Archive for the ‘Ipertesto’ Category

L’enciclopedia più golosa della rete

aprile 19, 2011

Come già abbiamo ripetutamente detto a lezione e visto su Report, Facebook sa chi siamo.
Una dimostrazione è  l’apparizione  di una pagina sponsorizzata che mi invita a visitare le prima enciclopedia dei salumi, la Prosciuttopedia! Ho pensato subito ad uno scherzo… invece no, esiste sul serio!

www.prosciuttopedia.com

Questa enciclopedia descrive dettagliatamente tutti i salumi tipici del nostro paese. Ecco un metodo per parlare di cucina in maniera informatizzata e nuova.

Ritornando al fatto che Fb ci conosce, ha “capito” che mi piace mangiare e cucinare, così mi ha fatto questo suggerimento… peccato che due post sotto la prosciuttopedia ci fosse la promozione di uno stage di RUNNING…
Che fosse un velato suggerimento?

… “and way too much free time”…

aprile 5, 2011

Vi ruberò solo qualche minuto.

1) “LA DANZA DI MATT – video virale”

Quello che segue è un fulgido esempio di video virale. Disgraziatamente, non l’ho trovato da solo, quindi dovrò postare anche qualcos’altro. Godetevelo, comunque, e a schermo intero: merita.

Matt è un grande. Balla in giro per il mondo. E non importa come: l’importante è ballare. Ci si riempie di entusiasmo. Pare che sia pure contagioso.

2) & 3) “Time-lapse beauty / Dove evolution commercial” + “Dove Evolution Parody”

Dal momento che, fin qui, sono stato molto inefficiente, cercherò di farmi perdonare linkandovi uno “spoof” che ho trovato piuttosto divertente. Prima, però, guardate il video parodiato, quello originale, altrimenti l’effetto si perde.

Uno spot pubblicitario con una finalità etica. Bello. Mi auguro che la politica aziendale di “Dove” sia in linea con questo messaggio.

E questa era la parodia.

4) “Extreme Diet Coke & Mentos Experiments II: The Domino Effect”

Ed eccoci finalmente arrivati. Questo è il video virale che ho selezionato appositamente per voi, dopo estenuanti ricerche.

“251 two-liter bottles of Diet Coke, 1.506 Mentos mints and way too much free time”!

Come commentare una simile meraviglia? Questi tizi sono assolutamente dei geni. Un consiglio: non bevete Coca Cola(!), è assolutamente inutile. Forse è anche pericolosa.

5) Saluti!

Beh, è giunto il momento di salutarci. A questo punto, posso solo sperare:

1) che nessuno abbia postato gli stessi video proprio mentre bloggavo;

2) di non aver fatto pasticci con i link.

Direi la seconda, soprattutto. Si rischiano figure barbine.

Alla prossima!

Rileggere per capire. Un’esperienza in rete

maggio 18, 2009

kindle 3

Il breve racconto di non più di quindici minuti di navigazione in rete offre più spunti di riflessione di tanti saggi sull’argomento. Dunque, per prima cosa i fatti. So, per aver visto fisicamente l’oggetto, che Umberto Eco ha da poco pubblicato un libro – piuttosto un dialogo scritto con lo sceneggiatore francese Jean-Claude Carrere, dal titolo ammiccante – Non sperate di liberarvi dei libri  – che si riferisce appunto al futuro dell’editoria nell’epoca digitale. Ricordo di aver letto un articolo, quasi sicuramente su Repubblica, non so esattamente quando, che sempre si riferiva alla questione, proprio a firma di Eco. Penso di cercarlo per metterlo a disposizione del blog, in riferimento all’uscita del libro: ho dunque un’idea ben precisa di quello che devo cercare, quando imposto la ricerca sul motore interno di Repubblica con le parole “Eco” e “book”. La ricerca mi da molteplici risultati, ma non sono molto convinto di aver trovato quello che cercavo. Trovo invece, in terza o quarta posizione, un articolo di Corrado Augias del 18 ottobre 2000, dove si fa riferimento all’inaugurazione della fiera di Francoforte e Umberto Eco viene semplicemente citato. Nonostante l’articolo – si tratta di un’intervista allo storico della lettura Roger Chartier – sia ben altra cosa rispetto a quanto stessi cercando, mi sembra altrettanto interessante e decido di mettere questo a disposizione del blog. Con questa postilla: a distanza di dieci anni (un’enormità per i tempi con cui procede l’evoluzione tecnologica) la discussione sull’e-book come rivoluzione continuamente annunciata che sancirà la morte del libro mi pare sia inquadrata da Chartier nella giusta prospettiva antropologica. Anche dal punto di vista tecnologico si sperimenta e si cerca un mercato (è il caso del nuovo Kindle DX di Amazon) ma i tempi sono più lunghi di quanto si poteva ipotizzare.

