Archive for the ‘IMI_Social network’ Category

Il Seo è morto? Forse no

settembre 5, 2013

SEO is dead. Long live social media optimisation titola un articolo di Tim Anderson sul Guardian di qualche tempo fa. La sentenza nasce da un post di Aaron Harris, cofondatore di Tutorspree, il quale fa notare come cercando “auto mechanic” dal MacBook Air 13” del suo ufficio i risultati organici della ricerca occupino solamente il 13% della schermata, mentre AdWords, la barra di navigazione e la cartina di Google Maps si riservano rispettivamente il 29%, il 14% e il 7% dello spazio disponibile. Da cellulare le cose vanno ancora peggio: se si cerca “italian food” mentre da New York i primi risultati organici arrivano solo dopo quattro scorrimenti di pagina.

Anderson non ci pensa due volte: il mestiere del Seo ha imboccato il viale del tramonto, e non c’è niente che si possa fare per aiutarlo a uscirne. Il futuro, manco a dirlo, è in mano agli Smo (Social Media Optimisator). A rafforzare la tesi viene citata una recente ricerca di Forrester secondo la quale nel 2012 gli utenti statunitensi hanno scoperto nuovi siti web attraverso i social network nel 32% dei casi (in crescita dal 25% del 2011), contro il 54% dei motori di ricerca; non è più sufficiente trasmettere un messaggio, ma bisogna interagire con i possibili clienti, creare hashtag, rendersi attivi su quanti più fronti possibili.

A mio parere tuttavia la conclusione è alquanto affrettata: è vero, nell’anno 2013  stare su Facebook è diventato quasi-sinonimo di navigare su internet, ma per quanto il Social Media Optimizator o Community Manager stia diventando una figura via via più importante, Big G e gli altri motori di ricerca continuano a essere il crocevia attraverso il quale passa più della metà degli esploratori del web. La questione del 13% appare un falso problema, poiché quando le pubblicità non sono d’interesse per l’utente rimangono sulla schermata giusto il tempo di uno scroll-down. Non è da escludere, inoltre, il fatto che secondo una recente ricerca Nielsen il 94% degli utenti preferisce cliccare sui link non a pagamento in quanto li ritiene di maggior valore.

Il Seo quindi non è morto, anzi. Appare chiaro che col passare del tempo sarà sempre più necessario affiancare a esso nuove figure professionali che si occupino della gestione dei contenuti presenti sui social media, ma la vecchia Search Engine Optimisation ha la pellaccia dura, e non sarà così facile sbarazzarsene.

Simone Orsello

Foursquare Time Machine: la macchina del tempo della geolocalizzazione

giugno 21, 2013

Se usare la geolocalizzazione per trovare un nuovo modello aggregativo è uno degli aspetti chiave del web 2.0, allora Foursquare è senza dubbio uno dei social network del momento.
Fondata da Dennis Crowley e Naveen Selvadurai nel 2009, Foursquare è una rete sociale che si basa proprio sulla geolocalizzazione degli utenti, vale a dire sulla condivisione della propria posizione geografica via gps attraverso un dispositivo mobile, uno smartphone come un telefonino Android, un iPhone o un Blackberry, per i quali sono disponibili apposite applicazioni gratuite. Gli utenti possono effettuare il cosiddetto check in nei locali, nei negozi, nei musei e in qualsiasi posto di interesse pubblico: maggiore sarà il numero dei check in e dei tip, i suggerimenti lasciati su un posto, e più punti otterremo per conquistare una serie di badge, una sorta di “medaglia al merito” che indica la popolarità e l’influenza di un membro. I commenti possono essere sincronizzati con un account Twitter e su Facebook, il che significa che è possibile condividerli contemporaneamente anche nei due social network.
Uno degli obiettivi più ambiti è quello di diventare major, vale a dire il “sindaco” di un posto: tutto questo si consegue effettuando il maggior numero di ingressi nello stesso luogo entro due mesi, sempre che tale carica risulti ancora libera ovviamente…
L’aspetto ludico ha decretato il successo di questo social network, ma di certo vanno considerati anche i vantaggi che ha portato al mercato e quindi l’aspetto del social marketing. Foursqure può infatti essere utilizzato dalle aziende a scopo promozionale, per pubblicizzare il proprio brand e proprio a tale proposito sta pensando di incrementare il proprio piano di partnership con alcune importanti catene di negozi e di media americani.

