Archive for the ‘Show biz’ Category

Ciak, si gira: Kickstarter e il cinema 2.0

giugno 1, 2013

In principio era la celluloide. Poi il tempo è passato, i film hanno guadagnato l’audio e successivamente conquistato anche il colore, per approdare in seguito al digitale.

Infine il cinema è diventato social. Gli attori twittano, offrono spoiler (anticipazioni) al pubblico, interagiscono con i fan e lasciano che questi sbircino nel loro quotidiano attraverso i contenuti multimediali che loro stessi pubblicano.

Il cinema si è fatto più umano, accorciando le distanze e perdendo parzialmente quell’aura mitica e idealizzata del passato, riconoscendo di fatto che senza un pubblico non avrebbe vita.

Recentemente però Hollywood ha fatto un ulteriore passo verso i suoi fedeli, cercando fondi su Kickstarter e ottenendo una partecipazione da record da parte dei fan.

logo_kickstarter

Kickstarter è una piattaforma americana di crowd funding rivolta ai progetti creativi. Nel solo 2012 più di due milioni di persone da tutto il mondo hanno sostenuto, con una cifra totale impressionante – 320 milioni di dollari – , i progetti proposti sul sito, arrivando a realizzarne diciottomila.

Il meccanismo è piuttosto semplice:  chi ha un progetto può attivare un account, aprire una pagina sul sito dedicata alla sua idea e presentarla, dichiarando la cifra che intende raccogliere e in quanto tempo. Fondamentale, in questo frangente, la componente viral dell’annuncio: l’azione passa infatti in mano agli utenti e visitatori di Kickstarter, che possono decidere di versare una cifra a loro scelta a favore di un progetto che li ha colpiti.

Ma attenzione, questi, i backers, non vengono considerati finanziatori, quanto piuttosto, secondo la filosofia del sito, sostenitori del progetto, che riceveranno un riconoscimento proporzionale all’impegno economico promesso.

La piattaforma è insomma uno strumento dalle grandi potenzialità, di cui si è appunto accorta anche l’industria cinematografica.

Se infatti fino a poco tempo fa la maggior parte dei progetti nella categoria “Film & Video” del sito riguardava la produzione di un documentario o la distribuzione nelle sale di film indipendenti, lo scorso marzo è partita la raccolta dei fondi per realizzare un film tratto dalla serie TV “Veronica Mars”, che ha infranto ogni record.

Con una campagna ben progettata e facendo leva sull’affetto dei fan, che da anni richiedevano a gran voce alle grandi case cinematografiche la giusta conclusione per la serie andata in onda tra il 2004 e il 2007, nell’arco di dieci ore l’iniziativa ha raggiunto la somma preposta di 2 milioni di dollari, concludendo la “missione” con un totale di 5,7 milioni e diventando il progetto che ha raccolto la cifra più alta e nel minore tempo.

L’evento non è passato inosservato e pochi giorni dopo la chiusura della raccolta fondi di Veronica Mars, l’attore e regista Zach Braff, conosciuto per il suo ruolo di JD nella serie tv “Scrubs”, ha visto in Kickstarter la possibilità per il cinema di produrre film indipendenti senza che gli autori debbano scendere a compromessi con il volere dei finanziatori, che spesso intervengono nel processo creativo, ostacolandolo.

L’attore ha quindi proposto il suo progetto, “Wish I was here” –  che sarà nelle sale americane nel settembre 2014, avendo raggiunto il suo obiettivo in pochi giorni –  e ha concluso il suo appello sottolineando al contempo la libertà necessaria a un progetto creativo e la bellezza di questa possibilità, promettendo un prodotto aderente al progetto iniziale, senza compromessi e curato dall’autore in tutte le sue fasi, dalla scelta del cast al montaggio finale.

Kickstarter sembra dunque aprire la strada a una sorta di arte partecipata, quasi una versione 2.0, applicabile in ogni campo della produzione intellettuale e in ogni sua forma di espressione.

Peccato solo che, per il momento, possano aprire nuovi progetti solo i cittadini americani o del Regno Unito. Nel resto del mondo la creatività dovrà aspettare, ma, nell’attesa, si può sempre andare al cinema.