Ecco quindi un esempio concreto di ipertestualità e logica associativa che i motori di ricerca contribuiscono a potenziare. Ma anche un esempio di conservazione e accessibilità della conoscenza racchiusa nella rete che, se saputa sfruttare, consente di riflettere sul portato storico dei cambiamenti. Meglio rileggere per capire, appunto, piuttosto di consumare e dimenticare.

Due avvenimenti investono il mondo dei libri. La Fiera che si è aperta ieri a Francoforte e che dedica un’attenzione particolare all’editoria elettronica e il lancio da parte della Mondadori dell’ebook, un libro simile a un’ agenda o a un minuscolo computer grazie al quale sarà possibile scaricare dalla rete (a pagamento) i testi disponibili. Dotato di buona capacità di memoria, il supporto potrà racchiudere fino a centinaia di libri “normali” con grandi possibilità oltre che, ovviamente, di lettura, di ricerca, di collegamenti (links) ipertestuali, di analisi. A Roger Chartier storico della cultura scritta, autore per Laterza (con Guglielmo Cavallo) di una storia della lettura, ho chiesto di valutare quali saranno i vantaggi e gli svantaggi possibili della rivoluzione imminente. Professor Chartier i libri e la lettura stanno vivendo una fase da qualcuno definita senza precedenti. Condivide questa valutazione? «In parte. A me pare che il momento attuale richiami il passaggio dal rotolo (volumen) al libro (codex) che coinvolse sia l’ oggetto fisico che l’ atteggiamento del lettore. Il lettore poté per la prima volta sfogliare, leggere e scrivere nello stesso tempo, stabilire e consultare un indice, includere tavole, tutte cose impedite al lettore del rotolo. Anche con la scrittura elettronica molto cambierà: il supporto in primo luogo, la posizione che sarà in genere davanti a uno schermo i diversi percorsi che l’ ipertesto rende possibili. Tuttavia quando mi chiede se questa fase è senza precedenti, devo rispondere di sì. Il codex introdusse un nuovo supporto e un nuovo modo di leggere ma non rappresentava un’ innovazione tecnica. L’invenzione della stampa fu un’ innovazione tecnica ma non comportava un cambiamento negli altri due elementi. Oggi le tre cose stanno cambiando nello stesso momento e questo effettivamente non era mai successo prima». Tutto ciò accade nel momento in cui i lettori diminuiscono e il mercato librario si contrae. Possiamo prevedere con quali conseguenze? «Non legherei una certa diminuzione delle abitudini di lettura all’ avvento della lettura elettronica. Le statistiche dicono che stanno diminuendo i cosiddetti “lettori forti”. Ciò significa che molti ex lettori forti oggi sono impegnati in altre attività intellettuali. Più in generale è vero che le classi tra i 15 e i 25 anni leggono meno libri e non hanno il gusto che avevamo noi di “fare biblioteca”. Letto un libro lo prestano, lo regalano, lo vendono. Gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni, mostrano addirittura un’ accentuata svalutazione della lettura. Tutti fenomeni nei quali non è in gioco la lettura elettronica, ma altri riferimenti culturali che sono in fase di mutazione». Torniamo al libro elettronico, lei come lo definisce? «Faccio un esempio con il libro di Umberto Eco che sta per uscire. Quel libro sarà in primo luogo un oggetto con alcuni caratteri distintivi (formato, prezzo, titolo, copertina e, beninteso, contenuto) rispetto ad altri oggetti della cultura scritta. Possederà in altre parole coerenza e identità abbastanza forti da poterlo definire un’ opera. Prima che un libro bisogna però analizzare che cos’ è in generale la scrittura elettronica. Nella scrittura elettronica gli elementi che ho citato spariscono. L’ oggetto diventa il computer che però è il veicolo di molti testi e di altri messaggi, dalla posta elettronica alle linee di conversazione. Non c’ è più il criterio di riconoscimento materiale ma anche il criterio di “opera” è messo in pericolo dal