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Fairphone. Quando l’innovazione tecnologica incontra l’etica

settembre 9, 2013

Non più solo caffé, zucchero, cotone e cioccolato, ma uno smartphone “equo-solidale”. Questa la scommessa di un gruppo di giovani attivisti europei, molti dei quali provenienti da diverse ONG (Waag, Action Aid e Schrijf-Schrijf). Tutto è nato nel 2010 da un progetto di sensibilizzazione sui conflitti nella Repubblica Democratica del Congo dovuti allo sfruttamento minerario di varie regioni per l’approvvigionamento elettronico nel Nord del mondo. Dal 2013, dopo tre anni di ricerche, il gruppo si è costituito come impresa sociale, con lo scopo di creare e produrre il primo fairtrade smartphone, un telefono in linea con gli standard tecnologici dei giganti coreani e nordamericani, ma attento al pianeta e ai diritti dei lavoratori e distante dalle logiche speculative di mercato.

Il progetto è semplice quanto ambizioso: creare un prodotto competitivo ponendo alla base dei propri valori d’impresa la consapevolezza dell’impronta dell’uomo sul mondo che lo circonda e promuovendo uno sviluppo tecnologico coerente e rispettoso della persona umana. Una logica che si oppone fieramente alla produzione delle multinazionali del settore e che, dal basso, potrebbe convincere anche i più strenui detrattori dell’ipertecnologia. Finalmente connessi al mondo e coerenti.

Già con le scelte sui finanziamenti, rigorosamente ispirate al crowdfunding, il gruppo intende chiamare i consumatori a un impegno responsabile, promettendo in cambio della fiducia un processo produttivo trasparente ed ecologico in ogni sua fase, dall’estrazione mineraria all’assemblaggio dei componenti, e con al centro le persone e non i profitti. Alla maggior complessità dei prodotti  di consumo, si può leggere sul sito www.fairphone.com, corrisponde infatti un più intricato processo di tracciabilità dei singoli componenti e dei singoli apporti umani, dietro ai quali si celano spesso guerre lontane e sfruttamento di mano d’opera a basso costo e priva di diritti.

Trovato il sostegno di ben 14.000 acquirenti “al buio” in pochi mesi – una ventina dei quali durante la redazione di quest’articolo – il problema era quello di coniugare le esigenze produttive (dunque prima di tutto i tempi rapidi della filiera) con la prerogativa irrinunciabile delle condizioni eque di lavoro. Proprio per questo, la project manager Mulan Mu, non nuova ad esperienze di management sostenibile, ha deciso di andare a vivere proprio a Chongqing, città cinese dove ha sede la la fabbrica produttrice, per garantire uno stretto e continuo monitoraggio della catena produttiva.

Anche la scelta di produrre in Cina, apparentemente in linea con le più ovvie e rodate logiche di decentramento produttivo alla ricerca dei bassi costi di produzione, è stata frutto di un’intensa attività di analisi e ricerca. Al termine di vari mesi di indagini è stata un’azienda cinese di nome A’Hong ad aggiudicarsi la partnership. «Scegliere di produrre in Europa – afferma Miquel Ballester, designer industriale e Product strategy Fairphone – avrebbe significato spostare un’intera fabbrica cinese oltreoceano giacché il ciclo produttivo di uno smartphone, oggi, non può che passare per la Cina (soprattutto per la fase dei test); inoltre gran parte dei componenti sono di produzione cinese, quindi produrre in Europa avrebbe comportato troppe rinunce sul piano della sostenibilità e dell’impatto ambientale. A’Hong ci ha garantito la condivisione dei valori fairphone, l’intenzione di investire in un rapporto a lungo termine e dimostrare un impegno per migliorare, se necessario, le pratiche sociali e ambientali, in consultazione con i lavoratori, la garanzia della trasparenza nel processo di produzione, la capacità di produrre un buon telefono, con eccellenti prestazioni tecniche e caratteristiche di design, e possiede inoltre una solida esperienza di fabbricazione per il mercato europeo. Infine, questione per noi fondamentale, il nostro partner cinese ci ha garantito di accettare l’utilizzo di materiali senza conflitti sia per ciò che riguarda i componenti elettronici che nelle linee di montaggio». 

