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Giornalismo partecipativo: strumenti e rapporto con i media tradizionali

dicembre 13, 2013

Con la nascita del web 2.0, il giornalismo cessa di essere monopolio delle grandi testate editoriali. La rivoluzione in questo settore viene dal basso e utilizza tecnologie e strumenti nuovi: si tratta del cosiddetto giornalismo partecipativo (in inglese, citizen journalism), una forma di giornalismo che prevede la partecipazione attiva dei lettori.

Il fenomeno ha assunto forme molteplici: dalla possibilità di commentare gli articoli a quella di diventarne i redattori, fino alla creazione di siti interamente costruiti con i contributi degli utenti. Nell’epoca del web 2.0 la distinzione tra creatori e fruitori di contenuti è sempre più labile.

Ma quali sono gli strumenti del giornalismo partecipativo e come reagiscono i media tradizionali di fronte a questo fenomeno?

Un primo strumento è costituito dai blog: ce ne sono milioni e il numero è in continua crescita. Già nel 2005, il magnate dei media Rupert Murdoch, in un discorso all’American Society of Newspaper Editors, raccomanda:

Dobbiamo incoraggiare i lettori a pensare al web come il luogo in cui coinvolgere i nostri inviati e redattori in discussioni più estese sul modo in cui una particolare notizia è stata riportata o costruita o presentata. Allo stesso tempo dovremmo sperimentare l’uso dei blogger per integrare la nostra copertura quotidiana delle notizie su internet.

Un esempio ragguardevole di collaborazione tra media tradizionali e cittadini per la diffusione di notizie è quello che ha coinvolto la BBC durante l’attentato terroristico a Londra del 7 luglio 2005: subissata di materiale realizzato dagli utenti, l’emittente decise di pubblicare tutto sul proprio sito, riuscendo così a garantire una copertura totale dell’evento.

Intanto, ancora nel 2005, in Francia nasce AgoraVox, che in breve tempo diventa la seconda fonte di informazione dopo il maggiore quotidiano nazionale, Le Figaro.

Per quanto riguarda l’ Italia, citiamo il caso di Youreporter: una piattaforma di video e foto sharing che permette a chiunque di improvvisarsi reporter. I materiali prodotti dagli utenti vengono offerti gratuitamente al pubblico: tra i maggiori fruitori di questo servizio vi sono proprio i media, che sfruttano i contributi delle persone per assicurarsi una copertura completa degli eventi.

Tutto italiano è anche La Mia Notizia, un portale di news realizzate esclusivamente dagli utenti, tutte commentabili dai visitatori del sito. Nessuna registrazione viene richiesta né per inserire articoli né per commentarli.

Formidabile strumento di giornalismo partecipativo, Twitter permette la diffusione di brevi notizie in tempo reale: come durante il terremoto in Abruzzo del 6 aprile 2009, annunciato dagli utenti di Twitter ancor prima che dai media tradizionali.

Un possibile ostacolo al completo sviluppo del giornalismo partecipativo è costituito dalla diffusa convinzione che i contenuti così prodotti siano scarsamente affidabili. In realtà, la verificabilità e l’autorevolezza di questo tipo di giornalismo si fondano sulla revisione tra pari, caratteristica della comunità scientifica, e sulla comunicazione aperta.

Correlato a questa argomentazione, vi è poi il dibattito sull’opportunità di una disciplina normativa che regoli il mondo delle notizie sul web.

Clamoroso fu il caso di Carlo Ruta, saggista e blogger siciliano che, per non avere registrato presso il Tribunale il proprio blog di informazione, fu condannato in primo e secondo grado per reato di stampa clandestina. La sentenza scatenò le violente proteste del mondo del web, che la recepì come un intollerabile attacco dello Stato alla libera espressione nei blog. Nel 2012 Ruta fu finalmente assolto in Cassazione. Secondo i giudici di questa corte, il blogger non aveva commesso alcun reato, non essendo obbligatoria la registrazione per i blog.

In conclusione il giornalismo partecipativo appare come un fenomeno destinato a crescere e ad intaccare sempre di più le prerogative dei media tradizionali, i quali hanno cominciato a capire che non si tratta di un fenomeno da combattere – anche perché arduo e forse impossibile da debellare – ma di una risorsa con cui interagire per migliorare le proprie prestazioni. Una nuova filosofia ha preso piede, e punta sulla condivisione e sul confronto tra le persone, che non vogliono e non possono più essere soggetti passivi di fronte alle industrie e ai media.

Elisa Costa

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L’Osservatore in poltrona

giugno 30, 2013

In un mondo virtuale in cui tutto si può ottenere e creare con un clic, anche una passione può trasformarsi in realtà. Un sogno che due ragazzi genovesi, grazie alle innumerevoli possibilità fruibili da internet, hanno concretizzato con L’Osservatore in Poltrona. Un sito nuovo, battezzato lo scorso marzo, che nasce dalla passione di Chiara e Marco per il calcio e dalla loro intuizione di applicare le logiche del web ad un settore decisamente tradizionale come quello dello scouting dilettantistico. L’idea di base è quella di offrire quindi un servizio che permetta agli osservatori e ai procuratori di squadre di calcio di visualizzare video e profili dei giocatori comodamente dal proprio pc, smartphone o tablet. Il risultato concreto è  un marchio legalmente registrato e un sito internet losservatoreinpoltrona.it, realizzato adattando un template Joomla preesistente. La grafica, semplice e diretta, è stata ideata da uno studio grafico e poi adattata attraverso la personalizzazione dei CSS e dell’html. Il Content Management System Joomla consente l’aggiornamento autonomo dei contenuti del sito e di tutti i video pubblicati che possono essere presenti sul server losservatoreinpoltrona.it o su siti e server esterni.

Tutti i video  sono  realizzati dallo staff dell’Osservatore in Poltrona che, dopo aver ottenuto la delibera  da parte dei medesimi giocatori ripresi e dai club di appartenenza, si occupa del montaggio del filmato, della condivisione sul canale di YouTube e della pubblicazione sul sito. L’utilizzo della tecnologia permette quindi di mettere in relazione e comunicazione le diverse realtà del mondo del calcio dilettantistico dislocate su tutto il territorio nazionale a partire da allenatori e presidenti per arrivare  ad osservatori e procuratori passando dai giocatori. Il servizio, interamente gratuito e fruibile facilmente da tutti, permette di far risparmiare tempo e denaro a chi il lavoro di scouting lo fa per professione e di regalare ai protagonisti il sogno di essere conosciuti e visualizzati sul web. Il sito ha toccato le 400 visualizzazioni in un solo giorno e, come confermato dai due ideatori del progetto Chiara Kielland e Marco Lucentini, sono numerose le segnalazioni ricevute dagli appassionati del settore per consigliare talenti da scoprire.

