Archive for the ‘IMI – Web 2.0’ Category

Il Seo è morto? Forse no

settembre 5, 2013

SEO is dead. Long live social media optimisation titola un articolo di Tim Anderson sul Guardian di qualche tempo fa. La sentenza nasce da un post di Aaron Harris, cofondatore di Tutorspree, il quale fa notare come cercando “auto mechanic” dal MacBook Air 13” del suo ufficio i risultati organici della ricerca occupino solamente il 13% della schermata, mentre AdWords, la barra di navigazione e la cartina di Google Maps si riservano rispettivamente il 29%, il 14% e il 7% dello spazio disponibile. Da cellulare le cose vanno ancora peggio: se si cerca “italian food” mentre da New York i primi risultati organici arrivano solo dopo quattro scorrimenti di pagina.

Anderson non ci pensa due volte: il mestiere del Seo ha imboccato il viale del tramonto, e non c’è niente che si possa fare per aiutarlo a uscirne. Il futuro, manco a dirlo, è in mano agli Smo (Social Media Optimisator). A rafforzare la tesi viene citata una recente ricerca di Forrester secondo la quale nel 2012 gli utenti statunitensi hanno scoperto nuovi siti web attraverso i social network nel 32% dei casi (in crescita dal 25% del 2011), contro il 54% dei motori di ricerca; non è più sufficiente trasmettere un messaggio, ma bisogna interagire con i possibili clienti, creare hashtag, rendersi attivi su quanti più fronti possibili.

A mio parere tuttavia la conclusione è alquanto affrettata: è vero, nell’anno 2013  stare su Facebook è diventato quasi-sinonimo di navigare su internet, ma per quanto il Social Media Optimizator o Community Manager stia diventando una figura via via più importante, Big G e gli altri motori di ricerca continuano a essere il crocevia attraverso il quale passa più della metà degli esploratori del web. La questione del 13% appare un falso problema, poiché quando le pubblicità non sono d’interesse per l’utente rimangono sulla schermata giusto il tempo di uno scroll-down. Non è da escludere, inoltre, il fatto che secondo una recente ricerca Nielsen il 94% degli utenti preferisce cliccare sui link non a pagamento in quanto li ritiene di maggior valore.

Il Seo quindi non è morto, anzi. Appare chiaro che col passare del tempo sarà sempre più necessario affiancare a esso nuove figure professionali che si occupino della gestione dei contenuti presenti sui social media, ma la vecchia Search Engine Optimisation ha la pellaccia dura, e non sarà così facile sbarazzarsene.

Simone Orsello

Il caso Repubblica.it

giugno 26, 2013

Intervista a Giuseppe Smorto, direttore di Repubblica.it

Giuseppe Smorto, direttore di Repubblica.it, racconta in un’intervista nell’ambito dell’edizione 2013 dell’International Journalism Festival di Perugia l’iter che ha portato alla formazione del grande contenitore di notizie online.

Nato il 14 gennaio 1997, il sito web di uno dei principali quotidiani italiani (Repubblica.it), è stato un antesignano nel genere dei siti internet associati a testate cartacee: in questo contesto, Repubblica ha capito prima e meglio degli altri competitors le potenzialità della rete e ha potuto affermarsi in questo settore come leader. Repubblica.it è oggi il principale sito d’informazione italiano, con oltre 10 milioni e 600 mila utenti unici.

Giornalismo 2.0: tra crisi e nuove potenzialità. Qual è la posizione di Repubblica circa l’utilizzo dei nuovi media?

Il giornalismo non è crisi di per sé: ad essere in crisi è un certo modo di fare giornalismo, quello che si basa solo ed esclusivamente sulle notizie che compaiono sulla carta stampata.  Si vede che c’è un bisogno estremo di giornalismo, ma il modo di fruirne è cambiato. Repubblica ha un offerta informativa che non viaggia piu solo sulla carta, ma su un sito che conta ogni giorno più di 2,5 milioni di persone e su una web tv ancora in via di sviluppo. Il grande nodo di questi tempi è capire però come finanziare questo giornalismo. L’errore fatto 15 anni fa, al tempo in cui queste innovazioni tecnologiche hanno preso piede, è stato pensare che tutto ciò potesse essere gratis, ma con il passare del tempo ci si è resi conto che non può essere così e che questa non  è la formula adeguata a supportare questo tipo di operazioni. Il giornalismo non è gratis: devo avere la possibiltà di pagare i collaboratori, gli inviati e i corrispondenti, ad esempio in America, in Siria, ecc.; inoltre, questa è una garanzia di indipendenza per chi fa comunicazione, che deve aver modo di svolgere il proprio lavoro senza essere legato a sponsor e finanziatori di varia natura. Proprio negli ultimi mesi gli operatori di Repubblica.it si sono trovati davanti a un nodo insoluto, una questione spinosa: dando un’informazione completa, 7 giorni su 7, 24 ore al giorno, è giusto far pagare i propri lettori o no? il sito di Repubblica e quello del Corriere della Sera sono attualmente gli unici che sarebbero in grado di autofinanziarsi grazie agli introiti provenienti dagli investimenti pubblicitari e che potrebbero benissimo continuare su questa strada, senza gravare i lettori di un carico e senza chiedere un contributo. Attualmente la tendenza anche dei giornali americani è quella di mettere un paywall, un muro oltre il quale il lettore dovrà pagare una minima cifra per continuare nella lettura e accedere a determinati articoli. Questo è indispensabile se si vuole che l’informazione progredisca e vada avanti autonomamente, senza cadere in mano a inserzionisti, gruppi di potere, fondazioni (in USA) che finanziano i giornali. Se i conti funzionano, grazie anche alla collaborazioni degli utenti e di un pubblico di lettori affezionato e  fideizzato, è possibile essere sì indipendenti ma anche fare investimenti per migliorare il giornale, incrementare l’organico, mantenere corrispondenti esteri e inviati in scenari “caldi” del pianeta. Cose che, altrimenti, senza un entrata monetaria, non sarebbero possibili, e che con un entrata derivante dagli investimenti da parte di gruppi di potere, sarebbero limitate sotto il profilo decisionale.

