qui si apre anche il capitolo delle pensioni.
Il nuovo governo dovrebbe impegnarsi alla costruzione di un patto generazionale tra padri e figli, facendo passare tutti gli attuali pensionati – con l´esclusione dei lavori usuranti – al sistema contributivo e ad un prolungamento dell´età pensionabile, a condizione che i risparmi derivanti da quest´operazione siano interamente destinati ad una nuova rete di “welfare” che preveda salari minimi di disoccupazione e copertura previdenziale sul lavoro precario discontinuo.
Infine, per quanto riguarda la riforma del lavoro, occorre adottare le proposte di Ichino e di Boeri che consentono maggior libertà di entrata e di uscita dal posto di lavoro, impedendo licenziamenti discriminatori e incentivando l´assunzione di giovani. Va da sé che l´evasione fiscale e il taglio delle spese superflue debbono essere tenacemente perseguiti. Per evitare che il miglioramento strutturale si accompagni ad ulteriori aumenti di spesa e di evasione come purtroppo finora è avvenuto.
Un governo di questa natura non ha certo davanti a sé una strada fiorita di rose, ma neppure di macelleria sociale.
È un programma di ricostruzione economica che manca da dieci anni, culminati nel disastro in cui ora ci troviamo.
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Ma un governo di ricostruzione non si può limitare al capitolo, pur di estrema importanza, dell´economia e della finanza.
Deve – dovrà – ricostruire l´etica pubblica devastata dal ventennio berlusconiano. Deve – dovrà – riformare la legge elettorale restituendo agli elettori la possibilità di scegliere i loro rappresentanti attraverso le preferenze o, meglio ancora, i collegi uninominali almeno per una parte notevole dei seggi in palio. E dovrà dimezzare il numero dei parlamentari, abolire i vitalizi degli ex membri del Parlamento, tagliare le spese politiche al centro e negli enti territoriali.
Ma deve soprattutto unire le forze della sinistra e quelle del centro nell´opera ricostruttiva che ha giganteschi appuntamenti: i giovani, le donne, i vecchi, il Sud, l´immigrazione, la lotta alla violenza e al crimine organizzato. Un anno non basta a realizzare questi obiettivi. Ci vorrà una legislatura costituente nel senso sostanziale del termine, come auspicò Aldo Moro quando promosse l´apertura al Pci di Berlinguer pochi giorni prima del suo rapimento.
Le sue parole – che ho ricordato su queste pagine due settimane fa – ancora risuonano per la loro attualità e sono oggi tanto più facili da tradurre in concrete decisioni in quanto non si tratta di un accordo tra forze antagoniste ma tra forze che torneranno ad essere alternative non appena la ricostruzione sarà stata avviata verso il suo compimento e nuove regole saranno entrate nella politica e soprattutto nel costume.
Mentre scrivo queste mie riflessioni una folla di aderenti e sostenitori del Pd si è riunita in piazza San Giovanni per dar forza al nuovo corso e arriva la notizia che sono più di venti i deputati che hanno abbandonato il Pdl. È un numero sufficiente per costituire subito un gruppo autonomo, ma è sensazione generale che lo smottamento continuerà in Parlamento e ancora di più tra i cittadini elettori. La svolta che questo giornale invoca da anni è dunque ormai un fatto compiuto.
Concludo con le parole del nostro Inno nazionale: Fratelli d´Italia, l´Italia s´è desta.

Gli angeli del fango 40 anni dopo “Torniamo in strada a spalare” Repubblica li rievoca. E loro si mobilitano su Facebook

novembre 5, 2011

Leggendo Repubblica di oggi, mi sono  soffermata un pò di più  sull’ articolo di Stefano Bigazzi “Gli angeli del fango 40 anni dopo “Torniamo in strada a spalare”.  Repubblica li rievoca. E loro si mobilitano su Facebook”. Il “potere” di Facebook che non avremmo mai voluto mettere alla prova su questo tema. Per fortuna, però, c’è.  Come scrive oggi Piero Ottone, sempre sulle pagine di Repubblica, “Gli eventi di quel lontano mese di ottobre sono emblematici: sono una tipica tragedia italiana. Con palingenesi: messi alla prova, noi italiani diamo prova di straordinaria vitalità, emergiamo dal precipizio, diventiamo eroi. Genova ha vissuto dopo quel tragico 8 ottobre giornate memorabili, si è rimessa in piedi. E alla stessa reazione abbiamo assistito in tante altre città della penisola, dal Nord al Mezzogiorno. La reazione alle tragedie è sempre eroica. Segno di vitalità: ci si chiede di che cosa sarebbe capace questo nostro paese, se fosse sollecitato nel modo giusto. Ma è triste che siano le tragedie a trarre il meglio della nazione. E dobbiamo chiederci: fino a che punto sono ineluttabili?