Il punto di forza del sito è infatti proprio quello di rispecchiare perfettamente la mentalità di condivisione e interazione tipica del Web 2.0 sfruttando anche la complementarietà dei social network in particolar modo di Facebook e Twitter. La pagina Fb permette inoltre di commentare tutti i video e creare quindi spazi di comunicazione e dialogo tra i vari utenti.

Per gli appassionati del settore, L’Osservatore in Poltrona potrà ricordare WyScout, un eccezionale esempio di progetto di due giovani neolaureati nato in Italia, a Chiavari, nel 2004 e che ha acquisito negli anni un’importanza tale da permettere notorietà in tutto il mondo calcistico e un fatturato di oltre 2 milioni di euro. Anche in questo caso è la Liguria il luogo natale del progetto come se, ai piedi della Lanterna, il calcio e la tecnologia rappresentassero le uniche attività svolte dai giovani. L’idea di base è la stessa, ossia quella di offrire un servizio di scouting in rete. Le modalità però risultano differenti. WyScout è una società che collabora direttamente con i Club di calcio. Dopo una breve parentesi tra le società liguri, la svolta è arrivata con la partecipazione del Genoa, della Sampdoria e dell’Udinese per espandere la collaborazione con ben trecento club professionisti. Inizialmente il servizio offerto era quello di produrre Dvd contenenti filmati di giocatori. Poi dal 2009 si è passati a produrre degli streaming delle partite con video di analisi personalizzati attraverso l’utilizzo di set-top box. Dal 2010 è stata creata la Piattaforma Wyscout disponibile sul web e anche come App su App Store di Apple. Da allora l’azienda ha iniziato a crescere ed espandersi con l’apertura anche di altre sedi in Europa. Ma la grande differenza con l’ancor giovane progetto dell’Osservatore in Poltrona è l’accessibilità. La mentalità di base dell’azienda WyScout è: “un numero non elevatissimo di clienti che pagano tanto piuttosto che tanti che pagano poco”. Il servizio è infatti garantito solo su abbonamento e i club collaborano con l’azienda con versamenti annui di circa 7000 euro.

Il sogno dello staff dell’Osservatore in Poltrona invece è quello di ottenere certamente notorietà e guadagno ma di riuscirci con la possibilità di ricoprire un ruolo professionale come intermediario tra osservatori e squadre di calcio per contribuire alla scoperta di nuovi talenti. Una passione. Un sogno che vale la pena tentare sul web. Magari con la stessa fortuna degli altri due giovani liguri.

Camilla Andrianopoli

L’istruzione ai tempi del web 2.0

maggio 26, 2013

L’avvento di internet sta rivoluzionando non solo il mondo della comunicazione e dell’informazione, ma anche il mondo dell’istruzione. Con il rapido sviluppo delle tecnologie che creano lavagne multimediali (LIM, Lavagna Interattiva Multimediale) e che trasformano i libri in file digitali, ci si domanda quale sarà il futuro della scuola e delle Università.
In un momento in cui l’accesso alle informazioni e alla conoscenza è facilitato dall’uso dei computer e della rete, in cui basta un clic per ottenere la risposta a una nostra domanda, ci domandiamo quale funzione possa svolgere ancora la scuola. Roberto Casati, direttore di ricerca del CNRS all’Institut Nicod a Parigi, scrive un libro Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere, nel quale afferma che: “Il vantaggio cognitivo della scuola è di fornire qualcosa che la Rete non potrà mai dare, ovvero un punto di vista diverso sulle informazioni, dato che i sistemi di raccomandazione che lavorano nella rete fanno di tutto per inchiodare una persona al suo profilo. O forse la scuola può semplicemente fornire l’idea che un punto di vista sia possibile, dato che le informazioni sono oggi soltanto prevalentemente subite. In questo senso la scuola ha un valore esemplare; serve come esempio. Per il semplice fatto di esistere, mostra che possono esistere cose che non sono sottoposte alle logiche dominanti in una società, e mantiene quindi aperta la possibilità di una società diversa”.

L’integrazione con i social media
Attualmente sono molte le università, come l’Università Cattolica di Milano e l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che hanno iniziato ad adottare i social network per le informazioni di servizio, comunicazioni docenti, gestione corsi, eventi, ecc. Addirittura un professore della prestigiosa università di Venezia ha creato una pagina Facebook come spazio didattico di supporto alle lezioni tradizionali del suo corso in matematica, un canale utile per dare agli studenti informazioni su orari, aule, programma d’esame, ma anche per condividere spiegazioni ed esercizi.
Un altro esempio dell’integrazione tra scuola e social media ci viene fornito dalla Francia, nel 2011 in alcune scuole elementari francesi le insegnanti adottano Twitter per insegnare a leggere e a scrivere. Veniva creato un account di classe, in cui i bambini pubblicavano i tweet; la maestra faceva scrivere la frase di 140 caratteri prima a mano su un quaderno, poi dopo averla corretta bisognava riscriverla su un documento digitale e infine veniva copiata e incollata su Twitter. Inoltre gli insegnanti con twitter propongono esercizi di riflessione su una parola o la creazione di neologismi.

Le conseguenze dell’introduzione delle tecnologie nell’insegnamento
Clotilde Pontecorvo, insegnante di psicologia dell’educazione all’Università di Roma, nota che l’utilizzo del computer per le attività di scrittura sviluppa tra i ragazzi attività di collaborazione e scambio, modificando il modo di apprendimento. Afferma che “i ragazzi hanno la sensazione di impadronirsi di qualcosa che serve, di qualcosa che servirà dopo, che potranno utilizzare, che sta nel mondo”.
Dall’altra parte Antonio Calvani, professore di Metodi e Tecnologie educative presso l’Università di Firenze, sostiene che le tecnologie non aiutano a migliorare l’apprendimento, anzi provocano disattenzione e sovraccarico mentale, per quanto poi ne ammetta l’utilità e la funzionalità in casi di disabilità, in cui la tecnologia può davvero essere di aiuto.