Ma che cos’è Repubblica.it?

Dalla pratica alla teoria, ci siamo trovati improvvisamente col passare del tempo di fronte a un oggetto misterioso e competitivo rispetto a tutte le altre forme di giornalismo: non c’è paragone tra l’offerta informativa data dal sito di Repubblica e dal suo equivalente cartaceo. Da una parte c’è infatti un oggetto statico, non aggiornato, che devi andare a cercare in edicola e per il quale devi tirare fuori dei soldi; dall’altra c’è un oggetto nuovo, dinamico, aggiornato, con foto e video e tutto il materiale interattivo, in cui gli utenti sono protagonisti: una user experience, che vede le persone protagoniste sia nella fruizione (con l’ampliamento dell’offerta), sia nella creazione (UGC – User Generated Content). Si leggono le news in tempo reale, corredate da supporti multimediali audio, video e fotografici, in cui io utente posso intervenire nel flusso della comunicazione o inviando il mio personale supporto, o dicendo la mia opinione, anche criticando e dicendo che le informazioni sono, ad esempio scorrette. L’oggetto digitale è competitivo, chiaramente, e ciò comporta uno sconvolgimento all’interno delle redazioni classiche: intanto, il giornalista di per sé deve reimparare a scrivere, secondo quelle che sono le esigenze di questi nuovi mezzi, misurarsi con questo nuovo modo di fare giornalismo. All’inizio, anche all’interno della redazione di Repubblica, internet veniva considerato come la “brutta copia” del giornale: Repubblica.it era la sorellina minore, un po’ sfortunata, in cui andavano a confluire quei 4, 5 articoli di interesse variabile, mentre tutto il succo dell’informazione continuava a confluire sulla carta. Non si è puntato da subito sui nuovi mezzi, ma adesso Repubblica.it è considerata l’immagine principale di Repubblica. Per capire che cosa pensa la testata si guarda il sito! C’è una gerarchia politica, di cronaca, di attenzione ai fatti del giorno che è costante e ne fa la faccia più visibile del giornale. Il lavoro si è trasformato completamente: da piccola appendice, il mondo digitale è diventato grande locomotiva che traina anche il giornale di carta, vagone di lusso. La parola chiave oggi per noi è “diversificazione”: stiamo allontanando sempre di più i contenuti del giornale di carta da quelli dell’online, che oggi si occupa di informazione in tempo reale. Su Repubblica.it non vedrete mai lo stesso titolo del giornale cartaceo, e se lo vedrete vuol dire che non stiamo facendo bene il nostro lavoro! Sul sito, c’è valorizzazione della multimedialità, sulla carta invece ci sono contenuti di grandissima e eccezionale qualità, ci sono gli scoop, ci sono i grandi contenuti, ma se sappiamo che la notizia sarà “bruciata” noi la inseriamo subito sul sito. Le inchieste giudiziarie e le notizie in esclusiva per repubblica le teniamo invece per la carta. In ogni caso, sulla carta andranno a confluire sempre meno notizie –declinate sull’online- e sempre più contenuti di alto livello e di approfondimento. Anche all’interno della redazione, ad ogni modo, ancora oggi non sappiamo spesso come comportarci e come dividere il carico delle notizie e delle informazioni tra carta e internet.

Velocità vuol dire anche alto margine di errore. Come si rapporta repubblica.it a questo problema?

Per noi la velocità e l aggiornamento continuo sono più importanti della forma. Abbiamo un margine di errore altissimo sul sito, ma abbiamo scelto di privilegiare la velocità, mentre la qualità la mettiamo tutta sul giornale di carta. Sull’online, invece, accade che ci siano errori, che ci siano una serie di smentite e di rettifiche, o correzioni, ma non è sbagliato, non è indice di scarsa professionalità.  Tuttavia, ci sono anche momenti diversi sul sito: si pensi all’editoriale di Scalfari del venerdì mattina, che da un grande apporto qualitativo alla testata.

Come funziona Repubblica.it?