Stefano Bigazzi, Gli angeli del fango 40 anni dopo “Torniamo in strada a spalare”.  Repubblica li rievoca. E loro si mobilitano su Facebook. La Repubblica (cronaca  di Genova), 5 novembre 2011.

Un susseguirsi di messaggi on line per ritrovarsi nel segno della solidarietà Non ci sono paragoni, né scarti temporali, sia chiaro, quando il Bisagno (e gli altri torrenti) si scatenarono bastò il passaparola a mobilitare una minoranza chiassosa e disordinata, figlia discola del Sessantotto, così viva da intenerire la città. Si viaggiava sul cassone di un Ape, chi si muoveva in auto offriva un passaggio a quella gente in stivali di gomma, qualcuno con i capelli lunghi, e la pala sulla spalla. I genovesi sapevano cosa era accaduto quattro anni prima a Firenze, avevano visto e rivisto le immagini degli studenti, dei giovani operai, dei turisti con l´acqua alla cintola a mettere in salvo almeno un po´ di memoria storica, di arte e di cultura.
Più di otto lustri dopo ci si affida a Internet, ma è come se da un caseggiato all´altro il tam tam di quartiere, delle scuole e dell´università avesse ripreso il suo invito a scendere per strada, a non compiangersi e non rimpiangere. Piangere sì, ma un poco, poi ci si rimbocca le maniche.
Così, dopo quelle poche parole di un “angelo” adulto, il passaparola ha trasformato i primi bisbigli in un appello corale.
C´è un posto, anche se virtuale, http://facebook. com/fango sulle magliette, sul quale potersi mettersi d´accordo: «incontrarci domenica finito l´allerta»; «meglio unirsi tutti quanti i “cani sciolti” in modo da non creare più intralcio» e via progettando, brevi commenti e parole d´ordine, portare secchi, guanti, stivali vestiti comodi, già un appuntamento «domenica mattina 8.30 presso la sede degli Alpini via Mura delle Cappuccine». E ancora, passi concreti: «contattare aziende», «chiedere materiali», evitare gli ingorghi, esserci senza disturbare, senza pretendere in cambio riflettori, visibilità. Gente che passa la giornata a mugugnare (spesso non c´è di meglio da fare per sentirsi vivi) e che se viene chiamata, non si tira indietro.
Quei ragazzi, che oggi hanno passato abbondantemente i cinquanta (e qualcuno si avvicina ai settanta, molti già in pensione) alla nostalgia hanno anteposto la prassi.
Prima fare poi parlare: centinaia di commenti e adesioni sono così giunti, da persone che restano come nel ‘70 per lo più anonime. Ma al momento opportuno si riconosceranno. Non avranno adesso quelle energie, oggi hanno un po´ di pancia, il colesterolo alto, gli acciacchi non sono cosa da poco, hanno figli e nipoti, ma sempre – è bene chiamare le cose, anche i sentimenti, i moti dell´animo, con il loro nome – cuore e coraggio. Sono angeli che non hanno smesso di volare.

Tablet di Microsoft?

maggio 30, 2011

In una delle ultime lezioni abbiamo parlato dell’acquisto di Skype da parte della Microsoft e abbiamo ipotizzato che una delle ragioni fosse quella di introdursi nel mercato della telefonia dove riveste un ruolo marginale. Infatti i due player nella telefonia sono Apple e Android. Microsoft inoltre è completamente assente nel mercato dei tablet. Da domani a Taipei parte Computex, veranno mostrate le ultime novità nell’ambito della comunicazine e c’è la possibilità che venga presentata la versione di Window per il suo primo tablet!

Ecco il riferimento:

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-05-30/padfone-asus-142554.shtml?uuid=AauLYqbD

Serena