Archive for the ‘IMI – YouTube’ Category

Youtube e il tormentone “GanGnam Style”

febbraio 19, 2013

Un enorme successo per un video e una canzone che non significano un granché. Questo è stato ciò che ha ottenuto Gangnam Style grazie a Youtube: il singolo K-Pop del rapper sud coreano PSY, dal 24 novembre 2012 è infatti il video più cliccato in assoluto e il 21 dicembre 2012 è stato il primo a superare il miliardo di visualizzazioni.

Grazie a un tam tam internazionale la canzone è schizzata alle vette delle classifiche musicali e il video ha battuto ogni record sul più famoso portale web per il servizio di distribuzione gratuita di video online; in onore di questo grande successo Youtube ha dedicato a PSY e al suo singolo un Gif animato che ripete il ballo che il cantante fa nel video e che compare a fianco al numero delle visualizzazioni.

Nel video di Gangnam style, che si riferisce al quartiere più chic di Seoul, PSY balla fingendo di andare a cavallo. Una danza al limite del ridicolo ma che è diventato un vero e proprio tormentone tanto da favorire un pullulare di flash mob in tutto il mondo, da Atlanta a Torino, da Toronto, a Sidney, fino a Parigi e Roma.

Questo videoclip ha quindi portato grande successo e popolarità a PSY il quale ora oltre ad essere conosciuto in tutto il mondo è anche imitato dalle più grandi pop-star internazionali come Madonna, Heidi Klum, il segretario Generale delle Nazioni Unite, al sindaco di Londra Boris Johnson, e il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Ma il successo, e soprattutto il ritorno economico, lo ha avuto Google che con la potenza della sua grande piattaforma Youtube, acquistata nel 2006, ha dichiarato che la hit di Psy ha generato profitti pari a 8 milioni di dollari, tra download su iTunes, streaming e vendite su servizi online disponibili solo in Corea. Il video per ora sta generando in media 0.65 centesimi di dollaro ogniqualvolta che un utente lo guarda. Psy dunque oltre ad aver superato famose hit di Youtube, come i brani di Justin Bieber, di Jennifer Lopez e di altri artisti, ottiene da Google circa 4 milioni di dollari solo grazie a Youtube.

PSY e Eric Schimdt, presidente esecutivo di Google

Youtube, il portale web nato nel 2005 e fondato da Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim. Youtube, uno dei più famosi esempi di gestore di UGC (contenuti realizzati in modo indipendente e amatoriale dagli utenti). Youtube, punto di riferimento per lo streaming di clip video su internet. Youtube, un’azienda che ogni giorno stima 100.000.000 visualizzazioni. Youtube, un’azienda capace di rendere famoso un video musicale in cui un uomo balla la danza di un cavallo e che ci guadagna più di 8 milioni di dollari.

Veronica Raineri

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Youtubers fenomenali

giugno 21, 2012

Esiste persino una voce di Wikipedia dedicata alle “YouTube personalities”. Okay, per il momento non disponibile in lingua italiana, ma è facile ovviare a questa mancanza con un minimo di padronanza dell’inglese o spulciandosi, in alternativa, tutta una serie di siti web in cui si parla anche degli Youtubers più famosi d’Italia. Immagine

Ad ogni modo, “youtube personalities are those persons or groups who have grown to prominence because of their appearance in videos on Youtube”, ci illumina Wikipedia, e io aggiungerei che alcuni di loro hanno la fortuna di ottenere un ingaggio nell’ambito per cui si erano proposti su questa vetrina virtuale di straordinaria efficacia.

Tra gli Youtubers italiani che possono dirsi fortunati, poiché hanno avuto un qualche tornaconto da questa esposizione autoimposta al pubblico ludibrio, indicati come i più famosi da WebSelecta, ho riconosciuto molti dei miei miti degli ultimi anni: Maddalena Balsamo, Willwoosh, Clio, LaMenteContorta. Il numero altissimo delle visualizzazioni e dei fan iscritti ai vari canali parla chiaro. Mancano, nell’elenco di WebSelecta, poiché non hanno ancora raggiunto la notorietà che gli spetta, i The Pills.

