Il Seo è morto? Forse no

settembre 5, 2013 by

SEO is dead. Long live social media optimisation titola un articolo di Tim Anderson sul Guardian di qualche tempo fa. La sentenza nasce da un post di Aaron Harris, cofondatore di Tutorspree, il quale fa notare come cercando “auto mechanic” dal MacBook Air 13” del suo ufficio i risultati organici della ricerca occupino solamente il 13% della schermata, mentre AdWords, la barra di navigazione e la cartina di Google Maps si riservano rispettivamente il 29%, il 14% e il 7% dello spazio disponibile. Da cellulare le cose vanno ancora peggio: se si cerca “italian food” mentre da New York i primi risultati organici arrivano solo dopo quattro scorrimenti di pagina.

Anderson non ci pensa due volte: il mestiere del Seo ha imboccato il viale del tramonto, e non c’è niente che si possa fare per aiutarlo a uscirne. Il futuro, manco a dirlo, è in mano agli Smo (Social Media Optimisator). A rafforzare la tesi viene citata una recente ricerca di Forrester secondo la quale nel 2012 gli utenti statunitensi hanno scoperto nuovi siti web attraverso i social network nel 32% dei casi (in crescita dal 25% del 2011), contro il 54% dei motori di ricerca; non è più sufficiente trasmettere un messaggio, ma bisogna interagire con i possibili clienti, creare hashtag, rendersi attivi su quanti più fronti possibili.

A mio parere tuttavia la conclusione è alquanto affrettata: è vero, nell’anno 2013  stare su Facebook è diventato quasi-sinonimo di navigare su internet, ma per quanto il Social Media Optimizator o Community Manager stia diventando una figura via via più importante, Big G e gli altri motori di ricerca continuano a essere il crocevia attraverso il quale passa più della metà degli esploratori del web. La questione del 13% appare un falso problema, poiché quando le pubblicità non sono d’interesse per l’utente rimangono sulla schermata giusto il tempo di uno scroll-down. Non è da escludere, inoltre, il fatto che secondo una recente ricerca Nielsen il 94% degli utenti preferisce cliccare sui link non a pagamento in quanto li ritiene di maggior valore.

Il Seo quindi non è morto, anzi. Appare chiaro che col passare del tempo sarà sempre più necessario affiancare a esso nuove figure professionali che si occupino della gestione dei contenuti presenti sui social media, ma la vecchia Search Engine Optimisation ha la pellaccia dura, e non sarà così facile sbarazzarsene.

Simone Orsello

Dal DynaTAC agli Smartwatch.