Zanichelli.it: strumenti multimediali per la didattica
Il sito della casa editrice Zanichelli può essere un esempio di come il web sia diventato uno strumento di supporto sia per gli studenti che per i professori.
La zanichelli organizza per gli insegnanti dei corsi di formazione su come insegnare con gli eBook multimediali. Inoltre nella sezione “area docenti” si possono trovare varie risorse didattiche riservate ai docenti iscritti a myZanichelli. Per gli studenti invece ci sono sezioni con testi interattivi di tutte le materie per la scuola secondaria di primo e secondo grado, esercizi per allenarsi agli esami di Stato, blog specializzati in inglese “From London” o nelle materie scientifiche “Aula di scienze”; per gli studenti universitari c’è una sezione dedicata al catalogo dei libri universitari e la possiblità di iscriversi al servizio newsletter per ricevere le novità pubblicate da Zanichelli editore in ambito universitario.

Maria Vittoria Dapino

Rate your Music – Come crearsi il proprio panorama musicale

settembre 10, 2012

Rate your Music (RYM*) è un database musicale online che permette di catalogare, votare, eventualmente recensire e condividere con altri utenti la propria discografia. Da qualche anno è stato inoltre ampliato con la possibilità di inserire una filmografia.

La fortuna e la popolarità di cui il sito gode presso gli appassionati di musica, e non solo, è dovuta principalmente alla sua semplicità – grazie soprattutto ad una grafica essenziale e pulita – e alla completezza delle informazioni disponibili, fornite dagli stessi utenti (ma controllate, comunque, da un moderatore). Le possibilità di esplorazione sono infinite. Tanto per fare un esempio, sotto la voce in homepage “New Releases”, dedicata ai dischi in uscita, vedo che il 4 settembre è stato pubblicato l’album For my parents dei Mono. Non li conosco, ma decido ugualmente di cliccare sul nome della band per visualizzarne la scheda. Vengo così sapere che sono un gruppo post-rock di Tokyo (due chitarre, basso e batteria) e che si sono formati nel 1999. Nel campo “Artisti correlati” trovo i link ai loro progetti paralleli (nel caso volessi ulteriormente approfondire) e in “Note” leggo che hanno collaborato ad uno split con i Pelican, molto noti nel genere. Nel campo “Popolarità” ho la possibilità di vedere in quali paesi la band è conosciuta mentre, sotto la voce “Alias”, sono riportati gli pseudonimi utilizzati dalla band, fosse anche per un lavoro solo. Non mi interessano? Abbandono la pagina e torno alla homepage dove, cliccando per esempio su “Trova!”, posso orientare la mia ricerca per genere musicale, periodo storico, etichetta o altro. Restando sulla pagina dei Mono, invece, ho a disposizione la loro discografia completa suddivisa per album, EP e raccolte. Per ogni titolo sono mostrati anno di uscita, numero di recensioni e media dei voti su RYM*, ottenuta in base ad un sistema di votazione a stelline, da una a cinque. For my parents ha una media di 3.33 stelline. Accedendo alla scheda del disco trovo copertina, numero di edizioni disponibili (cd, vinile e vinile colorato a edizione limitata), eventuali commenti degli iscritti. E, nel caso il disco mi interessasse (arrivati a questo punto solitamente si ricorre a YouTube) e decidessi di acquistarlo online, ho a disposizione i link per farlo. Come accade per altri siti simili, questo livello di fruizione, compresa la consultazione delle collezioni personali, è accessibile a tutti. Nel caso si sia registrati, si ha invece la possibilità di inserire il disco nella propria “wishlist” o collezione, votarlo, recensirlo e inserirlo nelle statistiche personali. Grazie ad un collegamento a Google Maps, è possibile localizzare geograficamente i propri ascolti, gli amici o i concerti a cui si è partecipato; nella sezione “In arrivo” sono mostrate le uscite imminenti dei gruppi inseriti nella collezione personale. Questo secondo livello permette, in sostanza, di entrare in connessione con gli altri iscritti ed essere costantemente aggiornati sulle “novità”. Individuare le persone con gusti musicali (o cinematografici) simili non è difficile: basta cliccare su “Elenchi di compatibilità”. Andando invece su “Automatici” si avrà una lista di album che, in base alla propria collezione, RYM* ritiene potrebbero interessare e, da lì, cominciare una nuova ricerca. Diventando sottoscrittori del sito si accede infine a un terzo livello di fruizione che permette, qualora se ne sentisse l’esigenza, di personalizzare il profilo o incrementare le informazioni disponibili su amici o collezioni.

Grazie ai contributi degli utenti, su Rate your Music trova visibilità sia il gruppo famoso sia la piccola band locale. Ed è questo, a mio avviso, uno dei punti di forza del sito. Se integrato con altre tipi di fonti (webzine, siti ufficiali, enciclopedie online …) questo perfetto esempio di web 2.0 diventa uno strumento efficace per allargare i propri orizzonti culturali in una società dove, molto spesso, rigide regole di mercato e distribuzione sacrificano la qualità e la varietà dell’offerta alla logica “mainstream”. Il tutto in maniera facile, veloce e divertente. A “prova di pigri”, insomma.

 
Vanessa Consiglieri

SHARING ECONOMY MANIA

agosto 2, 2012

Dopo il boom dei social network, la sharing economy diventa il vero business del  futuro: una nuova filosofia di vita che, complice l’attuale crisi, prende le distanze dalla mania dell’accumulo per passare alla condivisione.

Negli Sati Uniti, dove la sharing economy è nata, viene ovviamente già applicata a ogni tipo di bene e servizio, dal babysitting alla condivisione di case, spazi di lavoro ecc.

Lo stesso “The Week” in un articolo online di aprile 2012, la  definisce come la “nuova rivoluzione industriale”.

Vediamo alcuni esempi tra i più famosi:
Airbnb (www.airbnb.it) è una community marketplace che mette in contatto proprietari di appartamenti, case, ville, stanze ecc con viaggiatori alla ricerca di una sistemazione; è uno dei siti più famosi che ha raggiunto il record di 10 milioni di notti prenotate in 25 mila città!

