Archive for the ‘IMI-Tube’ Category

IMI – Il fenomeno YouTube e il video sharing

aprile 12, 2013

YouTube costituisce una formidabile risorsa che il Web mette a disposizione per condividere video. E’ uno strumento nato recentemente (2005) con una crescita esponenziale di utenti e di funzionalità. Oggi è il terzo sito più visitato della rete.

Come YouTube esistono altri strumenti di condivisione video ma dal punto di vista social, la piattaforma di Google rappresenta un riferimento sul quale possono risiedere diverse tipologie di streaming: video virali, canali tematici e molte altre verticalizzazioni

I dati di riferimento sono tratti da Wikipedia

Slides in formato Pdf  IMI – youTube

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Il grande inganno del Web 2.0

maggio 8, 2009

9788842089179.jpgInterrogarsi sulla tecnologia presente non vuol dire riuscire sempre ad afferrare con certezza quale sarà lo statuto della conoscenza nel futuro. È da tempo che si parla di Web e delle sue applicazioni: spesso vengono descritte come il ‘nuovo’, la nuova tecnologia, i nuovi canali di comunicazione, senza riuscire a coglierne fino in fondo la  portata storica nell’evoluzione dei processi sociali. Se di rivoluzione si tratta, questa si è già compiuta. Le proporzioni del Web sono ormai universali e come tali oggi vengono pensate, nonostante si abbia consapevolezza solo in parte del digital divide che ancora caratterizza il contesto italiano. Piuttosto ci si riferisce alla penetrazione di massa di Internet  – soprattutto fra le giovani generazioni, quelle nate dopo l’avvento del Web e che quindi non conoscono una realtà senza rete (la google generation come qualcuno l’ha chiamata) – e al suo uso indiscriminato per la trasmissione, la conservazione e l’accesso alla conoscenza. Nei prossimi decenni nessuno potrà fare a meno della rete e le prospettive sono di una sempre maggiore pervasività: ovvio che il dibattito fra critici ed entusiasti si animi di volta in volta sulle continue novità che questa piattaforma consente e consentirà. Parlo di ‘piattaforma’ perché è il termine che  meglio sottolinea, nelle ultime evoluzioni di Internet (Web 2.0), l’uso della rete non solo come supporto connettivo ma come luogo dove, in quanto utente (user), sperimentare maggiori possibilità di interazione con i siti, superando in questo senso lo stadio 1.0 basato unicamente sulla navigazione e la consultazione di una serie di pagine in formato HTML.

Proprio partendo dalla google generation il volumetto di Fabio Metitieri da poco pubblicato da Laterza, descrive il comportamento ‘da scoiattolo’ dei giovani utilizzatori della rete, poco avvezzi a una lettura attenta dei risultati ottenuti nella ricerca on-line, laddove il tempo medio di permanenza sulle singole pagine è comunque minimo, e gran parte del tempo complessivo è invece speso per la comprensione veloce dell’attinenza del risultato (e del successivo salvataggio su disco rigido), senza poi procedere alla disamina nel dettaglio di quanto si è scelto di archiviare. Una navigazione orizzontale, casuale che vaglia una molteplicità di documenti, ma poco verticale, non approfondita, che scende difficilmente nell’esame del singolo documento. E, fatto spesso curioso, se pensa di aver trovato ciò che interessa, allora decide di stamparlo, di materializzarlo nel suo formato che si pensa originario, autentico. Se ciò può essere ricondotto all’analisi delle abitudini informatiche in pieno mutamento, del tutto diverso è il dato secondo il quale nell’immaginario dei ‘nativi digitali’ la rete va a coincidere con Google (o comunque con il motore di ricerca): la google generation non ha percezione di alcuna differenza fra i diversi risultati che una ricerca su Internet può dare. Tutto è gratis, tutto è assolutamente sullo stesso piano. Sotto un profilo puramente giornalistico, si potrebbe dire che a venir meno è la capacità di valutare l’attendibilità di una fonte on- line.