Se la squadra funziona bene, quando arriva la notizia ciascuno in redazione sa benissimo cosa fare: la notizia è un grappolo, un potenziale multimediale. Oltre alla notizia, infatti, si apre la possibilità di creare un video, inserire un file audio, i precedenti, un video-ritratto, i contenuti dei lettori, e tutti i contributi multimediali che una notizia inserita su una piattaforma online comporta. Questo fa del sito un prodotto completo e competitivo rispetto al giornale, che prende pochi fatti del giorno e li sviluppa attraverso editoriali e approfondimenti, mentre noi che lavoriamo sulla velocità non possiamo permetterci di fare la stessa operazione. Quello che è passato oggi è che l’offerta informativa è una sola, tra Repubblica.it e Repubblica: c’è grande responsabilità perché il lettore oggi identifica i due prodotti e le offerte informative. La grande novità, poi, è rappresentata dai social networks: Facebook e Twitter in particolare. Su Facebook noi abbiamo oltre 1 milione e 100 mila fan, 800 mila follower su Twitter, numeri pazzeschi. Però ancora non abbiamo capito qual è il business-plan dietro questi numeri: ora raggiungiamo sì lettori cui prima non arrivavamo, però basta questo? Quanto incide sul nostro giornalismo e sul nostro modo di finanziarci? Come possiamo sfruttare questa situazione per incrementare i nostri fondi e le nostre professionalità? Certo, ora con un link possiamo arrivare a un pubblico di lettori sterminato e sconosciuto fino a pochissimo tempo fa, e questo giova alla cultura e all’informazione, a livello sociale. Ma ancora non è chiaro come questa offerta e la richiesta possano essere coniugate in termini economici. È fastidioso chiedere soldi ai lettori (si pensi al caso Whatsapp), ma questo sarà prima o poi necessario perché dietro al nostro lavoro cc’è una professionalità che necessita di essere ricompensata.

Inoltre, c’è un’esplosione delle forme della tecnologia: l’abbassamento dei costi nei fare video, la permanenza delle immagini e dei testi rispetto ai testi  e una serie di altri fattori, che portano alla conclusione che internet sta creando un tipo di giornalista che non sa più solo scrivere ma che è una figura multi-tasking, un “mobile journalist”, che deve non tanto o non solo saper scrivere ma sapere anche fare un video, montarlo, tagliarlo, ecc. questo è il contrario della specializzazione, e porta sì tanta superficialità (non più giornalisti di settore, esperti un determinato campo), ma anche una capacità e una versatilità maggiore. Ognuno deve saper giudicare tutte le notizie, anche in settori di cui non si occupa direttamente, per decidere cosa deve effettivamente uscire sul sito e cosa no. L’informazione in tempo reale, come si vede, ha creato una nuova professionalità che prima non c’era.

Qual è la soluzione?

La soluzione è un sistema integrato di informazione che ha anche dei contenuti a pagamento. Repubblica.it non sarà mai solo a pagamento, ma ci saranno contenuti per accedere ai quali sarà necessario pagare una simbolica cifra minima, una forma di abbonamento, che oltretutto contribuirà a riconoscere la professionalità dei giornalisti, il loro lavoro, la loro attendibilità nel fornire notizie che altrimenti sarebbero magari altrettanto reperibili online ma viziate dal circolo comunicativo (giornalismo partecipativo, citizen journalism, eccetera) tipico del web 2.0, in cui ciascun utente può produrre UGC. Molti contenuti digitali, come il giornale su ipad, ad esempio, sarà offerto a pagamento. Si adotterà un paywall sul sito, in futuro. Il tempo reale sarà sempre gratis ma pensiamo di mettere in vendita i contenuti del giornale stesso a cifre bassissime, e inferiori alle già basse cifre adottate ad esempio dal New York Times. Su ipad abbiamo sviluppato una versione di Repubblica Sera, esclusiva per questa piattaforma: una tipologia interessante di comunicazione, che è un po’ un ritorno alle forme di giornalismo del passato, con le edizioni serali, ma che è anche un prodotto innovativo, una sperimentazione. Noi abbiamo ritagliato all’interno della redazione una serie di professionalità che offrono l’evoluzione della giornata in stile Repubblica alle 7 di sera. È un prodotto che offriamo in abbonamento su ipad, per rendere questo prodotto fresco e aggiornato. C’è una grande attenzione poi proprio alla cura dell’immagine, delle foto, dell’impaginazione, nell’intento di creare un prodotto all’avanguardia, precursore magari di una serie di altri esperimenti simili.

Elettra Antognetti

La soluzione al digital divide potrebbe arrivare dal cielo: Project Loon

giugno 25, 2013

È stato presentato ufficialmente pochi giorni fa il progetto che potrebbe rivoluzionare la vita di miliardi di persone.

Google ha infatti annunciato Project Loon, un’iniziativa che ha dell’incredibile ma che garantirebbe l’accesso a Internet a tutte quelle persone che vivono in zone rurali o remote del pianeta e dovunque le connessioni via cavo siano impedite, come ad esempio i luoghi colpiti da calamità naturali.