La community ha regole precise da rispettare, un’assicurazione che copre i proprietari e un’applicazione I-phone con “wish list” per salvare le proprie preferenze.

Sicuramente il mondo della moda è quello che fin da subito ha dato origine allo scambio, dalla semplice bottega di rivendita di abiti usati, alla community su internet; gli esempi sono moltissimi, ma possiamo sicuramente citare “Refashioner” sito americano must per le modaiole che non buttano mai via niente e che si definisce appunto  “un’accurata community per acquistare, vendere e scambiare abiti e accessori di qualità!” Qui si possono davvero fare ottimi affari trovando il pezzo preferito e cercato da tempo o noleggiando borse e abiti per un tempo limitato.

Un esempio italiano di rilievo è quello di www.suiteatwork.it, l’ecologico guardaroba organizzato in grado di offrire un guardaroba femminile condiviso tutto l’anno: su abbonamento si possono scegliere abiti per ogni giorno che vengono scelti, indossati e riportati alla sede centrale  che si occupa di lavarli, stirarli e rimetterli a disposizione (per ora solo a Milano e Brescia).

O ancora scambio dei vestitini dei figli per le mamme eco fashion, su www.newtoyou.it  boutique di Milano.

Ma oltre ovviamente allo scambio di case, abiti, all’ancor più famoso “couchsurfing”  che permette  di trovare sistemazioni “di fortuna”, la vera rivoluzione della sharing economy è quella che riguarda i servizi: si può scambiare e condividere davvero di tutto!

Dal dogsitter, www.dogvacacy.co, alle macchine sempre più scelte a noleggio, soprattutto negli USA con http://www.zipcar.com, per arrivare alla condivisione degli spazi comuni di casa e lavoro: dal “co-housing” dove più famiglie acquistano case in complessi residenziali con servizi e aree comuni (asilo, orto, parcheggi, macchine, gruppi d’acquisto) – da citare l’esempio di Urban Village Bovisa di Milano – al “co-working” che permette di condividere uffici completamente accessoriati riducendo le spese e usufruendo di spazi comuni (www.coworkinproject.com).

Il problema fondamentale è sicuramente quello della “garanzia”, del “potersi fidare”, che ogni community cerca di rafforzare con regole precise, esclusioni dal sito per violazioni fino ad arrivare negli USA alla creazione di una sorta di “portal reputation system for internet” che funziona come database per utenti referenziati.

Il mercato si avvia cosi a un modello di peer marketplace. Sempre più spesso l’offerta di un bene proviene dal singolo, anziché da una società: è il caso di eBay che si emancipa da internet per entrare nel quotidiano e il consumatore diventa veicolo di pubblicità, non soltanto perché sceglie cosa e come acquistare, ma perché consiglia, suggerisce: non è soltanto un fenomeno di scambio materiale, quindi, ma anche e soprattutto di opinioni.

Poter accedere a beni e servizi è ormai diventato più importante che possedere e i vantaggi sono sempre più numerosi: meno costi, meno problemi e creazione di una comunità globale che condivide soprattutto una di  filosofia di base.