Immagine

Questi quattro disgraziati – mi permetto di apostrofarli così perché l’interattività del mezzo mi ha dato modo di scambiare più di due parole con Luca Vecchi, il regista – dallo scorso 5 novembre caricano su Youtube gli episodi spassosissimi di una web serie che racconta stralci di vita quotidiana.

I temi sono i più disparati. Dal momento che i nostri non lavorano e non sembrano neppure impegnarsi nello studio, si direbbe che abbiamo a che fare con un gruppo di simpatici fuori corso che non vivono con mamma e papà, per cui vicini anche alla vita dei fuori sede, alla prese con problemi esistenziali del calibro dell’Erasmus, delle bollette da pagare, dell’eventualità terribile di trovarsi un lavoro, ecc.

Di norma si tratta di video a sé stanti ma non sono mancate storie a puntate, la cui risoluzione finale ha tenuto con il fiato sospeso me e gli altri 3700 e passa adepti sul canale Youtube loro omonimo, cui vanno sommati i 230 su quello creato appositamente per la prima stagione della serie, perché ormai si sono montati la testa, e gli oltre 6500 sulla pagina fan di Facebook; tutti numeri che crescono di continuo.

La democraticità, del web in generale, di Youtube nel caso particolare, e l’interattività del mezzo Facebook non sono naturalmente le sole ragioni del successo di questi ventiseienni romani. I The Pills sono dotati di una discreta faccia tosta, all’occorrenza pure “piaciona”, perché pure l’occhio vuole la sua parte, di un innegabile talento per le gag comiche estemporanee, di una mimica facciale non da poco, di inventiva, specialmente; il tutto infarcito di citazioni cinematografiche più o meno colte e rigorosamente in un b/n-ignorante -nel senso che non avevano chi si occupasse della fotografia- di cui si fanno vanto.

Se questo fosse un mondo giusto, i The Pills lavorerebbero da un pezzo nel cinema, o magari in televisione, che sarebbe naturalmente diversa da com’è ridotta oggi. Nel mondo -mediatico- insoddisfacente che ci è toccato, perlomeno ci è data l’opportunità di goderci i nostri miti da vicino. Mi auguro che il piccolo spazio che i The Pills si sono conquistati fino ad ora con le loro capacità si allarghi sempre più e che prima o poi “du spicci” entrino in queste tasche, come incentivo a lavorare il doppio, s’intende, per un pubblico che già li adora.

Sabrina Colandrea

Una licenza Creative Commons per You Tube

giugno 7, 2011

Il diritto d’autore e il web 2.0 non sono poi così incompatibili. You Tube, la piattaforma che più ha mandato in crisi il copyright musicale, ha accolto una licenza Creative Commons: chi la sottoscrive autorizza gli utenti a modificare e commercializzare l’opera, a patto che citino sempre l’autore.

Per gli iscritti alla community è stata anche creata un’area di “editor” che raccoglie tutti i video con licenza CC in cui ci si può sbizzarire nel remix dei video a disposizione senza passare per pirati. Ciò non vuol dire che si potranno caricare video protetti da copyright tradizionale aggiungendoci semplicemente la licenza CC. A guadagnarci, però, sono tutti quegli utenti che caricano video per farsi conoscere, i giovani artisti soprattutto, e non volendo o non potendo affidarsi al copyright tradizionale per limiti di tempo e denaro, d’ora in avanti potranno sottoscrivere la licenza direttamente sulla pagina di caricamento di You Tube.

Un tentativo di mettere un pò’ d’ordine nella giungla del web, sperando che gli utenti capiscano la differenza tra “copiare” e “condividere”, verbi diventati spesso sinonimi anche se solo il secondo è davvero in linea con la logica del web 2.0.

Leggi l’articolo su lastampa.it .

Freddo virale(!)

aprile 7, 2011

New York, Grand Central Station. It’s freezing!

La più grande stazione ferroviaria del mondo si blocca all’improvviso. Oltre 200 agenti sotto copertura si “congelano” sul posto nello stesso istante e rimangono immobili per cinque minuti esatti. Views: quasi 26 milioni.

Siamo sempre di fretta, di corsa, affannati… Cosa ne dite di fermarvi un po’?

Una mia amica mi aveva inviato il link a questo filmato per e-mail. Mi aveva anche invitato a pietrificarmi nell’atrio della stazione Brignole di Genova; l’appuntamento: martedì 3 giugno 2008 dalle 7,57 alle 8 spaccate. Come punto di riferimento, avremmo usato l’orologio della stazione.