Le sue possibilità di utilizzo sono insomma ancora inesplorate ma ecco che proprio in questi giorni, il social network di geolocalizzazione per eccellenza, in collaborazione con Samsung, ha lanciato Foursquare Time Machine. Proprio come una vera macchina del tempo permette agli utenti di ripercorrere i luoghi visitati: ristoranti, pub, hotel, negozi, stazioni… Questo è possibile grazie ad una mappa storica, o meglio una timeline, che inizia nel momento in cui il nuovo user utilizza per la prima volta Foursquare.
Abitudini passate e possibili mete di interesse da visitare in futuro sono collegati grazie alla visualizzazione dei luoghi trend del momento. Esiste inoltre la possibilità di salvare i suggerimenti in apposite liste, per averli sempre a portata di mano.
Un’interessante elaborazione dei propri dati è stata fatta per il momento del check-in; essi infatti appaiono sotto forma di infografiche che possono essere salvate o condivise.
Tenere traccia dei propri luoghi preferiti non rappresenterà quindi  più un problema per gli utenti: il neonato Foursquare Time Machine permette di creare una vera a propria linea temporale basata sulle mappe e su ogni singolo check-in effettuato, ognuno con il proprio codici di colore. Gli utenti possono anche scoprire quali sono i check-in preferiti in determinati giorni della settimana e quali sono stati i loro periodi di attività maggiore.

A quanto pare Foursquare Time Machine è diventato rapidamente molto popolare tra gli utenti, tanto che a volte si sovraccarica e fatica a funzionare. Tuttavia, stando alle voci di chi l’ha utilizzato, sembra valga la pena di fare questo viaggio nella memoria dei nostri check -in.

Simona Chioino

Clickjacking e Likejacking, anche il click viene rubato

settembre 24, 2012

Il numero di click che facciamo ogni giorno è altissimo e molto spesso non ci accorgiamo nemmeno dove questi ci stiano indirizzando.
Il Clickjacking è una tecnica poco pulita e fastidiosa che va abbastanza di moda negli ultimi anni, soprattutto sui social network (in particolare, ovviamente, su facebook). Il termine indica il “furto del click”. Questa sottrazione avviene attraverso pagine web preparate appositamente e fa leva proprio sulla facilità con cui l’utente, navigando sempre più massicciamente, elargisce click con facilità, senza prestare nemmeno troppa attenzione, vuoi per una questione di tempo trascorso online, vuoi per la sempre maggior familiarità e confidenza nell’approccio al web.
Approfittare della disattenzione dell’utente e della sua curiosità: ecco l’accoppiata su cui si basa questa strategia.

Dal punto di vista tecnico il procedimento sfrutta uno script di Javascript che consente di nascondere all’utente un iframe che contiene un determinato oggetto: di solito si tratta di un link pubblicitario.
Questo frame segue continuamente i movimenti del mouse, perciò è indifferente il punto in cui l’utente andrà effettivamente a cliccare, perché in ogni caso si cliccherà automaticamente su ciò che è nascosto nell’iframe.
Questa tecnica poco pulita può essere sfruttata in tanti modi differenti, uno di questi prende il nome specifico di LikeJacking, ossia del “furto” del like su facebook.
Altre tecniche ancora fanno leva sulla curiosità dell’utente: di solito promettono la visione di un video interessante o un articolo importante solo dopo aver accettato di mettere un “mi piace”: che sarà mai, un “mi piace” non costa nulla!

Il contenuto promesso solitamente punta su gossip, soggetti sexy o grandi offerte (perché no, magari un IPhone 5 a soli 49 euro!): insomma, tutti temi che in un modo o nell’altro possono fare breccia nella curiosità di chi è seduto davanti al monitor.
Il “mi piace” in realtà non avrà nulla ha che fare con il video e con quello che avevamo richiesto.
L’utente, senza accorgersene, si iscrive così a pagine non desiderate e, in alcuni casi, potrebbe ritrovarsi a condividere sulla propria bacheca un contenuto a cui non ha consapevolmente dato autorizzazione.
In questo secondo caso potrebbe anche venirne un certo danno all’immagine, soprattutto se il contenuto condiviso dovesse risultare poco ortodosso.