agosto 30, 2013 by

Come non sorridere riguardando film come “Wall Street” o “Ppretty Woman” nel vedere distinti uomini d’affari alla prese con la novità tecnologica del tempo, lo status symbol di benessere e potere: il telefonino. Esemplari ingombranti, monocolore, pesanti, con uno schermo piccolissimo e in grado solo di effettuare o ricevere telefonate.
Nel giro di alcuni anni si assiste allo sdoganamento del prodotto. Il cellulare non è più un costoso gadget che possono permettersi solo importanti uomini d’affari, ma diventa uno strumento più alla portata di tutti, con un design un po’ più accattivante, anche se ancora prevalentemente usato come strumento di lavoro. E’ a metà degli anni novanta che il vero e proprio boom dei telefonini esplode, grazie anche allo sviluppo di una nuova forma di comunicazione, gli SMS, e di un’azienda, la Nokia, specializzata nella produzione di apparecchiature telefoniche, che diventerà velocemente leader del settore della telefonia. Il telefonino è uno strumento che in pochi anni conquista tutti, dai ragazzi agli anziani. Le vecchie cabine del telefono spariscono a poco a poco e i modelli monocolore e ingombranti vengono presto sostituiti da esemplari più piccoli, colorati, leggeri e quasi indistruttibili. Vengono integrate nuove funzioni oltre alla rubrica: sveglia, calendario, giochi, calcolatrice eccetera e ogni telefono può essere personalizzato con cover e suonerie pre-impostate o comprate tramite abbonamento, a dimostrazione della nuova evoluzione di questo apparecchio da strumento di lavoro ad accessorio.
Oggi il telefono è diventato smart, intelligente. E’ un oggetto che tutti possiedono, è quello che controlli di avere sempre in borsa o in tasca, più che il portafoglio o le chiavi.
La grande rivoluzione è la possibilità di essere connesso a internet, puoi essere on-line anche quando non sei a casa con un computer a portata di mano. Le funzionalità sono infinite puoi fare foto, video, di qualità sempre migliore, e postarli subito su sui social network. Grazie a programmi spesso già installati puoi caricare e leggere documenti di lavoro, libri, addirittura testi universitari per preparare un esame; si può scaricare, ascoltare musica e creare una playlist senza bisogno di un altro ulteriore apparecchio. Se ti perdi basta collegare il navigatore integrato nel telefono alla macchina, se sei in coda e ti annoi puoi sfidare gli amici o cimentarti da solo con centinaia di giochi diversi dalla grafica impeccabile; ormai “snake” è un pallido ricordo. Inoltre scaricando le miriadi di applicazioni presenti in rete puoi personalizzare il tuo telefono. Dimmi che app hai e ti dirò chi sei, il telefono si plasma sempre più sulle esigenze del suo utilizzatore, che arricchisce la versione “base” acquistata come più desidera. La Nokia ha perso il proprio primato e ad oggi si assiste soprattutto alla guerra tra la statunitense Apple e la sudcoreana Samsung, tra il sistema Android e quello iOS. Ormai lo smartphone ha quasi le stesse funzionalità di un pc e… si riesce anche a telefonare.
Le innovazioni tuttavia non sono terminate, la nuova sfida si chiama smartwatch, oggetti che fino a qualche tempo fa si vedevano solo nei film di fantascienza e di spionaggio sono oggi già in commercio: la Sony vende il proprio modello (la sua seconda versione), a partire da 99,00 euro. La grande attesa è comunque quella riservata per il Samsung Galaxy Gear, lo smartwatch che l’azienda sudcoreana presenterà il 4 settembre all’Ifa di Berlino, bruciando sul tempo l’iWatch targato Apple, su cui l’azienda americana sta ancora lavorando, che ne aveva previsto il debutto per la fine dell’anno. Un oggetto che ci permetterà quindi di poter gestire il telefono dal polso senza neanche dover tirare fuori lo smartphone dalla tasca. Telefonate, messaggi, mail, agenda, aggiornamenti dai social network sempre sotto controllo. Ma non si tratta solo di questo. A questi dispositivi potranno essere integrati sensori in grado di monitorare la nostra salute, con tutte le implicazioni che applicazioni come queste potranno avere per la scienza medica. Inoltre non bisogna dimenticare l’aspetto relativo all’evoluzione di applicazioni già esistenti sviluppate ad esempio dalla Nike, studiate su misura per gli sportivi. Nel campo del “wearable” infatti il Galaxy Gear o l’iWatch non rappresentano una novità assoluta, ma chi può dire quali saranno gli sviluppi su questa nuova tipologia di prodotti, stimolata anche dalla agguerrita concorrenza esistente tra le aziende che si misurano con queste nuove tecnologie.