momento che la scrittura elettronica è nello stesso tempo più e meno di un libro stampato. Può trasformarsi secondo le circostanze in un’ intera biblioteca o in una semplice agenda. Per di più il suo testo è aleatorio, modificabile quindi conflittuale con il concetto di “opera”». Questo per la scrittura in generale. Il libro elettronico però è diverso. «Infatti, pur nella sua ambiguità, il libro elettronico ha una scrittura stabile, ferma, che non può essere riprodotta né modificata, che non richiama l’ intervento del lettore. E’ anche in una certa misura un “oggetto” anche se come supporto fisico torna ad essere sfuggente potendo lo stesso “oggetto” ospitare decine e centinaia di libri diversi». Crede che questo curioso oggetto così nuovo per noi rimpiazzerà il familiare libro di carta? «Qualcuno ha detto che se il libro su carta fosse stato inventato dopo quello elettronico, sarebbe lui la vera novità. E’ più d’ un paradosso. Il libro su carta è maneggevole, si sfoglia facilmente, è più gradevole al tatto eccetera. Non abbiamo fino ad oggi esempi di come si reagisce alla lettura di testi lunghi davanti a uno schermo. Il romanzo di Stephen King, distribuito per via elettronica, era un esperimento di soli due capitoli. Lo schermo presenta d’ altra parte vantaggi indiscutibili per la lettura di studio. La nuova tecnica permette di organizzare il testo in maniera inedita su diversi livelli: dalla lettura semplice a quella arricchita da richiami, note, bibliografie, rimandi ad altri testi, percorsi ipertestuali e quant’ altro. In ogni caso la storia della lettura insegna che i cambiamenti delle abitudini sono sempre più lenti dei cambiamenti nelle tecniche. Esiste però qualche certezza per quanto riguarda la lettura elettronica. Ciò che viene bene è la lettura su schermo di un’ enciclopedia. Data questa diversità di specializzazione credo che il libro elettronico non sostituirà la cosiddetta “macchina di Gutenberg”, cioè la vecchia carta, ma la integrerà». E’ possibile prevedere che cosa sarà di coloro che solo tra qualche anno cominceranno davvero a leggere? «Quella di domani sarà certamente una società di scriventi, anzi le esigenze di scrittura saranno maggiori delle nostre perché il mondo del consumo ne ha bisogno. Si tratterà di una scrittura accompagnata spesso da immagini. Il ventenne del 2020 leggerà con uguale facilità sia su carta che su schermo. La storia ci dice che dopo Gutenberg la forma manoscritta non è scomparsa anzi s’ è rafforzata. Leggerà come leggiamo noi? Qui la risposta è più difficile perché l’ abitudine all’ iperlettura, che dobbiamo dare per scontata, avrà creato in lui abitudini diverse». Quel ventenne sarà abituato a un mezzo che gli permette di leggere, vedere e ascoltare nello stesso tempo, la sua percezione dei legami tra questi tre mezzi sarà quindi diversa dalla nostra. Dove leggerà? Voglio dire su quale strumento? «Il testo elettronico non sarà più legato a un oggetto specializzato, si tratti di computer o di libro elettronico. I testi varcheranno lo spazio e raggiungeranno il lettore su una qualunque superficie adatta: il muro della stanza dove ci troviamo o la manica della mia giacca. La biblioteca del futuro non avrà muri né, almeno in linea teorica, mancanze, il sogno della biblioteca di Alessandria diventerà in questo modo accessibile». Per tutti? «Sicuramente non per tutti. Anzi c’ è il rischio che la scrittura elettronica renda ancora più profonde le diseguaglianze creando un nuovo analfabetismo che non consisterà più nell’ incapacità di leggere o di scrivere bensì in quella di non saper padroneggiare le nuove forme di trasmissione dello scritto. Lo schermo di domani non contrapporrà più testo scritto e immagine come hanno fatto cinema e tv, sarà invece un mezzo potente di acculturazione testuale. Lo sforzo e la battaglia saranno di renderlo accessibile al maggior numero di persone». – di CORRADO AUGIAS