Ovviamente, un utente mediamente esperto capirà subito che cosa si trova davanti e si limiterà ad ignorare l’annuncio o a chiudere la pagina.
Ma non per tutti è così: i primi a cadere in trappola sono ovviamente i più giovani e chi ha poca dimestichezza online.
Al loro click partirà un meccanismo che nella maggior parte dei casi non farà vedere alcun contenuto interessante, ma farà guadagnare certamente qualcuno, anche solo in numero di fan.

È bene comunque ricordare che se questo metodo può risultare efficace per incrementare il numero di fan in un tempo molto ridotto è anche vero che si tratta di numeri senza reale valore. L’incremento sarà quantitativo, non qualitativo e, in fin dei conti, inutile.

Utenti, state attenti. Fidatevi. Ma non troppo.

Veronica Marzolla

Youtubers fenomenali

giugno 21, 2012

Esiste persino una voce di Wikipedia dedicata alle “YouTube personalities”. Okay, per il momento non disponibile in lingua italiana, ma è facile ovviare a questa mancanza con un minimo di padronanza dell’inglese o spulciandosi, in alternativa, tutta una serie di siti web in cui si parla anche degli Youtubers più famosi d’Italia. Immagine

Ad ogni modo, “youtube personalities are those persons or groups who have grown to prominence because of their appearance in videos on Youtube”, ci illumina Wikipedia, e io aggiungerei che alcuni di loro hanno la fortuna di ottenere un ingaggio nell’ambito per cui si erano proposti su questa vetrina virtuale di straordinaria efficacia.

Tra gli Youtubers italiani che possono dirsi fortunati, poiché hanno avuto un qualche tornaconto da questa esposizione autoimposta al pubblico ludibrio, indicati come i più famosi da WebSelecta, ho riconosciuto molti dei miei miti degli ultimi anni: Maddalena Balsamo, Willwoosh, Clio, LaMenteContorta. Il numero altissimo delle visualizzazioni e dei fan iscritti ai vari canali parla chiaro. Mancano, nell’elenco di WebSelecta, poiché non hanno ancora raggiunto la notorietà che gli spetta, i The Pills.

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Questi quattro disgraziati – mi permetto di apostrofarli così perché l’interattività del mezzo mi ha dato modo di scambiare più di due parole con Luca Vecchi, il regista – dallo scorso 5 novembre caricano su Youtube gli episodi spassosissimi di una web serie che racconta stralci di vita quotidiana.

I temi sono i più disparati. Dal momento che i nostri non lavorano e non sembrano neppure impegnarsi nello studio, si direbbe che abbiamo a che fare con un gruppo di simpatici fuori corso che non vivono con mamma e papà, per cui vicini anche alla vita dei fuori sede, alla prese con problemi esistenziali del calibro dell’Erasmus, delle bollette da pagare, dell’eventualità terribile di trovarsi un lavoro, ecc.

Di norma si tratta di video a sé stanti ma non sono mancate storie a puntate, la cui risoluzione finale ha tenuto con il fiato sospeso me e gli altri 3700 e passa adepti sul canale Youtube loro omonimo, cui vanno sommati i 230 su quello creato appositamente per la prima stagione della serie, perché ormai si sono montati la testa, e gli oltre 6500 sulla pagina fan di Facebook; tutti numeri che crescono di continuo.

La democraticità, del web in generale, di Youtube nel caso particolare, e l’interattività del mezzo Facebook non sono naturalmente le sole ragioni del successo di questi ventiseienni romani. I The Pills sono dotati di una discreta faccia tosta, all’occorrenza pure “piaciona”, perché pure l’occhio vuole la sua parte, di un innegabile talento per le gag comiche estemporanee, di una mimica facciale non da poco, di inventiva, specialmente; il tutto infarcito di citazioni cinematografiche più o meno colte e rigorosamente in un b/n-ignorante -nel senso che non avevano chi si occupasse della fotografia- di cui si fanno vanto.