Il successo di iTunes Store

agosto 28, 2013 by

Correva l’anno 2003 e il giorno 28 aprile vide la luce quello che diventerà il più grande negozio virtuale nella vendita di musica. Un successo. Meglio, un trionfo. Ma perché tutto questo? Diciamo che la chiave di volta non è rappresentata da un solo fattore bensì da più fattori ed alcune coincidenze, sapientemente sfruttate. Cerchiamo di risalire la corrente. L’industria musicale attraversava una grave crisi, colpa anche della diffusione di numerosi software che ne permettevano il “ripping”: la copia dei supporti magnetici. Freeware che con estrema facilità e poco dispendio di denaro permettevano e permettono di avere una copia quasi fedele dell’originale.  Ne è derivato un crollo delle vendite a cui ha fatto seguito la crisi dell’industria musicale alla quale si è cercato di porre rimedio con azioni contro i distributori online come Napster. Il seguito lo conosciamo tutti: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Che fare quindi? Ecco scoperto l’uovo di Colombo! Apple, dopo un’attenta e profonda analisi, giungeva alla conclusione che l’unico rimedio consisteva nel concedere musica a prezzi adeguati, tesi che vide materializzarsi l’iTunes MusicStore. Un successo strepitoso. Ebbene, agire per proibire e bloccare la contraffazione non avrebbe risolto molto. Purtroppo l’industria musicale si ostinava a percorrere questa strada senza guardare altrove. Apple riuscì in questo portando la musica a prezzi adatti a tutte le tasche e quindi ad insinuare nella mente l’amletico dubbio se convenisse acquistare l’originale o continuare con le azioni di pirateria. La redenzione di molti ha fatto il resto. A questi fattori si sommano il software appositamente creato dall’Azienda di Cupertino ed il dispositivo che alla tecnologia ha aggiunto un design di successo. 99 centesimi per un singolo forse sarà un prezzo irrisorio o forse sarà ancora troppo ma comunque il successo ormai è decretato… e anche per l’industria discografica che ha visto nuovamente la luce.

Fabrizio Pronzalino

Il futuro? È già qua!

agosto 26, 2013 by

Quando nel 1998 Google venne creato da Larry Page e Sergey Brin nessuno avrebbe potuto ipotizzare le imminenti trasformazioni che tale sito avrebbe provocato nel mondo. Oggi Google, divenuto ormai un colosso del virtuale dopo il sorpasso nel 2012 della quotazione in borsa della Microsoft, riesce ad influenzare anche il mondo reale.
L’azienda con sede a Mountain View prova a dare da alcuni anni un sua visione di quello che dovrebbe essere il futuro. Si spazia da progetti avveniristici che scadono nell’utopico quale un ascensore spaziale fino a innovazioni tecnologiche nel campo della domotica (la scienza che si occupa di integrare le applicazioni elettroniche nell’organizzazione della vita domestica). Secondo Google è quello il futuro: domani tramite smartphone riusciremo ad interagire con tutti gli dispositivi presenti nella nostra vita, sino ad ipotizzare di poter tornare a casa dal lavoro trovando la temperatura preferita e un bagno caldo già pronto ad attenderci.
Un futuro a cui non siamo ancora arrivati e che però lungo la sua strada promette dei traguardi che il genere umano ha sempre immaginato come dei punti di arrivo. Quasi delle chimere, come la pietra filosofale degli alchimisti medievali, calate nel terzo millennio. In particolare vi è una tappa di questo cammino che davvero sembra essere uscita da un film fantascientifico e che Google ha inserito dal 2005 nel suo inventario di desideri: la driverless Car.

La speranza iniziale era che tra circa 3 anni iniziasse la loro commercializzazione e che tra 20 anni divenisse un bene di consumo. Ma, a riprova della capacità dell’azienda di influenzare i mercati e di plasmare il mondo secondo la sua volontà, il mercato segue le sue linee guida. Solo così si spiega il fatto che la Volvo abbia pensato di far interagire la sua XC90 con un semplice smartphone, inventando un applicazione per il parcheggio che ci porta direttamente in quel futuro immaginato da Google.

