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Occhi puntati su Tim Cook: l’erede di Jobs accusato di “normalità”

maggio 27, 2012

Fortune, nota rivista americana di business, punta i riflettori su un mondo a lei caro, fatto di mele sgranocchiate e amabili Ceo, dedicando copertina e articolo principale dell’ultima edizione alla figura di Tim Cook e a Apple.

Lo scorso marzo gli Editor del magazine non hanno avuto alcun dubbio nell’assegnare alla azienda di Cupertino il primo posto all’interno della classifica delle compagnie più ammirate al mondo. A convincerli avvenimenti salienti che hanno caratterizzato il 2011, come il lancio dell’iPhone 4S e dell’iPad 2, ma soprattutto il raggiungimento di una capitalizzazione di mercato da record che ammonta a 500 miliardi di dollari.

Questo mese, invece, il giornalista Adam Lashinsky firma di svariati articoli dedicati alla sfera Apple, ma soprattutto autore dell’enorme successo editoriale “Inside Apple”, esamina come stia cambiando Cupertino sotto la gestione di Tim Cook a nove mesi dalla morte di Steve Jobs.

Ma facciamo un passo indietro: Tim Cook, chi è costui? Origini modeste, figlio di un operario e di una casalinga, si laurea in ingegneria industriale all’università di Auburn (Alabama) per poi spiccare il volo verso una carriera folgorante in IBM, seguita da una breve permanenza in Compaq, fino alla chiamata di Jobs nel ’98 con il compito di ammodernare l’intero assetto produttivo e logistico di Apple. Dedito al lavoro come il suo “boss”, in poco tempo Cook nel campus di Cupertino diventa secondo solo al genio dal dolcevita nero, andando a sostituirlo la prima volta nel 2004, durante i due mesi di assenza dovuti all’intervento chirurgico subito, poi ancora nel 2009 e a inizio 2011.

Quando nell’ottobre scorso Jobs lascia questo mondo insieme alla sua creatura da miliardi di dollari tocca proprio a Cook, nominato nuovo Ceo pochi mesi prima, prendere in mano le redini della azienda, considerato ormai da tempo il più adeguato, forse l’unico, a ricoprire un tale incarico. Voci e opinioni contrastanti segnano questo storico passaggio, da alcuni visto come la fine di un’epoca, da altri la sua miglior prosecuzione. Due uomini, due figure, due leader totalmente differenti: Jobs, nato per essere protagonista, istrione destinato a calcare il palcoscenico del successo, noto per il suo carattere fortemente temperamentale; Cook, riflessivo, freddo, abituato a stare nell’ombra e a non alzare la voce.  Ma l’ex braccio destro di Jobs gioca ormai da anni un ruolo chiave nella azienda e se apparentemente la scelta di Cook come successore  desta in alcuni paura e perplessità (non ancora scomparse), attualmente i risultati ottenuti dal nuovo Ceo le rendono giustizia. Nessuno pensa che sostituire Jobs sia compito facile, per molti è un compito impossibile, ma ciò nonostante Tim Cook ha dimostrato di avere tutte le competenze per poterlo fare, o almeno di aver saputo fin’ora gestire l’eredità lasciatagli dal caro amico senza farne sentire la mancanza.

Leggendo l’ articolo di Adam Lashinsky, pubblicato su Fortune di giugno, vediamo come il business della Mela sotto la direzione del nuovo Ceo sia sensibilmente cresciuto grazie al lancio di nuovi prodotti, quali iPhone 4 e iPad 3, i due articoli Apple di maggior successo fino ad oggi. Ma per i risultati più interessanti lasciamo che siano i numeri a parlare: nel periodo di gestione Cook il valore di Apple è aumentato di 140 milioni di dollari, il fatturato annuale della compagnia ha raggiunto i 108 miliardi, spinto da un aumento dell’81% nelle vendite di iPhone e un picco del 334% in quello degli iPad; rialzi su tutta la linea a spiegazione dell’aumento del 75% delle azioni durante questo ultimo periodo.