Luisa Gulluni

Eccesso di Social: quando la diagnosi è Facebook

giugno 22, 2012

La diffusione di Facebook, ma anche di altri social network come per esempio MySpace o Twitter, ha avuto negli ultimi anni un incremento esponenziale e inarrestabile di iscritti, desiderosi di poter mettere online la propria persona, in modo da poter ricontattare amici persi di vista o conoscere persone nuove, condividendo video, foto, opinioni, e pensieri. Pochi strumenti di Internet sono stati presi d’assalto e usufruiti come i social network, allettanti con la loro promessa di mettersi in gioco in prima persona, dando la possibilità di collegarsi con conoscenti anche lontanissimi con pochi click, pura espressione del web 2.0. Nel 2008 l’Italia deteneva il record mondiale di utenti iscritti a Facebook, al quale fanno parte anche personalità di spicco (nota e al centro di numerose polemiche è la pagina del cantante Vasco Rossi, che se ne servì per rassicurare e ragguagliare i suoi numerosi fan sulle sue condizioni di salute) come attori, scrittori, ma persino politici, importanti manager. Le potenzialità di Facebook, nato dalla mente di Mark Zuckerberg, sono sicuramente strabilianti, innovative, rapide e divertenti, qualità che fanno ben capire il suo successo globale.
Come tutte le cose, però, anche i social network possiedono un lato oscuro, soprattutto se utilizzati in maniera inappropriata o eccessiva. Se da un lato sono capaci di creare aggregazioni, formare gruppi di persone con le medesime passioni, contattare a costo zero amici e parenti, i social network al pari del fumo e dell’alcol possono insospettabilmente creare forme di dipendenza più o meno gravi. Si sta parlando della Social Network Addiction, della Friendship Addiction e della Nomofobia, e malgrado la cosa possa far sorridere i più, non sono da prendere alla leggera: si tratta infatti di vere e proprie dipendenze dal web, che portano a un ossessivo controllo delle nuove notifiche, degli aggiornamenti, e la ricerca patologica di nuove amicizie da poter inserire nel proprio profilo. Per meglio definire la gravità di queste condizioni, basti pensare che anche esse sono suscettibili dei sintomi di Craving: il soggetto pensa e ripensa frequentemente al momento in cui potrà connettersi, in maniera ossessiva, impulsiva, al punto da condizionare la propria vita privata e lavorativa in base ai momenti in cui potrà accedere al social network al quale si è iscritto.
Nelle persone colpite da tali dipendenze vengono inoltre riscontrati casi di assuefazione al web, ossia la necessità di restare collegati alla propria pagina per un certo periodo di tempo, che prosegue in un crescendo di ore, fino a raggiungere un livello di appagamento (stessa cosa accade ai drogati, che per sentirsi bene devono obbligatoriamente assumere quantità giornaliere di droga sempre maggiore). Oltre all’assuefazione i soggetti colpiti da tali sindromi mostrano anche sintomi di astinenza: un disagio fisico più o meno intenso che si scatena nell’impossibilità di collegarsi al proprio profilo per un certo periodo.
Cosa fa scaturire nelle persone tali nuove forme di dipendenza? I social network rappresentano nella nostra modernità un mondo sicuro e controllato dove istaurare rapporti sociali, amichevoli e affettivi molto più facilmente e senza rischi a confronto con i legami che possiamo realizzare nella realtà oggettiva, che presuppongono un contatto diretto che per taluni riesce ostico; non a caso, infatti, i rapporti sociali veri vanno via via diminuendo, rimpiazzati da quelli digitali forniti dai social network. Tuttavia, i social network non forniscono alle persone vera stima di se stesse o senso di controllo, ma solo sensazioni fittizie e poco durature, che svaniscono quando si scollegano dal pc e si confrontano nella vita reale, dove il controllo sfugge loro di mano: proprio qui scatta la dipendenza, forse traducibile in un maggior senso di fiducia in noi stessi derivante dal fatto di postare commenti e link molto apprezzati dai nostri contatti.
Anche l’ossessiva ricerca di un numero sempre crescente di amici online è da considerarsi come forma patologica, in certi contesti: può capitare, a volte, che alcuni utenti instaurino una sorta di competizione per accaparrarsi il più alto numero di contatti, che arrivano a sfiorare cifre inenarrabili, impossibili da gestire. Il soggetto è erroneamente persuaso che un numero elevato di amici corrisponda a un alto valore di se stessi agli occhi delle altre persone. Gli amici, spesso, sono conoscenti visti raramente nella vita vera, oppure mai visti, persone ‘pescate a caso’ nell’infinito mondo cibernetico: la maggior parte delle amicizie formatesi tramite social network non sconfineranno mai al di fuori del mondo virtuale, restando vere solo all’interno del contesto del web. Ogni persona perde il suo status di essere umano, riducendosi a una sorta di punteggio. Le richieste di amicizia ossessive sono un sopperire alla poca stima personale del soggetto, a un senso di inadeguatezza e solitudine; raggiungere quindi livelli abnormi di contatti (si parla di casi in cui si arriva ad avere persone che hanno una lista di amici superiore alle tremila unità) si ha una soddisfazione e un rafforzamento del proprio ego.
A dimostrazione di quanto questi malesseri possano diventare seri e duraturi, portando a conseguenze anche importanti come le sedute psicologiche, sta il fatto che la dipendenza dai social network causa vere e proprie stimolazioni neurologiche che vanno a colpire le aree del piacere cerebrale, della soddisfazione personale e dell’appagamento. In caso di mancata connessione al web si hanno attacchi di panico, agitazione, ansia, tutti sintomi tipici delle crisi di astinenza, fino a raggiungere irritabilità, disturbi del sonno e depressione. E questi sono solo i sintomi a livello psicologico: quelli a livello fisico possono essere emicrania, stress ottico, dolori muscolari, tutti derivati dalle troppe ore trascorse seduti di fronte al monitor.
Ovviamente tutto ciò ha ripercussioni anche gravi sulla vita al di fuori del social network: la dipendenza dal web, l’ossessione di essere sempre connessi al proprio profilo causa un distacco dalla realtà che a lungo termine si traduce in perdita di contatti sociali, famigliari e lavorativi. Numerosi soggetti, in seguito a questi disturbi, hanno visto la disgregazione del loro matrimonio, del rapporto con gli amici reali, fino al punto di perdere il posto di lavoro a causa dei deficit di attenzione.
La nomofobia (termine che deriva dall’inglese no-mobile), anche nota come sindrome da disconnessione, è la paura immotivata di restare tagliati fuori dalla rete. I suoi sintomi ricalcano molto quelli provocati dalla social network addiction, ovvero uno stato psicopatologico caratterizzato da un’intensa e insopprimibile ansia e paura. Per scatenare questi attacchi di panico è sufficiente che il proprio cellulare oppure un notebook, a causa di una momentanea assenza di segnale o un guasto imprevisto, smetta di funzionare o sia impossibilitato alla connessione. Non solo: in taluni casi anche essere lontani dal proprio telefonino o dal computer può dare origine a tali sintomi, generando forti emozioni di stress.
Da cosa deriva questa fobia? In primo luogo dal bisogno deviato di sicurezza che deriva dal poter essere sempre in grado di rintracciare qualcuno, sia telefonicamente quanto in rete. Secondariamente, tale sindrome può nascere dall’eccessivo timore di restare soli e di gestione di certi sentimenti difficili da controllare; online il contatto fisico si azzera, pertanto, non avendo direttamente a che fare con un’altra persona, viene più facile e spontaneo parlare dei propri problemi, anche imbarazzanti. Può apparire paradossale, ma un soggetto che soffre di nomofobia non considera le persone attorno a sé come vere persone: anche in mezzo a una folla, privato dell’accesso al web, continuerà a sentirsi solo.
La questione dei social network e dei disturbi che possono causare in certi individui è vasta e complessa. Non è sicuramente una buona soluzione demonizzarli e farli apparire come strumenti che portano alla pazzia o all’isolamento, semplicemente è bene tener presente che gli effetti negativi esistono e ignorandoli o sottovalutandone la portata si commetterebbe un grave errore. Gli psicologi consigliano di praticare attività sociali che possano controbilanciare questi effetti, come l’iscrizione a palestre o a centri ricreativi, in modo tale da crearsi una propria vita soddisfacente al di fuori di Internet. Come quasi tutti gli elementi connessi al web, anche i social network, dopo la loro creazione e diffusione, sono stati resi accessibili alla popolazione globale senza però che questa fosse adeguatamente educata a utilizzarli, vedendo in essi un metodo sostitutivo e comodo dei rapporti sociali, una sorta di maschera dietro il quale celarsi per sentirsi libera di esprimere se stessa.

L’avanzata di LinkedIn in tempi di crisi: quando il lavoro diventa un affare “social”

giugno 21, 2012

Effetto crisi, spread, disoccupazione. Termini, “tag” che riassumono una situazione economica fallimentare a livello globale. Ecco allora che blog, social network animano il web: dibattiti, scambi di battute, opinioni a confronto. In pieno spirito “2.0” si condivide, si partecipa, si cercano soluzioni. La riforma dell’art. 18 sembra non sortire alcun effetto anzi… I precari aumentano e i giovani laureati, la generazione 800/1000 euro per intenderci, continua ad inviare curriculum nella speranza di trovare un’occupazione.