Attraverso un programma chiamato Autonomous parking il guidatore alle prese con il parcheggio potrà guadagnare tempo ed evitarsi inutile stress stando in coda. Basta pensare a quante volte nell’arco della propria vita si è in ritardo per capire l’estrema utilità di tale dispositivo. Il programma è anche estremamente facile da usare per il conducente: prevede una zona di partenza in cui scendere dall’auto ed azionare l’applicazione dal cellulare. L’auto sarà dotata di mappe dei posteggi e dei garage nelle vicinanze; una volta terminati gli impegni basterà tornare nella zona di partenza e richiamare l’auto sempre tramite smartphone.
Ovviamente facile nell’uso, ma non nella progettazione: i tecnici hanno dovuto implementare la tecnologia dei sensori del parcheggio facilitato automatizzandola del tutto con l’aiuto di un navigatore satellitare. Inoltre i garage devono comunicare con l’auto per segnalarle il posteggio libero dove parcheggiare. A queste difficoltà se ne aggiungono altre, da quelle più semplici come ad esempio il pagamento del posteggio, fino a problemi più complessi come quello della frenatura autonoma in caso di pedoni su strisce pedonali.
Questioni che avranno ampie ricadute: si può già immaginare una battaglia fra posizioni opposte al pari di quelle che si hanno con la bioetica. Infatti c’è già chi pone l’accento sulla sicurezza stradale se le auto saranno automatiche (azzerando quindi l’errore umano) e su chi è più scettico e teme l’idea di attraversare una strada percorsa da auto automatizzate.
Infatti su questa materia la legge sta restando indietro: solo nello stato del Nevada negli Stati Uniti è stato approvato un disegno di legge che concede licenze per la sperimentazione di veicoli autonomi. Ed ovviamente perché quello è lo stato che l’azienda di Mountain View ha scelto per fare attività di lobby.

Marzio Balzarini

Post appello 16 luglio

luglio 14, 2013 by

Attenzione!

Il post appello fissato per il giorno 16 ore 9 si terrà presso Via Balbi 5 – terzo piano, aula VI anzichè nelle tradizionali sedi.

 

Gli italiani e gli “ebook”: una storia in crescita

luglio 12, 2013 by

Anche noi italiani alla fine ci siamo convertiti agli e-book, infatti secondo l’Aie, l’associazione degli editori, quasi l’8% dei titoli italiani è in formato e-book.
In pratica questo significa che nel mercato libraio italiano, un titolo su dieci è un e-book. Una percentuale molto bassa, qualcuno potrebbe obiettare, ma significativa.
Infatti sono sorprendenti i dati che emergono quando si fa una ricerca su come stanno andando effettivamente gli questi “nuovi” libri nel nostro Paese. Basti pensare che è emerso che il 27% dei lettori ha dichiarato di leggere di più dopo la conversione al libro digitale.
Inoltre la spesa degli italiani per l’acquisto di e-Reader, se esiste ancora qualcuno che non lo sapesse, si tratta dei dispositivi appositi per leggere e comprare ebook, è aumentata a ritmo sempre più sostenuto negli ultimi anni, arrivando a circa 120 milioni di euro nel 2012. Facendo qualche calcolo, questo equivale ad un aumento del 650% in più negli ultimi due anni. Oltretutto non bisogna dimenticare che anche la spesa per i famigerati tablet, che servono comunque anche da supporto per i libri digitali, è sempre in impennata. E, mentre queste cifre aumentano, dall’altra parte sono in picchiata i costi degli ebook che ora si trovano in commercio a poco più di un euro, contro la media dei vecchi cartacei di euro 12.
Allora guardando bene questi dati e riflettendo sulle cifre, quel libro digitale su dieci citato sopra, non sembra più una percentuale così poco considerevole.
Secondo la ricerca dell’Aie ancora noi italiani, non stiamo dietro alle cifre degli altri paesi d’Europa, non parlando poi degli Usa, ma è bene che gli editori nostrani siano preparati all’avvento del digitale perché i lettori\consumatori italiani sono già cambiati notevolmente.
A proposito di questo, è curioso anche che sia risultato che, se normalmente e cioè con la carta stampata, la maggioranza dei lettori è donna, nel mondo del digitale invece, la maggioranza dei lettori sono uomini (il 61,5% contro il 38,5%).
Sarà perché: “gli uomini e i loro gadget”…?
Dunque se ci si riflette appare tutto chiaro, gli ebook sono più economici, sono trasportabili facilmente intere librerie, i tablet sono divertenti e pratici, e si potrebbe andare avanti snocciolando tutti i lati positivi del digitale e oltre, ma la cosa sorprendente è la rapidità con la quale si siano insinuati nella vita di tutti i giorni, fra di noi.
Quasi fossero una “naturale” evoluzione del libro cartaceo, così ovvia la loro funzione, il loro funzionamento, che anche agli occhi di un over 70 nato e cresciuto senza nemmeno la televisione, appaiono come una cosa semplice e senza bisogno di tante spiegazioni.
<<Ma lì, ci studi anche?>> è stata la prima preoccupazione di mia nonna quando le ho mostrato il nuovo tablet, e quando l’ho rassicurata spiegandolo che sì, ci avrei ANCHE studiato, mi ha liquidata con un semplice “va bene allora”.