Non ci sono andato. Probabilmente, quel giorno dovevo studiare, o non lo so. Ma mi sarebbe piaciuto. L’hanno fatto davvero, alla fine? Di nuovo, non lo so. Alla mia amica non l’ho più chiesto. Voi ne sapete qualcosa?

(Ah, a proposito di flash mob e affini… Qualcuno di voi si ricorda dei film “L’esercito delle  12 scimmie” [1995], di Terry Gilliam, e “Fight Club” [1999], di David Fincher? Alcune scene potrebbero riguardarci da vicino…)

… “and way too much free time”…

aprile 5, 2011

Vi ruberò solo qualche minuto.

1) “LA DANZA DI MATT – video virale”

Quello che segue è un fulgido esempio di video virale. Disgraziatamente, non l’ho trovato da solo, quindi dovrò postare anche qualcos’altro. Godetevelo, comunque, e a schermo intero: merita.

Matt è un grande. Balla in giro per il mondo. E non importa come: l’importante è ballare. Ci si riempie di entusiasmo. Pare che sia pure contagioso.

2) & 3) “Time-lapse beauty / Dove evolution commercial” + “Dove Evolution Parody”

Dal momento che, fin qui, sono stato molto inefficiente, cercherò di farmi perdonare linkandovi uno “spoof” che ho trovato piuttosto divertente. Prima, però, guardate il video parodiato, quello originale, altrimenti l’effetto si perde.

Uno spot pubblicitario con una finalità etica. Bello. Mi auguro che la politica aziendale di “Dove” sia in linea con questo messaggio.

E questa era la parodia.

4) “Extreme Diet Coke & Mentos Experiments II: The Domino Effect”

Ed eccoci finalmente arrivati. Questo è il video virale che ho selezionato appositamente per voi, dopo estenuanti ricerche.

“251 two-liter bottles of Diet Coke, 1.506 Mentos mints and way too much free time”!

Come commentare una simile meraviglia? Questi tizi sono assolutamente dei geni. Un consiglio: non bevete Coca Cola(!), è assolutamente inutile. Forse è anche pericolosa.

5) Saluti!

Beh, è giunto il momento di salutarci. A questo punto, posso solo sperare:

1) che nessuno abbia postato gli stessi video proprio mentre bloggavo;

2) di non aver fatto pasticci con i link.

Direi la seconda, soprattutto. Si rischiano figure barbine.

Alla prossima!

Il minatore scatta un’istantanea al Paese

febbraio 17, 2011

Se vi interessa sapere di che cosa parlano in questo momento i video più visti e condivisi su YT, ci vuole meno di un minuto, il tempo di un click. Vi apparirà una nuvoletta fatta di tag, che a colpo d’occhio, rivela più di tante analisi che occuperebbero schermate di testo.

Parliamo di YouTube miner™, l’applicazione sviluppata da Eikon Strategic Consulting, nell’ambito del suo blog Misurare la Comunicazione, che permette di vedere sinotticamente quali sono i temi predominanti della settimana, dal punto di vista di YT e dei suoi utenti, in riferimento a  tre ambiti: Notizie e Politica, Scienze e Tecnologie e Auto e Veicoli; quest’ultimo ambito, sicuramente è di interesse meno generale rispetto ai primi due, ma probabilmente la sua presenza è giustificata dall’indubbio interesse degli inserzionisti pubblicitari di settore/clienti Eikon.

Il “minatore” estrae le tag dei cento video più visti e più condivisi anche all’esterno (su Facebook e su Twitter) e le processa: i dati vengono elaborati, “pesati” e infine tradotti graficamente sotto forma di una cloud tag. Le parole hanno grandezza e colore variabile, a seconda, rispettivamente, della loro ricorrenza e della loro novità (i temi più “freschi” hanno un colore più chiaro rispetto a quelli già consolidati).