Con un case interamente assemblato con policarbonato riciclato, Fairphone offre, per ben un terzo del proprio peso, una consistente riduzione delle emissioni di CO2 in fase produttiva. Ha una linea accattivante, è ultrapiatto, è dual-sim, con un ampio display HD da 4.3 pollici, e una doppia fotocamera rear-front. Processore Quadcore Mediatek 6589 e tecnologia Android promettono ottime prestazioni, dietro un’interfaccia intuitiva e unica sviluppata appositamente dalla Kwame Corporation, un partner portoghese impegnato in vari progetti open-source.

Se non puoi aprirlo, non lo possiedi. Uno slogan che mira a risvegliare le coscienze degli utenti rispetto alla passività che caratterizza sempre di più la fruizione dei prodotti tecnologici. Un invito, anche, ad estendere il consumo responsabile a tale settore, fino ad oggi preda di scelte imposte dall’alto dalle multinazionali e che, interrogando il nostro senso critico, per lo meno questo ne è l’auspicio, rivoluzionerà uno dei mercati più floridi e crescenti del nostro tempo.

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I “nodi” della rete: fra cyber-guerra e Grande Fratello

giugno 11, 2013

Internet costituisce oggi, e sempre di più costituirà nel futuro, una piattaforma insostituibile e di importanza massima per l’economia e per gli equilibri politici di tutto il pianeta. Alla rete affidiamo poi una gran quantità di segreti personali di non trascurabile importanza… possiamo stare tranquilli?

Proprio attraverso la rete vengono giornalmente scambiati miliardi di dati che hanno immenso valore, e non solo per i mittenti e per i destinatari della comunicazione. Basti pensare banalmente a password di account, dati di bancomat o carte di credito, per arrivare fino a segreti industriali, documenti riservati di natura politica o militare.

Ovviamente carpire informazioni di questi generi è illegale, ma sono ingenti le  possibilità di guadagno; il giro d’affari mondiale riferibile ai crimini compiuti attraverso la rete è difficilmente quantificabile con precisione, ma si parla di miliardi di dollari. Alcune stime parlano addirittura di 300 miliardi di dollari. Si può affermare che il numero dei crimini informatici e la rilevanza di ciascuno di essi sia cresciuta, e crescerà, di pari passo con l’importanza strategica di Internet. In Italia, ad esempio, nel 2012 l’Osservatorio per la Sicurezza Nazionale ha reso noto che si è registrato un incremento dei crimini informatici del 200% e, contestualmente, il Ministero della Difesa ha fatto sapere che avrebbe aumentato il budget destinato agli apparati di difesa informatici.

Le attività illegali sulla rete non sono però messe in atto sempre per un profitto economico personale, ma spesso possono avere altri fini. Soggetti individuali o collettivi (come Anonymous) hanno messo sovente in atto veri e propri atti di “disobbedienza civile virtuale”, o hanno sottratto dati riservati per poi renderli pubblici in maniera gratuita, mossi da una spinta etica o ideologica. Aziende e governi non sono stati da meno nel comprendere le potenzialità della rete in quanto  canale di spionaggio e controllo; infatti oggi molti hacker sono assunti per i loro servizi e pagati profumatamente.

Oltre l’Atlantico il tema desta molta preoccupazione e ampio dibattito:  sono proprio di questi giorni due notizie degne di nota sul tema.

La prima riguarda il recente incontro tra il presidente USA Barack Obama e leader cinese Hu Jiintao, in cui è stato dato molto spazio alla discussione circa norme comuni in materia di sicurezza digitale. In realtà queste pacate trattative sono da considerare come un atto di diplomazia in quella che è una vera e propria cyber-guerra che contrappone la Cina agli Stati Uniti; tanto che nello scorso ottobre la situazione era già considerata così grave da far dichiarare all’allora segretario della Difesa statunitense Panetta che  il rischio fosse quello di una “Cyber Pearl Harbour”. Pare accertato che fossero oggetto delle attenzioni degli hacker arruolati dal gigante asiatico soprattutto notizie di carattere militare, come segnalato dal Wall Street Journal per quanto riguarda i progetti degli aerei da combattimento Joint Strike Fighter e F-35 Lightning 2, o dalla azienda omonima del famoso anti -virus “McAffe” in merito ad attacchi hacker a numerose società ed apparati governativi americani; fra questi  Lockeed e Martin Corporation, due importanti industrie d’ armamenti.