Margherita Graziani

Zucano: la nuova frontiera dei social travel

luglio 8, 2013 by

Se è vero che un viaggio costituisce sempre un’avventura, è altrettanto vero che un ingrediente essenziale per la sua buona riuscita sono i compagni: amici di vecchia data solo da collegare attraverso l’ intreccio di account social. O amici potenziali trovati prima della partenza. A creare i collegamenti tra utenti, compagnie aeree e hotel ci pensa Zucano. Una piattaforma, e presto un’ applicazione per i principali sistemi operativi, per programmare il proprio viaggio in totale flessibilità.   Marco Turchini, trentenne fiorentino, CEO e co-fondatore  di Zucano, è convinto della bontà dell’idea e dell’interesse che suscita; d’altronde, lui stesso ha conosciuto la fidanzata sui mezzi di Milano.

Su Zucano l’utente agisce proprio come su un social classico: accede, crea e condivide l’itinerario e le altre informazioni oppure ne cerca uno esistente, in altre parole organizza. Il settore dei viaggi si conferma tra i più gettonati nel mondo delle start-up anche perché il viaggio in sé è diventato un’esperienza più accessibile  dal punto di vista economico. Un vero mercato globalizzato nel quale Zucano si inserisce al fianco di altre realtà come ad esempio CityGlance. Da cui si differenzia, tuttavia, perché Zucano non si concentra sul trasporto cittadino, almeno per ora e, inoltre, il servizio è focalizzato sul momento della prenotazione, antecedente al viaggio stesso, oltre che sulla fruizione dell’esperienza di viaggio, proprio per facilitare l’aggregazione e l’utilizzo dell’informazione sociale come fattore di scelta.  

Nata come piattaforma destinata al mercato b2b, allo scopo di offrire un servizio alle compagnie legate al turismo, in seguito Zucano ha sviluppato una versione consumer slegata dalle varie compagnie e presto uscirà con  delle app specifiche per i principali sistemi operativi mobile. 

Il dubbio che si pone, come al solito in questi casi, è la gestione della privacy che è tutta affidata agli utenti. “Se l’utente decide di rendere pubblica la propria presenza su un determinato viaggio o di renderla privata e utilizzare l’applicazione come un’agenda personale di viaggio, Zucano lo permette senza forzature”, è il commento di Turchini. A prevalere, in ogni caso, sembra fin qui il desiderio di aggregazione e di fare nuove conoscenze o approfondirne di già esistenti. Non si dica, poi, che i social network non stimolano i contatti nella vita reale: ogni community, infatti, ha sempre una dimensione off-line accanto a quella on-line e questo è ancor più vero quando si usano piattaforme come Zucano, che consentono di fare il percorso inverso, cioè creare una potenziale community off-line a partire da quella on-line.