A tal proposito Metitieri riporta anche la disciplina che, già in ambito anglosassone, molto meno in Italia, si occupa di studiare i modi della conoscenza dell’organizzazione della conoscenza sulle reti informatiche. Non è solo un gioco di parole, ma l’idea centrale dell’information literacy: ossia la possibilità di imparare ad imparare, di possedere gli strumenti cognitivi adeguati per trovare un’informazione sul Web e riconoscerne la validità. Dunque la comprensione  dell’organizzazione della conoscenza sulla rete e il continuo esame delle fonti; associata alle competenze nell’utilizzo dei diversi strumenti, l’information literacy può essere considerata, per quanto concerne il lavoro umanistico del cittadino istruito del futuro, al pari delle arti liberali (grammatica, retorica e logica) per il cittadino istruito nel mondo medievale. Può sembrare un valore debole, per chi proviene dal mondo accademico delle biblioteche e degli archivi, ovviamente educato al confronto e alla verifica delle fonti nella ricerca storica, ma è un valore che, nello scenario incerto del futuro, ci si auspica venga divulgato e insegnato quanto più possibile, perché davvero i modi del sapere (la sua circolazione, la sua conservazione) stanno mutando velocemente e il rischio è che manchi per le generazioni totalmente digitali un paradigma valido su cui questo sapere va fondato.

“Nessuna mediazione”, è il secondo aspetto che chiama in causa direttamente l’information literacy. Dunque il mondo dei blog e la realtà di un’informazione e un sapere libero da intermediari, (giornalisti, editori, bibliotecari cui è sottratto il compito di farsi autori/autenticatori di risorse on-line). La filosofia del Web 2.0 è la possibilità di mettere on-line contenuti generati dall’utente (Used Generated Content). Questo aspetto di per sé non è innovativo, nel senso che contenuti prodotti dagli utenti, i quali non si limitano semplicemente a scaricare e leggere pagine web, saltando da un link a un altro, ma contribuiscono e interagiscono direttamente, sono anche quelli delle vecchie liste di discussione o dei newsgroup, assai più vecchi dei blog. La tesi di Metitieri è qui apertamente polemica nei confronti della definizione di Web 2.0 elaborata da Tim O’Reilly, che è definito una “brillante operazione di marketing” dove, stante l’idea di democraticità e accessibilità della rete, riunendo sotto un’unica etichetta tutto ciò che di nuovo si è visto on-line negli ultimi anni (blog, social network, wiki) si è sancita la nascita di un secondo stadio del Web. In questo senso anche  Berners-Lee, ideatore del World Wide Web, parla del Web 2.0 come di “un’espressione gergale di cui non si sa l’esatto significato”; al di là delle posizioni polemiche – se il Web 2.0 sia o non sia un inganno – una serie di dubbi, non chiaramente risolti, emergono dalla lettura di queste pagine, e – credo – riguardano esplicitamente lo statuto della conoscenza sperimentabile sulla rete.

Fra tutti la personalizzazione dell’informazione, e quindi della conoscenza, sempre più frammentata e autoreferenziata, è quello che più lascia interdetti. La spinta egualitarista del mondo dei blog, contro cui Metitieri si muove con particolare puntualità, ha in sé il rischio di essere solo virtualmente uno spazio di conoscenza condivisa: la conversazione, che era alla base dei blog, pensati come spazi personali di condivisione di contenuti raccolti e prodotti per essere messi on-line e commentati, rischia di perdersi in un modello diffuso di affermazione personale, in una lotta per apparire che è comunque individuale e che si pone in contrasto con la logica comunitaria della rete. Il blog, nato come spazio personale per mettere in comune i risultati della propria navigazione in rete è divenuto uno spazio di autopromozione che solo fino a un certo punto può avocarsi il ruolo di dare voce dal basso a tutti, praticando quel citizen journalism tanto citato quando si parla di Web 2.0 come spazio alternativo ai media mainstream. Posizioni critiche, che forse nella ‘blogosfera’ difficilmente potranno essere discusse, ma che risentono anche del dibattito estremizzato sulle nuove tecnologie cui spesso s’assiste: il Web che diventa o il demonio o il paradiso futuro cui tutti avremo accesso.

Altre questioni aperte sono, in riferimento al futuro paradigma del sapere on-line, il ruolo delle biblioteche – rivoluzionate dalle possibili collaborazioni degli utenti nella catalogazione dei documenti attraverso le tag che già si trovano nei blog – e quello degli archivi ‘aperti’ (open archive) che nella ricerca accademica permettono la validazione e la valutazione di documenti prima della loro pubblicazione. Esempio chiave di tutto ciò è l’ideologia free che sta alla base di Wikipedia: fra i molti dubbi sollevati quelli relativi alla compilazione di termini più attuali e controversi – per i quali si scatena una vera e propria ‘guerra’ fra gli utenti per la continua modifica –  e la conseguente stabilità di altre voci, che dopo un iniziale dibattito trovano una loro definizione, la quale, per le voci di nicchia, può anche essere la sola.