Nicoletta Valentino

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Kim Kardashian, l’imprenditrice del niente

aprile 7, 2012

Ha 32 anni, è di Los Angeles, ha studiato – più o meno 😉 – in una scuola privata, amica di Paris Hilton, ha lavorato come stylist per attrici. Suo padre, morto nel 2003, di origine armena, è stato l’ex socio e uno degli avvocati di O.J. Simpson, nel processo per l’omicidio della moglie Nicole. Dalla casa di Kardashian era partita la fuga autostradale di Simpson, in diretta tv.

Kim Kardashian ha due sorelle Kourtney e Klohe e un fratello, che si chiama semplicemente Robert. Esibizionista, è una perfetta imprenditrice del niente, dopo essere apparsa in qualche telefilm americano e aver posato per Playboy nel 2007, la sua vita viene raccontata dal reality Al passo con i Kardashian (Keeping Up with the Kardashians) sul canale satellitare E! dove c’è tutta la famiglia, compresa la mamma Kris (in famiglia le “K” piacciono, le figlie avute dal secondo marito – le sorellastre di Kim – si chiamano Kendall e Kyle).

Lo scorso 29 marzo, Forbes, l’ha decretata il personaggio tra le più sovraesposte, tra televisione, internet e giornali. Ovunque la si trova, dove ci sono i gossip lei c’è.

Su Facebook piace a più di 8 milioni e 448 mila persone, su Twitter i suoi “followers”, quelli che la seguono, sono invece 14 milioni e oltre 321 mila!

Un suo tweet, uno di quei messaggi lunghi al massimo 140 caratteri che famosi e non possono scrivere, sul social network Twitter, valgono migliaia di dollari.

Dopo due matrimoni falliti, l’ultimo è durato solo 72 giorni, con un cestista del NBA Kris Humphries (…e di nuovo una “K”), ora pare abbia un flirt con il cantante Kanye West.

Unico obiettivo fare parlare di sè, per fare soldi, e nel 2011 la sua “impresa” familiare ha fruttato circa 65 milioni di dollari, ma come? Con il reality che la segue nella vita di tutti i giorni, le vacanze, lo shopping, le litigate, gli amori, le sfilate, eh, che vita stressante.
E anche l’ultimo matrimonio pare sia stata una montatura, organizzato solo per farsi pubblicità e guadagnare qualche extra, e con il finale della scorsa stagione ha raddoppiato il numero del pubblico dell’anno precedente.

Tra comparsate in telefilm come “CSI” o “90210”, pubblicità, gossip e un red carpet, la cara Kim è dappertutto. E lo show non è finito, ci rassicura lei stessa, anche dal suo sito web ufficiale  è in arrivo la stagione numero 7 del reality del fenomeno del nulla e della vanità:
i Kardashian.

La Tv del futuro è “pull up”: lo pensa la Nbc, lo vogliono gli utenti

settembre 23, 2007

E’ di qualche giorno fa la notizia che la Nbc ha deciso di distribuire via internet parte del suo palinsesto. “Nbc direct”, questo il nome del servizio, sarà a pieno regime entro novembre e permettererà di scaricare direttamente serie e show televisivi.

La scelta, ha spiegato il presidente di Nbc universal television group, Jeff Gaspi, risponde alle nuove esigenze dell’utenza under 30: “Il controllo sui programmi da parte dei consumatori – ha dichiarato – è il più grande cambiamento degli ultimi 25/30 nel media business. In base alle nostre ricerche l’83% dei telespettatori preferiscono utilizzare la Tv invece che il Pc, ma i giovani…”.

Se nessuno ha messo in discussione questa analisi della realtà, critiche sono giunte da più parti per alcune scelte distributive che limitano la fruizione dei contenuti: la visione sarà infatti limitata ad una settimana dalla messa in onda sul via cavo, grazie alle tecnologie di Digital right management di Microsoft. Visto l’uso di questa tecnologia, inoltre, i contenuti saranno preclusi ai So diversi da Windows e Mac Os.

Qui l’articolo del The New York times nel quale la nuova strategia è stata svelata il 19 settembre.

Qui la notizia rimbalzata due giorni dopo su Punto informatico.

Con televisione “pull up” intendo il modello di fruizione “tirato” dall’utente, per esempio on demand e in podcasting. La contrapposizione è con quello “push down”, “spinto” verso tutti gli utenti dalla trasmissione tradizionale.

Proprio questa nuova natura della televisione su internet e il “difetto congenito” di quella tradizionale sono al centro della maggior parte degli spot ideati dagli utenti per Rai.tv. Il concorso si è chiuso il 9 settembre e i video sono stati pubblicati proprio in questi giorni sul sito. Qui il primo classificato, qui il secondo e qui il terzo.