Dal punto di vista dei risultati, dunque, Cook ha più che soddisfatto e anche oltrepassato le aspettative di Wall Street e anche gli investitori, come i dipendenti della azienda, sembrerebbero apprezzare il carattere più mite, pacato, disponibile del nuovo Ceo rispetto ai silenzi stampa di Jobs, volutamente assente da quasi tutti gli incontri pubblici che non fossero i tanto attesi keynote di lancio dei nuovi prodotti.

Un’impostazione, quella adottata da Cook, che nell’ottica di Lashinsky starebbe però trasformando la fabbrica dell’avanguardia e del rischio lungimirante, in un’azienda dall’organizzazione interna maggiormente conservativa e tradizionale, aperta e corporativa rispetto al passato: più “normale”, considerata la sua struttura precedente. Secondo la testimonianza di Max Paley, ex ingegnere dipendente per 14 anni della Apple, il volere e le decisioni della categoria da lui rappresentata, fino a poco tempo fa di fondamentale importanza nella gestione delle scelte, non sarebbero più così preminenti. Questo cambiamento, insieme alla maggior propensione di Cook alla razionalizzazione, renderebbero l’azienda un “motore esecutivo” guidato da dirigenti orientati agli affari e meno dipendenti caratterizzati da esperienza tecnica e di progettazione.

In realtà Cook sta rispettando la maggior parte della cultura aziendale unica di Apple, mettendo in atto solo alcuni cambiamenti necessari e che la maggior parte degli impiegati auspicava profondamente da tempo ma sempre rifiutati, forse per estrema ostinazione, dal suo predecessore.

Insomma, sembrerebbe un lavoro meritevole e degno di lodi quello portato avanti fino ad ora dall’ingegnere cinquantunenne, coronato da un ultimo gesto che apparentemente potrebbe stupire e portare a definirlo addirittura un filantropo. A seguito del comunicato stampa del 25 maggio con cui Apple ha ufficialmente confermato di voler pagare i dividendi aziendali già dal 1 luglio, Cook ha espresso apertamente l’intenzione di voler rinunciare alla propria parte che ammonterebbe a circa 75 milioni di dollari. Una scelta definibile onorevole, ma forse non tutti sanno che a differenza di Jobs che percepiva formalmente un dollaro l’anno di compensi, Cook incassava già uno stipendio di 900.000 dollari l’anno, salito a ben 378 milioni di dollari (di cui 900.017 di salario annuo di base, 900.000 dollari di incentivi e 376,18 milioni di dollari in azioni vincolate) con la “promozione”, aggiudicandosi così il posto di amministratore delegato più pagato d’America nel 2011, almeno per quanto concerne le entrate effettive, secondo un’inchiesta condotta dal Wall Street Journal in collaborazione con Hay Group.

Tornando in conclusione alla visione fornita da Fortune, Cook non sembrerebbe voler imitare Jobs, ma guidare Apple secondo il proprio stile, le competenze accumulate negli anni e un approccio pacato e disponibile rispetto all’idolatrato, ma innegabilmente duro e collerico Jobs. E se nella visione di Lashinsky l’azienda sta diventando più “normale”, in conformità con le tradizionali corporation statunitensi, con più riunioni e forse anche dissidi interni, innegabile è che Cook stia lavorando bene, meritandosi montagne di dollari; non dimentichiamo che a indicare Cook come suo sostituto fu proprio Jobs otto anni fa, quando decise di affidare a lui il timone della nave durante la sua prima assenza forzata e la scelta di nominarlo Ceo ad agosto, molto probabilmente, è stata solo l’ufficializzazione di una delle tante lungimiranti decisioni che hanno reso Jobs unico e inimitabile.

Dunque, chissà che lasciandoci in eredità il suo più fidato collaboratore come suo successore, pienamente consapevole di quanto fosse diverso da lui, il -non troppo- buon vecchio Steve non abbia voluto farci un ultimo regalo, allineandosi fino alla fine con la filosofia che lo contraddistingueva da sempre: stupire affidandosi al cambiamento, riuscendo a vedere oltre prima degli altri. Solo il tempo potrà dirlo con certezza. Per adesso, anche da una “iCloud” a forma di Apple, ancora una volta Steve rulez. 

Carolina Piola