Diamo un’occhiata alla nuvoletta Notizie e Politica, con riferimento alla settimana dal 7 al 13 febbraio, passando velocemente in rassegna i tag, in ordine decrescente. Tra le prime 100 parole-chiave predomina su tutte berlusconi, presente in classifica da tempo immemorabile, segue l’inscindibile triade arcorebungaruby (le ultime due più fresche della prima) con un peso simile troviamo rai, a seguire travaglio, libertà e, leggermente più in piccolo e più nuova, festini; poi la strana coppia santoro/tommasi, con giustizia a pari merito e, a ruota, dimissioni e kubica (più recente), tallonati da saviano, intercettazioni e telegiornale. Poi troviamo manifestazione e governo. Segue, piccola piccola, l’accoppiata mubarak/rubacuori, preceduta, di una lunghezza appena, da spazzatura.

YouTube: W il tutorial (rosa), ma con giudizio

febbraio 16, 2011

Con questo mio post d’esordio entro nel blog in punta di piedi, rispettando la  nota regola di netiquette secondo la quale, prima di entrare in uno spazio virtuale, è buona norma fare un giro per orientarsi e vedere di che cosa parlano gli altri. E nel corso di questo mio sopralluogo all’interno delle stanze abitate da IMInotauri mi sono imbattuta nel post dal titolo YouTube-ite: “malattia” contagiosa o allegra condivisione di esperienze? che l’autore chiude così: “Volevo sapere cosa ne pensate e se il successo che questo sito sta avendo può essere considerato avvenuto a discapito della “salute” dei suoi utenti”.

A mio modesto parere, YT è una simpatica malattia contagiosa, perché guardarlo è divertente,  e anche una allegra condivisione delle esperienze più disparate; ma non dimentichiamo l’aspetto più importante, la dimensione pratica:  niente prima di YT poteva farci vedere i trucchi di Photoshop, o i segreti di  un complicato punto all’uncinetto. Leggere non bastava, per capire. Come si stira una camicia?  Alcune task poi, i libri non le avevano mai spiegate. Ecco, credo che la quintessenza di questo mezzo sia il tutorial; qualsiasi cosa vogliate imparare, nessuno darà per scontato che “anche un idiota sa come si fa”.

Il problema è che a volte su Youtube gli idioti, pur non sapendo come si fa, insegnano. Non è difficile, basta mettere le mani su una videocamera da 50 euro. E’ questa, l’unica vera malattia che circola sul Tubo. Possiamo difenderci da questo virus? Sì, iscrivendoci ai canali della gente in gamba, che 1) è in grado di formulare un pensiero almeno  in parte originale 2) conosce bene l’argomento di cui parla 3) lo fa utilizzando un buon italiano. Occorre saper selezionare, e non perdere tempo prezioso, ammalandosi così della forma più insidiosa di youtube-ite di cui parlava il post di cui sopra. Certo, è difficile saper discernere a 14 anni, e qui si aprono altre questioni.

Passiamo ora dall’ambito generale alla fenomenologia spicciola. Per farlo, entriamo nel mondo delle guru della bellezza, le MUA (Make Up Artists) regine dei tutorial che insegnano a  riprodurre i look più trendy (“Ecco il trucco di Lady Gaga”). Sono loro, le protagoniste delle review e delle haul sui cosmetici. Funziona così: se sei al top diventi un personaggio come Giuliana, scrivi libri come Clio, lanci una tua linea di cosmetici e fai un sacco di soldi come Laureen Luke; se sei in gamba fai vedere come si fa un trucco decente. Se sei un po’ meno brava, fai le recensioni dei cosmetici appena usciti. Se sei una ragazza priva di qualsiasi abilità, anche e soprattutto per quanto riguarda la padronanza dell’italiano e del suo ampio spettro di aggettivi, ti limiti a far vedere i frutti della razzia (haul) fatta in profumeria. Se, infine, sei totalmente inconsapevole dei tuoi limiti, ti avvii ad una brillante carriera di mostro del web.