Se questo fosse un mondo giusto, i The Pills lavorerebbero da un pezzo nel cinema, o magari in televisione, che sarebbe naturalmente diversa da com’è ridotta oggi. Nel mondo -mediatico- insoddisfacente che ci è toccato, perlomeno ci è data l’opportunità di goderci i nostri miti da vicino. Mi auguro che il piccolo spazio che i The Pills si sono conquistati fino ad ora con le loro capacità si allarghi sempre più e che prima o poi “du spicci” entrino in queste tasche, come incentivo a lavorare il doppio, s’intende, per un pubblico che già li adora.

Sabrina Colandrea

“La pena è gratis, l’invidia te la devi sudare”.

aprile 16, 2012

LePerlediPinna è una fanpage di Facebook. Il suo riquadro informazioni recita: l’irriverenza e l’avanguardia linguistica volte all’analisi della feccia quotidiana. Le “perle” in questione infatti sono frasi, aforismi, riflessioni, critiche dedicate ai gusti e ai costumi più comuni. Alcuni esempi? Tra le più innocenti si possono citare:
– Perdere la stima di qualcuno perché privo di gusto musicale.
– Se lo riempi di messaggi, di regali, di chiamate, di post in bacheca, di canzoni, di dediche e di pensieri, non è romanticismo: è STALKING.
– Ai preti preferisco le puttane. Non mi piace la gente che fa le cose di nascosto.
Antonio Andrea Pinna, giovanissimo ragazzo cagliaritano, ha creato la pagina nel novembre del 2010 ed ha raggiunto ad oggi (16 aprile 2012, ore 16.30) i 68.904 fan. Il caso della sua fanpage è interessante per comprendere dove può portare un uso oculato di Facebook.

Andrea ha pubblicato le sue frasi, ormai più di 1600, pressoché ininterrottamente per un anno e mezzo. Ha curato LePerlediPinna giorno e notte e le visualizzazioni della pagina sono cresciute in fretta, così come le condivisioni delle sue note. Il motivo del suo successo? Un’ironia dissacrante che non risparmia nessuno e la capacità di esprimere quello che molti pensano ma non hanno il coraggio di dire.

La notorietà così ottenuta gli ha permesso inizialmente di approdare alla collaborazione con un magazine mensile e con la radio più seguita della Sardegna.
Sette mesi fa Andrea ha pensato bene di stampare alcune delle sue frasi, scelte attraverso un sondaggio tra i suoi fan, su delle semplicissime T-shirt bianche e nere che poi ha messo in vendita online. In questo modo ne ha venduto qualche migliaio.
Ben presto l’hanno quindi contattato alcuni negozi e da solo è arrivato a servirne 12 in tutta Italia.
È così che è stato adocchiato da Happiness, linea di abbigliamento nata a Los Angeles nel 2007, che produce prevalentemente in Italia e vende in tutto il mondo. Andrea aveva infatti venduto le sue T-shirt ad un negozio di Roma che vendeva anche le loro. Il titolare di Happiness l’ha chiamato e gli ha proposto di collaborare: oggi figura come Artista Happiness e le sue T-shirt sono vendute in tutta Europa, negli Stati Uniti e perfino in Giappone.
Lo step più recente è la pubblicazione di un libro che raccoglie alcune delle perle scritte fino ad ora e che sarà disponibile a breve.

Andrea ha fatto per se stesso quello che un community manager fa per un’azienda: utilizzare gli strumenti offerti dai social media per arricchire un progetto e contribuire al raggiungimento di un obiettivo, facendo spinta comunicativa sugli utenti.
I traguardi raggiunti da LePerlediPinna e dal suo fondatore sono un esempio delle possibilità che può aprire Facebook, tant’è che Andrea è stato contattato da alcune aziende, in cerca di aiuto per orientarsi nel mondo dei social network, delle quali oggi gestisce le reazioni pubbliche online, promuovendone la visibilità proprio attraverso il loro profilo Facebook.

Una piccola curiosità. Come spesso accade alle fanpage di successo, LePerlediPinna è stata copiata. Non solo. Sono state copiate e vengono copiate tuttora le sue T-shirt, ci sono perfino negozi che ne vendono la versione “taroccata”.

Questo il video che Andrea ha pubblicato come Artista Happiness. In una settimana ha superato le seimila visualizzazioni.