Lo spassoso spot che ha conquistato il bronzo si chiude con “le scelte degli altri ti vanno strette?”. Il secondo classificato, emozionante, passa in rassegna i momenti più belli dello sport italiano e si chiude sulla culla di un neonato: “gli racconteremo tutto”. Lo si può fare in ogni momento, grazie alla rete. Lo spot vincitore esprime l’insoddisfazione per l’ormai vecchio e stanco “zapping”. Conclusione: televisore e telecomanto distrutti a colpi di zappa.

Cani in affitto.

luglio 31, 2007

Probabilmente qualcuno penserà che questa sia la mia solita invettiva contro un mondo dell’informazione tendente sempre più al futile sensazionalismo; in realtà questa volta vorrei soffermarmi sull’aspetto sociale (a dire il vero un po’inquietante) collegato alla “notizia” stessa.

Ieri sera il tg2 riportava un servizio sulla nuova moda-business proveniente dagli USA, il “cane in affitto”. La nuova attività consente infatti – a chi ne fosse interessato – di noleggiare il “miglior amico dell’uomo” per un tempo determinato, alla stregua di un qualsiasi altro bene di consumo.

Io penso che per chi come me ama gli animali, un cane sia un compagno per la vita e non un oggetto, uno status symbol da far sfilare per le strade per gratificazione personale. Non credo nemmeno che un vero amante degli animali (ma che per motivi di varia natura non può averne con se) possa sentirsi soddisfatto da una soluzione come quella proposta … eppure ecco nascere un business e ciò può implicare una sola cosa, esiste una domanda.

Ciò che si prospetta (se già non è così) è un futuro in cui i cani saranno considerati definitivamente oggetti pret-a-porter ???

Quando il giornalismo si ribella.

giugno 30, 2007

Tv verità o l’ennesima sceneggiata costruita a tavolino? Quando è il buon vecchio scatolotto a raccontarci queste cose è sempre difficile capire e il più delle volte non ci si azzecca.

Verità o messa in scena … credo che quanto accaduto in apertura del telegiornale di MSNBC possa racchiudere in se un valore simbolico. La giornalista statiunitense Mika Brzezinski si è rifiutata in diretta di aprire il notiziario con l’ennesima notizia sulle avventure (disavventure, rompiventure) di Paris Hilton, l’ereditiera più gossippata degli utlimi tempi.

Il gesto forse un po’troppo teatrale di stracciare i fogli contenenti la notizia mi mette il dubbio sulla sua genuinità … tuttavia, come non essere d’accordo con Mika? Non trovate anche voi che il mondo dell’informazione stia tendendo un po’ troppo al sensazionalismo e alla frivolezza? Sono veramente queste le notizie che la gente vuole sentire?

Proposta indecente

giugno 11, 2007

Vi segnalo un articolo riguardante La7, pubblicato sulla Stampa venerdì 8 giugno; si tratta di una curiosa e provocatoria “proposta” di Antonio Campo Dell’Orto, amministratore delegato della Telecom Italia Media. L’idea – molto improbabile se non irrealizzabile – è quella di creare (ribattenzando La7) una “Rai 4”, più meritevole del canone perchè “si fa carico delle esigenze del servizio pubblico “, pur operando in una realtà molto meno fastosa di quelle Rai e Mediaset.

Dal canto mio, considero questa rete solitaria molto più nelle mie corde rispetto alle altre 6 messe insieme, nelle quali da troppi anni ormai domina sia il cattivo gusto sia il livellamento. I tanto citati reality sono soltanto la punta dell’iceberg: anche la maggior parte delle trasmissioni di approfondimento giornalistico non riesco più a seguirle dall’inizio alla fine. Trovo La7 una rete molto più “elegante” (se così si può definire un’emittente televisiva) non solo nei contenuti, ma anche nella fattura, e il tutto è possibile anche con una disponibilità economica più contenuta. Tanti bei film non per forza in prima tv, Otto e mezzo e L’infedele, interviste più leggere – ma spesso piacevoli – come quelle di Daria Bignardi, Chiambretti e la new entry Paolini, documentari: mi sembra ce ne sia un po’ per tutti i gusti. Purtroppo io posso monitorare poco il palinsesto, perchè nella casa dove vivo in affitto a Genova La7 non si vede (e un po’ mi manca). Mi hanno detto che i reality ci sono anche lì; in uno di dubbio gusto pare che tate esperte tipo Mary Poppins si ritrovino alle prese con piccoli “bambini-demoni” e tentino di redimerli in 7 giorni. Però un giorno alle 4 del pomeriggio ero davanti alla tv intenta nello zapping…e a Maria De Filippi, Cucuzza, cartoni animati con animali gialli che ricordano vagamente conigli (un Lupin – lo confesso – me lo sarei guardato!) o telenovelas che sanno di naftalina, ho preferito un documentario sulla storia del gelato senza tante pretese, ma ben fatto, con documentazioni storiche, immagini risalenti a molti secoli fa e simpatici aneddoti: lo trasmetteva “Rai4″…ops, La7, un lapsus.   