In un sistema sociale e culturale che premia poco la meritocrazia, ma conta molto l’esser figlio del potente di turno, i giovani si affidano sempre più al web e cercano risposte. D’altronde condividere un’esperienza con chi vive lo stesso problema o suggerire nuovi scenari che potrebbero offrire buone opportunità sembrano essere le caratteristiche dell’innovativa filosofia del web 2.0. Non ci si stupisce allora se LinkedIn, il primo social network professionale, scala sempre più posizioni nel “ranking”, acquisisce consensi ed è pronto ad ingaggiare la sfida contro le corazzate Facebook e Twitter. Con i suoi 22 milioni di iscritti in terra europea e gli oltre 135 milioni in tutto il mondo, quotato in borsa dal 2011 suscita interesse e merita attenzione. Si, perché LinkedIn cresce. Cresce, soprattutto, nell’interesse di chi ne ha fiutato le potenzialità, le possibilità.

 

Creato su iniziativa di Reid Hoffmann, Allen Blue, Jean-Luc Vaillant, Eric Ly e Konstantin Guericke, Linkedin è presente in rete già dal 2003 grazie alla lungimiranza e intraprendenza dei suoi cinque fondatori. Il numero degli utenti è destinato ad aumentare. Negli ultimi mesi le registrazioni hanno raddoppiato il loro volume e dati alla mano, cresce alla velocità di un milione di iscritti a settimana. Tra le nazioni europee che mostrano maggiore interesse, guarda caso, c’è l’Italia. Dopo la Turchia, il nostro paese è quello che presenta il maggior tasso di crescita nelle iscrizioni: sono oltre 2 milioni gli utenti registrati. Raddoppiati in un solo anno. Dunque, il fenomeno LinkedIn nel Bel Paese ha spinto la società ad aprire la prima sede italiana a Milano lo scorso novembre. Scelta strategica, la loro.

 

Allora ci si chiede qual’è la forza di questa piattaforma? LinkedIn è nato come servizio orientato al business e in pieno spirito social per accrescere contatti di lavoro o instaurare nuove relazioni professionali. La “mission” della società di Palo Alto è permettere agli utenti la creazione di una lista di persone conosciute e ritenute affidabili in ambito lavorativo. Ma non solo. Punto di forza è la possibilità di stabilire un’interazione con i conoscenti dei propri contatti, fino al terzo livello di profondità. Un sistema, dunque, innovativo ed efficace per promuovere al meglio la propria attività e mettere al servizio degli altri le proprie risorse. Un consiglio? Mai lesinare nella presentazione delle competenze, LinkedIn dà peso al merito, le userà per indicizzare il profilo. Come per le migliori agenzie di reclute professionali, anche qui, è possibile ottenere raccomandazioni. Il sito ha guadagnato popolarità anche grazie al sistema delle referenze. Ad ogni attività svolta dall’utente è associato uno spazio che puo’ essere compilato da colleghi, datori di lavoro che potranno fornire, così, la loro opinione riguardo abilità e capacità professionali.

Il risultato? Una conferma in più equivale ad una maggiore reputazione acquisita. Bastano dieci buone recensioni, magari una in inglese, per ottenere un ottimo bigliettino da visita “virtuale”. Ciò che fa veramente la differenza è il proprio valore, mettere a disposizione degli altri le proprie conoscenze, poco importa se si è ricercatori, operai o ingegneri chiunque potrebbe avere bisogno di aiuto. Manager, direttori marketing possono ricercare potenziali candidati e LinkedIn li facilita favorendone il monitoraggio. E questo è, senza dubbio, un buon motivo per iscriversi e non cancellare il proprio account perché in un sistema caratterizzato dalla precarietà e dalle incertezze future, la ricerca di un lavoro (anche se lo si ha già) deve essere un’attività costante. Ma LinkedIn non è solo un valido strumento per la ricerca di un impiego o di nuove reclute. C’è di più. È soprattutto uno spazio di interazione virtuale e qui il confronto tra professionisti affermati e giovani alle prime armi non puo’ che essere fonte di suggerimenti, indicazioni, consigli utili per essere sempre informati sulle novità del mercato del lavoro. Filantropia? Assolutamente no. Il web non è popolato da filantropi. Tutto ha un prezzo, tutto è generato per ricavare un introito, un utile. Così LinkedIn, a differenza di Facebook e Twitter, prevede il pagamento di un abbonamento per poter usufruire di alcuni servizi Premium. Canone a parte, registrazione e molte funzionalità sono fruibili gratuitamente. È pur sempre una consolazione!

Quotazione in borsa e ingenti costi operativi, per garantire la copertura di 200 paesi nel mondo, non hanno frenato il più grande network professionale. E se il mercato parla il linguaggio delle App anche per la LinkedIn Corporation configurarsi agli standard dei concorrenti era una necessità. Nonostante gli sforzi economici per assicurare il servizio, collegarsi al network con tablet, smartphone è possibile. La società californiana ha creato applicazioni efficaci, semplici e gratuite. Basta scaricarle e si è subito pronti a promuovere e aggiornare il profilo.

Relationships Matter è lo slogan del primo social network dedicato al mondo del lavoro. Come non essere d’accordo. Le relazioni contano. E le piattaforme sociali ne sono massima espressione. Possono essere usate per svago, per parlare di sé, per offrire e cercare supporto dagli utenti, per scopi commerciali e professionali. Possono raggiungere un gran numero di persone. Ma devono essere gestiti in modo opportuno. La fusione tra reti reali e virtuali è un punto fondamentale. Apparentemente il web è virtuale, fondamentalmente è la proiezione di una realtà. La nostra.

Lucy Principato

Mappi-amo la città

giugno 21, 2012

Si chiama Genova Mappe, è attivo da poco più di un mese e si presenta come un affascinante progetto web 2.0, per di più made in Genova. L’idea, recensita anche dal Corriere della Sera, è molto semplice: vedete qualcosa che non va in città? Avete qualche proposta che pensate possa essere valida ma temete di perderla nella giungla della burocrazia? Con Genova Mappe basta uno smartphone (o fotocamera + pc), si fotografa l’oggetto in questione, si compila un breve report, si geolocalizza sulla mappa e in poche “ditate” aggiungerete la vostra segnalazione a quelle degli altri utenti, creando una  mappatura sempre più completa delle criticità del territorio. Per una città di mugugnoni come Genova, praticamente un sogno!