Michele Archinà

Yahoo! come il Psg: scatenato sul “mercato”

luglio 4, 2013 by

L’estate è solitamente dominata dalle notizie di tipo sportivo, specie dal cosiddetto calciomercato, ossia gli acquisti e le cessioni di giocatori da parte delle varie società. Pare che Yahoo! si sia dato a una specie di “socialmercato” o “webmercato” a volerlo etichettare in qualche modo. La notizia è ormai uscita su tutti i blog e le riviste specializzate, ma non solo perché anche quotidiani come  “Il Secolo XIX” e “La Stampa” hanno riportato la news. La società di Sunnyvale è di certo tra le più attive del “mercato estivo” delle app e nell’acquisizione di social. Oltre al (non trascurabile) rilancio di Flickr , l’ultima notizia riguarda l’acquisizione di Qwiki, un’applicazione per smartphone che consente di convertire musica, immagini e videoclip in un mini film. L’operazione dovrebbe avere un costo di circa 50 milioni di dollari, che si aggiungono ai circa 1,1 miliardi spesi nello scorso maggio per l’acquisto del sito di micro blogging Tumblr. Ma la campagna acquisti di Yahoo! non finisce qui perché pare sia già stata fatta un’offerta per Hulu, sempre lo scorso maggio. Hulu è un sito di video streaming a pagamento di proprietà di colossi come la Walt Disney, Nbc Universal e la News Corp di Rupert Murdoch. Secondo le stime, l’offerta sarebbe stata compresa tra i 600 e gli 800 milioni di dollari, ma per ora tutto ancora è fermo. Lungi dallo scoraggiarsi la società di Sunnyvale, secondo il sito americano AllThingsD, sarebbe sulle tracce dell’app Xobni (Inbox al contrario). L’applicazione crea una rubrica di contatti in base alle proprie e-mail e ai contatti nei social network. Yahoo! sarebbe pronta a sborsare per essa tra i 30 e i 40 milioni di dollari.

C’è da registrare anche il cosiddetto “mercato in uscita”, ossia la chiusura di alcuni servizi, diventati obsoleti, troppo dispendiosi o semplicemente non concorrenziali sull’agguerrito campo del web. Tra questi citiamo AltaVista il motore di ricerca fondato nel 1995 dal trio Paul Flaherty, Louis Monier e Briton Micheal Burrows non può più sostenere l’impari lotta con Google e con altri motori di ricerca troppo forti. Più di 15 anni di onorata carriera che iniziò sbaragliando la concorrenza di Lycos ed Excite portando nelle casse di Yahoo! milioni di dollari. Insieme ad AltaVista ecco gli altri “giocatori prossimi al ritiro” di Yahoo!: Yahoo! Axis, Yahoo! Browser Plus, Citizen Sports, Yahoo! WebPlayer, FoxyTunes, Yahoo! RSS Alerts, Yahoo! Neighbors Beta, Yahoo! Stars India, Yahoo! Downloads Beta, Yahoo! Local API e Yahoo! Term Extraction API.

D’altronde bisogna fare cassa per comprare i giovani campioni…parola di Adriano Galliani ah no di Marissa Mayer a.d. di Yahoo!