Al di là dei casi limite, Il mondo delle guru  ha di recente richiamato l’interesse del web, sia perché questi canali sono tra i più seguiti, come si vede dalla recente classifica settimanale dei video più visti di MrBlog, sia perché hanno dato vita ad un imponente fenomeno sociologico. Hanno diffuso su larga scala tecniche e strumenti in precedenza appannaggio dei truccatori professionisti; hanno desacralizzato la figura del makeup artist, sostituendolo con “la (finta) ragazza della porta accanto” (chissà che cosa penserebbe il povero Gil Cagnè, autorevole e ieratico visagista francese degli anni ’70/’80, baffomunito); ma, soprattutto, le guru hanno invertito le dinamiche di consumo dei prodotti di bellezza, perché sono in grado di incidere significativamente “dal basso” sulle scelte di acquisto delle ragazze di tutto il (primo) mondo. Le grandi case se ne stanno accorgendo, e scendono in campo con i loro canali di brand; si sforzano di parlare lo stesso linguaggio delle guru, ma è una battaglia persa: ambientati in finte camerette, risultano ingessati e noiosi.

YouTube-ite: “malattia” contagiosa o allegra condivisione di esperienze?

giugno 8, 2010

Risulta decisamente inutile presentare un sito web dal successo planetario come Youtube. Per l’appunto il mio commento vuole essere diretto a tutti coloro che, in qualsiasi modo, usufruiscono o partecipano, postando video, allo sviluppo di questo sito. Molte persone utilizzano YouTube esclusivamente per condividere con il resto del mondo le proprie esperienze, i propri ricordi,  far girare per la rete le proprie foto e video.  Molti altri si servono dei video inseriti da altri utenti per tenersi aggiornati o per riuscire a vedere determinate sequenze video di un evento che non erano riuscite a vedere in diretta (per esempio le sintesi del campionato di calcio, dei gp di formula1 e moto, ecc). Lo sviluppo  che ha avuto YouTube dalla sua nascita nel 2005 era difficilmente ipotizzabile, ma non così impossibile. La naturale curiosità umana è fenomeno portentoso che non conosce limiti e che ottimimamente si sposa con un’idea simile. Non poteva essere creato terreno più fertile per l’irrefrenabile desiderio dell’uomo di interessarsi agli affari degli altri. Non c’è niente di male in una sana curiosità, bisogna vedere, però, fino a che punto si spinge; se riesce a  rimanere entro certi limiti. Qui sorge spontanea la domanda del titolo del mio post. Si può parlare di “malattia” per tutti gli utenti che di Youtube fanno un uso, a volte esagerato, oppure è semplicemente un ottimo mezzo per esprimere ed attuare una condivisione dei propri momenti di vita? Il bisogno di inserire, condividere, guardare video su Youtube si deve interpretare come fisiologica necessità di milioni di persone oppure come un semplice e divertente passatempo?  

Partendo dal presupposto che non ho una risposta a questa domanda, e che sono uno dei maggiori usufruitori di Youtube soprattutto per i video sportivi, volevo  sapere cosa ne pensate e se il successo che questo sito sta avendo può essere considerato avvenuto a discapito della “salute” dei suoi utenti.

YouTube lancia il formato TEXTp…ma è solo un pesce d’aprile

aprile 1, 2010

Un post leggero, per sorridere un po’ prima delle vancanze pasquali.

Anche quest’anno dalle parti di Mountain View non hanno resistito a giocare un piccolo scherzo ai milioni di affezionati internauti. Puntuale come non mai ecco il pesce d’aprile 2010 targato YouTube.

“Per mantenere i costi sotto controllo – si legge sul blog ufficiale – abbiamo deciso che il 1° di aprile è il giorno perfetto per compiere un importante passo per un nuovo modo di navigare YouTube con il formato testuale o TEXTp”.
In breve, si tratta di una “nuova funzionalità” che consente di ridurre i video al loro formato originale, trasformando le immagini in una serie di numeri e lettere colorati. Un modo per  far risparmiare a Google 1 dollaro al secondo in costi per la banda larga e promuovere l’alfabetizzazione. O meglio, un creativo pesce d’aprile, come la stessa compagnia ammette con una breve nota informativa in calce a ogni video visualizzato con la nuova, scherzosa modalità.

Per farsi due risate, duqnue, basta aggiungere il suffisso “&textp=fool” alla URL della maggior parte dei video. O, forse ancor più semplicemente, cliccare su TEXTp nel menù a tendina che elenca tutti i formati qualitativi nei quali un video è disponibile.