L’originale idea prevede l’impiego di palloni aerostatici, realizzati con una plastica sottile, del diametro di 15 metri e alimentati a energia solare, che volano nella stratosfera a circa 20 chilometri d’altezza sfruttando le correnti aeree. Essi ricevono il segnale Internet da apposite stazioni a terra e lo ritrasmettono agli utenti, che possono captarlo installando un’antenna sul tetto della propria abitazione. I palloni comunicano fra di loro e quindi, secondo Google, sarebbe possibile creare un anello di palloni volanti intorno al mondo. Ogni mongolfiera fornirebbe la connessione ad una superficie del raggio di 40 chilometri ad una velocità simile a quella delle reti 3G.

L’opera è in piena fase di sperimentazione, finora sono stati lanciati trenta palloni in Nuova Zelanda, nella regione di Canterbury, e rimangono ancora molte questioni da verificare, prima fra tutte quella di riuscire a regolare in modo sicuro le loro traiettorie dato che, sebbene continuamente monitorati e dotati di un sistema di controllo dell’altitudine, sono pur sempre in balia dei venti stratosferici.

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I detrattori parlano di una strategia d’immagine, di una trovata pubblicitaria che avrà vita breve, alcuni avanzano dei dubbi riguardo l’effettiva sostenibilità del progetto, altri temono addirittura lo sfruttamento di questa tecnologia a fini spionistici.

Senza dubbio si tratterà di un percorso lungo e complesso ma la disuguaglianza digitale che impedisce ai due terzi della popolazione mondiale di accedere alle nuove tecnologie, sia a causa di impedimenti di tipo tecnico (non esiste la connessione) sia di tipo economico (c’è connessione ma i costi di navigazione sono troppo elevati), verrebbe in questo modo drasticamente ridotta, se non azzerata, e potremmo finalmente considerare Internet una rete “globale” nel vero senso della parola.

L’azienda di servizi online più famosa del mondo, pur assicurando che il progetto poggia su solide basi scientifiche, sembra essere cosciente dell’audacia dell’impresa, infatti loon in inglese significa pazzo. Dopo le Google’s driverless cars, le automobili senza conducente, e i Google Glasses, gli occhiali dotati di realtà aumentata, il colosso di Mountain View punta sempre più in alto e non è un male se lo fa utilizzando un pizzico di sana follia, d’altronde solo così si vincono le sfide che sembrano impossibili.

Gisella Siri

 

 

 

Foursquare Time Machine: la macchina del tempo della geolocalizzazione

giugno 21, 2013

Se usare la geolocalizzazione per trovare un nuovo modello aggregativo è uno degli aspetti chiave del web 2.0, allora Foursquare è senza dubbio uno dei social network del momento.
Fondata da Dennis Crowley e Naveen Selvadurai nel 2009, Foursquare è una rete sociale che si basa proprio sulla geolocalizzazione degli utenti, vale a dire sulla condivisione della propria posizione geografica via gps attraverso un dispositivo mobile, uno smartphone come un telefonino Android, un iPhone o un Blackberry, per i quali sono disponibili apposite applicazioni gratuite. Gli utenti possono effettuare il cosiddetto check in nei locali, nei negozi, nei musei e in qualsiasi posto di interesse pubblico: maggiore sarà il numero dei check in e dei tip, i suggerimenti lasciati su un posto, e più punti otterremo per conquistare una serie di badge, una sorta di “medaglia al merito” che indica la popolarità e l’influenza di un membro. I commenti possono essere sincronizzati con un account Twitter e su Facebook, il che significa che è possibile condividerli contemporaneamente anche nei due social network.
Uno degli obiettivi più ambiti è quello di diventare major, vale a dire il “sindaco” di un posto: tutto questo si consegue effettuando il maggior numero di ingressi nello stesso luogo entro due mesi, sempre che tale carica risulti ancora libera ovviamente…
L’aspetto ludico ha decretato il successo di questo social network, ma di certo vanno considerati anche i vantaggi che ha portato al mercato e quindi l’aspetto del social marketing. Foursqure può infatti essere utilizzato dalle aziende a scopo promozionale, per pubblicizzare il proprio brand e proprio a tale proposito sta pensando di incrementare il proprio piano di partnership con alcune importanti catene di negozi e di media americani.

Le sue possibilità di utilizzo sono insomma ancora inesplorate ma ecco che proprio in questi giorni, il social network di geolocalizzazione per eccellenza, in collaborazione con Samsung, ha lanciato Foursquare Time Machine. Proprio come una vera macchina del tempo permette agli utenti di ripercorrere i luoghi visitati: ristoranti, pub, hotel, negozi, stazioni… Questo è possibile grazie ad una mappa storica, o meglio una timeline, che inizia nel momento in cui il nuovo user utilizza per la prima volta Foursquare.
Abitudini passate e possibili mete di interesse da visitare in futuro sono collegati grazie alla visualizzazione dei luoghi trend del momento. Esiste inoltre la possibilità di salvare i suggerimenti in apposite liste, per averli sempre a portata di mano.
Un’interessante elaborazione dei propri dati è stata fatta per il momento del check-in; essi infatti appaiono sotto forma di infografiche che possono essere salvate o condivise.
Tenere traccia dei propri luoghi preferiti non rappresenterà quindi  più un problema per gli utenti: il neonato Foursquare Time Machine permette di creare una vera a propria linea temporale basata sulle mappe e su ogni singolo check-in effettuato, ognuno con il proprio codici di colore. Gli utenti possono anche scoprire quali sono i check-in preferiti in determinati giorni della settimana e quali sono stati i loro periodi di attività maggiore.