Bevuto troppo? L’auto non parte

settembre 7, 2007

Alcol, incidenti e guida sicura: sono alcune delle parole che hanno scandito il corso dell’estate. Si parla molto di come risolvere un problema che ormai sta assumendo dimensioni davvero preoccupanti e dalla Svezia è arrivata una proposta molto interessante. Una nota casa automobilistica metterà a disposizione dei clienti, in un primo momento come optional, per poi diventare di serie su tutti i modelli un terminale palmare, l’Alcolguard, nel quale il guidatore dovrà soffiare prima di accendere la macchina. Il dispositivo che comunica con la centralina della vettura ne inibirà il funzionamento nel caso in cuoi il piota si trovi in stato di ebbrezza. Probabilmente sarà un’idea vincente, anche perchè non richiede ingenti investimenti da parte delle varie aziende del settore, dal momento che solo alcune componenti elettroniche verranno aggiunte e altre semplicemente riprogrammate in funzione del nuovo utilizzo. Mi chiedo solo perchè si sia aspettato così tanto tempo per introdurre una nuova tecnologia volta alla salvaguardia delle vite umane. Ecco a voi l’articolo per avere maggiori informazioni sul sistema.

Il sacro imbroglione

luglio 13, 2007

Come primo post su questo blog, e i professori Clavarino e Bottaro non me ne vogliano per il ritardo, desidero condividere la passione per un personaggio del cinema e della cultura molto particolare. Sto parlando di Alejandro Jodorowsky, artista non molto conosciuto, ma che nel panorama del surrealismo ha dato il suo sostanziale contributo, toccando praticamente tutti i filoni dell’arte del comunicare: dal cinema, al fumetto alla letteratura. In particolare due film sono considerati come dei capolavori da tutti i critici: El Topo (1971) e La montagna sacra (1973). Il punto di contatto di queste pellicole è il percorso interiore. L’ascesi, che porta l’individuo alla ricerca di un qualcosa, nel caso specifico l’immortalità. Come nell’alchimia quello che conta, secondo Jodorosky, non è il risultato che si ottiene (la pietra filosofale non è altro che una metafora della vita), ma la conoscenza che deriva dal percorso mistico che si è intrapreso per raggiungerlo. Dopo il successo de La montagna sacra, Jodorowsky venne coinvolto nel 1975 in un grosso progetto per portare sul grande schermo un famoso romanzo di fantascienza, mi riferisco al Dune di Frank Herbert. Il film girato in 70 mm sarebbe durato circa tre ore; tra gli altri protagonisti si può annoverare anche Salvador Dalì, uno dei massimi esponenti del surrealismo, che avrebbe ricoperto la parte dell’imperatore . Tra gli scenografi fu assoldato uno dei più grandi disegnatori di fumetti, Moebius. A causa di un drastico ridimensionamento dei fondi Jodorowsky abbandonò il progetto che poi fu ripreso da David Lynch per dar vita al film che tutti conosciamo.

L’aspetto più curioso di questo poliedrico artista riguarda la sua figura di “psicoanalista” sui generis. Non è possibile inserirlo in una corrente o una scuola di pensiero. E’ per questo che lui si definisce psicomago. Entra in contatto con l’inconscio attraverso i simboli e gli atti che li vanno a generare, per questo nelle sue sedute, per altro aperte a tutti in un famoso caffè di Parigi, utilizza i tarocchi e gli alberi genealogici. Le carte non servono a prevedere il futuro, ma a stabilire un contatto con il profondo essere del consultante. Per saperne di più su Alejandro Jodorowsky vi rimando al suo sito ufficiale, purtroppo solo in lingua spagnola o a un sito che racconta le origini della sua arte psicomagica.

Ancora un po’ di ipertesto

giugno 12, 2007

Vi segnalo tre siti che riguardano argomenti di cui abbiamo discusso durante le prime lezioni del corso.