Elisa Mallegni

Ancora su Twitter.

maggio 22, 2011

A riprova del fatto che ormai Twitter è diventata quasi un’arma di distruzione di massa, la notizia dell’arresto di Dominique Strauss – Khan ha fatto la sua prima apparizione sul social, grazie allo studente Jonathan Pinet, che ha battuto sul tempo il New York Times. Ed ora gli avvocati difensori parlano addirittura di complotto.

Qui un riassunto della vicenda:

http://www.linkiesta.it/dsk-scandalo-nell-era-twitter

Rosaria

StumbleUpon e l’arte di inciampare

marzo 13, 2011

Vorrei segnalare un servizio interessantissimo, popolare negli Stati Uniti già dal 2006 ma meno conosciuto in Italia (a giudicare anche da un rapido raffronto effettuato tramite il “trova contatti” interno, che ho collegato al mio profilo Facebook: su circa 450 contatti, solo sei risultano registrati, quattro dei quali sono miei amici americani). Il servizio in questione è StumbleUpon, e lo porto all’attenzione dei lettori di questo blog per la sua originalità e le sue caratteristiche, che lo inscrivono perfettamente nella macrocategoria dei prodotti nati dal Web 2.0.

Stumble è un fortunato incrocio tra social network, social bookmarking e blog. La sua funzione principale è permettere agli utenti di “inciampare” (to stumble) in siti web belli e originali che non conoscevano e che rispondono ai loro interessi e ai loro gusti. È possibile utilizzare questo servizio (sempre in forma gratuita) sia installando una toolbar nei browser che lo consentono (Firefox ed Explorer 7)  per avere sempre i pulsanti a portata di click, che collegandosi al sito internet. Dopo una breve registrazione, l’utente può selezionare argomenti particolari che lo interessano o affidarsi completamente al caso e poi schiacciare il bottone “Stumble”. L’anno scorso, quando ho incominciato ad usare questo servizio su consiglio di un amico, ero molto scettica. Mi sembrava la quintessenza della “perdita di tempo”, e anche della “perdita di senso”: ben venga la serendipity, ma solo se la scoperta “fortunata” proviene da qualcosa che stavamo effettivamente cercando. Perché mai si dovrebbe voler navigare “senza bussola”?

Mi sono ricreduta sfogliando i contenuti che venivano proposti: siti effettivamente sconosciuti ed effettivamente quasi sempre interessanti. Stumble è un ottimo modo per passare cinque minuti di relax imparando qualcosa di nuovo. Oggi, per fare un esempio, mi sono imbattuta in una ricostruzione virtuale in 3D dell’interno della Cappella Sistina, che consente sia una visione panoramica dell’ambiente a 360° che uno zoom sui dettagli degli affreschi.

Come è possibile che i risultati siano così buoni?

Stumble si basa su un sistema di segnalazioni, e qui entra in gioco l’aspetto più sociale e collaborativo del network: sicuramente agli inizi la qualità del servizio era molto minore, perché come in tutte le piattaforme di questo tipo la quantità di utenti attivi è essenziale per conseguire una buona riuscita.

Ciascun utente può inserire nel database di Stumble un sito da lui stesso scoperto e, soprattutto, votare positivamente o negativamente ogni sito che gli viene proposto da Stumble. Elaborando questi dati e quelli relativi all’affinità tra gli utenti (interessi simili, gusti simili dedotti da voti simili) il sito riesce a offrire un servizio personalizzato e soddisfacente, che ovviamente “migliora” nel tempo man mano che i nostri gusti si definiscono più chiaramente attraverso inserimenti, visite, voti e recensioni.

Insomma, un esperimento ibrido, moderno e interessante, che coniuga le migliori caratteristiche di piattaforme più diffuse mantenendo i propri tratti distintivi. Unica “pecca” per gli italiani: visto che nel nostro paese Stumble non è diffusissimo, la maggior parte dei siti in cui “inciampiamo” sono in lingua inglese. Giustamente, sono gli utenti a costruire la community.