A quanto pare Foursquare Time Machine è diventato rapidamente molto popolare tra gli utenti, tanto che a volte si sovraccarica e fatica a funzionare. Tuttavia, stando alle voci di chi l’ha utilizzato, sembra valga la pena di fare questo viaggio nella memoria dei nostri check -in.

Simona Chioino

Le PMI scelgono l’outsourcing per combattere la crisi

giugno 17, 2013

Per oltre 2000 PMI italiane il 2012 è stato l’anno del outsourcing e l’inizio del 2013 sta confermando questa tendenza.

Ad affermare questa tesi è Freelancer.com (la più grande piattaforma al mondo di outsourcing) che, attraverso la ricerca condotta tra moltissime PMI italiane, ha rivelato la strategia scelta da quest’ultime per combattere la crisi e per sopravvivere in un mercato sempre più competitivo.

Grazie ad internet, esternalizzare progetti ed attività aziendali diventa semplice, ma anche molto efficace. Molti imprenditori hanno dichiarato addirittura che, senza questa possibilità, non sarebbero stati in grado neanche di avviare il loro business. Avere a disposizione consulenti qualificati – e poter scegliere il migliore per ogni singolo progetto – garantisce maggiore crescita ed elimina la preoccupazione di assumere personale anche per tutte quelle attività limitate nel tempo. Senza dimenticare che molti, lasciati a casa a causa della crisi, hanno trovato una nuova soluzione lavorativa proprio riproponendosi sul mercato come freelance.

I dati della ricerca Freelancer parlano chiaro: il 56% dei proprietari di piccole imprese ha dichiarato di aver affidato parte del lavoro a consulenti e liberi professionisti, una scelta che ha garantito la crescita aziendale nel corso degli ultimi 12 mesi.

Avvalersi delle competenze di un freelance rappresenta – per il 54% degli intervistati – la soluzione ideale per non scendere a compromessi in fatto di qualità del lavoro, avendo a disposizione notevole elasticità. In un mercato del lavoro sempre più ingabbiato in normative stringenti e con contratti sempre meno flessibili, le aziende optano per una soluzione che offra rapidità e ottimo rapporto qualità/prezzo.

L’indagine, inoltre, ha rivelato che il 46% dei piccoli imprenditori ha deciso di affidarsi a programmatori e sviluppatori web per migliorare le performance ed essere competitivi. Il 35%, invece, utilizza risorse esterne per attività di segreteria, pareri legali ed amministrativi.

Freelance, d’altra parte, non è sinonimo di bassa qualità, anzi. Il 67% degli imprenditori ha dichiarato di essere pienamente soddisfatto dal lavoro svolto dal consulente. Proprio per questo motivo, dunque, il 47% degli intervistati afferma che affiderà sempre più progetti ai liberi professionisti.

Dai risultati ottenuto si evidenzia come le piccole imprese stiano cercando di essere competitive sul loro mercato di riferimento. Le attività affidate a professionisti esterni, sono le più svariate: dalla progettazione di sistemi intelligenti per gestire i processi in modo più efficiente, ai siti e-commerce, dal marketing alle attività finanziarie e amministrative.

Affidarsi a risorse esterne consente un risparmio economico notevole per le PMI che, con questo sistema, evitano scomode spese dovute all’affitto di spazi da adibire a ufficio e tutti quegli esborsi economici collegati ad avere “una sede” inoltre, grazie a portali come Freelancer.com, in primo piano non manca la tutela dal punto di vista dei pagamenti per tutti i freelance.

I “nodi” della rete: fra cyber-guerra e Grande Fratello

giugno 11, 2013

Internet costituisce oggi, e sempre di più costituirà nel futuro, una piattaforma insostituibile e di importanza massima per l’economia e per gli equilibri politici di tutto il pianeta. Alla rete affidiamo poi una gran quantità di segreti personali di non trascurabile importanza… possiamo stare tranquilli?

Proprio attraverso la rete vengono giornalmente scambiati miliardi di dati che hanno immenso valore, e non solo per i mittenti e per i destinatari della comunicazione. Basti pensare banalmente a password di account, dati di bancomat o carte di credito, per arrivare fino a segreti industriali, documenti riservati di natura politica o militare.

Ovviamente carpire informazioni di questi generi è illegale, ma sono ingenti le  possibilità di guadagno; il giro d’affari mondiale riferibile ai crimini compiuti attraverso la rete è difficilmente quantificabile con precisione, ma si parla di miliardi di dollari. Alcune stime parlano addirittura di 300 miliardi di dollari. Si può affermare che il numero dei crimini informatici e la rilevanza di ciascuno di essi sia cresciuta, e crescerà, di pari passo con l’importanza strategica di Internet. In Italia, ad esempio, nel 2012 l’Osservatorio per la Sicurezza Nazionale ha reso noto che si è registrato un incremento dei crimini informatici del 200% e, contestualmente, il Ministero della Difesa ha fatto sapere che avrebbe aumentato il budget destinato agli apparati di difesa informatici.