Il primo, molto dettagliato e purtroppo in spagnolo (tuttavia si capisce abbastanza), è stato dedicato a Luis Bunuel nel 2000, in occasione del centenario della nascita di questo irriverente artista (regista mi sembra limitativo) di origine aragonese – ma madrileno di adozione – le cui pellicole hanno un andamento molto ipertestuale e non lineare sia nella trama sia nei dialoghi, basandosi tutto il surrealismo (movimento di cui Bunuel faceva parte insieme, tra gli altri, a Salvador Dalì) sulle libere associazioni di pensiero.

Il secondo – questa volta in italiano – racconta tutto quello che si può voler sapere su quel ragazzaccio di Tarantino. Non solo biografia e trame dei film, ma anche curiosità appunto più “ipertestuali”, come per esempio le centinaia di citazioni che costellano e caratterizzano tutte le pellicole del giovane (oddio, ormai neanche più di tanto) regista americano . Per esempio lo sapevate che possono essere di tre tipi? Orientali, occidentali e autocitazioni (quelle che, personalmente, mi piacciono e mi divertono di più).

Infine il sito della Società Filosofica Italiana, che ha una ricca pagina dedicata agli ipertesti. Oltre a Nietzsche, Schopenhauer, Platone e molti altri, c’è anche una pagina dedicata all’ipertesto nel cinema con molti spunti interessanti, trai quali un parallelismo tra Kurosawa e Pirandello.

Film “ciechi”

maggio 22, 2007

Non molti anni orsono due degli esponenti più particolari del cinema europeo hanno prodotto due pellicole molto particolari: si tratta di Blue (1993) del britannico Derek Jarman e Branca de Neve (2000) del portoghese João César Monteiro. Entrambi sono due film “ciechi”, nel senso che hanno il sonoro ma non le immagini. Pertanto lo spettatore è chiamato ad ascoltare un film, anziché a vederlo. In entrambi gli autori l’intento era quello di caricare di forza il contenuto a prescindere dall’immagine utilizzando però un medium che sull’immagine si basa. Il loro esperimento stava nel volere creare immagini con la sola forza del contenuto, proprio come i grandi poeti e romanzieri sono in grado di fare. Però mentre chi si serve della parola vuole richiamare immagini, abbiamo in questo caso la volontà di chi solitamente si serve delle immagini e – secondariamente – delle parole, di ricorrere unicamente a quest’ultime per creare delle immagini nella testa di chi ascolta. Jarman e Monteiro hanno giocato, ma lo hanno fatto stravolgendo il funzionamento di un mezzo di comunicazione avente una propria storia. Jarman ha adoperato tale scelta per creare una sorta di empatia con il proprio pubblico: era malato di AIDS e stava per morire nella più completa cecità. Girando il suo ultimo film adoperando un unico sfondo blu per l’intera durata del film ha voluto trasmettere in modo molto esplicito quello che stava passando nella fase finale della propria vita.

La scelta di Monteiro partiva invece da presupposti diversi: nel girare la riduzione cinematografica di Schneewitchen di Robert Walser, il regista si rese conto che le immagini che stava producendo non erano fedeli nel ritrarre le atmosfere dell’opera di Walser. L’insoddisfazione lo spinse allora verso la scelta radicale di non girare più immagini, ma di registrare solo il sonoro e di sovrapporlo allo schermo nero.

Pur nella discutibilità delle loro scelte – in particolare Monteiro si guadagnò aspre critiche in Patria perché il suo film venne finanziato con fondi pubblici -, entrambi gli autori hanno operato un ripensamento di un mezzo di comunicazione secondo modalità espressive diverse da quelle per le quali era stato creato: la grande rivoluzione del cinema era stata quella di offrire immagini in movimento – solo dalla fine degli anni Venti accompagnate dal sonoro -; Jarman e Monteiro ne hanno organizzata un’altra – seppur misconosciuta e fine a sé stessa – dove un mezzo basato sulle immagini viene svuotato del suo significato originale e ripensato per offrire solo suoni. Un piccolo esperimento però degno di nota.