Il grande inganno del Web 2.0

maggio 8, 2009

9788842089179.jpgInterrogarsi sulla tecnologia presente non vuol dire riuscire sempre ad afferrare con certezza quale sarà lo statuto della conoscenza nel futuro. È da tempo che si parla di Web e delle sue applicazioni: spesso vengono descritte come il ‘nuovo’, la nuova tecnologia, i nuovi canali di comunicazione, senza riuscire a coglierne fino in fondo la  portata storica nell’evoluzione dei processi sociali. Se di rivoluzione si tratta, questa si è già compiuta. Le proporzioni del Web sono ormai universali e come tali oggi vengono pensate, nonostante si abbia consapevolezza solo in parte del digital divide che ancora caratterizza il contesto italiano. Piuttosto ci si riferisce alla penetrazione di massa di Internet  – soprattutto fra le giovani generazioni, quelle nate dopo l’avvento del Web e che quindi non conoscono una realtà senza rete (la google generation come qualcuno l’ha chiamata) – e al suo uso indiscriminato per la trasmissione, la conservazione e l’accesso alla conoscenza. Nei prossimi decenni nessuno potrà fare a meno della rete e le prospettive sono di una sempre maggiore pervasività: ovvio che il dibattito fra critici ed entusiasti si animi di volta in volta sulle continue novità che questa piattaforma consente e consentirà. Parlo di ‘piattaforma’ perché è il termine che  meglio sottolinea, nelle ultime evoluzioni di Internet (Web 2.0), l’uso della rete non solo come supporto connettivo ma come luogo dove, in quanto utente (user), sperimentare maggiori possibilità di interazione con i siti, superando in questo senso lo stadio 1.0 basato unicamente sulla navigazione e la consultazione di una serie di pagine in formato HTML.

Proprio partendo dalla google generation il volumetto di Fabio Metitieri da poco pubblicato da Laterza, descrive il comportamento ‘da scoiattolo’ dei giovani utilizzatori della rete, poco avvezzi a una lettura attenta dei risultati ottenuti nella ricerca on-line, laddove il tempo medio di permanenza sulle singole pagine è comunque minimo, e gran parte del tempo complessivo è invece speso per la comprensione veloce dell’attinenza del risultato (e del successivo salvataggio su disco rigido), senza poi procedere alla disamina nel dettaglio di quanto si è scelto di archiviare. Una navigazione orizzontale, casuale che vaglia una molteplicità di documenti, ma poco verticale, non approfondita, che scende difficilmente nell’esame del singolo documento. E, fatto spesso curioso, se pensa di aver trovato ciò che interessa, allora decide di stamparlo, di materializzarlo nel suo formato che si pensa originario, autentico. Se ciò può essere ricondotto all’analisi delle abitudini informatiche in pieno mutamento, del tutto diverso è il dato secondo il quale nell’immaginario dei ‘nativi digitali’ la rete va a coincidere con Google (o comunque con il motore di ricerca): la google generation non ha percezione di alcuna differenza fra i diversi risultati che una ricerca su Internet può dare. Tutto è gratis, tutto è assolutamente sullo stesso piano. Sotto un profilo puramente giornalistico, si potrebbe dire che a venir meno è la capacità di valutare l’attendibilità di una fonte on- line.

A tal proposito Metitieri riporta anche la disciplina che, già in ambito anglosassone, molto meno in Italia, si occupa di studiare i modi della conoscenza dell’organizzazione della conoscenza sulle reti informatiche. Non è solo un gioco di parole, ma l’idea centrale dell’information literacy: ossia la possibilità di imparare ad imparare, di possedere gli strumenti cognitivi adeguati per trovare un’informazione sul Web e riconoscerne la validità. Dunque la comprensione  dell’organizzazione della conoscenza sulla rete e il continuo esame delle fonti; associata alle competenze nell’utilizzo dei diversi strumenti, l’information literacy può essere considerata, per quanto concerne il lavoro umanistico del cittadino istruito del futuro, al pari delle arti liberali (grammatica, retorica e logica) per il cittadino istruito nel mondo medievale. Può sembrare un valore debole, per chi proviene dal mondo accademico delle biblioteche e degli archivi, ovviamente educato al confronto e alla verifica delle fonti nella ricerca storica, ma è un valore che, nello scenario incerto del futuro, ci si auspica venga divulgato e insegnato quanto più possibile, perché davvero i modi del sapere (la sua circolazione, la sua conservazione) stanno mutando velocemente e il rischio è che manchi per le generazioni totalmente digitali un paradigma valido su cui questo sapere va fondato.