CHI C’ È DIETRO
L’ideatore di Genova Mappe è Enrico Alletto,  un programmatore, ma soprattutto un cittadino in rete, che segue con molta attenzione tutto ciò che orbita attorno al web 2.0 attraverso il suo blog personale. Lanciato il progetto online ha subito trovato la convinta collaborazione di Mentelocale che si è fatta promotrice di Genova Mappe curando una rubrica apposita sul proprio portale. A breve partirà anche una collaborazione con il Politicometro che, dopo aver seguito da vicino le amministrative genovesi dichiarazione per dichiarazione, lancerà una nuova rubrica di inchieste partendo proprio dalle segnalazioni di Genova Mappe per portarle sui tavoli dell’amministrazione pubblica.

COME NASCE
Genova Mappe usa la piattaforma Ushahidi, un software free e open source nato in Kenya nel 2008 a seguito degli scontri post-elettorali. Il principio con cui è nato Ushahidi (che in Swahili significa “testimonianza”), è molto semplice, ovvero adoperare  crowdmap per raccogliere tutte le segnalazioni di violenze nel paese e aiutare a coordinare gli aiuti. Dal Kenya, Ushahidi è stato esportato ad Haiti per il terremoto del 2010, dove ha conosciuto la consacrazione per il significativo supporto che ha fornito nell’organizzazione dei soccorsi. Negli ultimi anni la piattaforma è stata miglorata e ampliata, rimanendo sempre open source, e recentemente, dopo esser stata presentata nel libro La scimmia che vinse il Pulitzer di Bruno e Mastrolonardo, è arrivata anche in Italia dove ha fatto la sua comparsa a fine 2011 con Emergenza Neve e Anpas (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze). Genova Mappe, rispetto ai casi precedentemente illustrati ha la peculiarità di non essere nata per far fronte ad un’emergenza, ma per porsi come strumento di partecipazione online, la quintessenza del web 2.0.

COME FUNZIONA
Il punto di forza di Ushahidi, e quindi di Genova Mappe, è la versilità, che consente di operare in condizione logistiche di comunicazione diverse, adattandosi a utlizzi differenti. La funzione di base è rendere disponibili, anche in tempo reale, informazioni geolocalizzate relative a diverse categorie sulla mappa, permettendo di analizzare il flusso temporale degli avvenimenti attraverso una timeline. È possibile ricevere notifiche via mail sulle segnalazioni, scegliendo di seguire anche solo una categoria (ad esempio lo stato delle strade) e una sola zona (il quartiere di Castelletto).  Per quanto riguarda gli smartphone, Genova Mappe è facilmente utilizzabile scaricando gratuitamente la app di Ushahidi dall’Android Market o dall’App Store. Se invece si vogliono solamente seguire le segnalazioni, altri due mezzi utilizzabili sono i social network, con la pagina su Facebook e su Twitter (@GenovaMappe).

RISULTATI
Il tempo trascorso dal lancio di Genova Mappe è ancora troppo poco per poter fare un bilancio attendibile dei risultati raccolti. Merita però una menzione il fatto che, seppur in poco tempo, una segnalazione su un attraversamento pericoloso in zona Manin è arrivata lo scorso 19 giugno  sui banchi del Consiglio comunale di Genova. Che si stia muovendo qualcosa? L’importante – parafrasando De Coubertin – è…partecipare!

Matteo Agnoletto

 

Web killer: dopo la carta stampata è il turno della TV?

giugno 11, 2010

Internet sta sbaragliando la concorrenza degli altri media e sta risultando essere  essere il più utilizzato dalla gente come mezzo di informazione. Il Web ha già eliminato un concorrente forte come la carta stampata che vanta una storica importanza come strumento per tenersi aggiornati sui fatti che ci circondano. Sempre più persone, soprattutto giovani, preferiscono tenersi informati attraverso internet che  andare in edicola a comprare un quotidiano. Questo avviene per diversi motivi non difficilmente riscontrabili: i giornali attuano, per forza di cose, una cernita sui fatti che possono commentare sulle notizia da pubblicare, lo spazio a disposizione è limitato e non tutti gli avvenimenti possono essere raccontati. In secondo luogo i giornali più che azione di vera e propria notizia sono ridotti ad un’attività di commento dei fatti. Ciò avviene per colpa della tv, che ha da tempo preso il sopravvento come mezzo principale di informazione. La televisione da le notizie in tempo reale, ai giornali non resta altro che commentare il giorno seguente i fatti successi in tv. Internet ha dalla sua la tempestività con la quale una persona può riuscire ad essere informata su tutto ciò che avviene nel mondo. La rete non ha certo problemi di spazio, quindi qualsiasi tipo di notizia può essere trovata senza correre il rischio che venga censurata. E soprattutto, la cosa più importante è che si asta andando sempre più verso un’ottica di condivisione e partecipazione (in perfetto stile WEB 2.0) dell’informazione. La persone vogliono  essere protagoniste della notizia, no più semplici consumatori, da questa voglia è nato il “Citizen Journalism”. La rete partecipa  all’alimentazione del circuito informativo  con news, commenti, video, immagini, trasformando il newsmaking dei media consueti. Gli stessi giornali hanno compreso questo cambiamento e si stanno attrezzando con edizioni online, blog dei redattori, rassegne stampa in rete, e molte altre iniziative per mettersi a passo con i tempi. Di questo nuovo spostamento di attenzione degli utenti a favore di internet si sono accorte anche le  imprese e le aziende che stanno dirottando le loro campagne pubblicitarie verso il web. Internet ha come prossimo obiettivo superare anche la tv e installarsi al primo posto come maggior fonte di informazione tra i  media. Non sarà facile battere un  tale colosso che vanta un appeal molto alto sulla popolazione, specie per i ceti medio-bassi, anche perché almeno una tv in casa ce l’hanno praticamente tutti. La  connessione internet non è ancora così  diffusa come, invece, dovrebbe essere. L’avvento ora del digitale potrebbe essere un’arma a doppio taglio per la TV: da un lato la vastità di canali che la tecnica digitale offre rispetto a quella analogica potrebbe dare un ulteriore slancio al mondo televisivo; dall’altro un eventuale, ma neanche troppo, mal funzionamento del DTT abbinato ad un conseguente peggioramento della qualità delle reti televisive, potrebbe invogliare molta gente a trasferire le proprie attenzioni verso il web. Staremo a vedere, lo switch off è vicino…