Avanguardie nel cinema

aprile 14, 2007

Segnalo qualche film che presenta carattere di ipertestualità:

Le coquille et le clergyman (1928) di Germaine Dulac: il primo film surrealista della storia (nonostante solitamente si citi Un chien andalou di Luis Buñuel, uscito qualche mese dopo nel 1929). Scritto da Antonin Artaud, è la bizzarra e onirica storia di un prete ossessionato da una donna. Oltre a essere uno dei primi film d’avanguardia del Novecento, è uno dei primi film diretti da una donna.
Visibile in streaming all’indirizzo: http://video.google.it/videoplay?docid=-7436093386944527955&q=Le+coquille+et+le+clergyman

Un chien andalou di Luis Buñuel (1929): uno dei film che hanno più destato scandalo nella storia del cinema. Scritto dal regista e da Salvador Dalí, rappresenta un quarto d’ora di puro non-sens agitato e inquieto influenzato dalle teorie psicoanalitiche che l’austriaco Sigmund Freud stava sviluppando all’epoca.
Visibile in streaming all’indirizzo: http://video.google.it/videoplay?docid=8297528246861115128&q=Un+chien+andalou

L’âge d’or di Luis Buñuel (1930) è uno dei film più censurati della storia, in particolare nel mirino dell’estrema destra francese dell’epoca (per gli attacchi anti-borghesi) e del Vaticano (per gli attacchi anti-clericali). Più “filmico” del precedente, anche grazie a una maggiore durata e a una parvenza di trama.
Visibile in streaming all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=lcasqBRzeeA

Sciopero! (1925) di Sergej Mikhajlovič Ejzenštejn: il primo film di uno dei più grandi teorici e registi che la storia del cinema ricordi. Da vedere non tanto per il soggetto o la sceneggiatura, ma per la messa in scena: già al suo primo film Ejzenštejn mette in pratica la sue innovative riflessioni sul montaggio, che lo vedevano non solo come un processo tecnico ma come un vero proprio metodo di scrittura. Con un uso accorto del montaggio (detto “montaggio delle attrazioni”) il regista sovietico riusciva a dare vita a delle vere e proprie figure retoriche, come nel caso dell’analogia presente tra buoi al macello e operai repressi dalle forze dell’ordine.
Visibile in streaming all’indirizzo: http://video.google.it/videoplay?docid=-6734267716485841989&q=Strike+Sergei+Eisenstein