La privacy e la libertà effettiva in rete

giugno 21, 2010

Da quando la ragnatela “magica” del world wide web ha invaso le nostre vite sempre più somiglianti ad un agenda ricca di appuntamenti ed ha contribuito a modificare il nostro stile di vita reale, ( o almeno per la maggior parte della popolazione) trasferendo la stessa dinamicità nel mondo virtuale, si sono moltiplicati i nostri spazi di libertà. Finalmente abbiamo potuto utilizzare uno strumento che ci consente di comunicare dall’altra parte del mondo in breve tempo. Posso parlare con un vecchio parente o conoscente che non vedo più da molto tempo e ora sta in Australia, ma anche con un mio amico che è partito per gli Stati Uniti per una settimana, per giunta nello stesso momento. Rivoluzione delle chat elettroniche. Ma non solo, posso acquistare un prodotto in un negozio online che ha la sede legale in una lontana isola del Pacifico (Hong Kong). A pensarci bene, un tale grado di libertà non si è mai visto nella storia dell’uomo.

Ma siamo così sicuri che il nostro agire da naviganti sia libero come in mare aperto? Siamo sicuri di non incontrare anche noi dei venti che soffiano a parecchi nodi e rendono limitata la nostra idea di libertà?  Conosciamo tutti l’esistenza della privacy. Non so quanti però, hanno pensato ai costi che comporta la sua osservazione, specialmente in un mondo come quello della rete, dove le strade per evitare le barriere e per “colpire” chi conserva la propria identità elettronica sono molte e tutte probabili. Basti pensare al caso recente di un cracker, Hacker Croll, il quale ha deliberatamente deciso di conoscere uno dei social network (Twittter) a cui è iscritto. Il metodo da lui utilizzato non è ciò che tutti possono pensare (avrà sfruttato vulnerabilità del sistema). È entrato con l’utilizzo di una semplice password appartente ad un dipendente, tale Jason Goldman, tramite risposta alla richiesta di una webmail di Yahoo. Il soggetto in questione non ha utilizzato le password e i dati di cui è entrato in possesso, ma ciò è difficile che capiti sempre.

Ancora più clamoroso è il caso del blocco per circa un’ora, verso la fine dello scorso anno, sempre di Twitter, da parte di un sedicente gruppo di iraniani che hanno tempestato la pagina principale del social network affermando di far parte dell’Iranian Cyber Army (non confermata dagli esperti) con bandiere e slogan in riferimento al ruolo avuto dal governo Usa nella tramissione delle immagini in tutto il mondo delle tensioni successive alle elezioni politiche.

Per non parlare della sfida cyberspaziale tra Google e Cina, diventata crisi diplomatica, per cui non si può più escludere un significativo uso politico delle nostre identità di cittadini elettronici.

È possibile ancora parlare di privacy? Le aziende stanno traferendosi in rete, cosicchè ogni cittadino è obbligato a lasciare tracce di sè nel web. Da ciò sanno come far fruttare il loro business, e l’aspetto inquietante è che spesso non te ne accorgi. Una tecnica che prediligono è lo spyware, il quale si installa nel pc mimetizzandosi, e provvede a registrare pagine visitate, account di posta, social network, etc, per poi rivenderli ad altre aziende.

Gli accorgimenti proposti non mancano. Tra firewall, antispyware, antivirus, cookies, la nostra testa si riempie di operazioni da eseguire il cui preponderante risultato è di complicarci la vita. Da non dimenticare  la raccomandazione di cambiare password per ogni accesso ad un nuovo sito.

Più sale il grado di libertà di movimento nella rete, più occorre aumentare le barriere di protezione, condannati alla presenza di un certo grado di vulnerabilità. La quantità di dati che occorre salvare sale più sono le registrazioni e il conseguente spazio libero che vogliamo avere.

Privacy e libertà effettiva, nella loro intensità, sono perciò inversamente proporzionali. Ha senso, quindi, parlare ancora di riservatezza? E se ne abbiamo necessità, non occorre sacrificare un po’ del nostro desiderio di libertà per tutelarla? Ogni volta che esploriamo un mondo nuovo, il fascino del mistero si accompagna al rischio del pericolo.