Le attività illegali sulla rete non sono però messe in atto sempre per un profitto economico personale, ma spesso possono avere altri fini. Soggetti individuali o collettivi (come Anonymous) hanno messo sovente in atto veri e propri atti di “disobbedienza civile virtuale”, o hanno sottratto dati riservati per poi renderli pubblici in maniera gratuita, mossi da una spinta etica o ideologica. Aziende e governi non sono stati da meno nel comprendere le potenzialità della rete in quanto  canale di spionaggio e controllo; infatti oggi molti hacker sono assunti per i loro servizi e pagati profumatamente.

Oltre l’Atlantico il tema desta molta preoccupazione e ampio dibattito:  sono proprio di questi giorni due notizie degne di nota sul tema.

La prima riguarda il recente incontro tra il presidente USA Barack Obama e leader cinese Hu Jiintao, in cui è stato dato molto spazio alla discussione circa norme comuni in materia di sicurezza digitale. In realtà queste pacate trattative sono da considerare come un atto di diplomazia in quella che è una vera e propria cyber-guerra che contrappone la Cina agli Stati Uniti; tanto che nello scorso ottobre la situazione era già considerata così grave da far dichiarare all’allora segretario della Difesa statunitense Panetta che  il rischio fosse quello di una “Cyber Pearl Harbour”. Pare accertato che fossero oggetto delle attenzioni degli hacker arruolati dal gigante asiatico soprattutto notizie di carattere militare, come segnalato dal Wall Street Journal per quanto riguarda i progetti degli aerei da combattimento Joint Strike Fighter e F-35 Lightning 2, o dalla azienda omonima del famoso anti -virus “McAffe” in merito ad attacchi hacker a numerose società ed apparati governativi americani; fra questi  Lockeed e Martin Corporation, due importanti industrie d’ armamenti.

La seconda notizia riguarda il dibattito che si è sviluppato negli Stati Uniti circa l’utilizzo di un sistema di controllo di Internet chiamato Prism da parte dei servizi di sicurezza. L’obiettivo dei controlli erano mail, foto, login, video, chat,  e file memorizzati di cittadini stranieri e statunitensi ottenibili  grazie all’accesso diretto ai server delle varie compagnie che operano sul campo; questi miliardi di dati vengono scansionati in maniera automatica secondo un sistema di parole chiave, così da poter  sottoporre al controllo umano dati risultati sospetti. Secondo una diffusa opinione un tipo di intercettazione così indiscriminata e senza autorizzazione di alcun giudice sarebbe  una palese violazione dei diritti civili dei cittadini americani.

Per quanto ormai grazie alla rete  governi, banche e aziende facciano funzionare i propri apparati ,e navigare su internet sia pratica quotidiana per gran parte della popolazione, non si può dire che le acque siano tranquille e prive di pericoli. Questo video del sito di Repubblica ci mostra quanto sia facile reperire e mettere in funzione un programma in grado di fornirci tutti i dati sensibili di un qualunque bersaglio.

Carlo Ramoino

Rivoluzione militare, ma solo virtuale: nasce il sito “Esercito della Libertà” per sostenere Silvio Berlusconi

maggio 29, 2013

ESERCI~1

Nostalgici della naja di tutta Italia, riunitevi… o meglio, iscrivetevi! Apposta per essere assimilato da coloro che piangono la scomparsa della leva obbligatoria e della cartolina di precetto oppure dagli amanti delle battaglie e delle gerarchie militari senza l’uniforme mimetica è nato esercitodellalibertà.it, l’ultima idea concepita da Silvio Berlusconi. L’Esercito della Libertà, detto anche Esercito di Silvio, balza agli occhi del curioso internauta come una piattaforma web organizzata a mo’ di modulo di arruolamento e di caserma multimediale. Sorvolando sugli ideali e sulla filosofia di tale strumento, una sorta di Risiko virtuale dove la Jacuzia e l’Europa Meridionale lasciano il posto alle Toghe Rosse e ai nemici della Costituzione (e naturalmente della Libertà), è interessante analizzare il contenuto tecnico e la strategia comunicativa dei webmasters e dei community manager al soldo del Cavaliere, fra i quali troneggia l’artefice massimo Simone Furlan, trentasettenne imprenditore veneto. (more…)

Come l’hacking condiziona la raccolta del consenso nel sistema elettorale

maggio 29, 2013

Voto, raccolta e manipolazione online a fini politici: Claudio Agosti, presidente del Centro Hermes, e Giovanni Ziccardi dell’Università degli Studi di Milano presentano un seminario sull’hacking nella raccolta del consenso nel sistema elettorale. Un’analisi delle diverse tipologie di voto, da quella elettronica a quella online vera e propria, e una riflessione sui limiti di questi sistemi.