Paolo Conte, un cantautore ipertestuale

aprile 3, 2007

Anche nella musica si possono realizzare percorsi ipertestuali basati su libere associazioni non lineari né sequenziali e il cantautore astigiano Paolo Conte ne è un esempio, soprattutto per quanto riguarda la preparazione e il significato dei suoi testi. Il metodo di composizione, più volte illustrato dall’autore durante le numerose interviste di una lunga carriera (il musicista cominciò come paroliere al servizio di personaggi più famosi, come Adriano Celentano e Patty Pravo, per poi “mettersi in proprio” negli anni settanta, conquistando immediatamente le platee di tutta Europa), si divide in tre fasi. 1)In un primo momento Conte elabora lo spartito musicale nella sua completezza, senza curarsi minimamente né delle parole né dell’argomento più in generale su cui si baserà la canzone. 2)Dopodichè, quando la melodia e l’armonia sono state ben individuate, il cantautore comincia a suonarle più volte al pianoforte e ad appuntare le sensazioni e i sentimenti che la musica gli trasmette, servendosi appunto di una logica e di un ragionamento associativi. 3)Infine, come ultima operazione, Paolo Conte cerca di mettere insieme i pensieri appena scaturiti, senza badare più di tanto alla linearità della sintassi e all’oggettività delle immagini e delle situazioni che tenta di evocare; la sua intenzione non è creare motivi prosastici e chiari, bensì temi vaghi e indefiniti, aperti a più livelli di lettura e a una libera e personale interpretazione da parte dell’ascoltatore, che può fantasticare e lasciarsi trasportare attraverso la musica e le parole in mondi lontani e atemporali. Questo comporta due “momenti ipertestuali” distinti: il primo è quello -spiegato sopra- vissuto dall’autore, durante la stesura di spartiti e contenuti; il secondo – o sarebbe meglio dire “i secondi”- consistono nei percorsi autonomi, liberi e aperti che ogni sacoltatore può fare. Questi ultimi variano a seconda dell’età, del background e della sensibilità personale di ogni singolo individuo nei confronti di determinate immagini e situazioni, che proprio grazie alla loro genericità e inconsistenza si rivelano seduttive e facili da piegare, sempre tramite associazioni, alle proprie esperienze e sensazioni. Analizzare tutte le canzoni in questa sede sarebbe impossibile, perciò mi limito a qualche esempio significativo. Gli album degli anni settanta sono legati a una rappresentazione nel complesso canonica della realtà e alle vicende della giovinezza passata nella provincia di Asti; tuttavia non mancano immagini sfumate e aperte, come il “temporale appena finito” della Topolino amaranto (sarà stata una forte precipitazione? O la seconda guerra mondiale?), il “naufragio che ha dato la felicità” in Onda su onda (un’isola reale, il delirio di un moribondo in mezzo al mare o, semplicemente, le divagazioni oniriche di un marito che sente la moglie sempre più distaccata?) o il tentativo di cercare una donna nel fondo di un caffè per poi trovarvi “uno specchio che dentro si vede il mare, e dentro il mare una piccola barca” per sé, in Rebus ( che però premette subito, nel titolo, una certa ambiguità di fondo). Il cd “spartiacque” vero e proprio si può considerare Paris Milonga, del 1981. Gli orizzonti dell’avvocato astigiano si allargano e lo stesso titolo dell’album simboleggia un ipotetico congiungimento di due stazioni, soltanto che una è una città reale (Parigi), mentre la milonga (tipica danza argentina) è un punto di arrivo utopico in una dimensione parallela e musicale. Ed è l’omonima canzone Alle prese con una verde milonga che esprime appieno i percorsi associativi contiani: un musicista, seduto in solitudine al pianoforte e impegnato in una difficile esecuzione di una seducente milonga personificata che “fa dannare le sue dita e gli strappa un sorriso di tregua a ogni accordo”, incomincia a lasciarsi trasportare con la mente attraverso questa antica musica, percependone la sua remota “origine d’Africa, la sua eleganza di zebra” e inseguendola fino a ritrovarsi nei “laghi bianchi del silenzio”, di fronte a divinità primordiali. Vi è poi tutta una serie di pezzi incentrati su un’evasione nonsense verso un generico esotico, come Hemingway, in cui una strada non specificata evoca una “nostalgia al gusto di curaçao”, oppure Elisir, in cui etnie remote e indefinite si incontrano e dialogano con l’animo di un uomo innamorato che canta “tutto e niente, una musica senza musica” e comincia a fantasticare luoghi lontani nello spazio e nel tempo. Per definizione l’ipertesto è composito, formato da elementi variegati, e i mondi e le situazioni delle canzoni di Paolo Conte sono quanto mai molteplici sia nella loro dimensione sincronica sia in quella diacronica. Ma è anche multimediale, sollecitando diverse capacità percettive; e le canzoni del cantautore non ci regalano solo sensazioni visive, ma anche uditive (la musica nell’universo contiano è sempre protagonista), olfattive (“complesso è quest’aroma che ha il caffè” in Nord, “l’odore di spezie che ha il buio” in Come mi vuoi?), tattili (“perché di inverno è meglio/la donna è tutta più morbida” nella Donna d’inverno) e così via. La stessa vocazione enciclopedica in Conte si concretizza in una miriade di citazioni e conoscenze settoriali che rendono i suoi testi molto difficili da comprendere nella loro completezza: nomi di luoghi, popoli e divinità perduti; gergo dei musicisti; citazioni letterarie, artistiche e classiche; oggetti curiosi, inusuali e appartenenti per lo più al passato; termini dialettali (e non solo astigiani, anzi…) e stranieri oppure rubati a tutta una serie di professioni, dalla più umile a quella dell’avvocato (che è poi l’altro mestiere del cantautore); neologismi, licenze d’autore e ardite figure retoriche, che mostrano una conoscenza profonda degli strumenti poetici della lingua italiana. Le canzoni di Paolo Conte vanno capite, analizzate, sezionate nel tempo; non si può sperare di comprenderle al primo ascolto, come i bellissimi “testi-storia” di De Andrè, così chiari e lineari nei loro contenuti e con personaggi così ben descritti, che risultano piacevoli anche a una sola lettura da antologia. Forse, quella di Conte, è una forma di percorso “metaipertestuale”, nel senso che ha due livelli di ipertesto, un “ipertesto nell’ipertesto”: l’uno nella stessa logica (o illogica?) compositiva, basata su libere associazioni non lineari stimolate dalla musica; l’altro nelle immagini e nelle situazioni evocate a canzone compiuta, caratterizzate da voli pindarici quanto mai liberi e audaci, grazie ai quali i personaggi (che rappresentano tanto Conte quanto, potenzialmente, gli ascoltatori), seduti in un vecchio mocambo a fumare l’ennesima sigaretta, si ritrovano -grazie a un percorso mentale i cui “link” vengono celati, ma non per questo non sussistono- all’improvviso a tu per tu con scrittori famosi (Hemingway), novelle “cortigiane” del Politeama (Schiava del Politeama), fantasmi di buongustai (900), dancing europei e sudamericani, giardini pensili in “deserti tatuati”(I giardini pensili hanno fatto il loro tempo) e mondi dal “colore baio”; salvo poi recuperare “il cielo ad alta quota” (entrambi i versi sono di Aguaplano) per tornare, paradossalmente, con i piedi per terra all’uscita del labirinto, in attesa di un altro viaggio sul “treno dei desideri” (perché Azzurro non è di Celentano come molti credono, ma sua).