La seconda notizia riguarda il dibattito che si è sviluppato negli Stati Uniti circa l’utilizzo di un sistema di controllo di Internet chiamato Prism da parte dei servizi di sicurezza. L’obiettivo dei controlli erano mail, foto, login, video, chat,  e file memorizzati di cittadini stranieri e statunitensi ottenibili  grazie all’accesso diretto ai server delle varie compagnie che operano sul campo; questi miliardi di dati vengono scansionati in maniera automatica secondo un sistema di parole chiave, così da poter  sottoporre al controllo umano dati risultati sospetti. Secondo una diffusa opinione un tipo di intercettazione così indiscriminata e senza autorizzazione di alcun giudice sarebbe  una palese violazione dei diritti civili dei cittadini americani.

Per quanto ormai grazie alla rete  governi, banche e aziende facciano funzionare i propri apparati ,e navigare su internet sia pratica quotidiana per gran parte della popolazione, non si può dire che le acque siano tranquille e prive di pericoli. Questo video del sito di Repubblica ci mostra quanto sia facile reperire e mettere in funzione un programma in grado di fornirci tutti i dati sensibili di un qualunque bersaglio.

Carlo Ramoino

Ciak, si gira: Kickstarter e il cinema 2.0

giugno 1, 2013

In principio era la celluloide. Poi il tempo è passato, i film hanno guadagnato l’audio e successivamente conquistato anche il colore, per approdare in seguito al digitale.

Infine il cinema è diventato social. Gli attori twittano, offrono spoiler (anticipazioni) al pubblico, interagiscono con i fan e lasciano che questi sbircino nel loro quotidiano attraverso i contenuti multimediali che loro stessi pubblicano.

Il cinema si è fatto più umano, accorciando le distanze e perdendo parzialmente quell’aura mitica e idealizzata del passato, riconoscendo di fatto che senza un pubblico non avrebbe vita.

Recentemente però Hollywood ha fatto un ulteriore passo verso i suoi fedeli, cercando fondi su Kickstarter e ottenendo una partecipazione da record da parte dei fan.

logo_kickstarter

Kickstarter è una piattaforma americana di crowd funding rivolta ai progetti creativi. Nel solo 2012 più di due milioni di persone da tutto il mondo hanno sostenuto, con una cifra totale impressionante – 320 milioni di dollari – , i progetti proposti sul sito, arrivando a realizzarne diciottomila.

Il meccanismo è piuttosto semplice:  chi ha un progetto può attivare un account, aprire una pagina sul sito dedicata alla sua idea e presentarla, dichiarando la cifra che intende raccogliere e in quanto tempo. Fondamentale, in questo frangente, la componente viral dell’annuncio: l’azione passa infatti in mano agli utenti e visitatori di Kickstarter, che possono decidere di versare una cifra a loro scelta a favore di un progetto che li ha colpiti.

Ma attenzione, questi, i backers, non vengono considerati finanziatori, quanto piuttosto, secondo la filosofia del sito, sostenitori del progetto, che riceveranno un riconoscimento proporzionale all’impegno economico promesso.

La piattaforma è insomma uno strumento dalle grandi potenzialità, di cui si è appunto accorta anche l’industria cinematografica.

Se infatti fino a poco tempo fa la maggior parte dei progetti nella categoria “Film & Video” del sito riguardava la produzione di un documentario o la distribuzione nelle sale di film indipendenti, lo scorso marzo è partita la raccolta dei fondi per realizzare un film tratto dalla serie TV “Veronica Mars”, che ha infranto ogni record.

Con una campagna ben progettata e facendo leva sull’affetto dei fan, che da anni richiedevano a gran voce alle grandi case cinematografiche la giusta conclusione per la serie andata in onda tra il 2004 e il 2007, nell’arco di dieci ore l’iniziativa ha raggiunto la somma preposta di 2 milioni di dollari, concludendo la “missione” con un totale di 5,7 milioni e diventando il progetto che ha raccolto la cifra più alta e nel minore tempo.

L’evento non è passato inosservato e pochi giorni dopo la chiusura della raccolta fondi di Veronica Mars, l’attore e regista Zach Braff, conosciuto per il suo ruolo di JD nella serie tv “Scrubs”, ha visto in Kickstarter la possibilità per il cinema di produrre film indipendenti senza che gli autori debbano scendere a compromessi con il volere dei finanziatori, che spesso intervengono nel processo creativo, ostacolandolo.