Il primo esempio di sistema di raccolta del consenso online riguarda l’analisi della sicurezza del voto su internet per mezzo di un sistema denominato SERVE – Secure Electronic Registration and Voting Experiment: si tratta di un sistema sviluppato da Accenture, in collaborazione con altri partner e utilizzato per primo dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per il suo Federal Voting Assistance Program. Lo scopo era quello agevolare con il voto elettronico quelle decine di migliaia di americani che –come i militari, i corpi diplomatici e le loro famiglie- non sono residenti sul territorio USA e non avrebbero diritto di voto. Il fine di SERVE era quello di permettere a questi soggetti di registrarsi su una piattaforma e poter accedere al voto via internet, da qualsiasi posizione. SERVE voleva essere anche una Testing Authority qualificata e certificata dallo Stato, per la raccolta di “voti reali”. Il sistema prevede tre fasi: dall’iscrizione a SERVE, alla registrazione per il voto e l’iscrizione nelle liste elettorali, al voto vero e proprio, effettuabile grazie a un server via internet da qualsiasi parte del mondo ( tramite l’uso di un sistema MS Windows ed Explorer o Netscape, Javascript, Java e activeX e session cookies) senza hardware o software aggiuntivo. I votanti trasmettono con questo sistema il loro voto completo di tutti i dati al server centrale, tramite sistemi SSL (Secure Sockets Layer, protocolli crittografici per la comunicazione sicura sorgente-destinatario, fornendo autenticazione e cifratura dei dati). Le preferenze espresse dai cittadini, in storage su un server centrale, vengono recuperate da uffici locali in fase di spoglio.

La prima prova risale al 2004 (su base volontaria, con la gestione di 100 mila voti nel giro di un anno, tra primarie e elezioni generali). Il target era di 6 milioni di votanti, denominati UOCAVA, parola usata per designare tutti quei cittadini USA “bloccati” all’estero. Da allora sono emersi i limiti del modello online: i DRE (direct recording electronic) voting systems sono stati criticati per i problemi di sicurezza insorti. In pratica, il software non veniva controllato con cura durante il processo di certificazione dello stesso ed erano altamente probabili i rischi di attacchi da parte di insider durante il processo. Inoltre, il voto, per quanto utilizzi piattaforme online, deve avere comunque un riscontro fisico tramite feedback cartaceo per la verifica del percorso di voto. Ai rischi “tipici” e congeniti del sistema (come il rischio di falsificazione dei voti e switch), se ne aggiungono altri, come il furto di identità, spoofing (falsificazione dell’identità), virus e phishing (tipo di truffa online in cui un utente viene convinto a fornire una serie di dati sensibili), derivanti dall’uso di un pc e internet.

Ancora di recente, nel 2012, a Washington DC si è verificato un caso simile: un sistema di e-voting pilota per soldati e residenti all’estero. Prima delle votazioni, il Distretto di Columbia propone un test, una finta elezione in cui chiunque è invitato a cercare di hackerare il sistema, provande l’insicurezza. Risultato: nemmeno 24 ore dopo un team di studenti dell’Università del Michigan, cordinati dal Professor Haldeman, ha violato la segretezza dei voti già espressi, divertendosi anche a sbeffeggiare il sistema, aggiungendo tra i candidati HAL 9000 e Bender (intelligenza artificiale di “Odissea nello Spazio” e robot di “Futurama”) e inserendo il motivetto musicale che contraddistingue l’Università nella pagina di ringraziamento per aver effettuato la votazione.

Nonostante gli strumenti sofisticati impiegati (per esempio, la messa a punto di DRE che prevedono l’uso di una smart card personale e un POS che rilascia uno scontrino come ricevuta di voto) e gli ingenti finanziamenti stanziati, il sistema non è ancora così perfezionato da evitare attacchi su larga scala, lanciati da ogni parte del mondo e con qualsiasi motivazione. Il rischio è quello di creare un clima di sfiducia e disaffezione nel sistema, di paura di compravendita dei voti e switching per alterare gli esiti delle votazioni. Gli attacchi, inoltre, possono essere anche semplici e condotti da una sola persona, non per forza attuati da un gruppo organizzato, da una fazione politica, da uno Stato estero, ecc.: basta un esiguo gruppo di studiosi per compromettere il sistema di un’intera nazione.

Per scongiurare queste problematiche servirebbe un sistema di auditing, che permetta al votante di verificare che il voto registrato dalla macchina sia lo stesso immesso e mostrato sullo schermo. Se occorre, l’auditing per la verifica dell’attendibilità delle informazioni dovrebbe essere coadiuvato da un sistema ulteriore che permetta al votante di verificare l’espressione della sua preferenza. Inoltre, deve esserci la tutela della privacy tramite sistemi crittografati che consentano la trasmissione cifrata dell’informazione in transito, da decifrarsi solo al momento dello spoglio. Inoltre, anche la compravendita viene facilitata in questo contesto: vendendo ID e password dell’utente, si possono falsificare i voti e cambiare l’esito finale.