“Nessuna mediazione”, è il secondo aspetto che chiama in causa direttamente l’information literacy. Dunque il mondo dei blog e la realtà di un’informazione e un sapere libero da intermediari, (giornalisti, editori, bibliotecari cui è sottratto il compito di farsi autori/autenticatori di risorse on-line). La filosofia del Web 2.0 è la possibilità di mettere on-line contenuti generati dall’utente (Used Generated Content). Questo aspetto di per sé non è innovativo, nel senso che contenuti prodotti dagli utenti, i quali non si limitano semplicemente a scaricare e leggere pagine web, saltando da un link a un altro, ma contribuiscono e interagiscono direttamente, sono anche quelli delle vecchie liste di discussione o dei newsgroup, assai più vecchi dei blog. La tesi di Metitieri è qui apertamente polemica nei confronti della definizione di Web 2.0 elaborata da Tim O’Reilly, che è definito una “brillante operazione di marketing” dove, stante l’idea di democraticità e accessibilità della rete, riunendo sotto un’unica etichetta tutto ciò che di nuovo si è visto on-line negli ultimi anni (blog, social network, wiki) si è sancita la nascita di un secondo stadio del Web. In questo senso anche  Berners-Lee, ideatore del World Wide Web, parla del Web 2.0 come di “un’espressione gergale di cui non si sa l’esatto significato”; al di là delle posizioni polemiche – se il Web 2.0 sia o non sia un inganno – una serie di dubbi, non chiaramente risolti, emergono dalla lettura di queste pagine, e – credo – riguardano esplicitamente lo statuto della conoscenza sperimentabile sulla rete.

Fra tutti la personalizzazione dell’informazione, e quindi della conoscenza, sempre più frammentata e autoreferenziata, è quello che più lascia interdetti. La spinta egualitarista del mondo dei blog, contro cui Metitieri si muove con particolare puntualità, ha in sé il rischio di essere solo virtualmente uno spazio di conoscenza condivisa: la conversazione, che era alla base dei blog, pensati come spazi personali di condivisione di contenuti raccolti e prodotti per essere messi on-line e commentati, rischia di perdersi in un modello diffuso di affermazione personale, in una lotta per apparire che è comunque individuale e che si pone in contrasto con la logica comunitaria della rete. Il blog, nato come spazio personale per mettere in comune i risultati della propria navigazione in rete è divenuto uno spazio di autopromozione che solo fino a un certo punto può avocarsi il ruolo di dare voce dal basso a tutti, praticando quel citizen journalism tanto citato quando si parla di Web 2.0 come spazio alternativo ai media mainstream. Posizioni critiche, che forse nella ‘blogosfera’ difficilmente potranno essere discusse, ma che risentono anche del dibattito estremizzato sulle nuove tecnologie cui spesso s’assiste: il Web che diventa o il demonio o il paradiso futuro cui tutti avremo accesso.

Altre questioni aperte sono, in riferimento al futuro paradigma del sapere on-line, il ruolo delle biblioteche – rivoluzionate dalle possibili collaborazioni degli utenti nella catalogazione dei documenti attraverso le tag che già si trovano nei blog – e quello degli archivi ‘aperti’ (open archive) che nella ricerca accademica permettono la validazione e la valutazione di documenti prima della loro pubblicazione. Esempio chiave di tutto ciò è l’ideologia free che sta alla base di Wikipedia: fra i molti dubbi sollevati quelli relativi alla compilazione di termini più attuali e controversi – per i quali si scatena una vera e propria ‘guerra’ fra gli utenti per la continua modifica –  e la conseguente stabilità di altre voci, che dopo un iniziale dibattito trovano una loro definizione, la quale, per le voci di nicchia, può anche essere la sola.

Il panorama complessivo è dunque quanto di più vario e indefinito, ben altro che un semplice stadio ulteriore di un supporto. Il sapere on-line ha necessità di essere valutato anche in base alle strategie entro cui è stato organizzato: di fronte all’apparente caos e deriva informativa occorre possedere strumenti che non si limitino all’accettazione passiva di un modello di conoscenza diffuso, aperto e incontrollato, ma che offrano pur sempre autenticatori validi.