 Ecco l’articolo della Stampa    

Carlo Rognoni e lo stato delle telecomunicazioni

maggio 25, 2007

L’incontro con il consigliere d’amministrazione RAI Carlo Rognoni di venerdì 11 maggio ha offerto una panoramica sullo stato della RAI e una carrellata storica sull’evoluzione delle telecomunicazioni in Italia.
Al giorno d’oggi ci si muove in uno scenario incerto e in evoluzione dove in media si prestano 3 ore al giorno di attenzione alle emissioni televisive, anche se nell’ultimo anno c’è stato un calo di circa 10 minuti al giorno. Inoltre, sulla scorta di quanto stabilito dall’Unione europea si sta lavorando in modo tale da adottare il digitale terrestre il prima possibile.
Il digitale terrestre è una tecnologia tipicamente europea che offre una serie di vantaggi, tra cui quello di impiegare una quantità inferiore di spazio di una frequenza durante la trasmissione dei dati; infatti il massimo di bit trasmissibili è di 350 milioni al minuto: una rete analogica ne impiega 25 milioni contro i 5 del digitale terrestre. Inoltre il digitale terrestre consente di creare delle reti a singola frequenza. Lo scopo è quello di permettere il fiorire di un numero sempre maggiore di editori.
Quando nel 1954 nacque la RAI le frequenze erano poche e pertanto vennero tutelate come un bene pubblico da non affidare a privati, ma con la sentenza n.202 del 1976 la Corte costituzionale aprì la strada all’esercizio dell’editoria televisiva anche a emittenti locali, lasciando il privilegio della diretta alla RAI. L’imprenditore Silvio Berlusconi, proprietario di Telemilano, iniziò a fare accordi con altre reti locali sparse per il territorio nazionale e diede così vita a Canale 5 nel 1980.
Per aggirare il divieto alla diretta, i programmi intervallati dalla pubblicità venivano registrati su videocassette da inviare alle varie reti locali, le quali non potevano trasmettere tali programmi in simultanea (altrimenti si sarebbe creato l’effetto diretta).
Un passo importante in direzione della rottura del monopolio RAI si ebbe nel 1982, quando un pretore decise di chiudere le TV locali. L’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi tornò in fretta e furia dal Regno Unito, dove si era recato per incarichi di governo, al fine di fermare l’iniziativa del pretore tramite decreto. Contestualmente Craxi sostenne di essersi mosso in modo tale da dare più potere al presidente del Consiglio di Amministrazione RAI e al direttore generale; inoltre iniziò la pratica di spartizione politica delle tre reti RAI (RAI 1 alla DC, RAI 2 al PSI, RAI 3 al PCI) in modo tale da ottenere il consenso di democristiani e comunisti.
Nonostante ciò il sistema radio-televisivo rimase fondamentalmente privo di regole e pertanto la legge Mammì (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Mamm%C3%AC) del 1990 tentò di colmare le gravi lacune. Un nuovo obiettivo della politica fu quello di promuovere a fianco del pluralismo interno (cioè un’adeguata offerta di spazio a tutte le forze politiche all’interno di RAI e Fininvest), il pluralismo esterno (cioè la nascita di altre emittenti al di fuori del duopolio RAI/Fininvest). La nuova legge ebbe il merito di introdurre il concetto di antitrust, mediante la creazione di un’Autorità garante; stabilì inoltre che il CDA RAI dovesse essere composto da 16 membri. Ma con la legge di riforma dal 1993 il numero venne portato a 6 membri scelti dai presidenti delle Camere. Poiché all’epoca la presidenza della Camera era in mano a Giorgio Napolitano e la presidenza del Senato a Giovanni Spadolini, tale scelta venne vista come una buona maniera per mettere d’accordo l’area ideologica di centro-sinistra e quella di centro-destra.
Dal momento che la legge Mammì aveva intenzione di non intaccare lo status quo consolidato, si decise di fissare il tetto massimo di reti che potevano essere possedute da eventuali nuovi editori a tre, cioè il numero in possesso dei due poli già esistenti.