Egosurfing: l’anticamera del personal branding

giugno 19, 2010

Stavo spulciando tra le pagine dell’e-book segnalato dal prof. Clavarino, nel disperato tentativo di sfruttare qualche pausa lavorativa per preparare a spizzichi e bocconi qualcosa per l’esame, quando mi sono ricordato di un pezzo scritto – e non pubblicato – qualche giorno fa e che mi ero ripromesso di proporre anche qui. 
Il libro di Centenaro parla di gestione della propria immagine tramite i nuovi personal media. Il mio breve articolo potrebbe esserne una piccola premessa..un semplice esempio di come anche gli utenti più basic possano essere coinvolti, più o meno incosciamente, in qualche primordiale tentativo di personal branding.

Lo spunto per la riflessione arrivava da una ricerca di Pew Internet che riferiva di come il 57% dei netsurfer controlli la propria reputazione su un motore di ricerca, digitando il proprio nome e cognome. Da qui azzardavo un battesimo di Google come specchio di Biancaneve 2.0: solo un espediente per far capire l’evoluzione della civetteria umana dell’era della comunicazione. A questa incessante crescita dell’egosurfing contribuisce certamente il boom dei social network – come peraltro dimostrato da ulteriori dati della ricerca – che ha portato alla circolazione di una massa di informazioni personali prima impensabile.

Proprio per tentare di preservare un minimo la cosiddetta privacy, molti utenti hanno imparato a raffinare l’aproccio con questi strumenti, impostando a puntino tutte le limitazioni e personalizzando al meglio i dati sensibili e visibili. E, un po’ a sorpresa, i più esperti i questo campo sono risultati i navigatori compresi tra i 18 e i 42 anni.

Certo sarebbe bello potervi linkare il pezzo originale…non si fossero scordati di pubblicarmelo! =) Ad ogni modo un paio di link ci sono e chi fosse interessato ad approfondire la questione può partire proprio da qui, con pochi, rapidi click.

Digrii, a un passo (anzi 5) dal mondo

giugno 10, 2010

Da patita della privacy e vittima di una cittadina chiusa e pettegola, ho sempre odiato i social network. Da un po’ di tempo a questa parte, vuoi per dovere vuoi per curiosità, mi sto addentrando a passi da lumaca nel magico mondo della condivisione. Nasce da questi presupposti la decisione di iscrivermi a Digrii (in swahili significa gradi).

Digrii è un social network nuovissimo, ovviamente in fase beta, sviluppato con Joombla e ispirato alla teoria dei sei gradi di separazione (quella che prevede che due persone qualsiasi nel mondo siano collegate da una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari, teorizzata prima da Karinthy poi, nella versione famosa e “sperimentata” da Stanley Milgram, per tutte le info rimando a Wikipedia, gli esperimenti sono interessantissimi).

Comunque. Una volta creato l’account e la rete di connessioni (preesistente o da zero) puoi conoscere persone da tutto il mondo consultando la mappa di Google, tramite Mashup. Sia la versione “politica” che quella con le immagini da satellite, indicano il posizionamento degli utenti registrati (al momento 483, ma è in fase di lancio).

E’ possibile navigare sul profilo dei propri contatti cercandoli sulla mappa o “scegliendo” il loro nome ai lati del layout, con un sistema di “frecce” che simula una vicinanza fisica e dinamica (le persone scorrono orizzontalmente). Al centro, ciascuno ha la sua Google Maps che lo geolocalizza (strumento non futile, così come la possibilità di verificare visivamente la posizione degli altri, per la serie “imprarando un p0′ di geografia…”).

Quando visiti il profilo di una persona l’applicazione ti rivela il grado di separazione (o il legame) tra voi due e evidenzia la successione di utenti che vi dividono in accordo con la teoria di cui sopra.

Per il momento la mia prima connessione (in attesa di approvazione, in realtà) é Marybel Anaya, ventenne di Navojoa (Messico!), scelta anche per la preferenza della lingua spagnola. La prima impressione è positiva: la grafica è piacevole e lo strumento risponde alle regole di accessibiltà e usabilità. Trovo molto carina la prassi di assegnare 100 punti ogni nuova connessione accettata o proposta e ottenuta. Ignoro ancora a cosa servano, ma credo sia il modo giusto di stimolare l’integrazione e la curiosità verso l’altro, mai così lontano e vicino allo stesso tempo!

Per chi volesse provare: www.digrii.com