Il panorama complessivo è dunque quanto di più vario e indefinito, ben altro che un semplice stadio ulteriore di un supporto. Il sapere on-line ha necessità di essere valutato anche in base alle strategie entro cui è stato organizzato: di fronte all’apparente caos e deriva informativa occorre possedere strumenti che non si limitino all’accettazione passiva di un modello di conoscenza diffuso, aperto e incontrollato, ma che offrano pur sempre autenticatori validi.

YOU TUBE

maggio 26, 2008

RICERCA YOU TUBE

Maggio 24, 2008

 

Alla recente Fiera del libro di Torino è stato presentato il libro di Glauco Benigni intitolato Come sopravvivere a Youtube – Guida al sito più visto del mondo. Il libro è il primo tentativo in Italia di analizzare un fenomeno per molti versi straordinario, quello di un sito che prova in maniera completamente innovativa – dice l’autore – a prendere il posto della televisione. Gli fa eco Chad Hurley, capo di Youtube che afferma: “No, non vogliamo prendere il posto della tv, il nostro interesse è quello di rendere Youtube disponibile per il maggior numero di media possibili. Ora siamo negli iPod, nei cellulari Nokia, Lg, Motorola, nella Apple tv e, ovviamente, in Internet. Ma non ci poniamo limiti. Pensiamo che il fatto di poter essere visti ovunque, in qualsiasi momento, per due o tre minuti, sia la chiave determinante per il nostro successo futuro. Non siamo contro la tv, siamo integrati con essa, siamo complementari […] il modo in cui i nostri utenti usano il video è simile al modo in cui si usava la fotografia qualche anno fa. Il mezzo è cambiato, adesso c’è internet, ma l’idea di base è la stessa, condividere con gli altri un’esperienza positiva, un’immagine, un ricordo, un’idea. Se a questo si aggiungono pezzi di film, videoclip, spezzoni di programmi televisivi, la memoria collettiva diventa ancora più grande e condivisa”.

 

STORIA

 

L’azienda You Tube è stata fondata nel febbraio del 2005 da Chad Hurley e Steve Chen , che attualmente ricoprono rispettivamente i ruoli di Chief Executive Officer e di Chief Technology Officer. Sono diventati miliardari inventando un fenomeno da 100 milioni di video caricati, 20 milioni di visitatori al mese, 65 mila filmati aggiunti ogni 24 ore.

Come già detto, Mr Hurley, capelli lunghi e aria sbarazzina, è a capo di You Tube, e ha guadagnato nei primi venti mesi di attività 1,65 miliardi di dollari, provenienti anche dalla vendita dell’azienda a Google nel novembre del 2006.

Nonostante il breve tempo di attività You Tube è il sito web che presenta il miglior tasso di crescita ed è il quarto sito più visitato del mondo dopo Google, Msn e Yahoo.

Dopo che Chad e Steve, i due fondatori di YouTube, hanno venduto la propria società a Google, per l’incredibile somma di 1,65 miliardi di dollari (continuando comunque a lavorare in YouTube e mantenendo anche gli attuali 67 dipendenti), la loro vita è entrata in una specie di cassa di risonanza per cui tutti hanno iniziato a interessarsi a loro: come hanno fatto 2 ragazzi volenterosi a creare questo mostro di popolarità su Internet ? Basta una semplice idea geniale per diventare ricchi ? Di acquisizioni famose da parte di Google e di Yahoo ve ne sono a decine (addirittura anche una italiana di Alice con Segnalo), ma questa ha un suo fascino particolare. Alzi la mano chi non ha mai visto un filmato su Youtube o che non ha mai pubblicato un proprio video.

Ma oltre all’idea semplice e geniale, molti fattori hanno concorso al successo di questo progetto: la formula “all-free” (fino ad oggi non hanno mai incassato un dollaro per i video pubblicati) e la competenza tecnica dei 67 programmatori e uomini marketing, sono stati effettivamente essenziali. Ma come ha fatto YouTube a permettersi di mantenere il tutto gratuito per un anno e mezzo avendo a stipendio una settantina di persone ? Questo è merito di una società semi-pubblica che ha come obiettivo quello di fare da incubatore nei confronti di nuove aziende con nuove idee e di sostenerle al 100% economicamente e finanziariamente (si chiama Sequoia Capital e l’investimento su YouTube è stato di 11 milioni e mezzo di dollari), mettendo a disposizione soldi liquidi a fondo perduto per realizzare un’idea. Se l’idea va bene e si realizza, quotano l’azienda in borsa, e portano a casa enormi guadagni, altrimenti è stato solo un investimento andato a male. Sequoia quindi è una delle tante società Incubator che mette i soldi per le startup, ed è la stessa società che ha lanciato Google, Apple, PayPal, Yahoo, Oracle, Meebo e altre decine di aziende oggi leader.