L’attore ha quindi proposto il suo progetto, “Wish I was here” –  che sarà nelle sale americane nel settembre 2014, avendo raggiunto il suo obiettivo in pochi giorni –  e ha concluso il suo appello sottolineando al contempo la libertà necessaria a un progetto creativo e la bellezza di questa possibilità, promettendo un prodotto aderente al progetto iniziale, senza compromessi e curato dall’autore in tutte le sue fasi, dalla scelta del cast al montaggio finale.

Kickstarter sembra dunque aprire la strada a una sorta di arte partecipata, quasi una versione 2.0, applicabile in ogni campo della produzione intellettuale e in ogni sua forma di espressione.

Peccato solo che, per il momento, possano aprire nuovi progetti solo i cittadini americani o del Regno Unito. Nel resto del mondo la creatività dovrà aspettare, ma, nell’attesa, si può sempre andare al cinema.

Nicoletta Valentino

Dopo Flickr e Tumblr, Yahoo! punta Hulu

maggio 29, 2013

Continuano le strategie di ripresa di Yahoo!. Dopo Flickr e Tumblr, il motore di ricerca con il punto esclamativo pare sia in trattativa per l’acquisizione di Hulu, una piattaforma di video in streaming.

La filosofia se non puoi farlo tu, allora compralo, è molto in voga tra i colossi del mondo dell’informatica. È ciò che ha spinto Microsoft a rilevare Skype, Google ad avere YouTube e Facebook ad accaparrarsi Instagram, con lo scopo finale di aumentare i profitti e gli users. E Yahoo!, che non vuole essere da meno, ha puntato gli occhi su Hulu.

Il motore di ricerca Yahoo!, fondato a metà degli anni Novanta da Jerry Yang e David Filo, due studenti di Stanford, ha all’inizio vissuto anni d’oro. Con il nuovo millennio però, a causa della bolla delle dot-com e della crescente concorrenza di Google, Yahoo! non mai più raggiunto quei livelli. Qualcosa è cambiato nel luglio 2012, quando viene nominata al vertice Marissa Mayer, manager molto stimata e una tra le 50 donne più potenti nell’imprenditoria americana. La Mayer accetta subito l’incarico e la missione/sfida di far rinascere il motore di ricerca. Le sue prime mosse sono state dirette a cambiare la cultura del gruppo di Sunnyvale, rendendolo più simile a Google.

Ed è così che, il 20 maggio 2013, la nuova chief executive di Yahoo!, sborsando ben 1.1 miliardi di dollari, ha acquistato il sistema di microblogging Tumblr. Il nome deriva da tumblelog, ovvero blog corti, creativi e arricchiti da materiali multimediali. Un’alternativa al classico blog, ma che consente comunque di postare articoli, commenti e di esprimere la propria identità online. Un acquisto quello della Mayer che mira ad avvicinare il motore di ricerca agli utenti, i quali possono utilizzare una piattaforma social in concorrenza, quindi, con Google+ e Facebook. In questo modo, potrebbe aumentare il numero dei visitatori complessivi e, di conseguenza, anche quello degli inserzionisti.

Nel 2005, Yahoo! aveva comprato anche Flickr, la piattaforma web 2.0 di photo sharing, ma solo con l’arrivo della Mayer, la quale ha deciso di cambiarne il layout, aggiungere nuove funzionalità ed espandere a un terabyte lo spazio disponibile per la condivisione di foto, Flickr è stato sfruttato in funzione anti Instagram.

Una strategia d’attacco, dunque, quella della Mayer che mira a consolidare il brand Yahoo!. Hulu, l’ultima piattaforma sulla quale ha puntato gli occhi, è un servizio internet di video su richiesta che offre film e spettacoli televisivi in diretta, attualmente disponibili solo negli Stati Uniti. Yahoo!, il quale aveva fatto un pensierino anche su YouTube prima che finisse nelle mani di Google, ora sarebbe dunque in trattativa per Hulu. La notizia non è stata ancora confermata ufficialmente e non è stata fatta un’offerta definitiva, anche se la cifra potrebbe aggirarsi tra i 600 e gli 800 milioni di dollari. Ma l’intento è chiaro: Yahoo! punta al settore video per far fronte alla concorrenza di YouTube, controllato dal rivale Google. C’è da dire, però, che Hulu è già da tempo sotto mira anche di Google stesso, Microsoft e Amazon.