Nel 1993, in seguito all’entrata nell’agone politico di Silvio Berlusconi, presidente del gruppo Fininvest, nacque il problema di legiferare a riguardo della compatibilità tra cariche pubbliche e possesso di reti televisive (e altri media). Pertanto nel 1997 venne messa a punto la Legge Maccanico (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Maccanico).
Inizialmente erano state pensate due leggi, – una per l’istituzione dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, http://www.agcom.it/) e una per definire i poteri dell’Autorità -, ma alla fine venne approvata solo la prima.
La legge cambiò il principio antitrust stabilendo che: 1)nessun soggetto destinatario di concessioni televisive poteva raccogliere proventi in misura superiore al 30% delle risorse del settore televisivo in ambito nazionale; 2)nessun soggetto destinatario di concessioni televisive poteva irradiare più del 20% delle reti televisive analogiche e dei programmi televisivi in ambito nazionale.
Si decise inoltre che ciascun editore non avrebbe dovuto avere più di due reti televisive, eccetto la RAI che ne avrebbe potuto avere tre a condizione che quella eccedente si fosse retta autonomamente senza l’ausilio di pubblicità. Per quanto riguarda Mediaset si stabilì che Retequattro sarebbe diventata una televisione satellitare non appena l’Italia avrebbe avuto “un numero congruo di parabole satellitari”. L’ambigua dicitura costrinse nel 2002 la Corte costituzionale a emanare una sentenza per la quale nel 2003 Retequattro sarebbe dovuta andare comunque su satellite. Tale sentenza venne però superata con la nascita della cosiddetta legge Gasparri (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Gasparri).
Tra i punti salienti della Gasparri troviamo:
1)un invito alla RAI per la realizzazione di multiplexer (http://it.wikipedia.org/wiki/Multiplexer) mediante digitale terrestre;
2)l’articolo 2 che stabilisce che la rete nazionale è quella che raggiunge il 50,1% della popolazione (in precedenza doveva raggiungere l’80% della popolazione);
3)il diritto ad accedere al digitale terrestre solo per chi già opera su analogico;
4)nuove regole per la composizione del CDA RAI che riportano il controllo della RAI al parlamento: infatti il numero di consiglieri viene portato a nove, sette dei quali eletti dalla Commissione di Vigilanza (quattro assegnati alla maggioranza, tre all’opposizione), uno dal Ministero dell’Economia (azionista di maggioranza della RAI) e il rimanente presidente del Consiglio di Amministrazione proposto dal Ministero dell’Economia ma eletto con una maggioranza di almeno due terzi dagli altri otto consiglieri. Una volta insediatosi il CDA sceglie il direttore generale che viene nominato dal ministro dell’Economia. Il mandato del CDA e del direttore generale è di tre anni rinnovabili;
5)nuovi parametri relativi all’accesso alla pubblicità per i quali la RAI avrebbe diritto a trasmettere 70.000 secondi di pubblicità alla settimana, contro i 350.000 secondi di Mediaset.
Con il cambio di governo avvenuto nel maggio 2006, si decise di legiferare nuovamente a riguardo: il decreto Gentiloni si muove nella stessa direzione stabilendo che dal 2009 una rete RAI, una rete Mediaset e una rete Telecom dovranno spostarsi sul digitale terrestre, mentre dal 2012 sarà disponibile solo il digitale terrestre. A tale scopo è stato creato un centro di coordinamento tra RAI, Mediaset e Telecom al fine di affrontare al meglio i vari cambiamenti in atto.

Sullo stesso tema in questo blog:

dibattito “Dove andremo a finire?”

altro resoconto

HDTV in Internet streaming

aprile 8, 2007

Come accennato durante il nostro ultimo incontro, vi segnalo alcuni spunti legati all’evoluzione della trasmissione televisiva attuata mediante Internet. E’ estremamente interessante considerare che si stia già parlando di Hd TV ovvero di televisione ad alta definizione nonostante le precarie qualità del sistema di interconnessione alla rete. Come potete vedere di persona, gli oggetti sono decisamente interessanti e vale la pena conoscere la loro esistenza.