Questa fusione ha portato al Fondo Sequoia, una plusvalenza di oltre 480 milioni di dollari, in meno di due anni. Considerando che Sequoia ha iniettato nell’impresa appena 11,5 milioni di dollari, è evidente come questa operazione si configura come una delle più grandi creazioni di valore nel mondo delle startup degli ultimi 5 anni.

Inoltre You Tube ha concluso numerose alleanze con fornitori di contenuti come CBS, BBC, Universal Music Group, Sony Music Group, Warner Music Group, Nba, Sundance Channel e molti altri.

 

TECNICA

 

In sostanza You Tube è un sito web che consente la condivisione di filmati tra i suoi utenti.

La tecnologia video del sito si basa su Flashpalyer 7 di Macromedia e utilizza il codec video Sorenson Spark H.263. Questa tecnologia permette a YouTube di mostrare video con una qualità comparabile a quella di molti altri player affermati (come Windows Media Player, RealPlayer o il QuickTime Player della Apple), che generalmente richiedono all’utente il download e l’istallazione di un plugin per il browser per visionare il video. Flash stesso richiede un plug-in, ma il plug-in del Flash 7 è generalmente presente approssimativamente nel 90% dei computer connessi ad Internet. È possibile usare in alternativa una versione recente di Gnash.

YouTube converte i video nel formato .FLV (Adobe Flash Video) dopo il caricamento (upload). L’estensione è in seguito tolta dal file. Esso è conservato in un sottodominio dal nome oscurato, in modo tale da rendere il ripping più difficile.

YouTube ufficialmente accetta video nei formati .WMV, .AVI, .MOV, .3GP e .MPEG.

Gli utenti possono inviare i video in molti formati comuni (come .mpeg e .avi). YouTube li converte automaticamente in H.263 (con l’estensione .flv) e li rende visionabili online. Flash Video è un formato popolare, il suo largo utilizzo è dovuto all’ampia compatibilità.

Il 18 giugno 2007 YouTube ha lanciato il proprio programma di video editing online, chiamato YouTube Remixer. Il programma permette agli utenti di modificare i propri video direttamente online. Esso si presenta come un’altra estensione dei servizi resi possibili grazie al Web 2.0.

 

POLEMICHE e CAUSE

 

Nella homepage del sito www.youtube.it c’è un link particolare in cui vengono elencati i termini d’uso per chi espone il proprio video, i quali costituiscono un accordo legalmente vincolante tra questi e Youtube. Molto importante è la parte in cui viene negato di pubblicare o caricare alcun video che contenga contenuto illegale per il  paese in cui si è residenti, o che sarebbe illegale per YouTube; in più non si deve caricare o pubblicare alcun video che sia soggetto a diritti proprietari di terzi (compresi diritti di privacy o diritti di pubblicazione). Lo stesso sito ha creato il Content Verification Program che ha il compito di filtrare i filmati.

 Nonostante ciò YouTube viene spesso sommerso di polemiche a causa di video trasmessi e poco graditi dai navigatori.
Nella miriade di filmati che ogni giorno vengono visualizzati sul sito, è probabile che ci siano video girati da un gruppo di navigatori “da non imitare”.
I bulli hanno trovato in YouTube un valido alleato per vantarsi delle propria gesta e mostrare a tutti la violenza esercitata su ragazzi affetti da handicap o su giovani ragazze e ragazzi indifesi. In America li chiamano cyber bulli. È la generazione di ragazzi che pubblicano su you tube i video in cui picchiano amici più deboli, che inviano alla loro tribe ripetutamente sms intimidatori o di scherno, che rubano foto scattate con il telefonino e le diffondono senza nemmeno la consapevolezza di violare l’altrui privacy.

Molti hanno denunciato il non funzionamento del Content Verification Program e la reiterata presenza online di materiale video sotto copyright. Lamentano che YouTube non metterebbe in campo alcuna misura preventiva per evitare che gli utenti possano mettere online materiale protetto. Nonostante Google abbia predisposto uno strumento di segnalazione dei filmati al fine di praticare un intervento censorio sui contenuti sotto copyright, il funzionamento di tale strumento non avrebbe trovato rispondenze nella realtà e dunque andrebbe a costituire un semplice intervento di facciata privo di reale utilità.