Selena Zamarian

SHARING ECONOMY MANIA

agosto 2, 2012

Dopo il boom dei social network, la sharing economy diventa il vero business del  futuro: una nuova filosofia di vita che, complice l’attuale crisi, prende le distanze dalla mania dell’accumulo per passare alla condivisione.

Negli Sati Uniti, dove la sharing economy è nata, viene ovviamente già applicata a ogni tipo di bene e servizio, dal babysitting alla condivisione di case, spazi di lavoro ecc.

Lo stesso “The Week” in un articolo online di aprile 2012, la  definisce come la “nuova rivoluzione industriale”.

Vediamo alcuni esempi tra i più famosi:
Airbnb (www.airbnb.it) è una community marketplace che mette in contatto proprietari di appartamenti, case, ville, stanze ecc con viaggiatori alla ricerca di una sistemazione; è uno dei siti più famosi che ha raggiunto il record di 10 milioni di notti prenotate in 25 mila città!

La community ha regole precise da rispettare, un’assicurazione che copre i proprietari e un’applicazione I-phone con “wish list” per salvare le proprie preferenze.

Sicuramente il mondo della moda è quello che fin da subito ha dato origine allo scambio, dalla semplice bottega di rivendita di abiti usati, alla community su internet; gli esempi sono moltissimi, ma possiamo sicuramente citare “Refashioner” sito americano must per le modaiole che non buttano mai via niente e che si definisce appunto  “un’accurata community per acquistare, vendere e scambiare abiti e accessori di qualità!” Qui si possono davvero fare ottimi affari trovando il pezzo preferito e cercato da tempo o noleggiando borse e abiti per un tempo limitato.

Un esempio italiano di rilievo è quello di www.suiteatwork.it, l’ecologico guardaroba organizzato in grado di offrire un guardaroba femminile condiviso tutto l’anno: su abbonamento si possono scegliere abiti per ogni giorno che vengono scelti, indossati e riportati alla sede centrale  che si occupa di lavarli, stirarli e rimetterli a disposizione (per ora solo a Milano e Brescia).

O ancora scambio dei vestitini dei figli per le mamme eco fashion, su www.newtoyou.it  boutique di Milano.

Ma oltre ovviamente allo scambio di case, abiti, all’ancor più famoso “couchsurfing”  che permette  di trovare sistemazioni “di fortuna”, la vera rivoluzione della sharing economy è quella che riguarda i servizi: si può scambiare e condividere davvero di tutto!

Dal dogsitter, www.dogvacacy.co, alle macchine sempre più scelte a noleggio, soprattutto negli USA con http://www.zipcar.com, per arrivare alla condivisione degli spazi comuni di casa e lavoro: dal “co-housing” dove più famiglie acquistano case in complessi residenziali con servizi e aree comuni (asilo, orto, parcheggi, macchine, gruppi d’acquisto) – da citare l’esempio di Urban Village Bovisa di Milano – al “co-working” che permette di condividere uffici completamente accessoriati riducendo le spese e usufruendo di spazi comuni (www.coworkinproject.com).

Il problema fondamentale è sicuramente quello della “garanzia”, del “potersi fidare”, che ogni community cerca di rafforzare con regole precise, esclusioni dal sito per violazioni fino ad arrivare negli USA alla creazione di una sorta di “portal reputation system for internet” che funziona come database per utenti referenziati.

Il mercato si avvia cosi a un modello di peer marketplace. Sempre più spesso l’offerta di un bene proviene dal singolo, anziché da una società: è il caso di eBay che si emancipa da internet per entrare nel quotidiano e il consumatore diventa veicolo di pubblicità, non soltanto perché sceglie cosa e come acquistare, ma perché consiglia, suggerisce: non è soltanto un fenomeno di scambio materiale, quindi, ma anche e soprattutto di opinioni.

Poter accedere a beni e servizi è ormai diventato più importante che possedere e i vantaggi sono sempre più numerosi: meno costi, meno problemi e creazione di una comunità globale che condivide soprattutto una di  filosofia di base.

Luisa Gulluni