La tecnologia di base è prodotta, in questi esempi, da Edgestream (http://www.edgestream.com/) che rende disponibile un “pezzettino” di software chiamato codec che è in grado di comprimere e decomprimere i dati in modo proprietario ottimizzando la trasmissione e producendo un risultato molto valido. Il codec potete trovarlo all’indirizzo http://www.edgestream.com/software/release/EdgeStreamClient.exe. Il codec è indispensabile per poter vedere gli esempi citati e pertando deve essere prelevato e installato su di un Pc dotato di Windows Media Player; il codec, per gli esempi in questione, è totalmente gratuito.

Gli esempi sono reperibili all’indirizzo http://www.edgestream.com/corp/demos-HD.htm

Per vedere bene è necessaria una connessione Adsl.

Ulteriori esempi sono visibili all’indirizzo http://www.coolstreaming.us/hdstreaming/koreahd.php
Il sito www.coolstreaming.us propone un insieme di riferimenti a streaming Tv che vale la pena di provare: sono centinaia di canali televisi da tutto il mondo che possono essere visti attraverso una normale connessione Internet.

Ma quali sono le novità espresse da questo tipo di tecnologia rispetto al tradizionale media e alla normale fruizione a cui siamo abituati e ci siamo adattati?

Buona visione.

Mario Clavarino

Internet e televisione, uno sguardo al futuro.

marzo 24, 2007

La nascita della tecnologia digitale ha segnato il passo della convergenza in ambito multimediale, con quali conseguenze? Una prima osservazione (un po’ riduttiva, ma in grado di dare una connotazione generale) ci consente di rilevare come la digitalizzazione delle informazioni ha reso possibile la fruibilità di media diversi in un unico dispositivo in grado di recepirli tutti. Le nuove tecnologie non hanno soltanto modificato il modo in cui gli utenti recepiscono le informazioni, ma hanno cambiato (e stanno cambiando) il modo di orientarsi al pubblico, da parte di chi fornisce i servizi. Una sorta di personalizzazione mediatica in cui l’utente ottiene ciò che gli interessa (e quando lo desidera), grazie a una rete bidirezionale (o multidirezionale, all’occorrenza) capace di metterlo in comunicazione diretta con chi offre il servizio.

Un esempio di convergenza, particolarmente calzante, è offerto dall’evoluzione della televisione nella direzione di internet. Nello specifico vorrei portare alla vostra attenzione due fenomeni – non necessariamente concorrenti – in grado di dare il segno di quanto detto finora: iptv e webtv.

Sotto il profilo tecnico, l’iptv (internet protocol television) consente di trasportare contenuti televisivi, compressi in un formato digitale, attraverso una connessione internet a banda larga; i dati vengono inviati da un emittente a un dispositivo (set-top box) in grado di recepirli e riprodurli su un comune apparecchio audiovisivo. Il sistema di trasmissione (a differenza della tv analogica) è bidirezionale e questo lo rende la piattaforma ideale per contenuti di tipo on-demand (a richiesta). Le conseguenze sono facilmente intuibili: l’utente può scegliere cosa vedere e quando farlo in una logica che inverte la realtà fin ora conosciuta, secondo la quale le abitudini televisive dovevano essere adeguate al palinsesto.

Attualmente, nel nostro paese, alcuni limiti alla diffusione di questa tecnologia risiedono nella copertura territoriale della banda larga (che nonostante i progressi vede tagliata fuori buona parte della popolazione) e da una cultura ancora ricca di pregiudizi verso le tecnologie legate alla rete (la casalinga di Voghera, spesso chiamata in causa nelle discussioni di questo calibro, potrebbe esclamare l’ormai celebre “è troppo complicato!”).

Quando invece parliamo di webtv ci caliamo in una realtà leggermente differente, i contenuti video sono di norma forniti tramite una pagina web e vengono trasmessi in streaming al richiedente. Questo nuovo modo di fare televisione ha già conquistato un discreto successo di pubblico e ha attirato l’attenzione di grandi nomi del settore. La tv diventa community e l’utente diventa a sua volta protagonista. Contenuti di tipo amatoriale e professionale vengono così a coesistere in una dimensione che lancia una sfida al classico modo di concepire la tv.

Quale sarà il futuro é difficile dirlo e spesso le previsioni degli esperti si sono rivelate un buco nell’acqua.