DAL SOCIAL NETWORK AL SOCIAL SEARCH : Ecco Aardvark

maggio 4, 2009
Qualche domanda ti assilla? Aardvark può essere la risposta. Non per niente il loro slogan è ‘Just ask, Someone Knows’.
Stiamo parlando di un’ulteriore risorsa web a disposizione dei naviganti che rappresenta un caso particolare sui temi della convergenza e della condivisione insita nel web 2.0.
Nato solo l’anno scorso, vark.com è un sito di ‘social search’ che permette di porre una domanda di qualunque genere via mail, oppure via messenger (solo per fare alcuni esempi) e farla rimbalzare in rete, istantaneamente, ad un pubblico di esperti. Ecco la prima differenza con il più famoso Yahoo Answer, in cui chiunque può rispondere e scrivere ciò che crede rispetto ad una data questione: questo rappresenta un problema nel momento in cui ci rispondono in 400 e abbiamo un sacco di informazioni-spazzatura che ci fanno solo perdere tempo.
Chi sono invece gli esperti di Aardvark? Innanzitutto non sono operatori retribuiti tipo call-center dell’89.24.24, ma migliaia di persone comuni che sono state ‘raccomandate’ da altri utenti aardvark e invitate a dare le proprie risposte su argomenti ben precisi. La particolarità di Aardvark è che non si staziona sul sito aardvark, ma semplicemente lì ci si registra, poi tutta l’attività di domande e risposte avviene all’esterno, e in particolare su piattaforme iper-diffuse tipo Facebook o Windows Messenger. E’ un network sui network, insomma. O se preferite un amico ‘collettivo’ che ci fornisce informazioni (presumibilmente) affidabili.
Come funziona. La registrazione è semplice, si accede a vark.com e si inserisce il proprio indirizzo email. Quindi si digita una domanda qualsiasi come “Qual’è il migliore ristorante di cucina giapponese a Genova?”, oppure “Chi era il terzino sinistro dell’Italia ’90?” e il motore di ricerca Vark si attiva per trovare qualcuno online che ci sappia dare l’informazione desiderata in tempo utile: solitamente occorre una manciata di minuti (dai 2 ai 4).
Più articolata la procedura per fornire le risposte: innanzitutto bisogna conoscere (o convincere) qualcuno che sia già registrato su vark.com e apprezzi la nostra conoscenza riguardo tre argomenti, quindi si riceve un messaggio email piuttosto trionfalistico in cui Aardvark ci scrive : “Tizio ti ha raccomandato… che onore!” Il passaggio successivo riguarda la piattaforma su cui voler aggiungere Aardvark alla propria lista contatti, si può scegliere ad esempio Facebook e ci verrà richiesto se le informazioni del nostro profilo possono essere consultate dal motore di ricerca Vark anche quando siamo offline. In caso negativo verremo ‘consultati’ solo quando siamo collegati sul sito. La particolarità con Facebook è che si sincronizza sugli interessi dell’utente e automaticamente aggiorna le tue ‘competenze’ sul profilo di aardvark. In pochi istanti Aardvark si aggiunge alla vostra lista contatti e se qualche utente fa una domanda che contiene alcune parole-chiave che avete digitato nella vostra scheda-profilo, la domanda appare come se fosse posta da un vostro amico. Ovviamente si mantiene un livello di anonimato integralmente personalizzabile, al fine di non essere tempestati da assurde domande in ogni momento della giornata.
Perchè farlo. Solitamente una ricerca in rete è noiosa e dispersiva, ci si collega a pagine che spessissimo non interessano affatto, ma ci si capita.  La risposta che ci da Aardvark è immediata, colloquiale e soprattutto viene da un altro essere umano, probabilmente preparato su quello su cui si sta parlando. Difficile ci possano essere grossi fraintendimenti. E’ una risorsa totalmente gratuita, ben lontana dal consulto a pagamento via-web del comunqueinteressante fenomeno di justanswer.com
Dal punto di vista tecnico A. è un ‘mostro trasparente’: non c’è nessuna applicazione da scaricare, è semplicemente un contatto in più nei nostri social network e una delle garanzie che ci forniscono dallo staff è che Aardvark non è fonte di spam. Sembra ovvio precisare che, come tutti gli strumenti web, A. è uno strumento come altri e non può rappresentare un unicum, ma se lo affianchiamo ai ben noti wikipedia o answer.com può diventare un’ulteriore fonte di informazioni per le nostre ricerche.
Difficolta’ e possibili sviluppi. Il primo limite di questo strumento è quello che accomuna le novità su internet: pochi utenti = poche risposte = poca utilità; la diffusione aumenta proporzionalmente la qualità del servizio. C’è anche un altro problema correlato alla diffusione, visto che al momento è uno strumento solo anglofono e la prima impressione è che sia un network soprattutto ‘a stelle e strisce’, ma se dovesse allargarsi ad altre zone, potrebbe arricchirsi di informazioni sempre più capillari e rappresentare un mondo sempre più ricco, sfaccettato ed aggiornato. Altra questione interessante potrebbe essere in direzione della portabilità: avere informazioni utili sulla viabilità piuttosto che sulla gastronomia di un posto che non si conosce è certamente più utile quando siamo per strada, piuttosto che quando ci si trova in camera davanti al proprio pc. L’ultimo sviluppo immaginabile, almeno per il momento, è quello che riguarda il giornalismo. Una redazione potrebbe avere un servizio Aardvark e richiedere o fornire notizie ai lettori con il vantaggio di poter avere un rimbalzo ulteriore sul sito per approfondimenti o segnalazioni. Chi vivrà lo vedrà.
Senza fare previsioni sul futuro di Aardvark che potrebbe tranquillamente rimanere nella sua nicchia oppure essere copiato da altri titoli più fortunati, o ancora diventare oggetto di uso comune e quotidiano, oggi si può solamente dire che rappresenti un’evoluzione interessante di quel fenomeno complesso ed intrecciato che è il web 2.0.

MR