Infatti in molti hanno fatto causa al sito, dagli animalisti (per un filmato dove viene torturato un pesciolino rosso) al cantante Prince (che è stato il primo artista a fare causa a Youtube per come vengono pubblicati e trattati i video delle sue performance). Lo staff del sito ha poi rimosso sia il video contestato dagli animalisti, sia 2000 video di Prince.

Ma la lista degli scontenti è ancora lunga: la ex moglie del calciatore Ronaldo, Daniella Cicarelli, ha fatto causa per un video in cui si lasciava andare a tenere effusioni sulla spiaggia col “fenomeno”.

Il National and Legal Policy Center, un gruppo no-profit che non è legato in alcun modo alle case editrici o alle major, ha lamentato la presenza di almeno 300 film piratati in versione integrale che tutti insieme sono stati visualizzati 22 milioni di volte. Si tratta di materiale popolare come Shrek Terzo, Ocean’s Thirteen e The Bourne Ultimatum.

L’emittente televisiva Fox ha citato in giudizio YouTube per la diffusione di quattro episodi pirata della serie 24, telefilm di genere thriller. Un reato perpetrato in rete anche a danni di un’altra serie famosa a tutti, I Simpson, di cui sono stati diffusi ben 12 puntate

 Inoltre contro Google, proprietario e responsabile delle attività YouTube, pende una class action firmata da una parte dalla Football Association Premier League Limited (alias “Premier League”, la Serie A di calcio inglese) e dall’altra dalla produzione musicale indipendente di Bourne (statunitense). Entrambe le parti puntano il dito contro YouTube contestando i molti materiali protetti da copyright presenti sull’archivio. Viene contestato che YouTube non metterebbe in campo alcuna misura preventiva per evitare che gli utenti possano mettere online materiale protetto.

Anche la Lega Calcio Francese e la Federazione Francese del tennis hanno deciso di unirsi alla causa; così come la NMPA, l’associazione delle edizioni musicali americana, assieme alla Rugby Football League, all’autore Daniel Quinn e alla Finnish Football League.

Il conglomerato dei media Viacom, che ospita marchi come Mtv e Paramount, ha chiesto a Google di togliere dal database più di centomila clip che erano stati caricati senza autorizzazione e in più ha chiesto il risarcimento di circa un miliardo di dollari.

Questo è un piccolo campione rispetto al mare di cause che pendono su Youtube. Da sempre infatti sul sito di videosharing vengono uploadati e pubblicati senza controllo video contenenti materiale protetto da diritto d’autore (siano essi pezzi musicali o estratti da film), con la relativa e giustificata protesta dei legittimi detentori di tali diritti. Protesta che spesso trova sfoghi molto onerosi nelle aule di tribunale.

 

NUOVA ERA  ?

 

Ovviamente dal sito vengono rimossi i filmati contestati, ma ora sta iniziando quella che probabilmente è una nuova era nella quale lo staff cerca di normalizzare una situazione di fatto insostenibile; un esempio lampante è l’accordo siglato assieme ad una delle associazioni che detengono i diritti per i brani di molti importanti autori britannici. Così almeno per i 50.000 artisti rappresentati dalla Mcps-Prs Alliance (una delle più grandi società che riuniscono autori, editori e performer del Regno Unito), non ci sarà più motivo di protesta e chiunque potrà utilizzare liberamente i loro brani. Il sistema di retribuzione che YouTube si impegna ad attuare funziona tramite il calcolo dei minuti effettivamente visualizzati (e quindi ascoltati) dei brani in questione, quindi più un video contenente un certo pezzo musicale è visualizzato e più grande sarà la fetta di introiti che spetterà all’artista in questione. Gli introiti sono una tariffa flat che YouTube si impegna a versare alla società editrice (assieme al report su quanti hanno ascoltato cosa) che poi si incarica di operare la divisione. Quale sia l’ammontare della cifra forfettaria non è stato ancora rivelato. La parte più dura tuttavia sarà mettere a punto un sistema per identificare i brani contenuti nei video (che spesso sono dei sottofondi) e calcolarne i minuti di visualizzazione e quindi ascolto. Una tecnologia alla quale YouTube sta lavorando da tempo.