Diego Cambiaso

Vendere online con i social? No grazie, meglio le mail

luglio 1, 2013 by

Per vendere via web le e-mail sarebbero il mezzo migliore. Custora ha realizzato lo studio dei dati sull’e-commmerce che farà parecchio discutere, perché rivela che il più forte canale di vendita online è rappresentato dalle vecchie mail, canale che è anche quello che negli ultimi anni ha registrato i maggiori tassi di crescita, al punto di quadruplicare la sua portata negli ultimi quattro anni, l’unico canale in grado di tenere il passo delle Organic Search, le ricerche personalizzate dall’inserzione di link correlati tra i risultati dei motori di ricerca, vere dominatrici dell’e-commerce, del quale intercettano circa il 15,8% dei clienti. Le mail raccolgono un discreto 7% dei clienti, lasciando a distanza sia i tradizionali banner pubblicitari che raccolgono circa il 2% e lasciando al palo i social network, con percentuali da prefisso telefonico e poca o nessuna differenza tra i due maggiori player, Facebook e Twitter. La base dati è composta da 72 milioni di clienti di 86 diversi siti di e-commerce e rivela che i canali più percorsi sono anche quelli che procurano in proporzione i clienti che concludono gli acquisti in percentuale maggiore. Questo non significa necessariamente che i social network siano un terreno minato per il marketing, ma più probabilmente che attraverso i social network si possa incidere di più sull’immagine dei prodotti o dei brand di quanto si possano poi concludere delle vendite reali. Una conclusione che trova conferma empirica nell’esperienza quotidiana, per la quale risulta evidente che i frequentatori dei socialcosi sono particolarmente refrattari all’advertising, che vivono più come un’intrusione che come un’opportunità.

Diego Cambiaso

Le nuove app per difendere la privacy

luglio 1, 2013 by

SNAPCHAT è un’applicazione con cui è possibile inviare foto e video che svaniscono pochi secondi dopo essere stati ricevuti e visualizzati, ideata da Evan Spiegel e Bobby Murphy nella primavera del 2012. Il meccanismo è semplice: si scatta e si invia una foto, che può essere anche modificata con disegni, o un video; il messaggio si elimina automaticamente pochi secondi dopo essere stato aperto e se il destinatario prova a fare uno screenshot, l’app avverte il mittente, facendogli fare una figuraccia.

 

A inizio febbraio 2012 Snapchat era già la seconda app per la condivisione di foto o video più scaricata negli USA, subito dopo YouTube e prima di Istagram, e la diciannovesima app più scaricata in assoluto. Il dato riflette la preoccupazione sempre più diffusa degli utenti del web per la protezione della loro privacy e dei contenuti privati che producono. Secondo un’indagine del Pew Research Center il 57% degli utenti di app ne ha disinstallata una per paura di condividere informazioni personali. Un sondaggio dell’Università della California a Berkeley mostra che l’88% degli intervistati, fra ragazzi dai 18 ai 24 anni, sostiene che la legge dovrebbe obbligare i siti web e le agenzie di pubblicità a cancellare su richiesta tutte le informazioni personali, e fra le persone dai 45 ai 54 anni intervistate il 49% è d’accordo. Il successo di Snapchat è probabilmente anche dovuto al fatto che il suo lancio è stato immediatamente successivo allo scandalo che ha coinvolto il parlamentare statunitense Antony Weiner, scoperto a scambiarsi foto indiscrete con donne conosciute su Twitter.

 

Il sistema di autodistruzione di Snapchat, tuttavia, non è a prova di bomba: già subito dopo la sua invenzione, il web si è popolato di manuali che spiegano come salvare il messaggio senza che il mittente se ne accorga. L’app è infatti considerata un sistema sicuro solo per scherzare con gli amici, al contrario di un’altra applicazione, WICKR, che ha le stesse funzionalità di Snapchat, ma offre un sistema di protezione più solido. Essa si presenta come la versione più seria, ideata per difendere il diritto universale della comunicazione privata. Tuttavia, essa è solo al 174° posto della app più scaricare negli Stati Uniti.

 

La pericolosità che applicazioni del genere si diffondano è stata fiutata dalle grandi aziende proprietarie di piattaforme di condivisione e di social network, che permettono loro di registrare e utilizzare i dati degli utenti. Nel 2007 è stata fondata Drop.io, una start up che si occupava di files sharing e che permetteva di determinare un tempo al termine del quale i files condivisi si cancellavano. Tre anni dopo la sua creazione, l’azienda è stata acquistata da Facebook.