http://www.paoloconte.it è il suo sito ufficiale.
Vi consiglio di sentire l’ultimo cd degli Avion Travel, Danson metropoli; sono tutte cover di Conte molto ben riarrangiate sotto la sua supervisione.

Iperpittura

marzo 31, 2007

Un argomento che mi pare non si sia toccato è quello dell’iperpittura. In molti lavori di artisti del passato possiamo trovare segni di una narrazione sviluppata secondo schemi analogici. Non mi riferisco solo agli a noi vicini casi delle avanguardie novecentesche, giacché ritengo che anche nel passato meno recente si possano trovare esempi a riguardo. A mio modo di vedere ciò non dovrebbe stupire: nel momento in cui ci si propone di comunicare più concetti, l’immagine – sia pittorica sia fotografica – costringe l’artista ad una “compressione” di quanto si vuole dire.

Ne è un esempio il ciclo d’esaltazione dei valori civici medievali di Ambrogio Lorenzetti composto da Effetti del Buon Governo nella città e nella campagna, Allegoria ed effetti del Cattivo Governo e Allegoria del Buon Governo. Il lavoro venne commissionato all’artista dalla città di Siena per esaltarne la struttura politica basata sulle virtù repubblicane trecentesche. Il ciclo, realizzato tra il 1338 ed il 1340, mostra all’interno di ciascuno dei tre affreschi presenti sui muri della Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena, un insieme di microstorie tra loro slegate ma ognuna riflesso degli effetti che la struttura repubblicana e la sua antitesi rappresentata dal governo tirannico portano al complesso sociale della città. Abbiamo quindi una serie di storie presentate di seguito una all’altra senza un logica consequenziale, ma piuttosto di significato dato che ci troviamo davanti ad un’opera “a tesi”.

Un altro esempio dal passato è la Flagellazione di Cristo ad opera di Piero della Francesca realizzata intorno al 1459. Dal punto di vista del significato l’opera è assai controversa, dal momento che gli studiosi non sono concordi nell’attribuirne uno da tutti condiviso (per un’immagine dell’opera e le varie interpretazioni ad essa attribuite rimando a http://it.wikipedia.org/wiki/Flagellazione_di_Cristo_(Piero_della_Francesca) ). Ciò che conta ai fine delle nostre analisi è che la tempera su tavola si propone di dare all’osservatore due percorsi da seguire, molto probabilmente legati l’uno all’altro perlomeno nelle intenzioni dell’autore, e che pertanto non si presta a un’univoca lettura logicamente consequenziale. Proprio quanto a noi interessa.