Ne consegue che il sistema basato sul web è insicuro. Quando si parla di voto elettronico e consenso online, si parla di sondaggi facilmente alterabili e non trasparenti. Le elezioni cartacee per ora sono uno strumento molto più sicuro e voto elettronico fisico, voto online e sondaggi sul web sono cose molto differenti sotto il profilo istituzionale e politico. Si può, tuttavia, tracciare un’ulteriore differenziazione tra i sistemi di voto online: diversi sono i casi di voto elettronico (con sistemi tecnologicamente più avanzati, ma sempre con l’integrazione di una cabina elettorale fisica all’interno di un seggio vero e proprio) e di voto online (“democrazia liquida”, in cui è necessario possedere solo un pc collegato a internet). Per quanto riguarda il voto elettronico con cabina elettorale preposta, è stato testato in Europa e USA ed è considerato abbastanza sicuro. Le sperimentazioni sono iniziate negli anni ’90 in Olanda ma il sistema è stato abbandonato poiché comunque in parte ancora insicuro e impraticabile. Se si vuole avere più efficienza, serve un meccanismo ibrido, tra elettronico e fisico: questa strada viene praticata negli Stati Uniti in cui, mantenendo le garanzie della carta e portando l’efficienza dell’integrazione tecnologica, si ottiene un sistema ottimale. Le garanzie mancanti rilevate in questi 10 anni di voto elettronico riguardano la possibilità di attacchi tempest alla segretezza del voto; attacchi all’integrità e modifica dei dati memorizzati; attacchi alla verificabilità postuma, per cui non si possono fare ulteriori conteggi dei voti in caso di brogli. Nel caso del voto online (liquid feedback e sistemi di voto proprietari), invece, c’è un maggior margine di rischio, dato dalla falsificabilità del voto, dal rischio di furto delle credenziali, dalla manipolazione dell’interfaccia di voto (tipico dei processi bancari online, trojan), dalla mancanza di feedback sulle proprie scelte.

Democrazia liquida, quale futuro ci aspetta? La direzione intrapresa è quella verso l’utilizzo sempre più massiccio dell’online, ma è necessario apporre le giuste tutele, dai sistemi di ricevute e di feedback, all’uso di sitemi embedded di voto e di reti peer to peer per impedire la manipolazione e il single point of failure.

Elettra Antognetti

IMI – Il fenomeno YouTube e il video sharing

aprile 12, 2013

YouTube costituisce una formidabile risorsa che il Web mette a disposizione per condividere video. E’ uno strumento nato recentemente (2005) con una crescita esponenziale di utenti e di funzionalità. Oggi è il terzo sito più visitato della rete.

Come YouTube esistono altri strumenti di condivisione video ma dal punto di vista social, la piattaforma di Google rappresenta un riferimento sul quale possono risiedere diverse tipologie di streaming: video virali, canali tematici e molte altre verticalizzazioni

I dati di riferimento sono tratti da Wikipedia

Slides in formato Pdf  IMI – youTube

Youtube e il tormentone “GanGnam Style”

febbraio 19, 2013

Un enorme successo per un video e una canzone che non significano un granché. Questo è stato ciò che ha ottenuto Gangnam Style grazie a Youtube: il singolo K-Pop del rapper sud coreano PSY, dal 24 novembre 2012 è infatti il video più cliccato in assoluto e il 21 dicembre 2012 è stato il primo a superare il miliardo di visualizzazioni.

Grazie a un tam tam internazionale la canzone è schizzata alle vette delle classifiche musicali e il video ha battuto ogni record sul più famoso portale web per il servizio di distribuzione gratuita di video online; in onore di questo grande successo Youtube ha dedicato a PSY e al suo singolo un Gif animato che ripete il ballo che il cantante fa nel video e che compare a fianco al numero delle visualizzazioni.

Nel video di Gangnam style, che si riferisce al quartiere più chic di Seoul, PSY balla fingendo di andare a cavallo. Una danza al limite del ridicolo ma che è diventato un vero e proprio tormentone tanto da favorire un pullulare di flash mob in tutto il mondo, da Atlanta a Torino, da Toronto, a Sidney, fino a Parigi e Roma.

Questo videoclip ha quindi portato grande successo e popolarità a PSY il quale ora oltre ad essere conosciuto in tutto il mondo è anche imitato dalle più grandi pop-star internazionali come Madonna, Heidi Klum, il segretario Generale delle Nazioni Unite, al sindaco di Londra Boris Johnson, e il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Ma il successo, e soprattutto il ritorno economico, lo ha avuto Google che con la potenza della sua grande piattaforma Youtube, acquistata nel 2006, ha dichiarato che la hit di Psy ha generato profitti pari a 8 milioni di dollari, tra download su iTunes, streaming e vendite su servizi online disponibili solo in Corea. Il video per ora sta generando in media 0.65 centesimi di dollaro ogniqualvolta che un utente lo guarda. Psy dunque oltre ad aver superato famose hit di Youtube, come i brani di Justin Bieber, di Jennifer Lopez e di altri artisti, ottiene da Google circa 4 milioni di dollari solo grazie a Youtube.

PSY e Eric Schimdt, presidente esecutivo di Google

Youtube, il portale web nato nel 2005 e fondato da Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim. Youtube, uno dei più famosi esempi di gestore di UGC (contenuti realizzati in modo indipendente e amatoriale dagli utenti). Youtube, punto di riferimento per lo streaming di clip video su internet. Youtube, un’azienda che ogni giorno stima 100.000.000 visualizzazioni. Youtube, un’azienda capace di rendere famoso un video musicale in cui un uomo balla la danza di un cavallo e che ci guadagna più di 8 milioni di dollari.

Veronica Raineri