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Le nuove app per difendere la privacy

luglio 1, 2013

SNAPCHAT è un’applicazione con cui è possibile inviare foto e video che svaniscono pochi secondi dopo essere stati ricevuti e visualizzati, ideata da Evan Spiegel e Bobby Murphy nella primavera del 2012. Il meccanismo è semplice: si scatta e si invia una foto, che può essere anche modificata con disegni, o un video; il messaggio si elimina automaticamente pochi secondi dopo essere stato aperto e se il destinatario prova a fare uno screenshot, l’app avverte il mittente, facendogli fare una figuraccia.

 

A inizio febbraio 2012 Snapchat era già la seconda app per la condivisione di foto o video più scaricata negli USA, subito dopo YouTube e prima di Istagram, e la diciannovesima app più scaricata in assoluto. Il dato riflette la preoccupazione sempre più diffusa degli utenti del web per la protezione della loro privacy e dei contenuti privati che producono. Secondo un’indagine del Pew Research Center il 57% degli utenti di app ne ha disinstallata una per paura di condividere informazioni personali. Un sondaggio dell’Università della California a Berkeley mostra che l’88% degli intervistati, fra ragazzi dai 18 ai 24 anni, sostiene che la legge dovrebbe obbligare i siti web e le agenzie di pubblicità a cancellare su richiesta tutte le informazioni personali, e fra le persone dai 45 ai 54 anni intervistate il 49% è d’accordo. Il successo di Snapchat è probabilmente anche dovuto al fatto che il suo lancio è stato immediatamente successivo allo scandalo che ha coinvolto il parlamentare statunitense Antony Weiner, scoperto a scambiarsi foto indiscrete con donne conosciute su Twitter.

 

Il sistema di autodistruzione di Snapchat, tuttavia, non è a prova di bomba: già subito dopo la sua invenzione, il web si è popolato di manuali che spiegano come salvare il messaggio senza che il mittente se ne accorga. L’app è infatti considerata un sistema sicuro solo per scherzare con gli amici, al contrario di un’altra applicazione, WICKR, che ha le stesse funzionalità di Snapchat, ma offre un sistema di protezione più solido. Essa si presenta come la versione più seria, ideata per difendere il diritto universale della comunicazione privata. Tuttavia, essa è solo al 174° posto della app più scaricare negli Stati Uniti.

 

La pericolosità che applicazioni del genere si diffondano è stata fiutata dalle grandi aziende proprietarie di piattaforme di condivisione e di social network, che permettono loro di registrare e utilizzare i dati degli utenti. Nel 2007 è stata fondata Drop.io, una start up che si occupava di files sharing e che permetteva di determinare un tempo al termine del quale i files condivisi si cancellavano. Tre anni dopo la sua creazione, l’azienda è stata acquistata da Facebook.

 

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Nuova rete a vantaggio di chi?

giugno 12, 2013

Il mondo non sarà sempre pacifico. Molti giovani non si rendono conto  che la Germania ha dato origine al nazismo negli anni’ 30 quando, per trovare gli ebrei, ci hanno messo due anni. Questo oggi si può fare con un clik. Chissà se non potrà avvenire un giorno qualcosa di simile o addirittura di peggiore”

Parole forti quelle di Franco Bernabè, Presidente della Telecom Italia e della GSMA, intervenuto a un convegno all’ Università Bocconi. Il numero uno di Telecom, nel suo libro Libertà vigilata. Privacy, sicurezza e mercato nella rete, affronta temi importanti quali la totale assenza di regole del mondo di Internet e la disparità nella tutela della privacy sulla rete tra gli operatori della telecomunicazione e gli operatori di Internet (come Facebook, Google e Amazon). Secondo Bernabè a rischio è la democrazia se Facebook non sarà regolato in maniera adeguata. Il sito, che ha più di un miliardo di utenti e 400 miliardi di fotografie, consente una facile intrusione nella privacy delle persone.

Negli Stati Uniti, dove le società di Internet prolificano, la privacy non è un diritto fondamentale del cittadino, non è un diritto costituzionale come da noi, ma è una semplice tutela del consumatore. Una situazione che può portare benefici straordinari alle imprese americane, in tema di accesso ai dati personali. Siamo “profilati”. Le transazioni consentono di raccogliere una serie di dati/informazioni sulle abitudini di ciascuno di noi nell’estremo dettaglio. Si possono addirittura fare delle previsioni sul comportamento.

 

Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se le Poste inoltrassero della corrispondenza gratuita, senza francobollo, in cambio di pubblicità personalizzata: l’utente consegna la lettera al postino che la apre, la legge e prende nota delle parole chiave, successivamente la consegna al destinatario insieme a dei depliant pubblicitari che hanno a che fare con il contenuto della lettera.

E’ ciò che succede con il servizio di posta elettronica di Google fornito, ogni giorno, a 350 milioni di persone. Gmail, infatti, indicizza le informazioni contenute nelle nostre email . Discorso analogo riguarda Facebook invitandoci a cliccare “mi piace” per conoscere le preferenze digitali degli utenti per utilizzarle poi a scopi commerciali. Tematiche affrontate nel saggio di Bernabè dove la parola libertà è Internet e la vigilanza è quella dei grandi monopolisti che se ne servono per fini economici.

Franco Bernabè, ospite recentemente alla trasmissione Otto e mezzo, ha criticato aspramente gli operatori Internet Over the top che generano  cash flow (flussi monetari) ma utilizzano la rete senza dare contributo all’economia nella quale la rete è insediata. Hanno più o meno lo stesso fatturato degli operatori di tlc ma, gli operatori Internet, investono la metà e occupano meno di ¼ dei dipendenti globali delle tlc e, spesso, non pagano le tasse.

Industriali quelli dei telefoni che, dopo avere investito centinaia di miliardi per lo sviluppo delle reti, stanno diventando trasportatori low cost  di servizi e profitti generati da altri. E’ evidente che ci troviamo di fronte a un sistema squilibrato. Internet, come la conosciamo oggi, non sopravvivrà a lungo se non sarà chiaro chi la deve pagare.

Alessandro Rossi